Quel Milan corridore prima di Jonathan e Matteo

28.12.2021
6 min
Salva

La prima volta che incontrammo Jonathan Milan era alla fine del 2019 e il gigante di Buja si era recato con suo nonno presso la sede del CTF Lab per mettere a punto la posizione. Villa lo aveva notato in pista e lo aveva convocato per un ritiro. Solo dopo qualche ora, parlando con il diesse Renzo Boscolo, facemmo il collegamento tra quel cognome e un corridore friulano classe 1969 che quasi trent’anni prima avevamo visto passare professionista con l’Amore e Vita. Era l’estate del 1992 e scaduto il blocco olimpico quasi 40 dilettanti italiani si riversarono tra i professionisti.

«Solo una decina di loro tenne banco – racconta Flavio Milan – i più, fra cui anche io, smisero nel giro di un paio di stagioni. In quegli anni era così, non eravamo poi così maturi per passare. E io in casa non avevo nessuno per consigliarmi, a parte mio padre che aveva imparato da sé. Per i miei figli è stato diverso. Avere in famiglia uno che ha corso fa una bella differenza».

Flavio Milan passò professionista nell’estate del 1992 (foto Amore & Vita)
Flavio Milan passò professionista nell’estate del 1992 (foto Amore & Vita)

Flavio Milan, classe 1969

Flavio Milan è il padre di Jonathan e Matteo, figlio di quel nonno che tre anni fa accompagnò l’altissimo nipote biondo. Da dilettante in tre anni, Flavio vinse le internazionali più belle. Il Buffoni e il Belvedere, il Trofeo Zssdi e l’Astico-Brenta, il Trofeo Del Rosso e una tappa del Val d’Aosta, una tappa alla Settimana Bergamasca e il Trofeo De Gasperi. Se non avesse avuto davanti nomi come Bartoli e Casagrande, Pantani, Casartelli e Belli, probabilmente avrebbe meritato spazio in una squadra più grande.

I figli hanno seguito le sue orme – uno già professionista al Team Bahrain Victorious e campione olimpico e mondiale, l’altro U23 di primo anno al CT Friuli – anche se all’inizio lui fece di tutto perché provassero altro.

Un panino durante l’allenamento e poi si riparte: a sinistra Matteo, a destra Jonathan
Un panino durante l’allenamento e poi si riparte: a sinistra Matteo, a destra Jonathan
Li mettesti tu in bicicletta?

Le ho provate tutte perché si dedicassero ad altro. Jonathan ha fatto tennis, nuoto, judo e basket, però si vedeva che non fosse contento. Idem suo fratello Matteo. Finché ci trovammo con un amico, Marco Zontone con cui correvo fra gli amatori, e fondammo la Jam’s Bike Team Buja, smettendo a nostra volta di far gare. Iniziò tutto così. Jonathan cominciò a 5 anni con la mountain bike. Ci tenevo che all’inizio fosse per gioco, sviluppando le abilità alla guida.

Che effetto fa ora pensare che quel bambino è un campione olimpico?

Un bell’effetto, ma anche strano. Non pensavo che sarebbe arrivato così rapidamente a certi risultati, così come che passasse così presto tra i professionisti. Per i nonni e per la mamma è una grandissima emozione. Per me che ho corso è diverso. Da ex corridore, avrei voluto correrle le Olimpiadi. Sono il sogno di tutti, ci vedo un po’ i miei sogni. Avevo vinto i mondiali militari 1988 nella Cento Chilometri, ma non sono riuscito ad andare ai Giochi.

La Jam’s Bike Team Buja, creata anche dal padre, è stata la squadra d’esordio per Jonathan e Matteo (foto Facebook)
La Jam’s Bike Team Buja è stata la squadra d’esordio per entrambi (foto Facebook)
Che idea ti sei fatto dei tuoi figli come corridori?

Jonathan è un passista veloce, che però riuscirà a buttarsi anche nelle volate. Ha quel pizzico di follia che serve per farlo. E poi, avendo tutta questa resistenza sui 4 chilometri, potrà fare anche volate più lunghe.

Invece Matteo?

Matteo è tutto da capire, perché è giovane. Tiene bene sulle salite medie ed è veloce. Al confronto con Jonathan, lui somiglia a me, perché è più piccolino. Jonathan è più pesante, le salite di 4 chilometri sono il suo limite.

Sono due ragazzi molto educati.

Gli abbiamo dato i valori di una famiglia normale, in cui più che con le parole si insegna con l’esempio. Insegnamenti che imprimi quotidianamente.

I ragazzi sembrano molto legati fra loro.

Jonathan non lo dà a vedere, ma si preoccupa per Matteo. Lo controlla tramite i suoi compagni di squadra, i tecnici e lo stesso Andrea Fusaz del CTF Lab, che li prepara entrambi.

Le due vittorie di Matteo non hanno aiutato nella ricerca di un team U23 (foto Scanferla)
Le due vittorie di Matteo non hanno aiutato nella ricerca di un team U23 (foto Scanferla)
Si è un po’ discusso lo scorso anno sull’età di Jonathan e sul suo passaggio…

Ha visto l’opportunità di passare e si è detto che magari il treno non sarebbe ripassato e che poteva succedergli qualcosa per cui non lo avrebbero più voluto e non si sarebbe riconfermato. Adesso non si passa più a 25 anni, adesso a 25 anni si smette. Per cui o si mettono delle regole, oppure si continua così.

Così come?

Tutti parlano di tenerli calmi, ma intanto iniziano a prepararli da esordienti. Io li ho fatti crescere entrambi tranquilli, ma col senno di poi, avrei potuto aumentare del 10 per cento i carichi ai 12-13 anni. Forse con qualche risultato di più, avrei avuto meno difficoltà a trovare una squadra per Matteo. Dicono di tenerli calmi da juniores e poi però vanno a vedere i risultati delle categorie precedenti. Secondo me è tutto sbagliato, ma succede perché i pro’ li cercano a 19 anni. Bisognerebbe che restassero per tre anni fra gli under 23.

Credi che Jonathan sia passato presto?

Ne sono certo e gli mancano le corse a tappe. Al secondo anno da U23 ha fatto il Giro d’Italia, spero che ora possa farne in modo graduale. Non si può buttarli nei primi anni a fare i grandi Giri.

Quando ti sei accorto che avessero qualcosa di speciale?

Jonathan prendeva la bici come gioco anche una volta passato su strada, forse perché veniva dalla MTB. Non ci metteva la grinta necessaria. Se faceva una salita con il nonno, a metà si stancava di stringere i denti e si metteva a fare le impennate, con mio padre che si infuriava fuori misura. La prima volta in cui si è impegnato fu ai regionali su pista al primo anno da junior.

Jonathan Milan è passato dopo due anni da U23: qui nel 2019 (foto Scanferla)
Jonathan Milan è passato dopo due anni da U23: qui nel 2019 (foto Scanferla)
Cosa successe?

Si trovò in finale contro Amadio. Jonathan partiva più forte, l’altro veniva fuori alla distanza. La pista gli piaceva forse perché le gare duravano solo 4 minuti. Così partì a tutta e poi tenne, con Floreani, il direttore sportivo del Team Danieli, che si stupì per il suo rendimento. La pista ce l’ha nel sangue…

Invece Matteo?

A lui la pista non piace, la trova stressante, fra rulli, gare e il pubblico addosso. A Matteo piace la strada e vuole migliorare in salita, ma credo che 2-3 anni da under 23 per lui saranno necessari. Con Fusaz che è molto bravo a leggere i dati.

Un ciclismo diverso dal tuo…

Qualcosa posso ancora spiegargli a livello di tattica. Per il resto ognuno si allena da solo, mentre noi uscivamo in gruppetti. Non è facile allenarsi sempre da soli, devi essere molto motivato. Quanto ad altri consigli… Dico loro di ascoltare tutti, anche il vecchietto che prima della partenza li avvisa di un passaggio particolare. Ascoltare tutti e poi farsi la propria opinione. E’ importante ragionare con la propria testa. Anche se il consiglio gli arriva dal padre…

Jonathan e Matteo: botta e risposta tra i fratelli Milan

12.12.2021
7 min
Salva

I fratelli Sagan. Gli Yates e i Bessega, addirittura gemelli. I fratelli Bais e i due Consonni. Le sorelle Fidanza, per un po’ i Frapporti e tutti quelli che abbiamo sicuramente dimenticato. Quando il ciclismo diventa un affare di famiglia, è curioso andare a vedere in che modo condizioni le vite e il modo di pensare

Così questa volta mettiamo nel mirino i fratelli Milan: Jonathan, classe 2000, campione olimpico e del mondo nell’inseguimento a squadre che corre al Team Bahrain Victorious; Matteo, classe 2003, due vittorie nel 2021 fra gli juniores, in procinto di passare al CT Friuli da cui è sbocciato anche suo fratello. Il papà, Flavio Milan classe 1968, fece una bella carriera da dilettante, vincendo corse come il De Gasperi, il Trofeo Zssdi e il Del Rosso.

