Il corridore comincia dai denti: vi spieghiamo perché

04.09.2021
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Una frase buttata lì da Magrini durante una diretta della Vuelta. «C’è un direttore sportivo toscano, uno che ha tirato fuori Bettini e Nocentini, che si chiama Massini e la prima cosa che faceva con un nuovo corridore era vedere se avesse i denti a posto». Il tema è interessante, merita approfondimento.

La bocca è il fulcro del nostro apparato muscolare ed il centro nevralgico dell’equilibrio, agisce in modo inconscio manda dei chiari messaggi al nostro corpo. Nel ciclismo non è raro vedere atleti con i denti sistemati o rifatti, nell’ultimo ventennio il bite è diventato quasi un salvagente per i corridori.

Parliamo dunque con Marcello Massini e con il dottor Luigi Mineo, il suo dentista di fiducia, anche lui ormai con un’esperienza sconfinata. I due sono toscani e si conoscono da molto tempo e da altrettanto collaborano. Il primo è stato un grande diesse per i dilettanti, tra i molti nomi passati sotto il suo occhio vigile c’è appunto quello del pluricampione del mondo Paolo Bettini. Il secondo è un dentista, il quale grazie al continuo lavoro e alle specializzazioni è diventato un vate in campo sportivo. Sotto i fuori ferri e le sue mani sapienti sono passati atleti di ogni sport e categoria.

Massini, quando ha capito che i denti sono una parte fondamentale per capire le problematiche di un corridore?

Io ho iniziato molti anni fa a portare i miei corridori dal dentista per fare un controllo completo, li portavo dal dottor Mineo. Con lui si facevano prima dei controlli posturali con un osteopata o un chiropratico e poi si guardavano le varie problematiche a livello dei denti.

Quali potevano essere?

Ai miei tempi, si parla di metà anni Ottanta, lo studio dei denti e di conseguenza della postura, era molto scarso, capitava di trovare corridori senza denti o con delle chiusure completamente sballate. 

Si ricorda qualche esempio?

Nel 1987, mi ricordo Massimiliano Lelli. Aveva tolto dei denti da bambino e aveva dei problemi nella pedalata, non era efficace diciamo. Così lo portai dal dentista e lo facemmo controllare. Si facevano prove con del cotone che andava a tappare il buco lasciato dal dente. Si studiavano i movimenti ed i progressi dell’atleta, successivamente, se questi test avessero portato a risultati positivi si sarebbe inserito il dente nuovo.

Si svolgevano anche interventi meno invasivi?

Alberto Destro (velocista fortissimo fra i dilettanti, ndr) aveva un problema posturale in bici, non spingeva bene con entrambe le gambe, aveva uno scompenso muscolare. Lo si è portato dal dentista e con un piccolo intervento di correzione si è sistemata la postura ed ha corso per molti anni senza più problemi.

Il discorso è affascinante. Il dottor Mineo risponde e completa il discorso di Massini.

Dottore, in che modo, dal punto di vista medico, si trovano dei problemi ai denti e quanto è importante intervenire?

Per gli atleti, di qualsiasi sport, è fondamentale capire se ci sono delle problematiche a livello di occlusione, problemi che ci si porta dietro sin da bambini. Le occlusioni si dividono in tre classi, dalla meno evidente alla più complicata. E i metodi per intervenire sono due: il bite, oppure una piccola operazione. Ci tengo a precisare che parliamo di atleti, in questo caso di ciclisti. Le operazioni per sistemare eventuali problematiche vengono fatte per il miglioramento delle prestazioni atletiche e non a fini estetici.

Cambia molto?

Cambia tutto. Gli atleti portano il loro fisico all’estremo, un problema di denti e di conseguenza di postura, non permette loro di esprimere il massimo sforzo, perché il corpo lavora per compensare questi difetti.

Quindi le differenze sono minime, ma fondamentali. Nel ciclismo ha visto qualche episodio?

Giuseppe Di Grande (vincitore del Giro d’Italia dilettanti nel 1995), cadde e si spaccò gli incisivi. Quando glieli ho rifatti, ho badato a rimetterlo in sesto per poter praticare ciclismo, curando maggiormente l’occlusione ed il contatto con gli incisivi inferiori.

Il bite dentale è fra i principalòi rimedi contro un palato da correggere (foto Sudi Lama)
Il bite dentale è fra i principalòi rimedi contro un palato da correggere (foto Sudi Lama)
Quali esperienze ha avuto invece con il bite?

