Gambe e calma interiore: così Philipsen si è preso Parigi

27.07.2022
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L’unico che avrebbe potuto batterlo era Van Aert, lo aveva già fatto l’anno scorso. Non certo Jakobsen, sfinito e disperso nelle retrovie, senza Morkov a pilotarlo. Non sappiamo se Philipsen sapesse che la maglia verde avesse rinunciato alla volata, ma di certo quando si è voltato a sinistra sui Campi Elisi, ha capito che Groenewegen e Kristoff lo avrebbero affiancato solo dopo la riga. E si è reso anche conto di aver realizzato uno dei sogni di bambino.

Un anno dopo la sconfitta, Philipsen è tornato a Parigi e ha vinto
Un anno dopo la sconfitta, Philipsen è tornato a Parigi e ha vinto

Il sogno di bambino

Il belga della Alpecin-Deceuninck lo ha raccontato ieri ad Aalst (in apertura, fra Thomas e Lampaert, foto @belga), a margine del criterium cui erano stati invitati anche Vingegaard, Van Aert e Pogacar, che però hanno declinato l’invito.

«Non voglio parlare di vendetta – ha raccontato – ma solo di contrasto totale rispetto al 2021. Un anno fa sui Campi Elisi ho pianto, invece domenica ero la persona più felice al mondo. Nell’ultimo anno, è successo tutto molto rapidamente. Vincere la tappa di Parigi significa aver realizzato un sogno d’infanzia e quello di qualsiasi corridore. Parigi rimarrà sempre una tappa speciale, soprattutto quando sei un velocista. E’ la vittoria più bella della mia carriera e finire il Tour così è straordinario».

L’esultanza dopo l’ultima volata del Tour gli resterà a lungo nei ricordi
L’esultanza dopo l’ultima volata del Tour gli resterà a lungo nei ricordi

Vittoria scaccia stress

Per Philipsen, il Tour è stato un viaggio dentro se stesso. Non può essere altrimenti per un atleta che nelle tappe di montagna, soprattutto con il grande caldo e il ritmo indiavolato dei primi, è in lotta perenne con la tentazione di mollare tutto. Per questo la vittoria di Carcassonne era già stata la svolta mentale per arrivare a Parigi senza troppa tensione negativa.

«Per certe corse – ha spiegato dopo quel primo successo – c’è davvero bisogno di pace mentale. Nelle prime due settimane, non l’ho avuta. Nelle tappe sulle Alpi ho vagato senza una meta, solo per fare numero. Ma anche questo è stressante, perché sei sempre lì ad aspettare che arrivi un’altra possibilità. La vittoria mi ha dato la calma. L’obiettivo principale di vincere una tappa al Tour è stato spuntato. La pressione si è spenta. Anche se non ho lasciato andare del tutto le emozioni represse, ho percepito chiaro quel rilascio. Tutto quello che verrà d’ora in avanti sarà un bonus. Certo, se non vinco a Parigi, rimarrò deluso. Ma non come un anno fa, quando Parigi era anche l’ultima spiaggia».

La vittoria di Carcassonne (qui Philipsen rinfrescato da Pogacar) è servita per dissipare il nervosismo
La vittoria di Carcassonne (qui Philipsen rinfrescato da Pogacar) è servita per dissipare il nervosismo

Crono di recupero

Per questo in gruppo un po’ se lo aspettavano. La vittoria di Carcassonne aveva già dimostrato che Jasper avesse superato ottimamente la seconda settimana, con le Alpi e l’arrivo di Mende del giorno prima. C’era da capire come avrebbe digerito i Pirenei, tenendo conto che agli altri velocisti le cose non stessero andando probabilmente meglio. E che lui, per i 24 anni e i 75 chili (è alto 1,76), avesse doti di maggior recupero. Per questo la crono del giorno prima è stata un passaggio da affrontare con la giusta consapevolezza.

«Sulla bici da crono – ha detto la sera di Rocamadour – sei scomodo, quindi non sei molto rilassato. Per questo non si può dire che la crono sia un giorno di riposo. Dopo venti tappe, ogni sforzo sembra pesante. In più non volevo correre rischi. Non sono ancora caduto in questo Tour e volevo continuare così. Sono migliorato tappa dopo tappa e credo di avere ancora forza nelle gambe. Ho superato le tre settimane meglio degli ultimi anni e questo mi rassicura anche per il futuro».

Nella volata in leggera salita di Aalst, Philipsen ha preceduto Lampaert (@belga)
Nella volata in leggera salita di Aalst, Philipsen ha preceduto Lampaert (@belga)

«A Parigi – ha sorriso – conta solo la vittoria e non sarà certo facile. Ci sono molti corridori come Jakobsen, Ewan e Groenewegen che si sono trascinati attraverso le montagne e non vedono l’ora che arrivi domani. Anche se uno sprint dopo 21 giorni è ancora un’altra cosa. Nessuno sarà davvero molto fresco».