Con un po’ di fortuna e se Matteo continuerà a crescere come i tecnici pensano possa fare, i due potrebbero ritrovarsi a correre assieme tra i professionisti, dato che la continental friulana ha un rapporto di collaborazione tecnica con il team WorldTour del Bahrein.

Difficilmente i fratelli si somigliano in tutto, persino i gemelli Yates sono completamente diversi. Perciò proviamo a leggere i due ragazzi di Buja attraverso le risposte che daranno alle stesse domande.

Quando hai iniziato a correre in bici?

MATTEO: «Ho iniziato a correre in bici all’età di quattro anni, alla Jam’s Bike Team Buja».

JONATHAN: «Ho iniziato a correre da giovanissimo, avevo quattro anni».

Hai subito pensato che saresti diventato un corridore?

MATTEO: «Per me correre è sempre stato un divertimento e la passione è cresciuta piano piano, nel tempo».

JONATHAN: «All’inizio era molto un divertimento, ho iniziato con la mountain bike. Poi in età più avanzata sono passato alla strada e lentamente sono riuscito a scoprire le mie doti. Da lì piano piano ho iniziato a sognare di diventare un corridore forte e riuscire a passare professionista. E’ stata una cosa graduale».

Si diventa forti con le gambe o con la testa?

MATTEO: «Si diventa forte con entrambe, una cosa aiuta l’altra».

JONATHAN: «Avendo sia gambe che testa. Ci vuole molta testa per allenarsi e di conseguenza arriveranno anche le gambe».

Una cosa che hai imparato da tuo padre?

MATTEO: «Da mio padre la precisione nei dettagli e a dare sempre il massimo. Invece da mia madre ha imparato a cucinare».

JONATHAN: «La determinazione, cioè che comunque non bisogna mai aver paura di faticare, di rimboccarsi le maniche».

Due aggettivi per descrivere tuo fratello corridore?

MATTEO: «Io descriverei mio fratello come un grande passista veloce».

JONATHAN: «Determinato. Penso che determinato comprenda molte altre sue caratteristiche, quindi lo descriverei con una parola soltanto».

Sin da bambino la corsa dei sogni qual era?

MATTEO: «Sin da bambino la mia corsa dei sogni è sempre stata la Tirreno-Adriatico».

JONATHAN: «E’ sempre stata la Roubaix, ma adesso sinceramente sono molte. Però la Roubaix è una di quelle».

La prima volta che ti sei sentito orgoglioso di tuo fratello?

MATTEO: «Quando ha vinto il regionale in pista da juniores».

JONATHAN: «Ho sempre avuto orgoglio per mio fratello, qualsiasi obiettivo lui riuscisse a raggiungere. Quando si fissa una cosa e riesce a ottenerla con determinazione e impegno, questo è un orgoglio, perché vuol dire che ci sta mettendo del suo».

Siete sempre andati d’accordo?

MATTEO: «Tra noi c’è stata sempre una bella complicità. Ogni tanto è normale che litighiamo per stupidaggini, ma niente di che…».

JONATHAN: «Il nostro è un normalissimo rapporto fra fratelli. Ci sono volte in cui si discute, però mai discussioni accese. Magari i fraintendimenti ci stanno, ma abbiamo un bellissimo rapporto e sono contento di averlo».

Che cosa ti piace di Buja?

MATTEO: «Mi piace la posizione geografica, perché mi permette di passare da percorsi collinari a pianeggianti con facilità. E per quanto riguarda la popolazione, è molto presente sia quando si tratta di aiutare nel momento del bisogno, che quando c’è da festeggiare».

JONATHAN: «Mi piace la gente e mi piace soprattutto la città tranquilla. Ci si conosce più o meno tutti e mi piacciono le sue radici, la sua storia… Mi piace tutto di Buja, ecco!».

Che cosa è per te la fatica?

MATTEO: «Per me la fatica è uno stimolo a fare sempre meglio».

JONATHAN: «La fatica per me è quella soglia in cui iniziamo ad avvicinarci ai nostri limiti, che sono soprattutto mentali. Per me la fatica è questo».

Che cosa è per te la salita?

MATTEO: «La salita non è una discesa…».

JONATHAN: «La salita per me è fatica, in pratica avevo già risposto nella domanda precedente».

Che cos’è per te la cronometro?

MATTEO: «Per me la cronometro è una disciplina che… la lascio a mio fratello!».

JONATHAN: «In primis una gara contro te stesso. Poi ovvio, devi basarti su un tempo e sul tempo che ha fatto l’altro. E’ anche una gara contro gli altri, però in primis contro se stessi. Spingerti contro gli ostacoli mentali e fisici, quindi si torna al concetto di fatica».

Ti sei emozionato mai per una vittoria di tuo fratello?

MATTEO: «Sicuramente la vittoria che mi ha emozionato di più è stata quella alle Olimpiadi che finora è stata anche la più grande».

JONATHAN: «Mi emoziono un po’ quasi tutte le volte, però non glielo dico. E’ un segreto fra di noi…».

Tra i due fratelli ci sono tre anni di differenza e caratteristiche tecniche diverse (foto Instagram)
Tra i due fratelli ci sono tre anni di differenza e caratteristiche tecniche diverse (foto Instagram)
Una dote tecnica che lui ha e tu vorresti avere?

MATTEO: «Sicuramente la digestione veloce e boh… scherzo! La dote vera che vorrei avere la sua lucidità negli sprint».

JONATHAN: «E’ un ragazzo veloce, ma tiene molto bene anche sulle salite. In più sta iniziando a essere anche un bel passistone. A me piacerebbe tenere come lui nelle salite medio lunghe di 5/6 chilometri. Almeno fino a quest’anno è stato così, adesso farà il salto di categoria e si dovrà rivedere tutto, ma per me diventerà un ottimo corridore da classiche».

Una tua qualità che gli vorresti regalare?

MATTEO: «Saper cucinare!».

JONATHAN: «Non lo so, sinceramente è una domanda molto grande. Non lo so se ne ho… Sinceramente lo sprint un po’ più forte, ecco».

Piatto preferito?

MATTEO: «La pizza mozzarella di bufala e prosciutto».

JONATHAN: «Ce n’è più di uno. Il primo sono le lasagne e poi mettiamo dentro anche il tiramisù, sono veramente matto per questi due piatti!».

Salita preferita?

MATTEO: «La mia salita preferita è Porzus, vicino ad Attimis».

JONATHAN: «Attimis, ci vado spesso. Una salita famosa dove si allenano anche Fabbro e De Marchi, quindi molto frequentata dalle mie parti. Ma di solito (fra virgolette e fra parentesi) non ne faccio molta di salita, essendo un passistone…».

Sognate in giorno di correre insieme?

MATTEO: «Sicuramente correre assieme è uno dei nostri sogni e, perché no, anche tirargli una volata qualche volta».

JONATHAN: «Mi piacerebbe un sacco correre insieme nella stessa squadra e quindi, dai, è un sogno che spero si realizzerà».

Clamoroso allo Stablinski, Ganna è fuori, Milan in finale

22.10.2021
5 min
Salva

Allo Stablinski Velodrome si è da poco conclusa la qualificazione dell’inseguimento individuale, gara splendida che non si capisce per quale motivo sia stata tagliata fuori dal programma olimpico. Evidentemente lo skateboard attira di più. Chi attiri non si sa, visto che neanche gli skater sapevano ci fossero i Giochi per questa disciplina, ma tant’è e non possiamo fare altro che goderci ancora di più questa specialità in veste iridata. Specialità che in questo pomeriggio ci ha regalato sorprese clamorose: Filippo Ganna non va in finale per l’oro.