Nel ciclismo si tende ad utilizzarlo poco per i problemi nella masticazione. Un corridore che ho trattato e che non ne voleva sapere di utilizzarlo è Mark Cavendish (nella foto in apertura al secondo anno da pro’, ndr). Aveva un problema di occlusione, è venuto da me e gli abbiamo dato un bite di prova, ma il suo carattere effervescente non gli permetteva di utilizzarlo in maniera serena. Non voleva avere qualcosa in bocca mentre pedalava.

Come mai?

Non voleva toglierlo e rimetterlo quando era il momento di mangiare, non voleva compiere troppe azioni togliendo le mani dal manubrio.

E quindi cosa avete fatto?

Nel suo caso, è bastata una semplicissima operazione. Abbiamo sistemato alcuni denti per permettergli di superare il problema. E le cose sono andate a posto.

Campi Elisi per due. A Van Aert la tappa, a Pogacar la storia

18.07.2021
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L’ultima volata del Tour de France è come l’ultima crono: non vince il più specialista, ma quello che ha recuperato meglio. Lo sa bene Daniele Bennati, ultimo italiano a sfrecciare su Campi Elisi nel 2007.

«E’ esattamente quello che ho pensato quando ha vinto Van Aert – dice il toscano – che deve anche dire grazie a un grande Teunissen, per come l’ha lanciato. La Deceunick? Forse stavolta si sentivano troppo sicuri».

“Cav” alla frutta

Quel rettilineo è infido e lunghissimo. Prima di partire ci hanno pensato a lungo. Teunissen ha portato Van Aert fino al punto in cui far esplodere la sua volata e a quel punto dietro non sono riusciti neppure a uscirgli dalla scia. Troppo più forte il campione belga. O semplicemente il film di Cavendish era destinato ad arrestarsi davanti a due evidenze. La prima è che il britannico in maglia verde si è trascinato su tutte le salite delle ultime due settimane, cercando di stare nel tempo massimo e senza grosse occasioni per recuperare. Come ieri Kung, specialista ma sfinito. Mentre Van Aert vincendo la crono ha dimostrato di essere ancora a mille. La seconda è probabilmente più legata alla cabala che all’evidenza scientifica. E dice che forse il record di Merckx ha voluto resistere per un anno ancora e forse, chissà, resisterà per sempre.

Subito a Tokyo

«In realtà, non posso crederci – dice Van Aert subito dopo aver ripreso fiato – questo Tour de France è stato fantastico. Un ottovolante pazzesco. Finire con tre vittorie in tasca è totalmente fuori dalle mie aspettative. Una vittoria come questa non ha prezzo e adesso dovrò correre all’aeroporto a prendere il mio volo per Tokyo. Devo dire grazie alla mia piccola squadra e soprattutto a Mike Teunissen, che mi ha messo in una posizione perfetta prima dello sprint. Era fondamentale ritrovarsi in una buona posizione dopo l’ultima curva a destra. Ero sicuro che Mike potesse farcela e lo ha fatto perfettamente».

I campioni fanno così. E adesso vai a capire se sia il cross che lo ha reso grande su strada o se sia semplicemente grande dovunque lo si metta. Se riuscirà a metabolizzare bene queste fatiche e ad assorbire il passaggio in Giappone, un oro da laggiù lo porta a casa di sicuro.

Passerella in giallo per il secondo anno consecutivosui Campi Elisi: il Tour è di Pogacar
Passerella in giallo per il secondo anno consecutivo sui Campi Elisi: il Tour è di Pogacar

Un’altra verde

Cavendish prima ha esitato nel prendere la ruota giusta, infilandosi nelle tasche di Morkov, poi non ce l’ha fatta a cambiare passo. Forse si è addirittura tolto un peso. Di sicuro la maglia verde e quattro tappe vinte sono più di quanto si sarebbe mai aspettato a febbraio, quando sgomitava nelle prime volate cercando di ritrovare il feeling.

«Dieci anni dopo, di nuovo con la maglia verde – dice – è fantastico, sembra di essere ringiovanito. Il supporto del pubblico è stato incredibile durante tutto il Tour de France. Tornare a Parigi è un onore. Sono tornato ed è un sogno. Il sogno di un bambino che diventa realtà dopo un sacco di duro lavoro. Se una delle mie vittorie può ispirare dieci bambini ad affrontare il ciclismo e magari correre il Tour de France in futuro, per me sarà la cosa più importante».

A chi diceva che fosse una squadra… leggera, la risposta: tutti a Parigi
A chi diceva che fosse una squadra… leggera, la risposta: tutti a Parigi

E adesso il Re

Non ce ne vogliano i tifosi di Pogacar, la cui vittoria non si dà per scontata, anche se rispetto allo scorso anno, abbiamo avuto tutto il tempo per abituarci. Nella pazzesca cornice di pubblico del circuito sui Campi Elisi, la maglia gialla ha girato come un metronomo, irraggiando i dintorni con il suo splendore. Il Uae Team Emirates ha chiuso a pieno organico, bella risposta a chi li dipingeva come un gruppo di poco spessore.