Il sogno è finito

E adesso che ha vinto a Parigi e il circuito di Alst su un fondo in ciottoli gli ha ricordato i Campi Elisi, Philipsen riparte ancor più convinto di poter salire al livello dei velocisti che ha sempre ammirato.

«Ho ricevuto tanti messaggi – dice – ma il più apprezzato è stato quello di Mark Cavendish, l’uomo che mi ha battuto a Carcassonne l’anno scorso. E’ bello sapere che qualcuno che ammiro può anche essere sinceramente felice per me. Mark è sempre stato un grande modello. Ed è ancora un grande gentiluomo. Vivo in un sogno da domenica. Tutto sembra magico. Peccato solo che il Tour de France sia finito».

Una parata vale più di uno sprint. I Campi Elisi a Philipsen

24.07.2022
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Arc de Triomphe, Place de la Concorde, Campi Elisi… sembra una filastrocca. E’ il mitico circuito di Parigi, quello che decreta la fine del Tour de France. Un momento che tutti aspettano: corridori, pubblico, direttori sportivi.

La maglia gialla è entrata a Parigi dunque. E per questa volta, come succede spesso, prima delle spallate finali la stessa maglia e la sua squadra si sfilano. Ma di solito non hanno un potenziale vincitore di tappa. Alla faccia di chi crede che il ciclismo non sia uno sport di squadra, i corridori giallone-neri si radunano. In questo caso Jonas Vingegaard chiama a raccolta i suoi. Van Aert e compagni tagliano il traguardo abbracciati in parata… staccati.

Si passa anche davanti al Louvre, piano piano il gruppo inizia a fare sul serio. Ma Vingegaard è sempre guardingo
Si passa anche davanti al Louvre, Vingegaard è sempre guardingo

Scherzi e scatti

Ancora una volta quest’ultima frazione della Grande Boucle ha regalato emozioni. L’avvio tranquillo, le foto di rito, gli scherzi… Ad un certo punto, tanto per cambiare, sono scattati Van Aert, Pogacar… e Vingegaard, con quest’ultimo che non lo sapeva! Il danese è stato un gatto a rientrare. Quando è arrivato sulle ruote di quei due si è accorto che ridevano. Clima da ultimo giorno di scuola insomma. 

Poi quando si è entrati nella parte finale e s’iniziava a sentire l’odore del traguardo di questa tappa, che è praticamente un classica, ecco che il ritmo è salito.

E tra i vari attacchi chi c’è stato? Lui: Tadej Pogacar... ragazzi non fermatelo, non domate questo corridore, questo purosangue. Ha messo alla frusta in pianura nientemeno che Filippo Ganna. Un fuoco di paglia sì, ma che fiammata.

Il podio finale dei Campi Elisi: Vingegaard precede Pogacar e Thomas
Il podio finale dei Campi Elisi: Vingegaard precede Pogacar e Thomas

Parata sì, volata no 

Chi invece non c’era era il super favorito: Wout Van Aert. Ad un certo la maglia è verde è sparita, come detto. Quasi per incanto non si vedeva nessun Jumbo-Visma davanti. Dopo il ponte dell’Almat che introduceva nel chilometro finale non si vedevano i due mattatori del Tour.

Hanno fatto credere a tutti che volevano questa tappa, anche con le dichiarazioni del giorno precedente, e invece erano in coda a “godersi lo champagne”. Nessun rischio e un chilometro che valeva le fatiche fatte nei precedenti 3.349. Un chilometro da ricordare e per ricordare.

Giusto così. Hanno dominato. Hanno vinto. In qualche occasione hanno anche sbagliato e sprecato, ma nella seconda parte del Tour sono stati uniti più che mai.

Ed è più o meno ciò che ha sintetizzato Laporte: «Abbiamo vinto il Tour, la maglia verde, la maglia a pois, sei tappe, il premio del più combattivo (Van Aert, ndr)… oggi era giusto così. Questo arrivo vale molto di più».

Van Aert oggi ha deciso che bastava così. Tre tappe potevano andare bene. La soddisfazione dei Campi Elisi se l’era già presa lo scorso anno, stavolta preferiva l’arrivo in parata. Preferiva vivere una nuova emozione.

E come biasimarlo? Voleva scortare Jonas fino in fondo per il vecchio adagio che “non si sa mai”. «Per senso di responsabilità e di amicizia», come ha detto più volte.

L’urlo di Philipsen a Parigi, per il classe 1998 è la seconda vittoria in questo Tour
L’urlo di Philipsen a Parigi, per il classe 1998 è la seconda vittoria in questo Tour

Philipsen: le roi

Ma c’era pur sempre una corsa da portare a termine. E il fatto che non ci fossero davanti le maglie della Jumbo-Visma a dettare legge e a sistemare le gerarchie ha colto di sorpresa i team dei velocisti.

