Pioggia e cagnolini a Salerno: tutti giù per terra…

10.05.2023
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Evenepoel ha girato la bici e se ne è andato infuriato verso il pullman. La seconda caduta a due passi dal traguardo di Salerno lo ha mandato fuori dai gangheri. Il campione del mondo ha pedalato nell’ultimo chilometro smoccolando rabbia con l’ammiraglia, spiegando e gesticolando, mentre sotto le ruote scorreva un asfalto infido e pieno di acqua e salsedine.

La scivolata l’ha provocata una spallata contro Kirsch della Trek-Segafredo, che nei momenti successi all’arrivo è andato a spiegarsi con Remco, anche se la colpa probabilmente non è stata sua, ma del belga. Avuta la certezza di esser nel tratto neutralizzato, il campione del mondo infatti si è voltato verso sinistra deviando la linea sulla destra e per questo toccando il lussemburghese.

La Soudal-Quick Step si mette Evenepoel nel taschino: il rientro è agevole, il gruppo lo aspetta
La Soudal-Quick Step si mette Evenepoel nel taschino: il rientro è agevole, il gruppo lo aspetta

Pochi velocisti rimasti

Il pomeriggio è tetro, in barba al sole del golfo di Salerno che di solito conquista per il brillare del mare e gli scenari struggenti. Oggi il Giro d’Italia è stato duro e alla fine la vittoria di Kaden Groves nobilita i pochi velocisti rimasti in piedi malgrado le righe verniciate sull’asfalto che sembrano saponette. Se ne accorge Cavendish, che perde la ruota posteriore al momento di accelerare. Se ne accorge Milan. E se ne accorge Vendrame che ne fa le spese e finisce all’ospedale.

«E’ stata davvero una volata particolare – racconta Groves – con una grossa caduta proprio alla fine. Ho cercato di rientrare davanti grazie ai miei compagni di squadra, che poi hanno fatto un ottimo lavoro per posizionarmi bene per la volata. Devo dire che dopo la seconda tappa che non è andata bene, è davvero straordinario aver vinto a capo di una giornata così dura. La prima vittoria al Giro d’Italia è un bel risultato e la squadra se lo merita».

Il cambio di Zoccarato

Piove e questa volta la fuga va lontano. Si ritrovano in testa Zoccarato, Gandin e Champion, che si contendono i traguardi di giornata. La giornata è scura, la nebbia rende ancora più insidiose le traiettorie quando la corsa affronta l’Appennino, trasformando le discese in rischiosi toboga.

La prima caduta di Evenepoel l’ha provocata un allegro cagnolino che ricorda ai più il gatto nero di Pantani sul Chiunzi. Uscito dal giardino in cui probabilmente vive, ha deciso di buttarsi in strada. Lo sguardo con cui Evenepoel lo fulmina capendo la causa dello scivolone lo incenerisce, ma ormai la frittata è fatta.

Proprio approfittando di una rotonda più viscida di altre e della scivolata di una moto, Zoccarato prende il coraggio a quattro mani e prende il largo. La maglia bianca e verde buca l’oscurità e il sogno resta vivo fino al momento in cui il cambio elettronico della sua bici decide di averne avuto abbastanza e si blocca. Il veneto smanetta sulla leva, ma non succede nulla. Poi sgancia il piede e molla un paio di pedate al cambio, poi deve rassegnarsi a pedalare con il 53×14, che lo mette dritto nel mirino del gruppo.

Lo raggiungono a 6,7 chilometri dall’arrivo. E quando Zoccarato si volta e vede che il gruppo è tutto spaccato, maledice ancora di più il guasto meccanico (elettronico), senza il quale approfittando della caduta alle sue spalle avrebbe potuto sognare più a lungo.

Le strisce bianche

Cavendish si alza sui pedali, cambia ritmo e nel momento della massima accelerazione, la ruota posteriore sbanda. Stessa cosa per Jonathan Milan, che arriva secondo e sfiora seriamente la doppietta. Chi sbaglia il corridoio per uscire è forse Dainese, che prima di lanciarsi deve girare attorno a Cavendish.

«Abbiamo cercato di stare davanti – spiega Milan – di stare più coperti fino al finale. I compagni hanno fatto un lavoro perfetto, poi Andrea Pasqualon mi ha lasciato nel punto migliore per fare la volata. Sapevo che il finale un po’ chiudeva, perché lo avevamo visto su internet. Ho iniziato lo sprint, ho preso una delle righe bianche e mi è scivolata la ruota. Non dico che questo abbia influito sulla mia prestazione, ma sono contento di questo secondo posto. E’ la conferma che ci sono».

Leknessund forse sperava in un battesimo di sole per la sua maglia rosa, invece piove
Leknessund forse sperava in un battesimo di sole per la sua maglia rosa, invece piove

La rosa da difendere

E’ un Giro che si avvia verso il primo arrivo in salita di venerdì sul Gran Sasso, con una vena di nervosismo che lo scuote. E’ nervoso Evenepoel. E’ nervoso Roglic, che è caduto ed è arrivato al traguardo con la bici di Bouwman. Gli unici che in apparenza sembrano calmi sono i ragazzi di Tosatto, che pur nel finale di oggi, sono sempre rimasti davanti e al riparo dalle sorprese.

«La giornata è stata fredda – racconta Leknessund al primo giorno in maglia rosa – non è stata divertentissima. Ho cercato di godermi la maglia nei momenti in cui eravamo tutti insieme ed è stato davvero bellissimo. Il finale invece è stato davvero convulso, ma alla fine è andato tutto bene e ho salvato la maglia. Quando c’è stata la caduta a 7 chilometri dall’arrivo, ero nel secondo gruppo, però i miei compagni hanno fatto un ottimo lavoro e poi le squadre dei velocisti hanno lavorato per la volata. Siamo rientrati sul primo gruppo, cercando di stare al coperto. E adesso questa maglia voglio tenerla il più possibile. Non sarà facile, sarei sorpreso magari se l’avrò dopo la crono di Cesena, ma comunque lotterò ogni giorno. Anche sul Gran Sasso».

Zanette, vent’anni dopo come un tatuaggio sulla pelle

10.05.2023
8 min
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«E’ un ricordo ancora così vivo – dice a bassa voce Manuela Zanette – che fa strano anche a me pensare che siano già passati vent’anni. Non so se perché sono toccata direttamente, quindi lo percepisco in modo diverso, ma è un ricordo che continua, una persona che sicuramente ha lasciato un segno che nessuno si aspettava. Nonostante sia passato tanto tempo, io sono ancora la moglie di Denis. E’ come se fosse un tatuaggio che ho sulla pelle».

Quando Milan ha conquistato la tappa di San Salvo, pensando ai corridori friulani capaci di vincere al Giro d’Italia, il nome di Denis Zanette è saltato fuori accanto a quelli di Giordano Cottur e Franco Pellizotti. Il gigante buono di Sacile di tappe ne vinse due, la seconda nel 2001. E mentre si era all’alba della stagione 2003, che avrebbe corso nuovamente con la maglia della Fassa Bortolo, il suo grande cuore smise di battere. Fu un colpo durissimo da assorbire, allo stesso modo in cui pochi giorni fa la morte improvvisa di Gianluca Tonetti ha lasciato un’altra famiglia in lacrime. Come farsene una ragione? E come mandare giù quello che fu scritto nei giorni successivi?

Quando Denis chiuse gli occhi, aveva una moglie, una figlia di otto mesi e una di due anni. Oggi che le ragazze sono grandi, abbiamo bussato alla porta della loro mamma per farci raccontare suo marito e cosa rimanga di lui nelle loro vite.