Neppure Contador resiste alla tentazione di un selfie con Pogacar
Neppure Contador resiste alla tentazione di un selfie con Pogacar

«E’ semplicemente pazzesco essere tornati qui in giallo – dice Pogacar a margine del podio – e con una squadra incredibile. Oggi ci siamo divertiti e ora è il momento di festeggiare. Stamattina è stato bello prendersela comoda. Ci siamo divertiti a chiacchierare tra noi. Poi siamo arrivati qui sul pavé dei Campi Elisi ed è ricominciata la corsa a tutto gas, come ogni giorno. Non riesco a esprimere quanto sia felice. Rimarrò motivato nei prossimi anni, ma al futuro ci penseremo poi… L’anno scorso ho provato emozioni forti, questa volta sono ben diverse. Il nuovo Cannibale? Non mi piace paragonarmi ad altri corridori, ognuno ha il suo stile e la sua personalità. Ogni corridore è unico. E io sono Pogacar. Mi godo la vita, lavoro duro, amo andare in bicicletta. Sono queste le cose che contano».

Tutti contro Merckx, ma Merckx non si piglia

18.07.2021
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Ci hanno provato tanti e in tutti i modi, ma finora Merckx non aveva mai immaginato di poter condividere la corona con un altro. Cederla mai. Quella con Lance Armstrong è stata un’amicizia, avendo visto crescere l’americano accanto a suo figlio Axel e certo nello strapotere del texano, il grande belga poteva aver visto la sua stessa protervia di certi giorni. Eppure dopo gli inizi, era stato chiaro che in ogni caso e pure senza le nefandezze che ne hanno spazzato la carriera, si sarebbe trattato di un dominio limitato al Tour de France e poco altro.

Al Tour del 1969, Merckx vinse sei tappe e le tre maglie, lasciando Pingeon a 18′ e Poulidor a 22′
Al Tour del 1969, Merckx vinse sei tappe e le tre maglie, lasciando Pingeon a 18′ e Poulidor a 22′

Remco si farà

Così ci hanno provato con Evenepoel, facendolo con troppa insistenza e per giunta alle spalle di Remco, che non ha mai avuto interesse a svegliare il leone addormentato. Ma in Belgio il ciclismo è religione e la cosa peggiore a un certo punto è l’integralismo di certe posizioni. Merckx infatti non l’ha presa bene. Essendo campione di scuola antica, sfrontato in bici ma rispettoso nel resto del tempo, si è sentito in dovere di rispondere.

«Dovrà migliorare su molti terreni – ha detto dopo il Giro d’Italia – ha vinto grandi classiche come San Sebastian, ma deve ancora imparare molto. A leggere certe interviste, sembra quasi che si senta arrivato, ma deve mangiare ancora molti panini. E’ andato al Giro d’Italia e forse lo ha sottovalutato. Non c’è niente di sbagliato, adesso l’ha capito: prima di correre, bisogna imparare a camminare. Ha detto bene Lefevere: miracoli non se ne fanno. Per me nel 1967 fu uno shock. Avevo corso la Parigi-Nizza e due volte il Midi Libre, ma nella terza settimana del Giro mi spensi, pur avendo vinto sul Blockhaus e uno sprint di gruppo. D’altro canto, mi piace molto Van der Poel. Secondo me, lui potrebbe diventare in futuro un corridore da Giri».

Evenepoel, da ragazzo intelligente qual è, non ha nemmeno provato a controbattere. «Eddy Merckx – si è limitato a dire, facendo l’inchino – ha il diritto di mettere chiunque al suo posto, visto il suo palmares».

Sul podio di Libourne, due giorni fa, Merckx ha applaudito Pogacar
Sul podio di Libourne, due giorni fa, Merckx ha applaudito Pogacar

Un sorriso per Cavendish

Questa volta… l’attacco è su due fronti. Da una parte c’è Cavendish, che oggi potrebbe battere il record delle tappe vinte al Tour. E poi c’è Pogacar che a 22 anni ha vinto la Liegi e il secondo Tour e dovunque vada, punta e vince. Lo sloveno non ha mai fatto proclami, stando alla larga dalla maestà belga. E forse proprio per questo, Eddy ha cominciato a guardarlo con occhi diversi.