Si annunciava un triello fra Ganna, Lambie (il primatista del mondo) e Jonathan Milan. E invece succede che Pippo parte malissimo. E’ 24° su 24, al termine della prima tornata. Rimonta, ma non basta. E allora le speranze sono tutte riposte nel friulano con il quale abbiamo scambiato qualche parola in questi giorni francesi.

Jonny si gode la festa del quartetto iridato. Lo Stablinski non può far altro che applaudire gli azzurri
Jonny si gode la festa del quartetto iridato. Lo Stablinski non può far altro che applaudire gli azzurri

Jonny in finale

Stamattina quando ha lasciato l’hotel Jonathan era molto tranquillo. «Nessuna tensione», ci aveva detto con quella sua tipica aria serafica. Aveva dormito bene ed era carico per i 4.000 metri che lo attendevano. Dopo le prove di riscaldamento con Pippo, prima alla sua ruota e poi a parti invertite, al fresco campione europeo di specialità non restava che attendere il via.

Jonny parte forte, ma non fortissimo. Anche se Villa è di parere opposto. Poi va in progressione. Si distende. E nel finale sigla un buon 4’05”, che sembra essere davvero un ottimo tempo sulla pista non particolarmente rapida dello Stablinski. Il problema è che Ashton Lambie fa meglio di lui di oltre due secondi. Per entrambi una prova solida, ma nelle gambe del primatista mondiale abbiamo visto più forza.

Però è anche vero che la finale è un’altra cosa e Milan inizia ad essere abituato alla pressione. E poi c’è un piccolo dato a cui attaccarsi. Nel chilometro finale l’americano è calato un po’ di più rispetto all’azzurro e chissà che questa non possa essere una preziosa chiave di lettura e un bel segnale. 

Ganna e Milan hanno girato insieme quando mancavano un paio d’ore alla loro prova
Ganna e Milan hanno girato insieme quando mancavano un paio d’ore alla loro prova

I consigli di Lamon

Ma prima di pensare alla finale di questa sera, non si può non fare un piccolo passo indietro al trionfo di ieri sera. Un trionfo che ha visto Milan nel ruolo di lanciatore, cosa un po’ insolita per uno della sua stazza e con leve tanto lunghe. Oltre al cambio tra Bertazzo e Lamon questa è stata una news curiosa. A Tokyo questa delicata fase era stata affidata a Francesco Lamon, divenuto ormai un esperto del lancio.

«E’ una novità – dice Milan – ma dovevamo farla. Avevo fatto la partenza solo una volta. Un paio di anni fa in Coppa del mondo in Australia. Feci due tirate di un giro e mezzo. A Montichiari invece l’avevamo provata. Ma un conto è la gara e un conto l’allenamento. Ieri sera ho fatto due giri un po’ la prima volta e qualcosa in più dopo. Tutto secondo i programmi. Non abbiamo sbagliato niente».

 

«Certo Lamon le fa sempre bene, non che io sia andato male. Anzì, ho fatto un’ottima prova, ma lui in generale è un’altra cosa. Ieri mi ha dato un sacco di consigli: Jonathan non partire troppo forte, qui fai così, lì fai così, se vai lungo poi è un problema per Ganna. Mi ha preso da parte e abbiamo parlato per un’ora. Anche se è dispiaciuto per non esserci stato (comunque Lamon ha fatto il primo turno, ndr) al gruppo ci tiene molto».

E il gruppo tiene a lui, visto che ieri sera appena scesi di bici Milan se lo è stretto sotto il braccio. E’ stato il primo che è andato a cercare. E poco dopo anche gli altri si sono uniti all’abbraccio e tutti insieme hanno sollevato Francesco.

Jonathan Milan mentre ci spiega le “gobbe” della pista (anche con i gesti)
Jonathan Milan mentre ci spiega le “gobbe” della pista (anche con i gesti)

Pista “strana”

Ma questi sono anche momenti di dietro le quinte. In un velodromo si parla di tutto e così si scopre che: «Che è una pista strana», dice Jonathan Milan che di fatto riprende le parole di Martina Fidanza. Il gigante friulano ci spiega che l’anello dello Stablinski ha delle curve molto strette che non sono il massimo per fare velocità.

«Non che sia una pista lenta, ma di sicuro non è veloce come quella di Tokyo. E’ anche caldo, ma… insomma non credo che il record del mondo uscirà da qui. E poi vedi – e indica la curva che precede l’arrivo – all’ingresso c’è una specie di gobba. E’ molto fastidiosa.

«Okay, ormai abbiamo capito dove sta e come fare, ma in allenamento ci riesci, in gara no! In gara sono 16 curve diverse… Nel quartetto dovevi stare anche attento al cambio, rischi che ti spari un po’ fuori, sopra la linea rossa».

Lambie si scalda per l’inseguimento individuale. L’americano appare molto sicuro di sé
Lambie si scalda per l’inseguimento individuale, mentre al tabellone osserva i tempi dei suoi avversari

Rapporti più corti

E anche in virtù di questa situazione tecnica della pista, si è intervenuti un po’ sulle bici. A cominciare dai rapporti. Gli azzurri hanno optato per un 62×14, tutti. Nel complesso quindi si viaggia un po’ più agili rispetto a Tokyo.

«Esatto, un po’ per la pista e un po’ perché la condizione non è la stessa – conclude Milan – Non abbiamo il record del mondo in questo momento nelle gambe. A Tokyo addirittura io avevo usato il 64 in semifinale e finale, gli altri il 63. Però stiamo bene. Il fatto che per due volte abbiamo fatto 3’46” e che abbiamo finito in quattro la dice lunga».

Adesso non c’è che da attendere la finale dell’inseguimento individuale. L’appuntamento è per le 20:36, noi stiamo fremendo per questo Italia-Stati Uniti, ovvero Milan-Lambie. E non scordiamoci che in ballo c’è anche un bronzo con Pippo. Il mondo ci guarda. Noi tifiamo…

Ultime decisioni per Villa, ma i suoi ragazzi sono pronti

19.10.2021
5 min
Salva

Quelle di ieri sera e quelle di stamattina sono ore decisive per gli azzurri della pista. Marco Villa è chiamato a risolvere alcuni enigmi e a tirare giù un preciso programma di gare: chi correrà cosa. L’ultimo ad aggregarsi alla spedizione azzurra ai mondiali di Roubaix è stato Elia Viviani, che ha corso fino all’ultimo su strada.

«L’aria è buona – dice il cittì Marco Villa – hanno levigato la pista perché avevano problemi con il legno. Me lo ha detto un esponente di Velotrack che la stava trattando, ma quali fossero questi problemi non lo so. Comunque non l’hanno fatto per renderla più veloce: hanno levigato e rimesso l’impregnante. E spero lo abbiano messo per tempo. Ai mondiali in Polonia i ragazzi al secondo giro di prova finirono in terra perché la vernice non si era asciugata!».

I ragazzi di Villa sono pronti a dare battaglia anche a Roubaix
I ragazzi di Villa sono pronti a dare battaglia anche a Roubaix

Ganna e il quartetto

«Pippo – dice il cittì – ha avuto dei problemi al costato e ha perso due mezze giornate di allenamento. Due sedute, poca roba. Piano piano poi ha ripreso. La caduta in allenamento lo ha un po’ penalizzato, ma adesso sta bene».

I “dubbi” maggiori che riguardano Ganna però non sono tanto sui postumi della caduta, ma sulla tenuta, anche mentale, di una stagione per lui lunghissima. E’ riuscito a mantenere alta l’attenzione dopo il tripudio mondiale in Belgio?

«Per me sì – dice Villa – Pippo lo vedo concentrato e anzi, in accordo con la squadra, ha deciso di saltare alcune gare su strada per preparare al meglio questo mondiale su pista. E’ il suo grande finale di stagione. No, no… massima professionalità da parte sua».

Ganna sarà impegnato sia nell’inseguimento a squadre che in quello individuale, una bella mole di sforzi. Anche ieri si parlava della possibilità di risparmiargli qualche turno, ma Villa in tal senso ci è sembrato molto più fermo.

«In queste due giornate di prove sto raccogliendo i dati e le ultime sensazioni dei ragazzi per decidere – spiega Villa – Ho tempo fino ad un’ora dal via per decidere quale quartetto schierare. Ma questo discorso del cambio non riguarda Ganna. Se, facciamo gli scongiuri, dovessimo andare avanti ci sarebbe solo la finale prima dell’individuale. In pratica solo quattro chilometri e per uno che ci è abituato e che ha già fatto due Giri d’Italia non credo sarà un grande problema».