Giro d’Italia 2023, il friulano Milan vince la seconda tappa del Giro d’Italia
Giro d’Italia 2023, il friulano Milan vince la seconda tappa del Giro d’Italia
La sensazione è che Denis non se ne sia mai andato…

Ho un gruppo di amici che si chiamano “Gli amici di Denis”, che per anni hanno organizzato le corse, con cui almeno una volta all’anno ci ritroviamo condividendo un sacco di cose. Con alcuni di più, con altri meno. Per cui anche le mie figlie hanno modo di vivere e condividere una parte che loro non hanno conosciuto. Paola, la più piccola, è nata il 9 maggio del 2002, in pieno Giro d’Italia, il giorno dopo che suo padre partì per il via da Groeningen, in Olanda. Denis poi è mancato che aveva 8 mesi, di conseguenza Paola non ha la possibilità di ricordare nulla. Mentre Anna, la più grande, ha dei ricordi. A volte chiedono, anche perché non siamo usciti completamente dal mondo del ciclismo.

Come mai?

Il ciclismo resta un interesse di famiglia, in più abbiamo parecchi amici. Faccio un po’ di nomi, per dare un’idea. Biagio Conte, Cristian Salvato, Roberto Amadio, Davide Rebellin. Il suo nome lo dico con il cuore in mano, perché per me è una ferita aperta. Davide l’ho vissuto parecchio, non tanto negli ultimissimi anni, ma prima era una presenza costante da noi e mi dispiace che non venga ricordato quanto Denis. E’ stato una persona veramente meravigliosa, come corridore e come uomo. Lui e Denis erano insieme da una vita.

Purtroppo Davide se ne è andato con un marchio addosso, come se per alcuni fosse un problema parlare di lui…

Mi riferivo proprio a questo e lo trovo tremendamente ingiusto.

Come fu per Denis partire per quel Giro il giorno prima che nascesse sua figlia?

Mi ricordo che la vide per la prima volta tre settimane dopo, quando andai a Montegrotto con la piccola. La prima cosa che mi disse Gonchar, con cui divideva la stanza, fu che Denis si fece un pianto spaventoso, perché era stata proprio una sofferenza, dettata però da una situazione di necessità. Il dovere prevaleva su qualsiasi cosa.

State seguendo il Giro d’Italia?

Lo guardiamo ovviamente. Non vi nego che per anni non l’abbiamo seguito, perché era più un dolore che un piacere. Quando poi ogni cosa trova il suo posto, si ricomincia a vivere in modo diverso, quindi lo seguiamo e abbiamo visto in diretta la vittoria di Milan e ce la siamo anche goduta. Sono fatiche, è bello quando vengono ripagate dalla vittoria.

Denis è stato è stato un uomo felice col ciclismo, secondo lei?

Ha avuto degli eventi che lo hanno ferito molto, però credo di sì. Quando sarò morta ne discuterò con lui e vedremo se è vero o meno. Mi sono fatta questa idea che Denis, amando molto la vita e amando molto i suoi amici e la famiglia, sia riuscito comunque ad avere delle note positive che gli hanno permesso di superare le cose avverse.

Nel 2002 Zanette corre alla Fassa Bortolo, come gregario di Basso, Baldato, Petacchi, Casagrande e Bartoli (foto bikenews.it)
Nel 2002 Zanette corre alla Fassa Bortolo, come gregario di Basso, Baldato, Petacchi, Casagrande e Bartoli (foto bikenews.it)
Quali cose avverse?

Non ha avuto una vita semplice. Anche lui ha perso il papà da giovane, quindi ha sempre dovuto lavorare. La sua è sempre stata una vita molto dura, però non è che gli sia pesata. Sapeva di doverlo fare. Ha sempre avuto rispetto nei confronti della vita e nei confronti degli altri, per cui viveva con serenità. Era sempre un uomo gioioso, ma anche giusto.

In che modo lo dimostrava?

Al funerale di Rebellin, ero con Roberto Amadio e si è avvicinato un ex collega dei tempi della Liquigas, mi pare un lombardo. Dalla tasca ha estratto una serie di foto con lui e Denis. Da lì ha iniziato a raccontarci degli aneddoti e ci ha fatto rivivere dei momenti che io non conoscevo. C’era anche mia figlia, la piccola, che solitamente ascolta i racconti degli amici, ma non aveva mai sentito parlare di suo padre persone che non conosce.

Che cosa raccontava?

Le ha raccontato una storia successa in Belgio. «Eravamo in un capannone e stavamo praticamente cenando – ha detto – quando è entrato un tale con la sigaretta. Denis si è alzato in piedi e gli è andato incontro perché c’era un divieto di fumo grande così. Lui è sempre stato ligio alle regole, per cui si è avvicinato con questo dito lunghissimo, perché Denis quando parlava puntava spesso l’indice, gli ha mostrato il cartello e gli ha detto che non si poteva fumare. E questo, spaventatissimo perché si è trovato davanti un omone di due metri, ha preso ed è uscito. E come se non bastasse – ha continuato a raccontare – la sera siamo andati in camera e io avevo lasciato il lavandino non pulito. Lui è venuto a chiamarmi e mi ha detto: “Ma chi viene dopo di te cosa deve fare? A casa, pulisce tua moglie o lasci pulito tu?”».

E sua figlia?

E’ rimasta veramente colpita e mi ha detto: «Finalmente sento raccontare qualcosa di diverso».

Ivan Basso, fresco vincitore del Giro 2006, al Criterium in onore di Zanette, suo compagno alla Fassa Bortolo
Ivan Basso, fresco vincitore del Giro 2006, al Criterium in onore di Zanette, suo compagno alla Fassa Bortolo
Anche a casa era così preciso?

Molto ordinato. Quando aveva due minuti, dato che adorava suo fratello Claudio che fa il decoratore edile, andava nel capannone e lo riordinava. Ci teneva come forma mentis. Io ho imparato da lui a fare le valigie e a far stare le cose nei bauli delle macchine. Aveva tutto ordinato, tutto incastrato e io non capivo come facesse.

Scusi la domanda, che cosa ha provato quando sui giornali la sua morte fu affiancata a tutti quei sospetti?

La rabbia penso sia inevitabile, vista e considerata la situazione. Io penso che il giornalista abbia un ruolo fondamentale, in modo particolare al giorno d’oggi. Deve sapersi estraniare dalla situazione per raccontarla al meglio, ma deve avere anche la grande capacità di capire i contesti. E secondo me le tragedie devono sempre e comunque essere rispettate. Glielo posso assicurare: io sono stata colpita a morte più di una volta ed è una cosa che ancora faccio fatica ad accettare. A distanza di anni sono cose che rimangono scritte nero su bianco e le mie figlie ne sono state colpite più di qualche volta.

Ha potuto spiegarglielo?

Ovviamente da madre ho cercato di fare protezione e di raccontare le cose com’erano, ma non è stato semplice. Per questo, ci sono delle cose che io non perdono. Purtroppo nella mia vita ho sempre avuto un grande rispetto degli altri. Dico purtroppo perché se non ce l’avessi, avrei fatto strage: ho una lingua che è capace di fare strage. Io rispetto il lavoro di tutti, ma ci sono stati dei momenti in cui ho odiato i giornali e per anni ho comprato solo Il Sole 24 Ore. C’è di buono che le persone intorno conservano il ricordo del Denis che hanno conosciuto e non quello che hanno letto.

Nel 2019 a Brugnera, Jaramillo Nicolas Gomez vince il Memorial Zanette (photors.it)
Nel 2019 a Brugnera, Jaramillo Nicolas Gomez vince il Memorial Zanette (photors.it)
Come l’ha superato?

Dico sempre che nella mia vita sono stata sfortunata, ma anche tanto fortunata, perché ho attorno persone e famiglie cui posso solo dire grazie. Ho degli amici senza cui sarei morta io. Ho avuto un Roberto Amadio che per anni ha frequentato tutte le settimane casa mia. E se non la frequentava, telefonava per sapere se avessimo bisogno di qualcosa e come stessimo. Cristian Salvato con la sua famiglia. Flavio Vanzella. Biagio Conte. Nella mia sfortuna, sono una donna fortunata.