«Non ho visto Cavendish per parecchio tempo – ha detto – ma ricordo che nel primo periodo alla Quick Step, durante i criterium a volte ha dormito a casa mia con alcuni altri corridori. Lui era l’unico che puliva la sua stanza. Non conosciamo molto del suo carattere, ma quello che mi è restato in mente è la sua grande gentilezza. Quanto al record, devo dire che dormo tranquillo e non ho incubi. Quel numero non è mai stato una fissazione, il ciclismo segue la sua strada. E’ tutto normale e persino divertente. Ciò che ha fatto è meraviglioso, il suo ritorno. Se può, deve divertirsi ancora. Però di certo non si possono paragonare le nostre vittorie. Lui potrebbe essere il più grande sprinter di tutti i tempi, ma le mie sono state ottenute in modo diverso, non ha senso neppure discuterne. Io ho fatto 2.800 chilometri in testa al gruppo, lui ne ha fatti sei».

La grandezza di Eddy fu anche in quella dei rivali: qui Gimondi. Per questo Pogacar ha bisogno di Bernal, Evenepoel e Roglic
La grandezza di Eddy fu anche in quella dei rivali: qui Gimondi. Per questo Pogacar ha bisogno di Bernal, Evenepoel e Roglic

L’abbraccio a Pogacar

La stilettata, portata col sorriso, introduce il discorso su Pogacar e questa volta Merckx è meno netto, forse perché ha riconosciuto uno sguardo vagamente simile e dei modi rispettosi che gli vanno a genio. E poi corre anche lui su una Colnago.

«Vedo in lui il nuovo cannibale – ha detto Eddy – se non gli succede niente potrà vincere certamente più di cinque Tour».

La maglia gialla, che si è ritrovato con il grande belga sul podio di Libourne, ha accettato di buon grado il complimento e poi ha fatto un passo indietro

«E’ un onore – ha detto – essere sullo stesso podio con Eddy Merckx. Lui è un eroe del ciclismo. Io non mi sento un eroe, ma spero di invogliare molti bambini a correre in bicicletta».

Se Eddy fosse stato sul podio della crono di ieri però, forse una battuta gliel’avrebbe mollata. Lui avrebbe fatto di tutto per vincerla. Come nel 1969, quando al pari di Pogacar vinse le tre maglie, ma portò a casa sei tappe e rifilò 18 minuti a Pingeon e 22 a Poulidor. La sua ammissione tuttavia è quasi un’investitura.

Un viaggio nella storia e nei pensieri di “super Cav”

10.07.2021
9 min
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Quando l’avete conosciuto Cavendish? Se siete arrivati al ciclismo di recente, davanti alle nuove vittorie potreste avere qualche curiosità o peggio ancora dei dubbi. Se nel ciclismo ci siete da più tempo, allora magari ricordate quel ragazzino tondetto che nel 2007 sbarcò su strada dopo grandi successi in pista, che nel 2008 iniziò il suo personale viaggio nel Tour e l’anno successivo vinse la Sanremo.

Pochi sorrisi nel 2020 con la Bahrain-Merida: non è più lui. Il viaggio è alla fine?
Pochi sorrisi nel 2020 con la Bahrain-Merida: non è più lui. Il viaggio è alla fine?

Guida italiana

Lo guidava Valerio Piva, che più di altri capì il modo di seguirlo, dosando bastone e carota, facendo in modo che dai suoi occhi non se ne andasse la fiamma rabbiosa e istintiva d’ogni volta che mirava un traguardo. Il primo Tour inaugurò il grande palmares, ma soprattutto gli cambiò la pelle. Prese il velocista abituato alle mischie solitarie dei velodromi e lo trasformò nel finalizzatore del treno vincente.

«Il fatto di aver sofferto ogni giorno per arrivare a Parigi – disse Piva – lo ha asciugato ed ha evidenziato l’ottimo recupero. La sua grande forza è la rabbia di quando si mette in testa qualcosa. Al Tour ha imparato a stare a ruota e a fidarsi dei passisti della squadra. Se è motivato, sa soffrire e anche se fa una fatica bestiale, non molla di certo».

Dopo le 4 vittorie al Tour del 2008, arrivano le 6 del 2009: il treno Htc è inarrestabile. Il viaggio è iniziato
Dopo le 4 vittorie al Tour del 2008, arrivano le 6 del 2009: il treno Htc è inarrestabile. Il viaggio è iniziato

La sua storia

Quello che vi proponiamo è un viaggio per sunto in alcuni momenti del Cavendish-cammino attraverso il ciclismo, attraverso il momenti e le sue frasi. Affinché si capisca che l’atleta abulico e demotivato degli ultimi anni non fosse lui e abbia pagato piuttosto il fatto di non essere al centro di un progetto. Un po’ come accadde nei giorni del Team Sky, quando gli venne anteposto Wiggins e non gli restò che andarsene.