Le scelte poi non sono influenzate dall’eventuale qualificazione olimpica in ottica di Parigi 2024. Tutto partirà dall’anno prossimo. Tuttavia secondo Villa è importante mantenere la leadership del ranking, o giù di lì, per poter partire per ultimi e correre sui tempi degli altri. «Impostare la tabella di marcia secondo i tempi altrui e senza dover andare per forza oltre i limiti».

In ogni caso i tre quarti del team pursuit dovrebbero essere certi: Lamon partente, Milan in terza posizione e Pippo in quarta.

Jonathan Milan ha vinto europei di inseguimento individuale riprendendo il rivale in finale
Jonathan Milan ha vinto europei di inseguimento individuale riprendendo il rivale in finale

Milan e Viviani…

L’altro grande big si chiama Jonathan Milan. Il ragazzotto friulano è fresco di titolo europeo nell’inseguimento. Da lui ci si aspetta tanto. E lui stesso vuole molto. 

«Jonathan sta andando molto forte. Il titolo europeo gli ha dato più sicurezza… e gli serviva. E poi, ragazzi, ha fatto 4’05”, segno che sta bene. Se il podio nell’individuale è alla portata? Vedendo quel tempo non credo che in tanti al mondo riescano a farlo. Sarebbe un’onore una finale tutta italiana. Non è facile, ma come detto quel tempo lo fanno in pochi e non credo che in 4-5 mesi siano arrivati 7-8 atleti in grado di fare 4’05”. Certo, Lambie (l’americano primatista del mondo, ndr) è il favorito. Vedremo se si recupererà».

E poi c’è il capitolo Viviani, cosa farà Elia?

«Elia è arrivato un po’ dopo gli altri. Si presenta con qualche specifico in meno. Ha corso su strada fino a tre giorni fa, ma so che ha un’ottima condizione e comunque si è allenato anche su pista. 

«E’ importante capire cosa vuol fare, su cosa vuol puntare di più: se sull’Omnium o sull’Eliminazione, ma io direi anche lo Scratch, che è uno dei miei crucci. Ma per questo devo capire bene anche cosa passa nella sua testa e in quella degli altri».

Agli ultimi europei Consonni e Viviani (in foto) non hanno corso insieme la Madison
Agli ultimi europei Consonni e Viviani (in foto) non hanno corso insieme la Madison

Un lavoro di squadra

«La mia idea infatti – continua Villa – è di far correre tutti quelli che ho convocato. Nell’inseguimento individuale per esempio ne schieriamo tre: i due convocati, più Ganna che è il campione in carica. E infatti correrà anche il giovane, Manlio Moro che dopo i buoni europei che ha disputato sapeva che lo avrei portato qui a Roubaix. Davide Boscaro, invece farà il chilometro. E anche in base appunto alle scelte che prenderò con Viviani, vedremo cosa fare con Liam Bertazzo e Michele Scartezzini per la Madison».

E qui Villa rilancia come un fiume in piena…

«Perché io in vista di Parigi sulla Madison voglio lavorarci e tanto. E’ una delle specialità preferite e in cui possiamo fare bene. E per questo non basteranno solo due uomini e “Scarte” è uno di quelli. No, no per la Madison c’è da lavorare sin da adesso. Non si diventa specialisti negli ultimi due mesi prima delle Olimpiadi.

«La Madison quindi che schiererò è da valutare. Non è detto che siano per forza Simone Consonni ed Elia Viviani, tanto più pensando che domenica c’è l’Eliminazione alla quale so che Elia tiene molto. Vedremo». 

Dal fango, all’oro sul parquet: il grande racconto di Milan

09.10.2021
4 min
Salva

Come sia passare dalla peggior Roubaix degli ultimi vent’anni alla scorrevolezza estrema del velodromo è un mistero che Jonathan Milan dovrà spiegarci a tutti i costi. Perciò, approfittando del suo ritorno a casa e con il sottofondo delle campane, gli abbiamo chiesto di spiegarci come abbia fatto a vincere l’europeo dell’inseguimento individuale, con tempo di 4’04”, aggiungendo un’altra gemma alla stagione dell’oro olimpico. La prima volta che andammo per lui a Buja mancavano due giorni all’ultimo Natale, ma sembrano passati due anni.

«E’ stato un anno lungo – dice – e sinceramente non mi sento proprio al massimo. Mentalmente sono stanco, ma sapevo di poter fare bene agli europei e alla Roubaix. Lo volevo. Mi sono detto “Johnny, non mollare!”, ma onestamente non pensavo di spingere così. Non andavo in pista da un mese e mezzo, gli altri avevano fatto i lavori giusti».

Non ha concluso la Roubaix, ma ne è uscito con grandi motivazioni
Non ha concluso la Roubaix, ma ne è uscito con grandi motivazioni
E’ la condizione di Tokyo oppure stai risalendo ancora?

Dopo Tokyo sono riuscito a staccare un attimo, a prendere soprattutto riposo mentale. Poi mi sono dedicato soprattutto alla strada, lavorando sul fondo. Non sono mai più andato in pista e questo mi ha permesso di staccare da quel tipo di concentrazione. Il recupero lo abbiamo calcolato bene con Marco (Villa, ndr) per arrivare al 100 per cento per europei e mondiali e meglio di così non poteva venire.

Un mese e mezzo senza pista e oro nell’inseguimento…

Mi è servito il quartetto fatto prima, forse se avessi debuttato con l’inseguimento individuale non avrei trovato il passo. Il quartetto mi ha aiutato a sbloccarmi, a mettermi a confronto con gli altri. Nell’inseguimento individuale sei solo con te stesso, grazie al quartetto invece ho superato le mie paure. Quella di non essere in condizione, quindi di non essere all’altezza. Invece…

Invece?

Con il passare dei giri ho cominciato a sentire che spingevo bene, sempre meglio. Avevo il 64×15 e meglio di così davvero non poteva andare.

Il quartetto gli ha permesso di ritrovare il ritmo per l’inseguimento individuale
Il quartetto gli ha permesso di ritrovare il ritmo per l’inseguimento individuale
ll bello è che arrivavi dalla Roubaix…

Ho avuto un po’ di sfortuna, con un paio di cadute. Eppure mi è venuta la voglia di continuare a insistere, farne la corsa dei miei sogni. Non mi sono scoraggiato. Mi piace. Mi mette la cattiveria che altre corse non mi danno. Nella ricognizione dei giorni precedenti, ho pensato che fosse davvero fantastica. Per fare bene servono gambe e stile, lo stile di guidare la bici lasciandola correre.

Vittoria di Colbrelli, come al campionato italiano: magari gli porti fortuna?

Se è per questo c’ero anche al Benelux. E’ stato bellissimo. La sera siamo andati al ristorante, abbiamo brindato. Eravamo tutti contenti per Sonny. Si è fermato anche chi sarebbe dovuto ripartire, come Sieberg che a fine anno si ritirerà, per cui la Roubaix era l’ultima gara. Vederlo lì con noi è stato bellissimo.

E adesso si va ai mondiali?

La prossima settimana sarà come quella prima di Tokyo. Serviranno certezze da parte di tutti, per capire se saremo in grado di fare ancora bene. Dovremo affinare la gamba, che agli europei è un po’ mancata. Ma tra noi c’è grande fiducia, sono sicuro che daremo il 102 per cento, come abbiamo sempre fatto. Con armonia e con tranquillità. Lunedì andremo a Montichiari e ci resteremo fino a venerdì. Sabato avrei il volo per Roubaix.

Milan ha vinto gli europei di inseguimento individuale riprendendo il rivale in finale
Milan ha vinto gli europei di inseguimento individuale riprendendo il rivale in finale
Ci pensi mai andando in giro per le strade di casa che sei diventato campione olimpico?

La verità? Ogni tanto ci penso. E devo dire che ancora mi fa un po’ strano.

Jonathan Milan, 21 anni compiuti il primo ottobre. Due anni fa quasi non sapevano chi fosse, oggi è uno dei pilastri del nostro ciclismo. Cresciuto al Cycling Team Friuli e ora al Team Bahrain Victorious. Campione olimpico a Tokyo nell’inseguimento a squadre. Campione europeo di quello individuale riprendendo il rivale Gonov prima dei 3.500 metri. Il futuro è appena cominciato.