In casa è rimasto qualcosa del Denis corridore?

Sì, certo. Se avessi voluto cancellare il ciclismo dalla mia vita, avrei dovuto escludere anche buona parte dei nostri amici. Invece per andare avanti, bisogna saper affrontare la realtà. Così ho continuato a vivere la mia vita. Ho cambiato casa, ma era già in programma, e le sue cose sono lì perché fanno parte della vita mia e delle mie figlie. E’ una parte che c’è stata e che è stata fondamentale e che comunque resterà fondamentale per le ragazze. Quindi sì, è giusto così.

Esiste una foto di voi due insieme?

Sì, esiste, ma non gliela mando. Io sono una che ama molto leggere e immaginare come potrebbe essere quello di cui leggo. Mi piace che anche gli altri lo facciano leggendo le mie parole.

Per Milan una volata da pistard? Risponde Martinello

08.05.2023
5 min
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Silvio Martinello di volate sull’asfalto e sul parquet ne ha fatte un’infinità e pochissimi come lui possono dare un giudizio sull’imperioso sprint di Jonathan Milan sul rettilineo di San Salvo.

Il gigante della Bahrain-Victorious ha scavato un solco proprio negli ultimi metri e ha disputato uno sprint con una cadenza pazzesca, ben oltre le 120 rpm. Una volata così ci è parsa molto da pistard. Pensieri che abbiamo condiviso con Martinello appunto.

Sappiamo che il friulano aveva un 55-40 anteriore e un 11-30 al posteriore. Jonathan non ha fatto la volata con l’11 al posteriore, almeno fino al momento in cui gli si è aperto il varco e ha iniziato a spingere a tutta. Ma ci dicono che a fine gara avesse l’11 in canna, pertanto è lecito pensare che lo abbia inserito negli 50 metri (probabilmente, quando abbassa la testa per l’ultima volta).

La cosa bella è che pur con un dente in più mantiene quella cadenza. Ma al netto di queste congetture ponderate, partiamo da quel che c’è di concreto.

Il solco che ha scavato Milan negli ultimi metri è pari ad una bici
Il solco che ha scavato Milan negli ultimi metri è pari ad una bici
Silvio, rivedendo la volata dall’alto Milan fa una differenza pazzesca negli ultimi 30-40 metri. In quel frangente dà una bicicletta di vantaggio a tutti…

Vero, quella differenza che Jonathan è riuscito a fare negli ultimi metri è perché ha mantenuto la frequenza di pedalata molto elevata. La stessa che era riuscito ad esprimere fin dal momento in cui ha deciso di partire. Gli altri invece non ci sono riusciti.

Una volata di personalità…

Si è scoperto un velocista importante. Per carità, Milan le sue volate le aveva già vinte, ma in contesti completamente diversi. Quello del Giro d’Italia è un palcoscenico di maggiore rilevanza, con sprinter di grande spessore. Credo che questo successo lo proietti in una nuova dimensione. Ora chiaramente dovrà riconfermarsi perché il ciclismo è così.

Spiegaci meglio…

Il giorno dopo si riparte e si rimette in gioco tutto. Siamo di fronte ad un atleta che se conferma queste belle cose potrà offrire qualcosa di molto, molto interessante. E cosa non secondaria, ieri per me ha acquisito grande consapevolezza.

Torniamo al discorso della cadenza, l’elemento che più ci ha colpito del suo sprint… Sembrava quasi che spingesse un dente in meno degli avversari…

Non ho informazioni sul rapporto che ha utilizzato. Ma teniamo in considerazione che quello di ieri era un rettilineo senza difficoltà quindi da potenza, da forza pura. Senza contare che lo sprint è stato disputato leggermente controvento. La Alpecin-Deceuninck ha fatto un ottimo lavoro e Jonathan è stato abilissimo a sfruttarlo in qualche modo.

Cioè?

Per me, lui la la volata l’ha vinta in due frangenti. Il primo: all’ultima curva, grazie anche al lavoro di Pasqualon, quando è riuscito a portarsi sulla ruota di Kaden Groves, il quale aveva due compagni di squadra che lo hanno lanciato. Il secondo: è stato bravo/fortunato, nel momento in cui è partito lo sprint. Si è dato qualche spallata con Bonifazio che ha perso il duello fisico. Questo poteva indurlo ad andare sulla destra (alle transenne, ndr) e restare chiuso.

Milan invece si è buttato al centro…

Esatto, ma soprattutto in quel modo si è aperta la strada davanti a lui. In quell’istante ha scaricato tutta la sua potenza e ha fatto la differenza (ed è vero, dall’inquadratura aerea si vede un netto cambio di ritmo, ndr). Ieri era indubbiamente il più forte. Ripeto: mi auguro che questo successo gli dia quella consapevolezza nei propri mezzi che serve molto… soprattutto al velocista. E lo stesso alla sua squadra. Merita fiducia anche per i prossimi traguardi.

Martinello (a sinistra) impegnato con Villa nella madison. Silvio si augura che Milan possa portare avanti questa disciplina della pista
Martinello (a sinistra) impegnato con Villa nella madison. Silvio si augura che Milan possa portare avanti questa disciplina della pista
Parliamo invece dello stile di Milan. Facendo un’analisi quasi estetica, non è ancora compostissimo. Per esempio al suo fianco c’era Groves che era schiacciato sul manubrio. Jonathan invece era più alto e muoveva moltissimo le spalle. Forse c’è ancora qualcosina da migliorare?

L’atteggiamento estetico è relativo. Che Milan si muova parecchio è vero, ma comunque ha un ottimo stile. Nello sprint viene abbastanza naturale scomporsi, soprattutto quando – come lui ieri – ti stai rendendo conto che stai vincendo e subentra anche un po’ il timore di essere rimontato. Pertanto vai a cercare tutte le energie che hai a disposizione, utilizzando anche la parte superiore del corpo. Quando prima parlavo di consapevolezza nei suoi mezzi, mi riferivo anche a questo aspetto: le volate gli diventeranno più naturali e resterà più composto. Ma alla fine quello che conta nel ciclismo è passare per primo sulla linea d’arrivo!

Milan nei mesi scorsi in pista in via non ufficiale ha fatto anche delle madison, che richiedono un altro colpo di pedale rispetto ai più “statici” inseguimenti siano essi a squadre o individuali: secondo te gli hanno dato questa brillantezza ulteriore?

Sicuramente sì e mi auguro che continui su questa strada. Le madison lo aiuteranno a migliorare aspetti che negli sprint di gruppo sono determinanti: come la velocità, il momento in cui partire, il colpo di pedale… 

Ti ricorda qualche velocista del passato? Anche per il suo stile?

Mi ricorda un po’ Marcel Kittel. C’è anche una certa somiglianza nella struttura fisica. Ma è anche vero che ha vinto con una tale differenza che col tempo potrei paragonarlo anche a Petacchi e poi ancora a Cipollini. Loro due vincevano con questi margini. Nel ciclismo è bello e curioso fare accostamenti, però sono accostamenti che possono anche diventare ingombranti, quindi aspettiamo un po’.

EDITORIALE / Caro Fabretti, riduciamo le dirette?

08.05.2023
6 min
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Raccogliamo la palla lanciata ieri da Cristiano Gatti su Tuttobiciweb a proposito delle parole pronunciate da Alessandro Fabretti al Processo alla Tappa, sulla noia delle prime cinque ore della tappa di San Salvo, e la rilanciamo con altri argomenti.

Il Processo alla Tappa

Che cosa ha detto Fabretti, responsabile in Rai per il ciclismo, della cui bravura siamo certi e che ha giustamente lanciato il sasso nello stagno? Ieri durante il Processo eravamo assieme a Jonathan Milan, per cui non siamo riusciti a seguirlo. Ci siamo però messi in pari stamattina, dopo aver letto l’articolo di Gatti.