Sono 5 le vittorie del 2010 al Tour. Seguono anche 4 alla Vuelta
Sono 5 le vittorie del 2010 al Tour. Seguono anche 4 alla Vuelta

Volate da dietro

Quando nel 2008 parlava di cosa sia una volata, Mark aveva 23 anni e viveva in Italia, portato e supportato da Max Sciandi, in quel fantastico progetto che fu la base italiana della nazionale britannica.

«La volata – diceva – è un fatto di centesimi, un battito di ciglia. Quando mi alleno, faccio degli sprint molto più lunghi. Ma quando mi trovo a fronteggiare uomini potenti come Bennati, uscire all’ultimo è una necessità e uno spasso. Non potrei farlo prima, perché non ho la loro potenza. Esco alla fine perché sfrutto la scia. La pista mi ha dato il colpo d’occhio e l’agilità che servono. In quei momenti non si pensa. Però ricordo ogni sprint al rallentatore. Vedo il punto in cui parto, il momento in cui vengo chiuso, il perché non vinco».

Pista docet

«Sono sempre molto motivato e non sento stress, anche se può essere pericoloso. Vorrei dire a chi mi accusa di essere incosciente, che noi pistard sappiamo calcolare tutto in modo molto più veloce. Ci sta anche che venga una caduta, ma il più delle volte non è colpa nostra. L’anno scorso ero nessuno, poi ho cominciato ad allenarmi sul serio ed ho avuto una squadra tutta dedicata a me. Puoi essere il velocista più forte del mondo, ma se non hai dei compagni che ti tengono al coperto sino al finale, non vai da nessuna parte. Se ho un treno, io non perdo».

Sulla via per i Giochi di Rio 2016, vince con Wiggins a Londra il mondiale madison
Sulla via per i Giochi di Rio 2016, vince con Wiggins a Londra il mondiale madison

Lampo a Sanremo

Nel 2009 vinse dunque la Sanremo, di cui aveva sentito parlare senza averne mai potuto annusare il profumo. Fu Piva a decidere che fosse pronto per debuttare. E lui vinse e fece la storia. Sul traguardo, dettaglio già visto in questi giorni al Tour, scoppiò a piangere.

«Perché piango? Perché ho conquistato un monumento. Altre due volte in vita mia mi era capitato di piangere per una vittoria. Nel 2005, a Los Angeles, quando ho vinto il primo mondiale dell’americana a diciannove anni. L’anno scorso al Tour, a Chateauroux, quando ho vinto la mia prima tappa: ma mi trattenni e piansi in camera da solo. Nessuno pensava che potessi tenere su questa salite. Ma il punto alla Sanremo non è chi sia il miglior scalatore, ma chi sia il più veloce dopo averle lasciate indietro. Alla fine io avevo le gambe per sprintare. Zabel (che in quella Htc Highroad era una figura di riferimento per i velocisti ed è con lui nella foto di apertura, ndr) mi ha regalato il braccialetto che aveva al polso quando vinse la prima Sanremo e credo che non me lo toglierò finché campo…».

Lo stress del velocista

«La gente pensa che il velocista stia lì seduto tutto il giorno ad aspettare la volata, nessuno si rende conto di quanto stress ci sia nel finalizzare in duecento metri un giorno di lavoro di tutta la squadra. Mi sono allenato su dislivelli da scalatore, ma non volevo perdere la velocità di gambe che mi viene dalla pista. Non è solo un fatto di soldi e fama, è utile alla mia carriera. Forse senza la pista non avrei potuto vincere la Sanremo e questi sono dettagli che non si possono trascurare. Mi piace vincere in pista, mi piacciono le tappe e mi piacciono le classiche. La differenza è che se vinci solo tappe, sei un grande sprinter. Se invece vinci una classica sei un grande corridore. Ho vinto la Sanremo, sono un grande corridore».

Sul traguardo della Classicissima 2009 batte così Thor Hushovd. Ha 23 anni ed è già nella storia del ciclismo
Sul traguardo della Classicissima 2009 batte così Thor Hushovd. Ha 23 anni ed è già nella storia del ciclismo

Troppi rischi?

Poi forse da un lato cominciò a pensare di poter fare in volata quel che voleva. Mentre gli altri, stufi di essere infilati, cominciarono a dire che alcune vittorie derivassero da condotte non sempre corrette. In qualche caso avevano ragione, in altri fu soltanto il pretesto per minarne la sicurezza.

