Gemelli Yates, uguali per modo di dire! Algeri racconta

31.03.2021
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Gli Yates sfuggono alla regola, come fu in epoca recente anche con gli Schleck, secondo cui tra due fratelli che corrono uno va forte e l’altro fa numero. Sarà perché sono gemelli? I due britannici vanno come le moto e adesso che Adam è passato alla Ineos Grenadiers avranno finalmente modo di misurarsi. E se inizialmente è parso strano che si siano separati, adesso la novità inizia a sembrare ghiotta. Pur essendo gemelli, quali sono le differenze fra loro? Lo abbiamo chiesto a Vittorio Algeri, che li ha accolti alla Orica-GreenEdge nel 2014 e li ha visti crescere.

Lo scatto di Simon Yates verso Prati di Tivo è stato un bel segno di vitalità
Lo scatto di Simon Yates verso Prati di Tivo è stato un bel segno di vitalità
Sono proprio uguali?

Mica tanto. Adam è più estroso e al limite anche nervoso. Simon è più calmo e riflessivo. Adam a volte esplode. Sono sempre stati così, ma fra loro vanno d’accordo, pur essendo sempre in competizione. Se uno vince, l’altro cerca di pareggiare subito i conti. Ricordate quando nel 2018 Simon vinse alla Parigi-Nizza e il giorno dopo Adam andò in fuga e vinse alla Tirreno-Adriatico a Filottrano? Fra loro è sempre così.

Simon sembrava più vincente…

Simon sembrava il predestinato, ma Adam ripeteva che avrebbe vinto grandi corse anche lui. Al Catalunya ci è riuscito e si è lasciato indietro anche il fratello, ma va detto che Simon ha perso le corse spagnole di inizio stagione e ha bisogno di fare chilometri.

Scattano entrambi in salita con il lungo rapporto.

Adam ha sempre esagerato. La sua prima corsa con noi fu in Argentina. Nella settimana che precedeva la gara, seguendolo in allenamento non facevo che dirgli di andare più agile. Poi però vinse la classifica dei giovani, quindi evidentemente quei rapportoni non li pagò.

Adam Yates ha vinto il Catalunya, precedendo i compagni Porte e Yates
Adam Yates ha vinto il Catalunya, precedendo Porte e Yates
Simon è più agile?

Agile è un parolone – sorride Algeri – e comunque hanno i loro allenatori che li guidano. Piuttosto spero che Simon abbia risolto i suoi problemi e possa tornare quello del Giro 2018. Ha doti importanti. L’anno scorso era preparato bene per il Giro, poi saltò fuori la positività al Covid. Quest’anno ha corso la Tirreno senza preparazione. A Prati di Tivo ha attaccato bene, ma si è visto che in finale gli è mancata la base. E a Castelfidardo ha avuto i crampi per lo stesso motivo.

Era prevedibile che si sarebbero separati?

Secondo me era nell’aria e credo che Ineos abbia fatto una bella offerta. In più qui al Team Bike Exchange nel frattempo era tornato Matthews, per cui il budget si è stretto.

Ricordi quando dissero che non sarebbero mai andati al Team Sky?

Ci ho pensato (Algeri ride, ndr), ma cambiare idea ci può stare. Il primo pensiero quando Adam disse che sarebbe andato là, fu che sarebbe andato a tirare per gli altri. In realtà fino a questo momento ha avuto le gambe per imporsi ed essere lui uno dei leader. Sono contento se riuscirà a confermarsi a quel livello, altrimenti ci saranno logiche di squadra da seguire, come è normale.

Simon e Adam alla Vuelta 2018 corsa insieme: Adam si riconosce per la cicatrice sul mento
Insieme alla Vuelta 2018: Adam si riconosce per la cicatrice sul mento
Lo vedi adatto ai grandi Giri?

Sulla carta si è sempre pensato che fosse Simon il più adatto alle tre settimane, in cui bisogna sapersi gestire in modo più oculato. Adam può vincere bene il Catalunya, anche se sempre con noi fece un bel Tour nel 2016, arrivando 4° in classifica dietro Froome, Bardet e Quintana, ma a soli 37″ dal secondo posto. E sempre quell’anno vinse la maglia bianca. Sarei curioso di vederlo partire come leader, per capire come regge la responsabilità.

Mentre Simon?

Simon deve mettere chilometri nelle gambe. Non so se al Catalunya abbia sofferto il fatto di stare dietro al fratello – chiude Algeri – spero solo che torni ai suoi livelli. Così poi vederli uno contro l’altro sarà ancora più divertente.