«Una tappa che ci ha ripagato della noia – ha detto Fabretti commentando la giornata – io la definisco così, delle prime cinque ore. Praticamente fino a quattro chilometri dalla conclusione, è successo poco o niente (…), fino a quella caduta che ha acceso la miccia. Insomma, una tappa veramente noiosa, classico cliché degli ultimi anni».

La seconda tappa del Giro è partita da Teramo in un giorno tiepido e in un clima di grande calma
La seconda tappa del Giro è partita da Teramo in un giorno tiepido e in un clima di grande calma

«Una corsa – ha continuato – una tappa vista mille volte (…), ma noi dobbiamo avere rispetto anche degli spettatori. Caro Stefano Garzelli, mi dispiace ma lo spettatore per cinque ore ha guardato esattamente la stessa situazione. Certo, ci sono le meraviglie dell’Italia, ma per esempio (si potrebbero) limitare le tappe a un chilometraggio. Voglio dire, la prima tappa del Giro d’Italia era di 397 chilometri. I tempi sono cambiati. Il volley ha immaginato tempi televisivi e ha previsto il tie break all’ultimo set arrivando a 15. Il tennis ha messo il super tie break addirittura. Insomma, qui secondo me bisogna ridurre il chilometraggio, perché sennò veramente cacciamo i telespettatori dal ciclismo».

La nota stonata

Lo scambio di battute è andato avanti, coinvolgendo la postazione da cui Francesco Pancani ha stigmatizzato le fughe lasciate andare dal gruppo perché fanno comodo a tutti, senza un minimo di bagarre. E mentre il dibattito andava avanti e venivano alla mente le dichiarazioni del Giro 2022 in cui si spiegava l’incredibile difficoltà del prendere la fuga (fenomeno che si riproporrà certamente a breve), abbiamo avuto la sensazione di una nota stonata nelle parole di Fabretti.

Il Processo alla Tappa entra nel vivo con la provocazione di Fabretti sul ridurre le tappe (immagini Rai)
Il Processo alla Tappa entra nel vivo con la provocazione di Fabretti sul ridurre le tappe (immagini Rai)

Il bello di RaiPlay è che puoi mandare indietro e riascoltare, finché alla fine siamo arrivati al dunque: «Il volley ha immaginato tempi televisivi e ha previsto il tiebreak all’ultimo set arrivando a 15. Insomma, qui secondo me bisogna ridurre il chilometraggio, perché sennò veramente cacciamo i telespettatori dal ciclismo».

I tempi televisivi. Lo sport in mano al marketing. Il rispetto del telespettatore e sempre meno per l’atleta, che dovendo stare ai tempi televisivi e alle esigenze di spettacolo, viene additato se non fa ogni giorno fuoco e fiamme.

La diretta integrale

E’ giusto che il ciclismo cambi pelle per assecondare le esigenze televisive, nel cui nome ad esempio ha già spostato gli arrivi all’ora di cena, impedendo il miglior recupero degli atleti? E così, mentre eravamo qui a ragionare sul tema, col pensiero siamo finiti proprio sul tennis.

Quando iniziano i tornei più importanti, ad esempio quelli del Grande Slam, c’è tutta una prima fase che in televisione non viene mostrata: quella delle qualificazioni, in cui atleti in cerca di luce (come quelli andati in fuga ieri, in apertura tirati da Mattia Bais) lottano fra loro per approdare alle fasi finali e scontrarsi con i big. Durante quella fase, i campioni palleggiano, si allenano, passano il tempo. Nessuna diretta sui piccoli, semmai i risultati a fine giornata e i due scambi più belli in differita. Il vero torneo inizia dopo.

Torniamo al ciclismo. La diretta integrale di tappe del Giro, bellissima introduzione all’inizio degli anni 90, riguardava le frazioni più importanti (quelle con tante salite, spesso decisive per la classifica), anche per costi di produzione ben superiori rispetto a quelli attuali. Qual è invece il senso di proporre la diretta integrale di una tappa di 220 chilometri, piatta come il mare che costeggia?

Serve per contenere il maggior numero di spot pubblicitari? Serve per occupare la rete per tutto il pomeriggio e non dover ricorrere ad altri contenuti? Oppure serve per il pubblico del ciclismo?

Se è per loro, i veri tifosi sono perfettamente consapevoli del fatto che una tappa piatta di 220 chilometri potrebbe essere noiosa, per cui si organizzano e fanno altro in attesa della volata: difficilmente il vero tifoso parlerà di tappa noiosa. D’altra parte vogliamo supporre che in Italia esistano milioni di persone che passano ogni santo pomeriggio di maggio sul divano a guardare il Giro, senza null’altro da fare?

Se la tappa va per le lunghe, gli studenti studieranno togliendo il volume. Chi deve lavorare proseguirà nel lavoro, sapendo che certe corse si accendono solo alla fine. In ogni caso, Milan ha tagliato il traguardo alle 17,28, in linea con la tabella di marcia più lenta, quindi nei limiti previsti.

Un altro sport

Che cosa accade invece se la tappa di 220 chilometri viene ridotta a 120? Succede che nelle gambe degli atleti va meno fatica. Che la volata di ieri magari non la vince Milan. E che alla lunga il recupero smette di essere la vera discriminante di un grande Giro. Si cambia pelle al ciclismo, finendo nello stesso binario di chi vorrebbe un Tour di tre settimane, Giro e Vuelta di due.

La maglia ciclamino è un altro premio per la prima vittoria di Milan al Giro
La maglia ciclamino è un altro premio per la prima vittoria di Milan al Giro

Noi non siamo d’accordo. Se invece la pretesa è che i corridori vadano sempre a tutta, allora il paradosso successivo è spingere ancora di più sul gas, con conseguenze che non vogliamo neppure immaginare. Il ciclismo non è la pallavolo, non è il tennis e soprattutto non è il wrestling.

Ecco la palla che rilanciamo a Gatti e a Fabretti: facciamo la diretta in base alle stelle di difficoltà che caratterizzano le singole tappe. Si tenga la rete pronta a intervenire in caso di attacco imprevisto e fuori dall’ordinario. E magari si dia spazio ad altre discipline che nel periodo del Giro subiscono il ciclismo, come il ciclismo per tutto l’anno subisce il calcio.

I valori tecnici dello sport ne risulterebbero rispettati e tutelati. Gli atleti sarebbero con mezzo piede fuori dal tritacarne. E le minori ore di diretta sarebbero più intense e piene di contenuti. Facciamo che a cambiare sia il palinsesto, insomma, non lo sport.

L’urlo di Milan fa tremare San Salvo

07.05.2023
5 min
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SAN SALVO – Pasqualon e la sua barba ridono e sprizzano felicità. Il suo compagno di stanza Jonathan Milan ha appena schiantato il gruppo dei velocisti e nella vittoria c’è stato il potente zampino del corridore veneto approdato quest’anno alla Bahrain Victorious.

«Lo sapevo che oggi avrebbe vinto – grida Pasqualon per farsi sentire nella baraonda del dopo arrivo – perché ha la gamba, lo avevamo visto nella cronometro. Ero certo che se l’avessi lasciato al posto giusto, avrebbe fatto una grande volata. Ho fatto il doppio lavoro, ma così abbiamo preso la rotonda davanti. Non doveva partire prima dei 300 metri. Così è andata ed è stato fantastico.

«Il finale era difficile e c’era quella strettoia. Abbiamo fatto 20 chilometri davanti per non prendere rischi. Gli dicevo di guardare avanti. Eravamo in tre: Johnny, Caruso e io. La cosa importante era metterli entrambi nella posizione giusta, perché Damiano è in classifica e la caduta c’è stata fuori dai 3 chilometri. Quando ho visto che Damiano era al sicuro, mi sono dedicato a Milan…».