«Sono consapevole che se non sono al massimo – ammise all’inizio del 2011 – divento nervoso, impreciso, rischio troppo. Il 2010 è stato il miglior momento di apprendimento della mia vita professionale. Ed è valsa la pena mangiare tanto fango, se questo impedirà che le stesse cose accadano ancora. La mia personalità la criticheranno sempre, ma l’anno scorso hanno messo in dubbio anche la mia capacità di andare in bici e questo mi ha fatto infuriare. Voglio un altro 2009, quando la gente non criticava il mio modo di correre e nessuno si sognava di dire che fossi un pericolo. Perciò adesso butto giù qualche chilo e poi vediamo. Se sto bene e sono sicuro di me, in volata sono il solito Mark. Corretto, ma bravo a guidare la bici. Me l’ha insegnato la pista. Fare quel che può giovarti senza danneggiare gli altri, purché gli altri non prendano paura. Se vedo un varco, io entro. Se vedo uno che rimonta, non sto a guardarlo. Il velocista vero è così. Basterebbe solo che nelle volate si buttassero solo quelli capaci di farle».

Al Tour del 2012, l’amico Wiggo gli tira tre volate, ma la storia d’amore con Sky si interrompe
Al Tour del 2012, l’amico Wiggo gli tira tre volate, ma la storia d’amore con Sky si interrompe

La maglia iridata

Il chiodo del peso. Piva lo ricorda bene e a riguardare le foto di fine 2020, quando si infilò per la prima volta in una maglia della Deceuninck-Quick Step proprio il peso parve il primo grosso ostacolo da superare. Ma se in passato l’assenza di stimoli lo rese impossibile, il cambio di passo con il team di Lefevere ha eliminato anche l’ultimo scoglio. E il team resta centrale nelle sue vittorie. Come quando nel 2011 vinse il campionato del mondo.

«Siamo stati perfetti – disse dopo il traguardo – perfetti e cattivi. Avevamo otto dei più forti corridori al mondo ed era la prima volta che correvamo assieme. Sono stati incredibili. Avevamo solo paura di non bastare per fare tutto il lavoro. E io non potevo fare altro che stare lì seduto e sperare che i ragazzi riuscissero a correre più in fretta della loro ombra. Ed è quello che hanno fatto. Hanno preso in mano la corsa dalla partenza all’arrivo e mi hanno permesso di vincerla. Avevo chiesto di avere tre uomini davanti nell’ultima curva, ma erano così sfiniti che me ne sono bastati due: Stannard e Thomas. Non potevo accampare scuse e quando ai 150 metri ho visto un varco, mi sono buttato dentro. Io non potrò mai vincere la maglia gialla, quindi in termini ciclistici, questa maglia iridata è la più grande vittoria che potessi sperare di ottenere».

Campione del mondo a Copenhagen 2011: «Ho trovato un varco e mi sono infilato»
Campione del mondo a Copenhagen 2011: «Ho trovato un varco e mi sono infilato»

Il metodo belga

Eppure il presunto idillio con Sky si infranse contro le mire del team sul Tour. Quello del 2012 gli portò sì tre tappe, ma fu vissuto a margine della grande organizzazione necessaria per portare Wiggins alla maglia gialla. E fu così che Cav intraprese un’altra tappa del viaggio e approdò alla Omega Pharma-Quick Step.

«Chi vuole vincere la maglia gialla – disse all’inizio del 2013 – ha l’obbligo di puntare tutto su quello. Chi invece vuole vincere tante tappe con un velocista ha l’obbligo di mettergli attorno un gruppo di uomini che possa aiutarlo. In questa squadra ho riscoperto il concetto di allenamento di una squadra belga, che è: “Vai, duro, non fermarti”. Poi avrò un treno per il Tour. Infine è evidente che Sky è un modello di efficienza, dove ogni cosa è al suo posto, ma dove in compenso è tutto un po’ freddo. All’Omega Pharma invece c’è ugualmente grande professionalità, ma al contempo si vive più rilassati. Di là l’ordine è una mania, qui una necessità con cui convivere. Sono due filosofie diverse e ci sono corridori che fanno fatica ad adeguarsi all’una o all’altra, per me invece non fa differenze.

«Sono molto motivato e durante l’inverno non mi sono allenato come al solito, mi sono concesso il lusso di stare più tranquillo e questo paradossalmente mi ha dato una condizione migliore. In passato capitava che ingrassassi e poi mi restavano venti giorni per dimagrire e trovare la gamba. Diventava tutto uno stress, iniziavo la stagione arrabbiato e non era bello».