Dialogo sui cronoman e sui misuratori di potenza. Parla Malori

04.09.2021
7 min
Salva

Parliamo di cronoman. Malori è a casa con la bimba sulle gambe e intanto il discorso fluisce. Si parla di juniores al Lunigiana e si parla finalmente dell’abbondanza di cronoman azzurri. Una fase che non si viveva da anni e che permetterà ai tecnici della nazionale di scegliere in base ai percorsi e non in base al fatto che ce ne sono soltanto due e tocca sempre a loro. Si parla di Ganna, Affini, Sobrero, Cattaneo e Jonathan Milan, il cucciolo di casa. Un cucciolo con due zanne lunghe così, se è vero che a soli 20 anni s’è portato a casa l’oro olimpico del quartetto.

Affini ricorda Ganna, ha bisogno di maturare, poi sarà allo stesso livello
Affini ricorda Ganna, ha bisogno di maturare, poi sarà allo stesso livello
Di Pippo abbiamo detto tante cose, secondo te la crono delle Olimpiadi ha dimostrato ancora di più quanto sia forte, perché nonostante il percorso così duro era arrivato praticamente a medaglia?

Assolutamente. Anche perché si era preparato prevalentemente per la pista, sapeva di essere tra amici e di avere la possibilità dell’oro, con Villa ci lavorava da quasi sette anni. Invece a fronte di un percorso crono molto duro, ha fatto vedere di avere qualità innate e la capacità di adattarsi.

Esiste un limite di dislivello per uno così oltre il quale non è più competitivo, oppure se si prepara al 100 per cento può giocarsela sempre?

In teoria lui è competitivo su tutti i percorsi se si prepara per la crono. Però finché ci saranno in giro Roglic, Pogacar e Van Aert, nelle crono dure non c’è storia. Roglic alle Olimpiadi oggettivamente ha dato una ripassata a tutti. Se anche Ganna fosse stato al top, un minuto e mezzo non lo recuperava. Roglic ha dato un minuto a Dumoulin e Dennis, quindi su certi percorsi è di un altro pianeta.

Sobrero va forte in salita e quando è in condizione vola anche a crono
Sobrero va forte in salita e quando è in condizione vola anche a crono
Parliamo di Affini, somiglia a Ganna, forse gli manca qualcosa sui percorsi duri…

Secondo me è un cronoman molto simile a Ganna. Quello che ha meno di Pippo sono semplicemente dei cavalli. Sono atleti simili, grandi, molto pesanti, che vanno bene su percorsi veloci, però Ganna è semplicemente più potente. Affini mi dà l’idea di non essere la fuoriserie che esplode subito, ma secondo me nel giro di due anni può arrivare allo stesso livello.

Allo stesso livello di Ganna?

Ci metterà un pochino più di tempo, anche perché Ganna è alla Ineos già da due, tre anni, nella squadra in cui è tirato a lucido. Mentre Affini è solo al primo anno alla Jumbo, prima era alla Mitchelton e prima ancora in continental. Quindi sul discorso crono, è al primo anno in una squadra giusta sul fronte dei materiali e dello sviluppo. Diamogli tempo, ma fra un paio di anni potrà giocarsi anche un mondiale.

Conta anche la maturazione fisica?

Certamente, che non è legata solo all’età. Pippo sono anni che con la pista è al top, quindi anche a livello di consapevolezza e sicurezza nei propri mezzi è più avanti. Secondo me  è questione di un paio d’anni, ma Affini arriverà ad essere alla pari

Cattaneo ha bisogno di percorsi duri: ha grande predisposizione
Cattaneo ha bisogno di percorsi duri: ha grande predisposizione
E intanto Sobrero, zitto zitto, s’è portato a casa l’italiano…

Il percorso era duro, anche perché lo ha fatto un ragazzo che alleno e mi ha confermato quanto fosse impegnativo. Nell’ultima crono del Giro d’Italia, se non avesse avuto la sfortuna di trovarsi la macchina in mezzo ai piedi, quasi quasi lo scherzetto a Ganna lo combinava anche prima. Quindi sicuramente Sobrero ha finito il Giro in crescita, mentre Ganna invece era un po’ stanco, perché rispetto all’anno scorso, gli è toccato tirare di più.  Poi indubbiamente in una crono dura, Sobrero ha qualcosa in più rispetto agli altri italiani. Lo ha dimostrato, ha un fisico che va forte anche in salita. I cronoman italiani sono divisi in due squadre…

Due squadre?

Ci sono Affini e Ganna da una parte, Sobrero e Cattaneo dall’altra. Anche per Mattia va bene il discorso fatto per Sobrero, è molto forte però ci vuole una crono dura perché vada bene. Ganna invece va sempre forte e anche quando non è al top, comunque può difendersi bene. Quella è la dote del cronoman. Come per gli scalatori. Se prendiamo Carapaz, in salita va forte anche se non è al top della forma. Il punto in cui perde è quello dove gli altri menano forte. Faccio l’esempio su di me. Quando ero al top della forma, in partenza al Tour de France ero lì che scattavo anche in salita per andare in fuga. Se invece ero poco sotto al top, a crono mi difendevo, ma in salita ero a lustrare il lunotto del camion scopa.

Milan è il più giovane del lotto: ha predisposizione, verrà fuori al top
Milan è il più giovane del lotto: ha predisposizione, verrà fuori al top
Cattaneo forse è più potente di Sobrero?

Forse sì, perché ha un fisico diverso, leve più lunghe da crono pianeggiante, ma entrambi hanno bisogno di un percorso duro per far bene. Secondo me non portare Cattaneo alle Olimpiadi è stato un grave errore, sia per come andava, sia perché faceva il Tour. E va bene che i nomi sono stati dati il 5 luglio, ma era sempre uno in gran forma che aveva fatto il podio ai campionati italiani. A uno che veniva dal Tour la fiducia dovevi dargliela, invece di portare gente che non correva da tempo e che era andata forte a maggio. Cassani ha giocato un terno al lotto e gli è andata male

Tornando alle due squadre di cui parlavi, la sensazione, osservando la posizione e la cadenza di pedalata, è che Ganna e Affini siano più specialisti… 

Ovviamente sia Cattaneo che Sobrero non sono sicuramente due specialisti, ma sono due che quando quando vanno forte, possono fare delle buone crono. Al campionato italiano uno veniva dal Giro e ne era uscito bene, mentre l’altro preparava il Tour e andava come un caccia. Sicuramente è diverso se dovessero preparare un mondiale, la crono secca. Farebbero molta più fatica.

Adriano Malori, Marco PInotti, Paolo Bettini, mondiali Valkenburg 2012
Malori e Pinotti erano la coppia fissa delle crono azzurre. Qui con Bettini a Valkenburg 2012
Adriano Malori, Marco PInotti, Paolo Bettini, mondiali Valkenburg 2012
Malori e Pinotti erano la coppia fissa delle crono azzurre. Qui con Bettini a Valkenburg 2012
All’appello manca il più giovane di tutti, un altro che verrà fuori: Jonathan Milan

Secondo me anche lui presto o tardi viene fuori, questo è sicuro. Però ha 20 anni e non l’ho ancora visto bene fra i professionisti, quindi faccio fatica a parlarne. 

Il fatto di aver vinto il tricolore da U23 gli darà consapevolezza nell’andare avanti?

Quello e le cose grandiose che ha fatto a Tokyo gli daranno la sicurezza di poter competere per qualsiasi obiettivo. Il fatto di essere stato campione italiano sarà il modo di non staccare con il pregresso, un ricordo che non gli farà dimenticare da dove viene. Faccio il mio esempio. Quando passai alla Lampre, il primo anno che andassi bene o male a crono non importava a nessuno. Lo stesso io le preparavo, mi scaldavo, facevo tutto quello che sapevo fosse necessario. Non ho interrotto il flusso, diciamo.

Ai tuoi tempi, la coppia crono azzurra eravate tu e Pinotti, vedi un po’ di Marco nei cronoman di cui abbiamo parlato?

Con Marco ero spesso in camera. Studiava tanto, guardava i watt, la curva di potenza e le curve della strada. Io allora ero molto più forza bruta e ho imparato tanto anche da lui. Parlavamo, mi ha spiegato le sue idee e poi io ho fatto miei quegli insegnamenti. Diciamo che a fine carriera ero la sintesi fra il mio prima e le cose che mi ha passato lui. Prima che il misuratore di potenza appiattisse tutto.