Pasqualon lo ha pilotato alla grande: i due sono compagni di stanza
Pasqualon lo ha pilotato alla grande: i due sono compagni di stanza

“Solamente” la volata

A San Salvo c’è la gente delle grandi occasioni. Una marea di pubblico che ha invaso il villaggio d’arrivo e poi si è riversata sulle transenne, cosicché quando Milan lascia esplodere la sua volata, l’arrivo trema e poi esplode. Johnny passa e non smette di urlare. Il suo diesse Pellizotti, raggiunto al telefono, dice che non era certo che Jonathan potesse districarsi nel caos della prima volata del Giro, in mezzo a velocisti freschi e scaltri come gatti selvatici. Ma quando davanti alle ruote del friulano si è aperto il varco e Bonifazio si è spostato, allora la musica è cambiata.

«I ragazzi hanno fatto veramente un ottimo lavoro – mormora Milan e sembra quasi in trance – mi hanno tenuto tranquillo nelle prime posizioni. Per tutti gli ultimi chilometri mi ripetevano sempre: “Ora stai tranquillo, stai tranquillo, stai dietro di noi. Stai coperto. Bevi. Mangia”. Alla fine mi hanno guidato nelle prime posizioni del gruppo e io ho dovuto… solamente fare la mia volata. Sono davvero contentissimo per questo. Devo dire un immenso grazie alla squadra…».

La tappa si è trascinata a lungo al piccolo trotto: nel finale l’andatura è impazzita
La tappa si è trascinata a lungo al piccolo trotto: nel finale l’andatura è impazzita

Un urlo liberatorio

Il sorriso. Il silenzio. Le parole a bassa voce. Qualche lacrima. Nell’intervista durante il viaggio di andata verso Pescara, avevamo avuto la sensazione del bambino al cospetto della corsa dei sogni. Nonostante sia un campione olimpico, l’idea di debuttare al Giro lo scuoteva dentro. E oggi che il sogno di vincere una tappa si è avverato, guardandolo negli occhi e ricordando le prime chiacchierate di quando era dilettante, riconosciamo un’emozione che forse non aveva mai provato prima

«Quell’urlo – racconta – è stato liberatorio. Mi sono passate in testa tante cose. Tanti allenamenti fatti a tutta. I brutti momenti passati all’inizio stagione con le cadute. La stanchezza che ho avuto addosso. Poi ho pensato alla mia famiglia che mi guardava da casa – qui si commuove e trattiene a stento una lacrima – ecco tutto qua. Mio padre aveva corso il Giro prima di me, non sapete quanto sia importante esserci arrivato».

Quando ha potuto sprigionare la sua potenza, alle spalle si è scavato un solco
Quando ha potuto sprigionare la sua potenza, alle spalle si è scavato un solco

Vigilia nervosa

Aveva sviato ogni attesa legata alla crono, non avendola preparata. Il suo avvicinamento al Giro non è stato dei più sereni. Il trapelare delle voci per cui il prossimo anno andrà alla Trek avrebbero potuto guastare i rapporti in squadra e forse qualche mal di pancia in casa Bahrain Victorious c’è anche stato. Invece alla fine la squadra ha scelto per il meglio. Pellizotti ribadisce che se hanno deciso di portarlo, la fiducia è massima.

«Dopo le classiche – dice Milan raccontando gli ultimi tempi – mi sono allenato il più possibile per non soffrire le salite e arrivare alla fine delle corse il più veloce possibile e credo che abbiamo fatto un ottimo lavoro. Quando ho tagliato la linea del traguardo è stata un’emozione che mi è salita dentro. Ero praticamente scioccato e lo sono tutt’ora per la volata che ho fatto».

Raccontando la sua vittoria, Milan è passato da momenti di gioia, all’incredulità, fino alle lacrime
Raccontando la sua vittoria, Milan è passato da momenti di gioia, all’incredulità, fino alle lacrime

Grazie al CT Friuli

Prima di salutare, qualche parola di gratitudine va anche al Cycling Team Friuli, in cui è sbocciato. Fu Roberto Bressan tre anni fa a portarlo al cospetto di Marco Villa in un ritiro azzurro in Slovenia, perché potesse valutarlo e farne una delle colonne del quartetto d’oro a Tokyo. E furono ancora loro a convincerlo delle sue potenzialità anche su strada: l’autorità e lo stupore con cui Jonathan vinse in volata la tappa di Rosà al Giro U23 del 2020 fu solo l’antipasto della potenza mostrata oggi.

«La cosa speciale di quella squadra – sorride – sono l’amore e la passione che i direttori sportivi e tutto lo staff mettono nel tirare su gli atleti. Penso che il segreto del fatto che in quell’angolo di Friuli ci siano tanti buoni corridori è solo questo. Perché di fatto io sono lo stesso di stamattina, solo con un risultato in più. Mi sono messo in gioco, tutta la squadra oggi lo ha fatto e mi ha dato fiducia e per questo devo ringraziare veramente tutti. Non penso di essere cambiato tanto in questi pochi minuti…».

In attesa che Milan torni dalle premiazioni, al bus Bahrain si stringono mani e si commenta la corsa
In attesa che Milan torni dalle premiazioni, al bus Bahrain si stringono mani e si commenta la corsa

La serata ha il sapore dolce della vittoria tricolore. Il Giro d’Italia è bello quando ci fa parlare italiano ed è anche meglio quando a farlo è un giovane di grande talento su cui costruire un’ipotesi di futuro. In casa Bahrain Victorious stasera si brinderà e poi si tornerà a guardare il percorso. Domani può essere un’altra bella giornata, altre per Milan ne verranno. Caruso è uscito indenne dalla trappola della caduta. Con il mare davanti e le montagne ancora bianche alle spalle, il Giro manda in archivio la seconda tappa. Ci vediamo domani.

Milan verso il debutto con l’emozione di un bambino

04.05.2023
5 min
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In tre anni da professionista, le gare di Milan in Italia sono state nove, con il grosso contributo della Settimana Italiana in Sardegna nel 2021 (cinque tappe) preparando le Olimpiadi. Il Giro d’Italia per il friulano sarà un’immersione come mai gli era capitata. Resta da capire se un atleta che ha già vinto le Olimpiadi, quindi il massimo cui uno sportivo possa ambire, provi emozione andando alla partenza della corsa rosa. E la risposta è immancabilmente positiva (in apertura, Jonathan in una foto da Instagram).

Milan ha vinto l’oro olimpico, titoli mondiali ed europei (qui a Monaco 2022 nell’inseguimento), ma freme per il Giro
Milan ha vinto l’oro olimpico, titoli mondiali ed europei (qui a Monaco 2022 nell’inseguimento), ma freme per il Giro

In viaggio con Stangelj

Jonathan ha raggiunto Pescara in auto con Gorazd Stangelj, tecnico del Team Bahrain Victorious: appuntamento a Palmanova ieri mattina alle 8 e poi 620 chilometri fino all’Abruzzo.

«Un lungo viaggio – sorride – ma francamente pensavo peggio. Cosa penso sul fatto che debutterò al Giro d’Italia? Bello, sono emozionato e contento. Il primo Giro, vediamo cosa succederà e… Sono davvero contento. Davvero contento».

Nella ripetizione c’è l’entusiasmo di un ragazzo di 22 anni, che avendo già vinto tanto, potrebbe anche aver messo certe emozioni in un cantuccio, ma non è così. Jonathan Milan discende da una famiglia di ciclisti, il Giro d’Italia è sempre stato un periodo di festa.

«Giustissimo quel che dite – conferma – io il Giro lo guardavo quando ero piccolo, sempre con mio papà. Mi ricordo ancora tutti i pomeriggi seduti insieme sul divano a guardare le tappe. Ricordo anche uno dei primi Giri d’Italia di De Marchi (entrambi sono nati a Buja, ndr), che andammo proprio a vedere. Era il 2011 e andai con mio padre, mio fratello e tutta la mia famiglia. Facevamo il tifo per Alessandro, ricordo che la corsa passava per Cornino (13ª tappa, Spilimbergo Grossglockner, vinta da Rujano su Contador, ndr)».