Nel 2013 ha lasciato Sky e con la Omega Pharma vince 2 tappe al Tour
Nel 2013 passa alla Omega Pharma e vince 2 tappe al Tour

Il buio del 2020

Chissà che cosa ha pensato quando lo scorso anno al Team Bahrain-Merida approdò quello stesso Rod Ellingworth che aveva costruito il grande ordine di Sky. Si dichiararono amore in partenza, ma Cavendish non riuscì mai a farsi trovare pronto per correre. E quando i giorni del Tour si avvicinarono, si rese conto che il progetto di portarlo per attaccare il record di Merckx si era dissolto o forse non aveva mai preso forma.

Il resto è storia dei nostri giorni. Chi lo ha vissuto da vicino lo scorso anno parla di miracolo e forse lo è. Resta da chiedersi se nel gestirlo tutti abbiano voluto conoscerlo a fondo, capendo che forse non era di una tabella che avesse bisogno, ma di semplice e spesso sottovalutata fiducia.

Cav, la storia e una volata affatto scontata: Ballerini a te…

09.07.2021
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«Abbiamo fatto la storia». In perfetto italiano Mark Cavendish si rivolge a Davide Ballerini pochi istanti dopo aver vinto la sua quarta tappa in questo Tour de France. I due si prendono il volto per le mani. Gioiscono. Volata magistrale. Intorno ai corridori della Deceuninck-Quick Step ci sono più fotografi del solito. Eppure è stato uno dei tanti sprint che Cav ha vinto nella sua prosperosa carriera.

Cav schiacciato come sempre. Al centro Morkov ancora in testa ai 50 metri…
Cav schiacciato come sempre. Al centro Morkov ancora in testa ai 50 metri…

Raggiunto Merckx

Ma questa, come detto, è storica. E’ la vittoria numero 34 di Cavendish alla Grande Boucle, quella che eguaglia un certo Eddy Merckx. E quando si vanno a toccare questi nomi trema il mondo.

«Mark – dice Ballerini – è un ragazzo splendido, sono contento che abbia raggiunto questo traguardo. Noi non ci abbiamo mai pensato a dire il vero, ma lui forse un piccolo pensiero ce lo ha sempre fatto. Ha scritto la storia è vero, ma adesso speriamo di riscriverla!».

Il pensiero di Ballerini (e non solo il suo) è rivolto ai Pirenei, che si stagliano all’orizzonte. In teoria il grande pericolo del tempo massimo dovrebbe esserci solo verso Luz Ardiden, con il Tourmalet e altre salite in precedenza, ma visto come è stata interpretata la corsa sin qui, mai dare nulla di scontato.

«Se Luz Ardiden è rischiosa come Tignes? Di sicuro non è facile, ma noi cercheremo di stare vicino a Cav il più possibile. Però Mark ha una gran gamba e non credo ci saranno grandissimi problemi. Noi di certo faremo quadrato intorno a lui. Dispiace piuttosto per la caduta di Tim Declercq. Siamo preoccupati per lui che è una pedina fondamentale».

Oggi il gigante belga è arrivato ultimo a Carcassonne, da solo, ad oltre 21′ dal suo compagno in maglia verde. Maglia verde che è un obiettivo sempre più concreto.

La bellezza del Sud della Francia, tra colline, vigneti e la Deceuninck già in testa
La bellezza del Sud della Francia, tra colline, vigneti e la Deceuninck già in testa

Volata non scontata

Quella di Carcassonne sembra una volata come le altre. Ma non è così. La squadra di Cav la prepara al dettaglio. “L’orchestra” Deceuninck è perfetta. Talmente perfetta che fanno primo e secondo. Alle spalle dell’ex iridato finisce infatti proprio Michael Morkov, il suo apripista.

I blu di Lefevere tengono i ranghi serrati sin dal mattino. Non è come nei due giorni precedenti. Oggi la corsa resta “chiusa”: deve essere volata, anche perché potrebbe essere l’ultima, incrociando le dita per Cavendish, proprio riallacciandoci al discorso dei Pirenei. E così ecco che a fare la guardia già a molti chilometri dall’arrivo sono due mastini veri: Alaphilippe e Asgreen. Non due qualsiasi.

«Eh – commenta Ballerini – però non eravamo così certi di arrivare in volata. La tappa non è stata facile e negli ultimi 60 chilometri hanno provato in tanti ad attaccarci».

La stoccata quasi vincente di Ballerini a Carcassonne
La stoccata quasi vincente di Ballerini a Carcassonne

Buco ponderato o no?