Un po’ perché le gambe e le energie erano quelle che erano, un po’ perché con gli uomini ridotti all’osso era impossibile mettere su un treno, i tre chilometri finali sono stati di anarchia pura.

Davanti c’erano persino gli Arkea-Samsic. Gli Alpecin-Deceuninck, proprio di Philipsen, erano in netto (troppo) anticipo, gli BikeExchange-Jayco forse erano messi meglio di tutti, ma hanno pasticciato nel rettilineo finale. E persino i Quick Step-Alpha Vinyl erano ai quattro cantoni. Jakobsen la sua volata l’aveva fatta a Peyragudes per restare nel tempo massimo.

E così in questo sprint “anni 70”, il più furbo e quello con più gamba è Jasper Philipsen. Il belga capisce che i due BikeExchange stanno pasticciando, li guarda e scatta sul lato opposto. Bravo. Va a riscattare il secondo posto dell’anno scorso. «Questa – ha detto Philipsen – è stata la ciliegina della torta. Sognavo da sempre questo arrivo e questa vittoria».

Adesso è festa. Adesso questa serata è tutta loro. Di Vingegaard, di Van Aert, ma anche di Pogacar e di tanti altri corridori. La “Ville Lumiere” è il posto ideale per festeggiare. Andranno in qualche lussuoso ristorante, prenotato per l’occasione. Qualcuno si sarà fatto raggiungere dalla compagna e insieme passeranno una bella serata. 

Ma già pensando alla prossima sfida. Come ha detto Pogacar…

Nella vittoria di Philipsen, il sudore e la passione di Sbaragli

17.07.2022
6 min
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Oggi anche i contadini sono rimasti in casa. Un po’ perché è domenica e un po’ perché sarebbe stato troppo caldo anche per loro. Alfredo Martini era solito raccontare un episodio della vita di Bartali, per cui Gino, vedendo i contadini ingobbiti nei campi alle sei del mattino, rifletteva sulla fortuna di essere corridore. Oggi, sulla strada che da Rodez ha portato i corridori a Carcassonne e ha premiato Jasper Philipsen (in apertura festeggiato e rinfrescato da Pogacar), forse Gino avrebbe trovato modo di aggiungere una postilla.

«Oggi era caldo caldo – dice Sbaragli contento – nella prima parte c’erano discese in cui l’asfalto era diventato catrame ed entrando nelle curve, non sapevi se le ruote avrebbero avuto grip. I massaggiatori ci hanno detto che la macchina ai rifornimenti diceva 47 gradi. Di sicuro eravamo a 40…».

Al Tour per aiutare, Sbaragli è stato finora una pedina chiave della Alpecin
Al Tour per aiutare, Sbaragli è stato finora una pedina chiave della Alpecin

La rivincita di Philipsen

La tappa l’ha vinta dunque. Jasper Philipsen, venuto a Carcassonne a prendersi la rivincita dopo il terzo posto del 2021. Conosceva l’arrivo e lo conoscevano anche i suoi compagni. Abbastanza da indovinare il lato giusto della strada, gestire alla grande il finale e l’inseguimento a quel diavolo di Benjamin Thomas, che di situazioni incandescenti se ne intende.

«E’ davvero incredibile – ha detto il belga della Alpecin-Deceuninck, 24 anni – sentivo che Van Aert si stava avvicinando, ma ricordavo ancora il traguardo dall’anno scorso. Prima dell’ultima curva, io e la mia squadra eravamo un po’ indietro e sapevo di avere ancora alcune posizioni da recuperare.  Cercavo questa vittoria da molto tempo. Come squadra abbiamo anche lavorato molto duramente per questo, quindi sono davvero orgoglioso di quello che abbiamo fatto».

Sbaragli è al settimo cielo. Quando parla, trasuda fatica e passione. E’ caldo da fondere. Lucido. Sollevato, come quando una vittoria porta via lo stress di una corsa che va a cercarsi da sé i guai e poi li piange. E oggi al Tour scene di follia si sono succedute senza ragioni apparente, se non lo stress che li divora ogni giorno di più. Si somma alla fatica. E trasforma le strade in una bolgia.

Racconta, allora…

Ci voleva, s’è vinto nel giorno giusto. Domani si riposa e così ce la godiamo meglio. La stagione era già positiva e qui al Tour eravamo partiti per Van der Poel che stava bene. Poi ha avuto dei problemi fisici ed è andato via. A quel punto ci siamo guardati e abbiamo deciso di dimostrare che questa squadra è più di Mathieu. Lui resta il nostro capitano, nulla da togliere, ma volevamo dimostrare che si può vincere anche senza di lui.

Anche oggi il gruppo ha rischiato di essere fermato dalla protesta di ambientalisti
Anche oggi il gruppo ha rischiato di essere fermato dalla protesta di ambientalisti
Quindi siete partiti per arrivare in volata?