Milan stringe i denti al Croazia dello scorso anno: le salite lunghe sono troppo per lui
Milan stringe i denti al Croazia dello scorso anno: le salite lunghe sono troppo per lui
Cos’è che ti mette un po’ più di ansia? Il fatto che siano tre settimane, che ci siano salite lunghe…

Anche questo è un punto di domanda, perché non so ancora come possa reagire il mio fisico. E’ ovvio che sia motivato, però non si sa. Questo è l’aspetto che mi dà più preoccupazione. Ovvio che abbia persone attorno, i direttori sportivi e i compagni di squadra, che mi hanno già dato i loro consigli su come gestirmi, sul fatto di non andare fuori giri già nei primi giorni. Se ci sarà da lavorare, lavorerò. Se avrò spazio, proverò a prenderlo. Insomma, si cercherà di fare il meglio.

Dicono tutti che un grande Giro aumenta la cilindrata del motore, cosa ne pensi?

Penso che sia vero, perché correre tutti i giorni per tre settimane è qualcosa di diverso dal solito. Insomma, a livello fisiologico succedono cose. 

Al Saudi Tour, nella terza tappa a Abu Rakah, ha difeso la maglia conquistata con la vittoria del giorno prima
Al Saudi Tour, nella terza tappa a Abu Rakah, ha difeso la maglia conquistata il giorno prima
In squadra avete parecchi uomini di classifica, anche tosti: Caruso, Mader, Jack Haig. Il tuo sarà un Giro per lavorare o ci sarà spazio per provare qualcosa?

Prima di tutto, sarò a disposizione della squadra e farò quello che mi chiederanno di fare. Ci sarà il momento per tirare e magari ci sarà l’occasione che mi sento bene e può darsi che abbia libertà. Prendiamo una cosa alla volta.

La prima crono potrebbe essere adatta a te?

Direi di no. Non perché non vada bene a cronometro, ma perché non ho avuto tanto tempo per preparare una crono e al giorno d’oggi non si inventa niente. Sarà sicuramente un bel banco di prova, però…

Jonathan Milan è professionista dal 2021. E’ alto 1,94 e pesa 84 chili. E’ un atleta velocissimo
Jonathan Milan è professionista dal 2021. E’ alto 1,94 e pesa 84 chili. E’ un atleta velocissimo
Di sicuro la crono di Monte Lussari, dalle tue parti, non è adatta a te.

Ma nonostante questo, lassù troverò i miei tifosi che mi aspettano. Non vedo l’ora di vedere quale accoglienza mi riserveranno. Sarà una bella passerella anche quella, quasi l’obbligo di finire il Giro per passare davanti a loro.

Che rapporto hai con le grandi salite?

Penso che non avrò mai un rapporto d’amore. Mi sono allenato per cercare di fare il meno fatica possibile nei tratti duri, ma gli scalatori sono un’altra cosa. Se dovessi lavorare con la fantasia, immagino di scollinare in un gruppetto da una salita e andare poi a giocarmi la volata fra i pochi rimasti. Sarebbe una bella soddisfazione. E’ anche vero che quando la strada va su e fanno un passo al limite, si fa dura. Ma è ovvio che dove si può, si proverà.

Milan debutterà al Giro accanto a Damiano Caruso, uno dei leader della Bahrain Victorious
Milan debutterà al Giro accanto a Damiano Caruso, uno dei leader della Bahrain Victorious
Hai sfogliato il percorso?

Sì e mi pare bello duro. Dopo tre settimane, non so come reagirà il mio fisico. Dovrò avere una buona gestione dello sforzo della gara e di ogni più piccolo aspetto. 

Che clima c’è attorno a Caruso e gli altri?

Abbiamo una bella squadra, pronta e forte. Siamo tutti belli motivati.

Primo grande Giro: cosa cambia nel motore?

16.03.2023
7 min
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Le parole di Andrea Fusaz su Milan, scritte ieri a proposito della partecipazione di Jonathan presto o tardi a un grande Giro, hanno acceso la luce su un tema molto interessante. Che cosa cambia nel motore di un atleta dopo la corsa di tre settimane? A leggere le tante interviste, si tratta di uno snodo cruciale della carriera, quello che fa diventare grandi (in apertura, il primo Giro di Vincenzo Nibali, nel 2007, a 22 anni). Però che cosa succede effettivamente nell’organismo del corridore? Lo abbiamo chiesto ad Andrea Morelli, Responsabile Laboratorio Analisi del Movimento presso Mapei Sport, che nella sua carriera ha seguito e segue ancora svariati professionisti alle prese con simili passaggi.

Andrea Morelli è il Responsabile Laboratorio Analisi del Movimento presso Mapei Sport
Andrea Morelli è il Responsabile Laboratorio Analisi del Movimento presso Mapei Sport
Quali sono i condizionamenti che si attuano nel corpo dell’atleta?

Prima di tutto hai un aumento impressionante del carico di lavoro, perché una corsa a tappe breve, piuttosto che dei blocchi di lavoro in allenamento non permettono di produrre un carico di lavoro tanto elevato. Quindi una sequenza di giorni così lunga come quella che si ha in una corsa di tre settimane, non riesci a simularla. Quando magari fai 2-3 settimane di altura, comunque devi gestire il carico e lo scarico. Attui una programmazione che arriva a fare un certo numero di ore alla settimana, ma non ai livelli di un grande Giro.

Dove avvengono i cambiamenti più significativi?

In una corsa a tappe, lo stimolo che hai a livello centrale, quindi a livello del sistema cardiocircolatorio e respiratorio, è molto alto. Soprattutto le intensità che sviluppi in gara non sono mai quelle che riesci a fare in allenamento, anche se sei molto motivato. Quindi la sequenza elevata di giorni, mettendo insieme anche i livelli di intensità che produci, danno uno stimolo molto grosso dal punto di vista centrale.

Basso ha debuttato al Giro nel 1999 a 21 anni: è stato fermato dopo 7 tappe. Qui è con Boifava, suo team manager alla Riso Scotti
Basso ha debuttato al Giro nel 1999 a 21 anni: è stato fermato dopo 7 tappe. Qui è con Boifava, suo team manager alla Riso Scotti
Di cosa parliamo?

Di massimo consumo di ossigeno, che è legato sia a delle caratteristiche di scambio dell’ossigeno a livello muscolare, sia dal punto di vista della gittata cardiaca. Quindi gli adattamenti che tu puoi portare a livello del cuore sono molto elevati. Poi c’è la parte muscolare. Il fatto di produrre dei livelli di potenza e quindi di forza a livello periferico produce degli adattamenti anche sul piano nervoso e cellulare, per quanto concerne il muscolo. Quindi il discorso si può inquadrare in diversi aspetti.

Ti seguiamo, fai strada…

Dal punto di vista fisiologico c’è quello che abbiamo appena detto. Dal punto di vista antropometrico ci sono degli adattamenti legati al fatto che la corsa produce un dimagrimento di un certo tipo, quindi lavori anche sul discorso massa magra e massa grassa. Un dispendio energetico così elevato porta il corpo a lavorare in riserva. Quindi svuoti le riserve energetiche, poi le riempi. Infine c’è un discorso legato anche all’aspetto mentale, alla fatica mentale.

Filippo Ganna, Giro d'Italia 2020, Valdobbiadene
Ganna ha corso il primo Giro nel 2020 a 23 anni: ha vinto le 3 crono e l’arrivo di Camigliatello senza grossi cali
Filippo Ganna, Giro d'Italia 2020, Valdobbiadene
Ganna ha corso il primo Giro nel 2020 a 23 anni: ha vinto le 3 crono e l’arrivo di Camigliatello senza grossi cali
Legato alla sopportazione della fatica?