Yates “gregario” di Pogacar?Il punto tattico con Bartoli

24.02.2021
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La prima tappa di salita dell’UAE Tour ha subito lasciato verdetti importanti. Il primo: Tadej Pogacar è già in palla. Il secondo: Nibali non è andato poi così male. Il terzo: Joao Almeida è forte davvero, lasciamolo maturare. Il quarto: Chris Froome “scricchiola” in modo preoccupante. E il quinto: Adam Yates è in super forma ma è stato al tempo stesso protagonista di una tattica quantomeno discutibile. E su questo punto vogliamo insistere.

Siamo nella prima corsa WorldTour dell’anno e tutti vogliono vincere, specie nell’era del Covid in cui il senso di precarietà è alto e si cerca di prendere quel che c’è sul banco.

Il plotone all’assalto della scalata finale verso Jebel Hafeet. Ritmi subito altissimi
Gruppo sulla scalata finale verso Jebel Hafeet. Ritmi subito alti

Il forcing della Ineos

Ma torniamo alla tattica di Yates. La corsa vive sulla fuga di De Gent e Gallopin. I due, seppur in momenti diversi, vengono ripresi nella salita finale. A tirare è la Ineos-Grenadiers di Yates. Fino a quel momento l’inglese era quinto in classifica a 39” dallo sloveno.

Sotto le menate della sua squadra davanti restano in tre: Yates, Pogacar e Kuss. Lo stesso Yates accelera e restano in due: lui e Pogacar. Di “scatti” (con due virgolette grosse così) il portacolori della Ineos ne fa sei in tutto, restando sempre in testa. E così facendo agevola la vittoria di Pogacar.

Tra l’altro lo sloveno nel momento della volata è chirurgico. Sembra essere partito presto, invece ha calcolato come arrivo l’ingresso dell’ultima curva a 130 metri dalla linea finale. Si defila tre, quattro metri prima dello scatto e poi come inizia la leggera discesa si lancia. Yates a quel punto non può far altro che chiudere il gap…. e restargli dietro.

Adam Yates attacca e Pogacar resta (soffrendo) a ruota
Adam Yates attacca e Pogacar resta (soffrendo) a ruota

Yates gregario

Una tattica così non poteva passare inosservata a Michele Bartoli.

«Yates – dice il campione toscano – voleva vincere il UAE Tour e ha tirato tanto per recuperare quei 40” a Pogacar e non per vincere la tappa. Ma la sua è stata non dico una tattica suicida, ma quasi…. E’ stato poco lucido. Dal momento in cui ha capito che non lo avrebbe staccato più o quantomeno non gli avrebbe dato 40”, doveva smettere di tirare. Invece è stato il gregario perfetto di Tadej».

Yates ha portato 5-6 attacchi o, per meglio dire, accelerazioni. Spingeva forte ma restava sempre abbastanza composto. Non dava l’idea di chi stesse raschiando il barile.

«Quel tipo di scatti – riprende Bartoli – li puoi fare quando il terreno te lo consente. Sulla salita di ieri quando acceleravano andavano a più di 30 all’ora e a quella velocità a ruota si risparmia tanto. Voglio attaccare? Faccio tre scatti al massimo. Il primo vedere come sta e gli altri per provarci davvero, ma poi se non lo stacco mollo, non sto lì a finirmi.

«Se avessi corso io gli avrei chiesto collaborazione. Conoscendo la salita, e loro la conoscevano, avrei cercato di arrivare insieme fin sotto l’arrivo per poi giocarmi la tappa. Quando si attacca bisogna valutare le caratteristiche del percorso e dell’avversario. La tattica di Yates sarebbe andata bene se la salita fosse stata più dura. A quel punto lo stare a ruota avrebbe inciso molto molto meno e sarebbe diventato un testa a testa».

Nessun allenamento

Alcuni hanno vociferato che nel ciclismo tecnologico attuale Yates abbia corso con una sorta “contagiri”, come se si stesse allenando e non dovesse superare certi limiti. O che gli scatti non dovessero durare più di “X” secondi. Bartoli smonta subito questa tesi.

«Mi viene da ridere quando sento queste cose – dice il toscano – Io non ci credo. Ci sono troppe variabili. Un ritmo predefinito lo imposti magari se stai facendo un tappone in un grande Giro, ma non in una salita secca in cui cerchi la performance. In quel caso vai a sensazione».

Infine Michele chiude con un paragone che ha a dir poco del sublime.

«Tutti quegli scatti? Beh, se ne sarebbero dovuti fare un paio, ma alla morte. Non di più. Se ti devi gustare un bicchiere di buon vino non lo allunghi con l’acqua per farlo durare di più. Lo stesso vale in bici. Quel bicchiere non lo “annaffi” di scatti, altrimenti perdi la qualità. Da dove arrivano questi paragoni? Da Giancarlo Ferretti!».