La tappa non era facile: 2.500 metri di dislivello, su e giù in avvio e quella salita nel finale. L’obiettivo era arrivare in volata, ma al Tour non è mai facile mettere tutti d’accordo. L’altro giorno a Saint Etienne ci è scappata di mano la fuga e siamo passati da bischeri. Non solo con i giornalisti, anche alcuni amici miei. «Ma dove volevate andare?», mi hanno detto. Non erano facili da prendere, ma bastava che la Bike Exchange tirasse da prima e Caleb Ewan non cadesse, che magari ce la giocavamo. Per questo stamattina eravamo più motivati che mai. Ieri abbiamo risparmiato il possibile, stamattina eravamo cattivi. Si può vincere o perdere, ma avendo dato il massimo.

Eppure quasi quasi eravate ancora soli…

Prima della salita finale, la Trek è venuta a dirci che l’avrebbero fatta forte, perché volevano fare fuori Jakobsen e Groenewegen. A noi stava bene. Io sono rimasto vicino a Jasper e ha funzionato. E anche se Groenewegen e i suoi sono rientrati ai meno 20, Jasper stava sicuramente meglio.

L’aiuto della Trek è stato decisivo per riprendere la fuga e tagliare fuori altri velocisti
L’aiuto della Trek è stato decisivo per riprendere la fuga e tagliare fuori altri velocisti
Tutto secondo i piani?

Ci vuole anche un capellino di fortuna. Pedersen infatti aveva già vinto, altrimenti avrebbero usato quella salita per fare un attacco e sarebbe stata difficile da gestire. Non è un Tour scontato per chi fa le volate. Questa era la terza e comunque davanti siamo rimasti in 60, non c’era il gruppo compatto.

Come spieghi le cadute di Vingegaard e anche di Kruijswijk?

Secondo me sono provocate dagli stessi corridori. C’è uno stress che non capisco. Quando è caduto Vingegaard, era un momento che tutti quelli di classifica volevano essere davanti. E’ vero che cominciava la salita, ma tiravamo noi dei velocisti, che problemi avrebbero potuto mai avere i primi dieci della generale? Invece vogliono stare davanti con cinque uomini ciascuno, quindi parliamo di 50 corridori che di botto vogliono stare in testa al gruppo. E poi ci siamo noi che lavoriamo per i velocisti.

Giornata storta per Vingegaard, che in un sol giorno ha perso Roglic e Kruijswijk
Giornata storta per Vingegaard, che in un sol giorno ha perso Roglic e Kruijswijk
Un problema di spazio, insomma…

Che genera uno stress controproducente, perché poi cadono loro e oggi ci sono stati ritiri importanti e anche fratture (Kruijswijk è andato a casa con una clavicola rotta, ndr). Magari mi sbaglio, ma sono meccanismi inutili.

Come la Ineos che di colpo è venuta davanti?

Quelle sono dinamiche che possono cambiare i finali. C’erano i due in fuga e noi si tirava per prenderli. Va bene, non sarebbero mai arrivati perché nel finale la nostra accelerazione sarebbe stata superiore, tutto quello che volete… Ma se va davanti una squadra che vuole solo stare lontana dai guai, magari tirano meno e la fuga arriva. Ormai il ciclismo è così, non si cambia domani. E’ stressante. E se lo fa una squadra, lo fanno tutte. Succede in tutti i Giri, ma qui al Tour è esasperato.

Stasera si brinda?

Sì e ci voleva. E poi pensiamo alle prossime due occasioni, che sono venerdì e domenica a Parigi. Jasper sta bene, quindi perché non provarci?

E tu proverai ad andare ancora in fuga?

Ho provato il giorno di Megeve, ma il livello è altissimo. Per cui se mi trovo davanti con gente che nei giorni precedenti non ha tirato come me, è difficile starci dentro. Mi è piaciuto essere in testa martedì scorso, ma sulla salita finale avevo le polveri bagnate. Sono venuto qui per aiutare e devo dire che in giornate come questa è proprio gratificante.

Philipsen Francoforte 2021

«Philipsen? Ha margini enormi». Parola di Modolo

23.09.2021
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E’ stato un mese intenso, per Sacha Modolo: prima la Vuelta corsa in aiuto di Jasper Philipsen (nella foto d’apertura la vittoria di quest’ultimo al GP di Francoforte), poi il ritorno alla vittoria dopo tre anni in Lussemburgo con i festeggiamenti anche da parte di amici di squadre nemiche, un crogiolo di emozioni al quale il 34enne veneto non era più abituato. Tornando a casa, è il momento di riassaporare alcune di quelle sensazioni e analizzare quanto fatto. Il ruolo di ultimo uomo per Philipsen sembra il suo passaporto per il futuro, ma il velocista belga lo sta ancora scoprendo.