In quelle tre settimane, produci una fatica acuta. C’è anche quando fai un allenamento duro, una tappa dura o una gara dura. Però in un Giro questo carico si ripete e quindi ti abitui a stressare il corpo in modo continuativo. E quindi anche dal punto di vista motivazionale, al termine di una corsa a tappe, puoi dire: «Cavoli, sono riuscito a finire tre settimane di gara». Che magari prima, soprattutto se sei giovane, ti ponevi una serie di dubbi sulla tua capacità di farlo. Riuscire a reggere quel carico di lavoro ti fa sentire di essere migliorato. E’ una consapevolezza importante.

Torniamo al motore, adesso…

C’è il discorso del recupero. Tenendo presente la supercompensazione, per cui quando applichi un carico, poi lo recuperi e ti porti a un livello successivo, se assimili un carico di lavoro così importante, sei già un passo avanti. Il problema grosso rispetto alla periodizzazione corretta di un programma di allenamento, è che in corsa non puoi gestire facilmente questo aspetto. Anzi normalmente sei sopraffatto dal lavoro che fanno anche gli altri, quindi sei obbligato a subirlo e poi il tuo corpo dovrà cercare di recuperarlo. Sicuramente c’è una serie di aspetti che portano dei miglioramenti. Poi può anche darsi che uno al primo giro a tappe non riesca ad assimilarlo e vada incontro a degli effetti negativi. Bisogna valutare entrambi gli aspetti.

Edoardo Zambanini ha debuttato nel 2022 alla Vuelta a 21 anni: avremo quest’anno i primi riscontri?
Edoardo Zambanini ha debuttato nel 2022 alla Vuelta a 21 anni: avremo quest’anno i primi riscontri?
E’ davvero impossibile gestire la fatica nell’arco di un grande Giro e magari mollare in cerca di recupero?

E’ naturale che se noi ragioniamo in nell’economia della corsa, ci sono delle fasi in cui ti trovi puoi gestire un pochino lo stress, nel senso che se stai nella pancia del gruppo e non devi mantenere le posizioni, puoi stare un po’ più coperto.

E’ un risparmio quantificabile?

Ci sono degli indici misurabili con certi strumenti per vedere in modo abbastanza preciso quanto tempo in corsa hai passato alle varie intensità. Puoi valutare se nella tale tappa sei riuscito a stare senza pedalare, tra virgolette, per quanti minuti. Quindi più sei bravo a sfruttare il lavoro degli altri, restando coperto, più risparmi energie. La stessa cosa vale nell’economia della tappa. Se devo arrivare ai piedi della salita nelle migliori condizioni e senza spendere energie, più riesco a stare coperto e meglio è. Sfruttare il lavoro della squadra, è importante anche per quello. Uno da solo può essere fortissimo, però in certe situazioni è la squadra che lo aiuta.

Ayuso ha debuttato lo scorso anno alla Vuelta a 19 anni, arrivando terzo. Ora è fermo per una tendinite
Ayuso ha debuttato lo scorso anno alla Vuelta a 19 anni, arrivando terzo. Ora è fermo per una tendinite
Quindi c’è la possibilità di gestire il lavoro?

Sicuramente puoi cercare di gestirlo, ma ti trovi a subire un carico che comunque è elevato. Un ritiro di tre settimane lo gestiresti in modo diverso. Il giorno che non stai bene, magari un po’ molli. In corsa non puoi fare questi calcoli. Devi essere in grado di portare a termine la tappa entro un tempo massimo e quindi devi gestire anche le giornate critiche. In una corsa incidono anche le forature. Non tanto per il tempo che perdi, ma per le energie che spendi per rientrare.

Esiste un’eta minima per debuttare in un Giro?

Tema attuale, dato che le cose stanno cambiando. Ci sono stati dei passi avanti per tantissimi aspetti: dal punto di vista della nutrizione, dal punto di vista del recupero, dal punto di vista della gestione della corsa, però dobbiamo sempre pensare che il fisico ha bisogno di tot anni per raggiungere e stabilizzare la sua condizione. Secondo me il fatto di anticipare troppo può portare a effetti negativi. Fisicamente, ma soprattutto perché si creano anche situazioni psicologiche abbastanza critiche nella gestione dello stress.

Germani e Gregoire, entrambi neopro’ alla Groupama-FDJ: si sta ragionando su un debutto alla Vuelta
Germani e Gregoire, entrambi neopro’ alla Groupama-FDJ: si sta ragionando su un debutto alla Vuelta
Legato a quali aspetti in particolare?

Devi diventare maniacale soprattutto sul fronte dell’alimentazione. Nella corsa di un giorno puoi non essere al top per quanto riguarda la gestione del peso. Nelle corse a tappe, dove ci sono dei volumi di salita così elevati, sicuramente il fatto di essere perfetti dal punto di vista del peso può fare la differenza. Reggerlo mentalmente non è scontato.

Il primo grande Giro fa crescere, ma fino a quante volte si ripete l’effetto?

Non puoi continuare a crescere nel tempo, casomai inizia una serie di cambiamenti. Ci sono dei limiti fisiologici che non si riesce a oltrepassare e negli anni i miglioramenti diventano sempre più difficili, fino a raggiungere uno stato di maturazione. Sarebbe troppo facile e bello che ad ogni Giro si migliorasse a tempo indeterminato, no?

Milan, il motore e il grande Giro. Sentiamo coach Fusaz

15.03.2023
4 min
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Parliamo spesso di Jonathan Milan, del suo grande motore, del suo talento. Il corridore della  Bahrain Victorious è uno dei giovani italiani più promettenti. Per questo, ma soprattutto per le sue attitudini, spesso lo si paragona a Filippo Ganna.

Entrambi sono alti, entrambi sono passisti sopraffini, entrambi sono campionissimi della pista… Ma in quanto a tenuta forse – pensiamo alle crono per esempio – Pippo ha ancora qualcosa di più. Il che è anche legittimo, visto che Jonathan è più giovane di Pippo.

Milan
Fusaz e Milan ai tempi del Cycling Team Friuli
Milan
Fusaz e Milan ai tempi del Cycling Team Friuli

Parola a Fusaz

A detta di alcuni tecnici, la differenza tra i due è il grande Giro, che Ganna ha già fatto (in realtà ne ha inanellati tre) e Milan ancora no. Questo tema lo abbiamo sottoposto al coach di Milan stesso, Andrea Fusaz: «Parliamo di due atleti simili, ma anche un po’ diversi. Jonathan comunque è passato molto giovane e se ancora non ha fatto il grande Giro è perché ha bisogno di un rodaggio».

Se guardiamo indietro, anche Pippo qualche anno fa non era il tipo che conosciamo adesso. Hanno due età diverse e ognuno ha i suoi tempi di crescita, i suoi tempi di evoluzione fisica e anche mentale, direi. Se Jonathan non ha ancora fatto un grande Giro è perché vogliamo trovare la strada più in equilibrio con le sue esigenze a livello fisico».

Il friulano Jonathan Milan (classe 2000) è alla sua terza stagione tra i pro’
Il friulano Jonathan Milan (classe 2000) è alla sua terza stagione tra i pro’

Jonathan al Giro?

Sia Ganna che Milan sono passati quando avevano 21 anni e in effetti, come dice Fusaz, i tempi di crescita vanno rispettati. Sembra una vita che Milan è un pro’, ma è solo all’inizio della sua terza stagione nel WT. E anche Ganna alla fine ha preso parte al suo primo grande Giro nel 2020, nel famoso Giro d’Italia di ottobre, quando era al quarto anno da pro’.

E poi bisogna considerare anche un altro aspetto: quello dei calendari. Milan e Ganna hanno di mezzo anche la pista e trovare spazio per tutto non è facile. Anche perché, come accennato, hanno caratteristiche simili, ma non uguali. Consideriamo che Milan ha già come obiettivo le classiche del Nord e ce le ha con determinate aspettative, cosa che per Ganna non si è verificata.