Che cosa vuoi dire?

Adesso solo con la forza bruta non vai da nessuna parte, ma anche senza il misuratore di potenza. La differenza fra cronoman e scalatore una volta era data dalla sensibilità e l’esperienza. Il cronoman era quello che sapeva dosare lo sforzo, invece lo scalatore andava a strappi, si distraeva, rallentava per prendere l’acqua, aumentava e calava e così venivano fuori i distacchi nelle crono. Oggi sai che devi stare a 400 watt, ti metti lì e se nel finale vedi che ne hai ancora, vai a 430. I misuratori hanno cancellato il mestiere del cronoman più del progresso tecnologico.

Contador si difendeva anche a crono. E’ stato fra i primi a proporre l’abolizione del potenziometro in corsa
Contador si difendeva anche a crono. E’ stato fra i primi a proporre l’abolizione del potenziometro in corsa
Spiega.

Si parla di crono e prestazioni con tanti watt in più. In realtà io credo che un cronoman forte del 1998 avesse gli stessi numeri di un cronoman forte di oggi. Solo che nel frattempo l’aerodinamica, l’abbigliamento, il casco, gli occhiali, le ruote, i cuscinetti… lo sviluppo tecnologico ha permesso e permetterà sempre più di raggiungere prestazioni superiori. In proporzione, il ciclismo ha abbassato i suoi tempi di tanto. Molto più rispetto all’atletica leggera, perché loro possono intervenire solo su piste e scarpe. 

Il misuratore di potenza in effetti ha cambiato le cose anche in salita.

E io infatti sono d’accordo con Valverde e Contador e in corsa lo abolirei. Se sei un professionista, sai come stai e come gestirti. Se non lo sei e ti si spengono gli strumenti, sei spacciato. Se lo dai a uno junior, quando mai imparerà a conoscersi? In allenamento va bene, giusto tirare fuori il proprio massimo, in corsa devono comandare anche altri fattori.

Ovvio che nessuna squadra, volendosi garantire il risultato, sarà mai d’accordo…

Allora vuol dire che stiamo diventando vecchi e rimpiangiamo qualcosa che non potrà mai tornare. Qualcosa che ai miei tempi si chiamava ciclismo. Oggi come potremmo chiamarlo?

Caruso, parole da leader sulla strada per Santander

30.08.2021
7 min
Salva

Discorsi di strada, mentre il paesaggio fuori sprofonda nel buio. Caruso racconta, le parole hanno il ritmo fluente del lungo viaggio. Dopo la tappa del Barraco, ci sono altri 418 chilometri fino a Santander. La Vuelta è anche questa, con i pullman delle squadre che navigano verso il prossimo approdo. Oggi i corridori trascorreranno il giorno di riposo all’ombra del mitico Alto del Naranco e da domani inizieranno l’ultima settimana, la più dura.

La corsa di Damiano sta per finire con il bel ricordo del successo all’Alto de Velefique e con la Vuelta finirà una stagione che sul piano dei risultati è stata forse la migliore da quando corre. Ha portato vittorie e consapevolezza, ma è costata tanto per la lontananza da casa. Perciò, marinaio che vede ormai il porto, Caruso inizia a sentire addosso una piacevole leggerezza.

«Tre blocchi di altura di tre settimane – dice scandendo bene le parole – il viaggio per le Olimpiadi e due grandi Giri. Oggi comincia la quarta settimana che sono via da casa. Nella stagione di un professionista non c’è solo la performance, ma c’è anche da considerare l’aspetto psicologico».

Il Team Bahrain Victorious è venuto alla Vuelta per Landa e ora lavorerà per Haig, il terzo nella foto
Il Team Bahrain Victorious è venuto alla Vuelta per Landa e ora lavorerà per Haig, il terzo nella foto
Intanto oggi (ieri per chi legge, ndr) è andata in porto la fuga di Majka. Non è curioso, come è successo anche a te, che arrivino fughe solitarie da così lontano? 

Sono tutte tappe molto complicate. Dure. Nervose. Corse a medie davvero importanti. Quindi controllare è molto dispendioso e il fatto che la Jumbo-Visma abbia lasciato la maglia ne è la conferma più evidente. E comunque non sono fughe che nascono per caso. Vanno via tutte di forza da un gruppo che giorno dopo giorno è sempre più stanco.

Eravate venuti per Landa, invece…

Eravamo venuti per sostenere Mikel, con una bella guardia composta da Gino Mader, Jack Haig e il sottoscritto. Invece non sempre i programmi vanno a buon fine e abbiamo messo in atto il piano B, cioè fare classifica con Haig, che pedala bene.

Il piano B non potevi essere tu come al Giro?

No, non sono venuto con la testa per fare classifica. Volevo aiutare e vincere una tappa e sono contento di esserci riuscito.

Perché il piano Landa non ha funzionato?

L’idea che mi sono fatto è che Mikel volesse recuperare il Giro sfortunato. Ma in questo ciclismo così livellato, non basta arrivare al 90 per cento e sperare di vincere. Perché di sicuro il giorno storto arriva e con lui è stato puntualissimo.

La vittoria all’Alto de Velefique segue quella del Giro all’Alpe di Mera. Quel sorriso vale più di mille parole
La vittoria all’Alto de Velefique segue quella del Giro all’Alpe di Mera. Quel sorriso vale più di mille parole
Non sarà che forse ha un limite che gli impedisce di essere capitano?

Mikel è uno dei più forti scalatori in circolazione. Quando sta bene, in salita fa cose che per gli altri sono impossibili, può fare la differenza. Ma è stato anche sfortunato e anche per questo non ha ottenuto grandi risultati. L’anno scorso, stando bene, è arrivato quarto in un Tour in cui c’erano davvero tutti i migliori e tutti caricati a molla. Non è un risultato da poco.

Roglic ha già la Vuelta in tasca?

Sembra avere la situazione sotto controllo. Però la terza settimana non è così scontata e sono curioso di vedere all’opera l’accoppiata della Movistar, con Mas e Lopez quarto e quinto. Poi c’è il nostro Haig. Ma certo per ora Primoz sta correndo da padrone di casa.

E’ giusto dire che il 2021 sia la tua stagione migliore?

Per i risultati di sicuro. Non sono mai stato un gran vincente e sono venute due tappe in due grandi Giri. Poi il podio di Milano che ha un peso davvero importante. Però non è tutto una sorpresa, era un po’ che ci giravo attorno.

Hai detto che il vento è cambiato quando hai smesso di andare alle corse con la pressione addosso.

E lo confermo. Sono arrivato in questa squadra come gregario di Vincenzo (Nibali, ndr), poi lui se ne è andato e io mi sono ricavato il mio spazio. Non sono capitano nel senso che si aspettano da me le vittorie, ma sono leader e riferimento per i compagni e questo mi piace. Do il massimo con la testa libera, questo fa la differenza.

Ha tenuto la maglia a pois dei Gpm fino all 13ª tappa. Qui due parole con Bernal, in maglia bianca
Ha tenuto la maglia a pois dei Gpm fino all 13ª tappa. Qui due parole con Bernal, in maglia bianca
Però hai anche detto che nel 2022 potresti essere capitano al Giro. Questo non porterà di nuovo le pressioni?

Ho detto anche che prima bisognerà vedere i percorsi. Averli in mano e capire bene. Ma se anche fosse, non avrei nulla da perdere, per cui non avrei addosso l’attesa che a volte ti schiaccia. Serve avere la pressione giusta, quella che mi metto da solo nel lavorare sempre con tranquillità e bene e che permetterà di avere un Damiano competitivo.

A proposito della squadra, state girando davvero tutti bene.

Non dovrei essere io a dirlo, ma stiamo andando tutti forte. Abbiamo un centrocampo fortissimo, con alcuni corridori che possono lottare per vincere. Rispetto ai primi tempi è cambiato tanto. Il management ha lavorato perché ciascun atleta venisse valorizzato e gratificato. Hanno investito tanto sui ritiri di preparazione e sulla nutrizione e dopo un anno di lavoro continuo e ben fatto, i risultati si vedono.

Fra i grandi risultati di questo 2021 c’è l’oro olimpico di Milan nel quartetto. Te lo aspettavi?