«Ci corro insieme da quest’anno – racconta l’alfiere dell’Alpecin Fenix – anzi proprio alla Vuelta abbiamo iniziato a interagire. Prima lo avevo affrontato come avversario, quando era alla Uae Team Emirates, ad esempio all’Eneco Tour».

Che tipo è?

E’ un personaggio, questo è sicuro. Lo definirei un ragazzino disordinato: dimentica sempre guanti, calzini, bisogna anche ricordargli quando si parte, quando è ora di farsi trovare pronti in albergo… E’ come se vivesse nel suo mondo.

Philipsen team 2021
Philipsen è nato a Mol (BEL) il 2-3-1998. Quest’anno ha vinto 8 volte, di cui 3 nell’ultima settimana
Philipsen team 2021
Philipsen è nato a Mol (BEL) il 2-3-1998. Quest’anno ha vinto 8 volte, di cui 3 nell’ultima settimana
Eri così anche tu alla sua età?

No, sempre stato molto attento, concentrato sia in gara che dopo. Abbiamo una decina di anni di differenza. Ma attenzione: il mio non è un giudizio negativo, solo una constatazione, perché quando si comincia a pedalare le cose cambiano drasticamente.

In che senso?

Jasper diventa una vera macchina, attentissimo, è quasi un veterano per come si muove nel gruppo e per la concentrazione che ci mette. La nostra generazione non era così pronta a quell’età, si vede che sono più avvezzi già dalle categorie minori.

Com’è il vostro rapporto?

Ottimo, ma dobbiamo ancora entrare in sintonia nei rispettivi ruoli. Mi spiego con un esempio: alla Vuelta, in una delle prime tappe, sono partito lungo per tirarlo fuori dalla lotta, ma lui non mi ha seguito e pensava che volessi fare un’azione personale. Alla sera abbiamo parlato, concordando il da farsi, gli ho detto di seguirmi al momento che ritenevo giusto. Risultato: il giorno dopo ha vinto e per questo quel successo l’ho sentito anche mio.

Modolo Lussemburgo 2021
L’incredulità di Sacha Modolo dopo il suo ritorno alla vittoria al Giro del Lussemburgo, dopo 3 anni di attesa
Modolo Lussemburgo 2021
L’incredulità di Sacha Modolo dopo il suo ritorno alla vittoria al Giro del Lussemburgo, dopo 3 anni di attesa
Come ti trovi a lavorare per lui in questo ambito?

Bene, perché ha tali capacità che ti rendono il compito facile. Anche nelle tirate lunghe resta dietro, ha una forza straordinaria e soprattutto una tranquillità che diventa contagiosa per tutta la squadra. Io dico però che ha ancora grandi margini di miglioramento.

Dove può arrivare secondo te?

Per me non è solo un velocista, ma può andar forte anche su certe classiche con percorsi nervosi, anche perché è uno che sa programmarsi bene: dopo il Tour aveva detto che voleva fare un grande finale di stagione, ha lavorato per quello sin dalla Vuelta è ora nel sta godendo i frutti.

Merlier Philipsen Tour 2021
Merlier e Philipsen dopo la vittoria del primo al Tour. Sarà difficile rivederli nella stessa gara…
Merlier Philipsen Tour 2021
Merlier e Philipsen dopo la vittoria del primo al Tour. Sarà difficile rivederli nella stessa gara…
Tu, dopo la vittoria in Lussemburgo, hai cambiato idea sul tuo futuro?

No, anche se quel successo, in una gara dov’ero tornato a essere il velocista della squadra, mi ha dato la carica. Ho 34 anni, devo essere realista, il ruolo di ultimo uomo è ideale per me. Mi serve solo vivere una stagione senza intoppi, soprattutto d’inverno, potermi preparare come si deve, lavorare in palestra senza problemi. Anche adesso che vado forte, sento che in salita la gamba non è quella che vorrei, faccio troppa fatica. In fin dei conti sono sempre il Modolo che è finito 6° al Giro delle Fiandre…

Torniamo a Philipsen: in casa Alpecin avete anche Tim Merlier, quali sono le differenze tra i due?

Merlier è uno sprinter puro, forse anche più veloce, ma soffre di più sui tracciati duri, per questo dico che Philipsen ha più frecce al suo arco e con l’età e l’esperienza può variare la gamma delle gare a lui congeniali. Al Tour hanno corso insieme, Jasper lavorava per Tim, possono anche convivere in qualche occasione, ma si tratta di due vincenti che vogliono emergere e meritano di farlo, quindi è facile presumere che seguiranno calendari diversi. A tirare le volate meglio che ci pensi io…

Modolo Vuelta Espana 2021

Modolo: «Riparto dalla Vuelta con un nuovo ruolo»