Stando alle statistiche, Milan potrebbe debuttare in un grande Giro proprio quest’anno: Fusaz non smentisce, né ammette. Magari questo è l’anno buono per esordire nelle tre settimane, anche perché tutto sommato i mondiali (sia pista che strada) ci sono ad agosto e la Vuelta in quel caso potrebbe essere il banco di prova ideale.

«Sicuramente – prosegue il tecnico del Cycling Team Friuli, che è anche preparatore della Bahrain Victorious – se Jonathan non farà il grande Giro quest’anno lo farà il prossimo. Ripeto, bisogna vedere come evolve, come sta e come procede la sua preparazione sul momento. Bisogna valutare non dico ogni settimana, ma almeno di mese in mese, ricordiamoci che parliamo di un ragazzo che ha 22 anni.

«Direi che il Tour è da escludere, poi vedremo. Magari gli altri due possono essere nelle corde di Jonathan».

Paragoni da equilibrare

Fusaz ha detto che se non è quest’anno, sarà il prossimo. Ma il prossimo è l’anno olimpico e magari inserire il grande Giro prima delle Olimpiadi potrebbe incidere parecchio, magari è una mossa azzardata.

«Ci sono un sacco di variabili effettivamente – spiega il coach – ma dipende da quale grande Giro scegli, come lo alleni, come lo gestisci nell’insieme della preparazione. Chiaro che per qualsiasi atleta è un’esperienza da provare e anche Jonathan vorrà farla. Provare a cimentarsi in una gara di tre settimane è un punto di partenza. Ma magari dopo che ha fatto due Giri, dice che non gli piacciono!».

Il riferimento di Ganna ci accompagna in questa disamina. E Fusaz giustamente fa notare che nella sua evoluzione, Milan si è incontrato anche con un anno di pandemia di mezzo. Un anno quasi perso del tutto e che incide non poco sulla formazione di un atleta giovane. A 19-20 anni si è in piena evoluzione. E comunque se il friulano dovesse farne uno quest’anno, esordirebbe nelle tre settimane con un anno di anticipo rispetto a Ganna.

«Secondo me – conclude Fusaz – ogni volta che facciamo una comparazione tra i due, ci si dovrebbe riferire al Ganna di quattro anni fa, ricordando che Jonathan si è trovato una pandemia nel momento del passaggio e un’età più giovane».

Quarto chilometro stellare: Milan vola, Bigham va a casa

10.02.2023
4 min
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Grenchen porta bene agli italiani, un po’ meno a Dan Bigham. Negli ultimi quattro mesi, l’ingegnere britannico ha lasciato nel velodromo svizzero il record dell’Ora e la finale degli europei di inseguimento. Il primo gliel’ha soffiato Ganna in quella serata magica di ottobre. Il secondo se l’è portato via stasera Jonathan Milan. Entrambi erano reduci dalla finale del quartetto, quindi non ci sono scuse che tengano.

Milan è partito appena più forte (1’06”311 contro 1’06”622 di Bigham).

Poi è iniziata la rimonta del britannico (secondo chilometro in 2’05”750, mentre Milan in 2’06”691).

Ancora Bigham al comando nel terzo chilometro (3’04”674 contro 3’05”627 dell’azzurro).

E Milan alla fine infila un quarto chilometro da spavento (4’03”744, con Bigham in 4’05”860).

Milan è partito forte, ha avuto un lieve rallentamento, poi ha preso il volo nel finale
Milan è partito forte, ha avuto un lieve rallentamento, poi ha preso il volo nel finale

Sogno infranto

A un certo punto nel team britannico si è fatta largo la possibilità di vincere e forse per questo la rimonta di Milan è stata ancor più goduriosa. Alla fine, la stessa sconfitta dei nostri ai mondiali di Saint Quentin en Yvelines dello scorso anno, probabilmente non sarebbe venuta se gli azzurri fossero arrivati al mondiale preparati e freschi come gli inglesi, anziché approdarvi dopo una stagione estenuante su strada. Ma questa è un’altra storia.

Vedere Marco Villa dare la carica a Milan in rimonta ha spinto tutti ad alzarsi e ad incitare il friulano, quando era ormai palese che avesse fiutato la preda.

«Avevo detto che arrivavo qua a Grenchen – dice Milan con un sorriso grande così – sapendo che c’era un gruppo affiatato. Sono venuto con la voglia di vincere e di dimostrare la nostra capacità di mettersi in gioco. Abbiamo fatto il nostro meglio. Magari dobbiamo ancora migliorare qualcosa, però siamo andati al nostro massimo e il risultato si è visto.

«Oggi sono partito – prosegue –  con la consapevolezza di trovarmi un avversario molto forte. Perciò mi sono detto: “Vabbè, faccio la mia corsa e tengo il mio ritmo. Non posso andare a strappare”. Sono riuscito a calibrare il ritmo, non mi sono fatto prendere dall’agitazione e dall’emozione di essere in una finale europea. E diciamo che sono contento anche del modo in cui mi sono gestito».

Sul podio, Milan ha preceduto Bigham e il tedesco Buck Grancko
Sul podio, Milan ha preceduto Bigham e il tedesco Buck Grancko

Il calo di Bigham

Quando gli viene chiesto se il fatto di partire piano e poi crescere fosse un piano studiato prima, Milan fa un sorriso anche più grande.

«Non ho mai strafatto – racconta – non sono mai andato fuori giri. Certo sono arrivato a tutta, l’avevamo studiata così. Sapevamo… eravamo quasi sicuri che Bigham avesse questa tattica, lo avevamo visto anche in qualifica. A metà gara aveva avuto un picco e poi aveva un piccolo decrescendo. Così mi sono detto che dovevo solamente fare il mio e basta. E poi negli ultimi 3-4 giri sono andato a tutta.

«Sono contento, perché questi europei erano fra i miei obiettivi stagionali. Ho iniziato bene la stagione al Saudi Tour. Questo è un altro traguardo che ho raggiunto e sono veramente contento del lavoro che abbiamo fatto con la squadra e con la nazionale».

Milan è arrivato agli europei di Grenchen sull’onda dell’entusiasmo per la vittoria al Saudi Tour
Milan è arrivato agli europei di Grenchen sull’onda dell’entusiasmo per la vittoria al Saudi Tour

Rammarico Villa

Mentre se lo mangia con gli occhi, il cittì Marco Villa riesce a fare un secondo punto della situazione dopo quello di ieri, a capo dell’oro di Consonni e del quartetto maschile, dopo l’argento delle ragazze.

«Paghiamo nelle gare di gruppo – dice Marco – mi dispiace per Mattia Pinazzi, che a questo europeo si è trovato a correre uno scratch condotto a velocità folli fin da subito. Credo in lui e continuerò a dargli fiducia. Se devo tornare indietro, posso dire che queste cose sono accadute anche a uno come Simone Consonni e adesso vediamo tutti che campione è diventato.

«Nell’inseguimento invece ci siamo – ammette – anche se siamo all’inizio della stagione, ma le gare di gruppo ci devono far riflettere. Ci mancano le gare in Italia e se solo potessimo utilizzare Montichiari per farne qualcuna, ci aiuterebbe».

Milan aveva già vinto il titolo europeo dell’inseguimento nel 2021, sempre qui a Grenchen
Milan aveva già vinto il titolo europeo dell’inseguimento nel 2021, sempre qui a Grenchen

Milan è al settimo cielo. La vittoria di tappa in volata al Saudi Tour. Il titolo europeo nell’inseguimento a squadre e ora quello individuale. I suoi 22 anni sono un inno alla prepotenza agonistica, all’entusiasmo e alla consapevolezza di limiti tutti da scoprire. Con quel po’ di partigianeria che ti viene quando li hai visti crescere e hai condiviso infiniti discorsi sulle loro potenzialità, ora la fantasia vola sulle strade verso Sanremo e poi più avanti sulle rotte del Nord…