Giusto ieri (ride, ndr) mi sono sentito al telefono con Colbrelli, per sapere come gli andassero le cose, e ho scoperto che era al Benelux Tour proprio in camera con Jonathan. E allora ridendo gli ho chiesto chi dei due adesso prepari la valigia all’altro. Perché lui è campione italiano, ma l’altro è un gigante di due metri che a soli vent’anni è entrato a gamba tesa nella storia del ciclismo. Che Milan fosse un talento lo si vedeva e lo sapevamo, ma in squadra sono stati bravi a dargli i suoi spazi e disegnare per lui un calendario adatto per programmare i suoi obiettivi.

Dopo la Vuelta c’è ancora spazio per altro o ci mettiamo un punto?

Un punto, un punto esclamativo, qualche virgola… ci mettiamo tutta la punteggiatura possibile. Sono sfinito e pienamente soddisfatto della mia stagione. Adesso voglio fare un lungo periodo di riposo, come nel lockdown, anche se quello ci venne imposto. Sono parole strane da dire, ma nel brutto di quel periodo io ho imparato cose nuove su di me.

Che cosa vuoi dire?

Avevo la convinzione errata che alla mia età lo stop lungo fosse deleterio, invece dopo il lockdown del marzo 2020 il mio livello si è alzato. Quel blocco di riposo, pur forzato, mi ha fatto bene. Perciò ora voglio impormene uno da me. Quindi a settembre continuerò a pedalare come in un lungo defaticamento. A ottobre starò fermo. Mentre a novembre ricomincerò ad allenarmi gradualmente, approfittando del clima ancora primaverile della Sicilia, per avvicinarmi nel modo giusto al primo ritiro.

Hai detto però che se capita, in questa Vuelta ci provi ancora…

Ma prima voglio aiutare Jack Haig, perché se lo merita. La condizione è buona, se vedo il varco giusto, ci provo ancora.

Quanti chilometri mancano?

Adesso sono 277. Un paio d’ore e ci siamo. Domattina (oggi per chi legge, ndr) farò un giretto in bici, fossero soltanto 40 chilometri per sgranchire le gambe e passare la mattinata. Sennò più che un riposo si trasforma in un giorno interminabile…

“Tu chiamale se vuoi, emozioni”. Il racconto di Jonathan Milan

27.08.2021
7 min
Salva

Le emozioni che ci ha regalato il quartetto dell’inseguimento sono ancora forti. Forse per chi come noi ama il ciclismo questa è stata la medaglia più bella ed intensa di tutta l’Olimpiade di Tokyo. Ma l’emozione è ancora intensa anche nei suoi quattro protagonisti tra cui Jonathan Milan. E il titolo della canzone di Battisti è perfetto per questo articolo.

In Sardegna, la rifinitura prima di volare a Tokyo. Milan (maglia rossa) ha colto un secondo posto
In Sardegna, la rifinitura prima di volare a Tokyo. Milan (maglia rossa) ha colto un secondo posto

Pressione in crescita

«Se la mettiamo sulle emozioni, allora partirei da ancora prima di Tokyo – dice un Milan con un tono mai così squillante – abbiamo fatto molti ritiri, tantissime giornate lontani da casa, un lavoro immenso. Io ho sentito un po’ la pressione dalla Settimana Internazionale Italiana, perché da quel momento l’Olimpiade si è fatta davvero vicina. E ogni cosa che facevamo era per affinare la gamba e cercare la prestazione. Ogni allenamento pertanto richiedeva un grande sforzo mentale oltre che fisico. Dovevamo essere concentratissimi: sui cambi, sulla posizione, dovevamo vedere cosa faceva l’altro… E devo dire un grazie ai ragazzi che mi hanno aiutato tanto».

La festa e l’abbraccio della spedizione azzurra al Velodromo di Izu. Per Milan il supporto dei ragazzi è stato fondamentale
L’abbraccio della spedizione azzurra al Velodromo di Izu. Per Milan il supporto dei ragazzi è stato fondamentale

Il supporto dei compagni

In effetti i giorni prima di partire per l’Asia sono stati molto delicati. In particolare si è fatto un allenamento di simulazione per il quale Marco Villa ha chiesto la massima concentrazione da parte tutti: una prova generale (che sembra sia andata molto bene con un tempo ai limiti del record del mondo, ndr). Era un po’ il momento della verità.

«Sono il più giovane di questo gruppo e i ragazzi mi hanno aiutato dentro e fuori la pista. Come gestirmi con i media, come comportarmi in gara, come comportarmi prima della gara per tenere sotto controllo l’ansia. Io tendo ad isolarmi molto per concentrarmi. Gli eventi li sento eccome. Mi è successo ai mondiali l’anno scorso, magari non si vedeva ma ero abbastanza stressato. Per questo dico che il loro supporto è stato fondamentale».

Il supporto non gliel’hanno dato solo i suoi tre compagni in pista, ma tutto lo staff e anche Liam Bertazzo con il quale Milan condivideva la camera. 

«Con Liam ho parlato molto al di fuori della bici, mi vedeva che magari ero agitato. Per esempio nell’ultima prova fatta a Montichiari in pista ero molto teso. Pippo ma anche Lamon mi hanno detto di stare tranquillo, che la pressione c’era ma che non dovevamo dimostrare nulla a nessuno. Quella prova mi ha fatto bene, siamo andati forte e da lì ho iniziato davvero a credere in me».

Ganna nel finale ha fatto la differenza e le sue trenate si sono fatte sentire
Ganna nel finale ha fatto la differenza e le sue trenate si sono fatte sentire

Tokyo come Montichiari

Milan racconta poi anche della gara, dei giorni in velodromo a Tokyo.

«È stato un po’ strano laggiù. Io ho corso poche gare con il pubblico e l’aspetto di questo stadio mezzo vuoto mi faceva sembrare di essere a Montichiari e per certi aspetti l’ho sentita un po’ meno. Ero sempre concentrato, pensavo solo a fare il mio, a dare tutto in quei tre minuti e 40 secondi e qualcosina di più e non è facile.

«Ci credete che ero più agitato nelle qualifiche che in semifinale e finale? Non so perché! Ho tutta una mia procedura prima delle gare. Mi piace arrivare molto prima. Se gli altri arrivano un’ora e mezza in anticipo io devo arrivare due ore e mezza. Devo ambientarmi. Non mi piace fare le cose di fretta. Se magari c’è un intoppo devo sapere di poterlo risolvere con tranquillità. Perché una scintilla di ansia mi diventa un rogo».

Marco Villa e le sue indicazioni a bordo pista. Emozioni forti anche per il cittì
Marco Villa e le sue indicazioni a bordo pista. Emozioni forti anche per il cittì

Quella trenata di Ganna

«In gara poi – riprende Milan – ero super concentrato, ma con la coda dell’occhio all’uscita delle curve guardavo i neozelandesi in semifinale e i danesi in finale. Li ho visti due o tre volte, non di più, perché dopo il secondo cambio… ciao! Sei troppo a tutta.

«Mi ripetevo pedala, stai giù, non strappare e guardavamo i segnali di Marco (Villa, ndr). Se c’era il pollice in su, stavamo andando bene. Se invece ci chiamava con le mani significava che eravamo in svantaggio. E quando vedi che ai tre giri tu sei a tutta, che Ganna continua ad aumentare e che Villa continua chiamarti diventa… “duretta”! E vi assicuro che la trenata di Pippo si è sentita, ma chiaramente in quel momento non gli dici mica di rallentare».

Gara finita, Milan (tutto a destra) è rimasto in posizione ancora una tornata. Poco dopo lo sguardo con Consonni (al centro)
Gara finita, Milan (a destra) è rimasto in posizione ancora una tornata, poco dopo lo sguardo con Consonni

Lo sparo e l’urlo di Consonni

Milan ci riporta praticamente in bici con lui. Anche a noi in questo momento salgono i battiti e le gambe diventano dure. Ma anche noi esplodiamo di gioia alla fine.

«Quando ho capito che avevamo vinto le Olimpiadi? Ho questo flash. Ricordo che ho sentito il nostro sparo e subito dopo il loro. Ma non sapevo ancora nulla. Non so perché, ma ho fatto un altro giro in posizione. Ho alzato lo sguardo, ho visto sul tabellone la bandierina dell’Italia, ho incrociato lo sguardo di Consonni affianco a me e l’ho visto gridare. A quel punto ho capito ed è stata un’esplosione di emozioni assurda, allucinante, indescrivibili tutti i pensieri che mi sono venuti in testa».