07.09.2021
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E’ stata una Vuelta travagliata, quella di Sacha Modolo e forse non poteva essere altrimenti, visto che il corridore di Conegliano veniva da mesi davvero travagliati. Lo avevamo lasciato in primavera alle prese con grossi guai a un ginocchio che gli avevano precluso il Giro d’Italia, per questo ritrovarlo alla Vuelta è stato già un bel risultato. Ogni tappa però diventava sempre più pesante, tanto che dopo la corsa era una fatica anche rispondere alle chiamate e controllare i social, ma fa parte del gioco. Quando però sei costretto a mollare a due tappe dalla fine, un po’ di rammarico c’è, per non dire altro…

Sono passati un paio di giorni dalla fine dell’avventura, ma la delusione nel cuore del corridore dell’Alpecin Fenix è ancora tanta: «Venerdì ho vissuto la classica giornata no, mi sentivo stanchissimo già dal mattino appena sveglio, non avevo recuperato dallo sforzo del giorno prima, quando comunque ero riuscito a salvarmi. Lì invece sono rimasto subito solo, con oltre 20 chilometri di salita davanti, non avevo speranze. Chi mi conosce sa che non rinuncio se proprio non sono costretto, ma rientrare nel tempo massimo era impossibile, si era spenta la luce».

Modolo crono 2021
Sacha Modolo è nato a Conegliano il 19 giugno 1987. E’ all’Alpecin Fenix dallo scorso anno
Modolo crono 2021
Sacha Modolo è nato a Conegliano il 19 giugno 1987. E’ all’Alpecin Fenix dallo scorso anno
Un peccato perché eri ormai arrivato alla fine e dopo tutto quel che avevi passato non era per nulla scontato…

Infatti mi dispiace perché ci tenevo a finirla, per chiudere tre settimane che nel complesso mi avevano dato soddisfazione. Avevo iniziato con evidenti difficoltà, mi staccavo quasi subito, ma sentivo con i giorni che passavano che la condizione stava arrivando, tenevo anche in salita, ero davvero soddisfatto. L’ho detto, è stata una giornata no, il fisico non aveva recuperato, evidentemente gli anni che passano si fanno sentire…

Come giudichi nel complesso la tua Vuelta?

Positiva, le soddisfazioni non sono mancate. Quando sono stato convocato mi hanno chiesto di lavorare per Jasper Philipsen, fargli da ultimo uomo e già al secondo giorno è arrivata la vittoria. Ero felice come se avessi vinto io, perché non avevo mai interpretato quel ruolo. Alla fine ha vinto due volte, in squadra erano molto soddisfatti di come sono andate le cose e di come abbiamo lavorato.

Potrebbe essere questo il tuo nuovo ruolo?

Direi proprio di sì: ho 34 anni, ho avuto le mie gioie personali, ma chiaramente devo fare i conti con il tempo che passa, penso però di poter ancora dire qualcosa in aiuto di un altro velocista, diciamo che la Vuelta mi ha aperto nuove prospettive.

Modolo Philipsen 2021
L’entusiasmo in casa Alpecin per la prima delle due vittorie di Philipsen alla Vuelta
Modolo Philipsen 2021
L’entusiasmo in casa Alpecin per la prima delle due vittorie di Philipsen alla Vuelta
Il ginocchio come va?

Bene, considerando che tra una cosa e l’altra mi ha costretto a un’inattività di oltre 6 mesi. Avevo ripreso la bici in mano a due settimane dai campionati Italiani, giusto per rientrare in gruppo. Poi il Giro di Vallonia e la Vuelta a Burgos sono serviti per riabituarmi alle gare, sentivo che la condizione era in crescita e sono fiducioso per il prosieguo della stagione. Infatti i vertici della società mi hanno già convocato per il Giro del Lussemburgo.

Sai già che intenzioni hanno all’Alpecin per il 2022?

No, ma sono stato io che ho evitato di affrontare l’argomento. Per poter parlare del 2022 devo prima correre, far parlare i fatti. Sicuramente l’andamento della Vuelta, il lavoro svolto per Philipsen sono punti a mio favore, staremo a vedere, anche perché ho molta fiducia nei dirigenti.

Ti hanno messo fretta durante il periodo dell’infortunio?

Assolutamente no, anzi. Lo scorso anno, nei lunghi mesi del lockdown gli stipendi sono comunque arrivati puntuali e lo stesso nei mesi nei quali sono stato costretto a stare fermo. Si sono dimostrate persone corrette, anche per questo vorrei rimanere, è un bell’ambiente.

Modolo Algarve 2020
L’ultimo podio di Sacha Modolo, alla Vuelta ao Algarve 2020, terza tappa, secondo dietro Cees Bol
L’ultimo podio di Sacha Modolo, alla Vuelta ao Algarve 2020, terza tappa, secondo dietro Cees Bol
Tu eri il più anziano della squadra: che cosa ti dicevano gli altri del team?

Non mi trattavano come il “grande vecchio”, siamo tutti amici, è vero però che all’inizio molti erano timorosi nell’affrontare una corsa di tre settimane e chiedevano consiglio a me che ne ho affrontate 12 concludendone la metà. Mi faceva un certo effetto tranquillizzarli, mi piace poter trasmettere qualcosa a chi ha molti meno anni in questo circo.

Hai lavorato per Philipsen: come ti sei trovato a fargli da “pilota”?

Benissimo, devo dire che è un velocista un po’ com’ero io alla sua età. Lavora tanto, tiene bene in salita e soprattutto ha una gran fame di successi. Devo dire che con il suo entusiasmo ha contagiato anche me…

Scheldeprijs a Philipsen, con un lampo di Cavendish

07.04.2021
4 min
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Ricomincia a nevicare su Schoten quando la Scheldeprijs entra nell’ultimo chilometro e il risultato è dato quasi per scontato. Bennett e la Deceuninck-Quick Step hanno una tale superiorità numerica da non ammettere repliche: in testa c’è anche Cavendish. I due soli italiani all’arrivo (entrambi inviati di bici.PRO) fanno timidamente il tifo per Nizzolo, ma la corsa onestamente è già scritta. Vince Bennett e tutti a casa.

Per Philipsen la conferma della bontà della nuova squadra
Per Philipsen la conferma della bontà della nuova squadra

Pronostici azzerati

Ma a capo di una giornata così fredda e resa dura dal vento, che ha spezzato il gruppo in tre ventagli, magari ci sta che nulla vada come te lo aspetti. E così Jasper Philipsen decide di fare la sua volata e parte a centro strada, mentre Bennett a ruota di Morkov si prepara a scrivere il suo finale. Cavendish è dietro. Ha lavorato per il compagno e adesso viaggia a rimorchio della volata.

Sembra tutto scritto, quando Bennett fa la sola cosa che non dovrebbe fare. Molla Morkov e si sposta verso Philipsen. E a quel punto, senza il solito riferimento, non ha altra scelta che… stantuffare fino al secondo posto, mentre “Cav” arriva terzo e quasi gli scoccia.

Cavendish si è mosso benissimo nei ventagli
Cavendish si è mosso benissimo nei ventagli

Conferma Philipsen

«Ogni sprint è un po’ pazzo – racconta il vincitore – non so come l’abbiano fatto gli altri, ma noi siamo stati calmi. Eravamo in tre. Dries (De Bondt, ndr) ha preso in mano la situazione e ha lanciato il treno. Jonas (Rickaert, ndr) mi ha dato l’ultimo strattone con tutta la forza e io sono partito ai 200 metri. Una bella dimostrazione per chi pensa che questa sia la squadra di Mathieu Van der Poel e basta. In realtà la stanno costruendo bene, siamo incamminati sulla strada giusta».

Jasper Philipsen ha 23 anni ed è abbastanza inspiegabile che la Alpecin-Fenix sia riuscita a strapparlo alla Uae Team Emirates o forse sarebbe più corretto dire che è inspiegabile che il team degli Emirati se lo sia fatto soffiare. Cresciuto alla scuola di Axel Merckx, il belga lo scorso anno ha vinto a 22 anni una tappa alla Vuelta e ancor prima, nel 2017, lo avevamo visto vincere al Giro d’Italia U23 nel giorno di Gabicce. Sotto la mascherina ha gli occhi che brillano.

Sul podio, Bennett, Philipsen e Cavendish con insolite bottiglie griffate Lidl
Sul podio, Philipsen e Cavendish con bottiglie griffate Lidl

Orgoglio Cavendish

Cavendish batte i denti, sembra quasi che non riesca a parlare o che dentro di lui ci sia un terremoto di sensazioni. Il suo rientro in squadra è avvenuto da una sorta di porta di servizio, per cui sin da subito ha evitato le interviste e preferito lavorare in silenzio. Però lo vedi che il fuoco non è affatto sopito e davanti alla riga di un arrivo il guerriero è sempre lì che brucia.

«Non so se sono felice – comincia – la vittoria per la squadra sarebbe stata molto meglio. Personalmente mi rende già felice esserci. Il mio risultato? Ho vinto questa corsa per tre volte per cui pensavo che sul podio ci sarei potuto arrivare. Siamo arrivati in fondo. Eravamo in cinque: Sam, io e tre ragazzi per tirare lo sprint. Dovevamo preparare il treno e prendere il controllo. Ma ci siamo mossi un po’ troppo tardi e Philipsen è partito sulla sinistra. Sam (Bennett, ndr) arrivava da dietro e ho dovuto spostarmi per farlo passare. Lo sapete, lui ha la gamba ed è stato la nostra arma vincente al Tour de France. L’ho fatto passare e adesso non sono contrariato. Penso che volevamo vincere. Patrick (Lefevere, team manager della Deceuninck-Quick Step, ndr) si aspetta che vinciamo. Oggi eravamo per Sam, va bene tutto purché si vinca».
Da domenica prossima Mark sarà al Presidential Tour of Turkey per lavorare e mettere chilometri nelle gambe. La sua crescita è davvero convincente.