«Sul podio poi, quando ci hanno dato la medaglia e l’ho presa in mano ho detto: “ostia”, quanto pesa! E’ sui 500 grammi, come un pacco di pasta!».

Il ritorno dell’eroe

Finita la gara chiaramente è esplosa la festa già in pista, con gli altri ragazzi e tutto lo staff.

«Poi in aeroporto ho trovato ad accogliermi i miei parenti e al di fuori c’era un autobus con il mio fans club. Saranno state 40 persone, ma quello è stato solo un primo assaggio. La sera dopo infatti in piazza Buja hanno organizzato un evento, ci tengo a dirlo tutto nelle normative anticovid, con tante personalità tra Comune, Provincia, Regione. Avevano preso uno di quei grossi camion che utilizzano anche il Giro per fare il palco. Non so quanta gente ci fosse.

«Una cosa così ti ripaga delle fatiche fatte, delle giornate trascorse lontano da casa. Voglio ringraziare ancora il mio paese. Sono state nuove emozioni. Perché è bello sapere che c’è stato chi ci sosteneva non solo da Buja ma da tutta Italia. Un sacco di gente continua a farmi le congratulazioni».

Milan (21 anni ad ottobre) appena dopo la premiazione: «E’ stata un’esplosione di emozioni assurda».
Milan (21 anni ad ottobre) appena dopo la premiazione: «E’ stata un’esplosione di emozioni assurda».

Milan non cambia

Jonathan però non è cambiato dopo questo successo. Si evince dal suo modo sempre gentile di parlare e di raccontare e poi glielo chiediamo apertamente: «Ma resti sempre il “bambinone” da 1,93 centimetri che tanto ci piace?».

«Ah, ah… assolutamente sì! Resto lo stesso e con la stessa fame di vincere».

Milan non dimentica il passato, il Cycling Team Friuli con il quale tra l’altro ha continuato a lavorare in accordo con il preparatore della Bahrain Victorious, Paolo Artuso.

«Sono cresciuto con loro e con loro abbiamo pianificato bene gli allenamenti in tutti questi anni e nell’ultimo periodo. Credo che questa vittoria sia una grande cosa anche per il CTF. Ho sentito Bressan già a Tokyo. È stato poco prima dell’antidoping, mi ha fatto una videochiamata e l’ho visto che brindava da solo a casa!».

Adesso rivedremo Milan in gara al Benelux Tour (30 agosto – 5 settembre) e in qualcuna delle corse italiane. Poi il suo programma su strada è tutto da vedere in quanto ad ottobre ci sono gli europei e mondiali su pista che lo aspettano. E andarci da campione olimpico è una bella responsabilità.

Dai Giochi alla Roubaix: Artuso svela il Milan che vedremo

05.08.2021
4 min
Salva

A Tokyo abbiamo visto un super Jonathan Milan. Il friulano è stato uno dei vagoni fondamentali del quartetto delle meraviglie. E’ arrivato alle Olimpiadi con una condizione super. Una condizione che in qualche modo va sfruttata ancora. La stagione del gigante della Bahrain Victorious, infatti, non finisce certo qui.

E lo sa bene Paolo Artuso, il coach del team che lo sta seguendo passo, passo da ottobre, da quando Milan è approdato alla Bahrain.

In Sardegna Milan ha faticato un po’ in salita, ma era previsto secondo Artuso
In Sardegna Milan ha faticato un po’ in salita, ma era previsto secondo Artuso
Dicevamo, Paolo, una condizione super…

Ma non è un caso che siano andati forte. Con Jonathan sono mesi che lavoriamo su ogni dettaglio. Ho visto i suoi valori un paio di giorni fa ed erano i suoi migliori. Abbiamo fatto un avvicinamento davvero buono.

Come?

Abbiamo alternato bene la strada e la pista. Faceva distanza su strada, senza forzare, e intensità in pista. Ma roba massimale: partenze da fermo, palestra… E poi ha recuperato bene dopo la Settimana Internazionale Italiana. Lì ha colto un secondo posto che gli ha dato morale.

Perché era un po’ giù?

No, solo che con il tanto lavoro accumulato faceva un po’ fatica. E infatti io gliel’ho detto subito: quando torni fai due giorni di riposo vero e vedrai che andrà tutto bene. E così ha fatto. Anzi, dopo che sono tornati in pista, anche il primo giorno ho chiesto a Villa di non fargli fare troppo. Poi su quello che hanno fatto tra Montichiari e il volo per Tokyo non ci ho messo bocca.

La volata della tappa persa contro Ackermann. Milan (in rosso) è partito troppo lungo
Nella volata della terza tappa vittoria di Ackermann a sinistra, ma Milan (in rosso) lo ha fatto soffrire
E adesso? Questa super condizione va sfruttata dicevamo…

Eh sì. Milan correrà la classica di Amburgo il 22 agosto e poi andrà al vecchio Bink Bank Tour, oggi Benelux Tour (30 agosto-5 settembre, ndr). Abbiamo scelto questa gara perché potrà aiutare Colbrelli e perché c’è una crono di 12 chilometri dove potrà fare molto bene. E poi c’è la Roubaix il 3 ottobre. E vi dico che Jonathan è super gasato per questa gara. Vogliamo metterlo un po’ alla prova sul pavè. E poi ancora ci saranno i mondiali su pista dalla settimana successiva. Sarà molto importante tornare a gestire bene, tra strada e pista, quel mese che va dalla fine del Benelux al mondiale, passando appunto per la Roubaix.

Proverà anche dei materiali per la Roubaix? Farà dei sopralluoghi?

No, per quel che riguarda il materiale c’è Haussler che li prova per noi. Lui è più sensibile. Testa gomme, ruote, ha un certo rapporto con Merida. E poi prima di fare delle prove, Milan deve capire cos’è la Roubaix, se gli piace. Insomma dobbiamo vedere come reagisce e se ne vale la pena investirci in chiave futura.

Anche tu, Paolo, hai avuto il tuo bel da fare in questo continuo alternare strada e pista…

Beh, ma quest’anno lo sapevamo. Le Olimpiadi erano il primo obiettivo e tutto è ruotato intorno a queste. Non abbiamo fatto neanche la cronometro tricolore per non intaccare la preparazione. E non è stato facile rinunciarvi perché Milan era il campione U23 in carica. Però già aveva lo stress dei Giochi, non l’aveva preparata e si trattava di una crono lunga, senza contare che parliamo di un giovanissimo: ha 20 anni. Se fosse andato male avrebbe avuto dei dubbi. Invece ha corso l’italiano su strada che gli ha dato buone risposte. Tanto che in Sardegna se avesse fatto una volata un pelo più corta magari avrebbe battuto Ackermann.

Jonathan Milan, volto sorridente per questo (quasi) 21 enne
Jonathan Milan, volto sorridente per questo (quasi) 21 enne
Veramente?

Eh, avrà fatto almeno 70 metri più di lui! In Sardegna ha fatto un po’ fatica sulle salite. Fino a 10′ le teneva bene, poi andava in difficoltà. Ma come ho già detto era normale. Aveva fatto un altro tipo di preparazione. L’ultima tappa è finita prima per agevolare il rientro. Così siamo arrivati all’aeroporto di Cagliari che erano le 15 e il volo lo avevamo alle 22. Cosa facciamo? Eravamo io, lui e Padun. Abbiamo noleggiato una macchina e siamo andati a cena fuori. L’ho guardato e gli ho detto: queste salite qua, il prossimo anno le devi “saltare via” facilmente, perché di corse piatte, piatte ce ne sono poche. E lui ha annuito.

Jonathan è un buono. E di certo ti avrà ascoltato. In questi Giochi e da quel vedevamo sui social ci è sempre sembrato molto sereno, come chi se le è godute queste Olimpiadi…

Si, sì… lui è un ragazzo pacifico. Potrà fare bene in questo finale di stagione. Come detto abbiamo preparato i Giochi e sono contentissimo di come ci sia arrivato. Adesso, dopo il suo ritorno riposerà un po’. Il fuso orario dovrebbe digerirlo meglio venendo verso ovest. E sono convinto che potrà fare bene. Sugli sforzi brevi avrà dei vantaggi.