Negli occhi di Cavendish, emozione, fatica e… freddo
Negli occhi di Cavendish, emozione, fatica e… freddo

Disappunto Bennett

Bennett ha picchiato i pugni sul manubrio. Aveva tutto da perdere e alla fine l’ha perso. Sul podio l’effetto di due compagni di squadra al secondo e terzo posto non è mai bello e fa pensare che uno dei due abbia fatto il furbo. Solo in un secondo momento, guardando e riguardando la volata ci si rende conto che Cavendish aveva già concluso la sua fatica e che lo sbaglio è di Bennett, che perde la ruota di Morkov e si sposta verso Philipsen. Il resto sono il fuggi fuggi verso l’aeroporto e la chiusura della prima parte di Nord tristemente orfano della Roubaix. Prossime tappe il Tour of the Alps e le Ardenne. Poi arriverà la primavera e sarà tempo per il Giro d’Italia.

Jasper Philipsen, Vuelta 2020

Philipsen spegne il sogno di Cattaneo

05.11.2020
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A un certo punto, dopo la fuga sull’Angliru, Mattia Cattaneo ci la creduto, poi il grande sogno si è infranto a 3,5 chilometri dall’arrivo di Puebla de Sanabria e la tappa l’ha vinta Philipsen. Quando il vento si è messo contro e dietro i rivali si sono messi a tirare. E’ partito a circa 30 chilometri dall’arrivo, mollando la compagnia della grande fuga nata dopo appena 40 chilometri nella tappa più lunga della Vuelta (230,8 chilometri), corsa con il freddo più freddo. Il percorso era tutto un su e giù, con sei salite come colline, dal nome magari poco minaccioso ma capaci di sommare un dislivello di quasi 4.000 metri.

La fuga giusta

Colpetti di tosse frammentano il discorso. Dopo la tappa c’è stato il controllo, poi s’è trattato di tornare al pullman e fare la doccia. A quel punto, con l’acqua calda che riportava la voglia di parlare, la sua ricostruzione comincia.

«Alla fine non c’era tanto freddo – dice – mentre all’inizio ci ha fatto battere i denti. Io ho l’abitudine di partire sempre davanti e dopo 40 chilometri ho cominciato a vedere scatti e controscatti e una fuga che partiva con gente come Luis Leon Sanchez, Guillaume Martin e Rojas. C’erano due Sunweb, due Mitchelton. Era una bella fuga e io comincio a sentire le sensazioni giuste. Servirebbe la quarta settimana…».

Mattia Cattaneo, Vuelta 2020
Mattia Cattaneo, una Vuelta in crescita
Mattia Cattaneo, Vuelta 2020
Mattia Cattaneo, Vuelta in crescita

Contro il vento

Lo scatto è stato giusto. La salita è il suo terreno e l’ha gestita, senza che dietro guadagnassero chissà quanto. Poi quando la discesa si è addolcita e la strada si è allargata, sono iniziati i guai.

«Era dura con quel vento in faccia – dice – sarebbe bastato quel pizzico di fortuna di non trovarlo. Ho capito di avere i minuti contati quando sono arrivato con circa un minuto a 10 chilometri dall’arrivo. La strada si è allargata, la discesa è diminuita fino a un 2-3 per cento e il vento era teso. Dietro tiri cinquanta metri e ti sposti, davanti tiri sempre e non hai scampo. Il rammarico c’è, come ogni volta che vedi la vittoria e poi ti scappa. Ma so di aver dato tutto, per cui non c’è rimpianto…».

Urlo Philipsen

Sul traguardo Philipsen, che ha 22 anni e veste la maglia della Uae Team Emirates, ha cacciato un urlo animalesco, festeggiando per la prima tappa vinta in un grande Giro. Alle sue spalle, ugualmente sollevati ma certo meno euforici, gli uomini di classifica hanno apprezzato la neutralizzazione della tappa ai meno tre dall’arrivo: scelta della Giuria che ha permesso agli atleti di vertice di andare a letto con la stessa classifica di ieri.

«E’ fantastico – dice Philipsen – non posso descrivere quanto io sia felice per questa vittoria. Significa tanto per me. Ho aspettato il momento giusto per tutta la Vuelta e oggi è arrivato in modo proprio inatteso. Ci sono state tante squadre a controllare la corsa. La fuga era forte e ben assortita, ma ho visto il vento e posso dire che stare davanti era davvero duro. Ho cominciato a crederci chilometro dopo chilometro, ma stamattina non mi sarei mai aspettato una volata di gruppo. A me piacciono gli arrivi in leggera salita, questo era perfetto per me».

Con il passare dei giorni sembra sempre più chiaro che la Vuelta si deciderà sabato sulla Covatilla. A meno che Carapaz, non fidandosi di poter recuperare 39 secondi nel testa a testa, decida di inventarsi qualcosa.