Ma sul cammino verso la storia ecco qualcosa che non ci si aspetta. Ai 700 metri Ballerini è in testa con una manciata di metri. Lui svolge il suo compito. Cioè tirare fortissimo per portarsi dietro Morkov che a sua volta deve lanciare Cav. Ma il danese molla quelle due pedalate e crea una sorta di buco. Probabilmente se non ci fosse stato Cortina avrebbe vinto.

«Mah, guardate – ci dice Ballerini – ancora non sono riuscito a parlare con Morkov, ma non era un qualcosa di studiato. Probabilmente Michael ha visto che eravamo un po’ lunghi e quindi ha fatto uscire qualcun altro per colmare quella differenza».

E qui si capisce perché Morkov sia tanto desiderato dagli sprinter. Possibile sia davvero riuscito ad avere quella lucidità in quelle poche frazioni di secondo e con l’acido lattico persino alle orecchie?

«Sì, sì… lui è incredibile – conferma Ballerini – Ragiona in quei momenti, riesce ad avere una lucidità impressionante. Io sono in camera con lui e sono contento perché in qualche modo è una scuola. Ha tanta esperienza. Parliamo delle volate fatte e di quelle da fare». Questa frase spiega il significato delle parole dette dallo stesso Ballerini ai microfoni Rai: «Siamo consapevoli di quello che facciamo».

La fatica di Ballerini sul Mont Ventoux (foto Instagram – Solowataggio)
La fatica di Ballerini sul Mont Ventoux (foto Instagram – Solowataggio)

E Ballero come sta?

Il Tour de France del ragazzo di Cantù nel complesso sta andando bene. Nelle prime tappe si è messo in mostra, ha sempre aiutato i compagni e nel giorno di Pontivy è arrivato quarto.

«Io sto bene dai. Ho avuto una bruttissima giornata nella tappa del Ventoux. C’è mancato un niente che andassi a casa. Avevo un mal di schiena terribile. Devo ringraziare la squadra, compagni e staff, se sono riuscito a portare la bici all’arrivo quel giorno. In un grande Giro c’è sempre un giorno no, ma certo a me è toccato proprio nella tappa più dura! Adesso però il peggio è alle spalle e che dire: sono contento di poter aiutare i miei compagni. Siamo davvero una bella squadra. Guardiamo avanti e speriamo di vincere ancora».

Quel primato assoluto fa gola. Insomma, battere Merckx non è da tutti…

L’occhio di Bennati: «Colbrelli nervoso. Chapeau Deceuninck»

06.07.2021
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La tappa numero dieci del Tour de France è finita da pochissime ore. Una corsa un po’ insolita per come era stata nervosa sino ad oggi la Grande Boucle. Oggi invece ha regnato la tranquillità… almeno fino agli ultimi 25-30 chilometri, quando in pochissimo tempo è successo di tutto. La Deceuninck – Quick Step che attacca, la BikeExchange che si porta davanti e Colbrelli che fora. Ci sono gli spunti per fare un’analisi con Daniele Bennati. Il toscano, da ex corridore, con il suo occhio mette in evidenza dei punti tecnici affatto scontati.

Colbrelli, l’occhio in avanti, tra le ammiraglie cerca di recuperare dopo la foratura
Colbrelli, l’occhio in avanti, tra le ammiraglie cerca di recuperare dopo la foratura

Sonny nervoso e sfortunato

E con Bennati partiamo proprio da Sonny Colbrelli, oggi vittima di una foratura proprio nel momento in cui la Deceuninck affondava il colpo.

«Con Sonny ci ho parlato anche ieri sera – dice Bennati – siamo amici e ci sentiamo spesso. Lui si agita. E anche oggi purtroppo è stato così. Non è un velocista puro e per lui non è facile prendere le posizioni. In più è sempre solo, Mohoric lo guida fin quando può. E chiaro che con quei 7-8 velocisti che vogliono prendere la ruota di Cavendish c’è una grande lotta. E’ successo anche a me vivere una situazione simile. Lui però ha una gamba supersonica e per questo deve stare tranquillo. Può prendere anche un po’ di vento. Anche perché lui non deve vincere le volate di gruppo, ma deve piazzarsi. Deve stare dietro e solo negli ultimi 2-3 chilometri andare avanti e, come ripeto, prendere anche un po’ d’aria se ce n’è bisogno.

«Colbrelli ha davvero la possibilità di conquistare la maglia verde ma deve piazzarsi. Su carta va più forte Matthews. Solo che Michael fa sì secondo alle sue spalle nei traguardi volanti, ma poi fa 5°-6° nelle volate di gruppo e raccoglie più punti. Ohi, posto sempre che davanti c’è Cavendish. Solo che in prospettiva di Parigi Mark la maglia verde se la deve guadagnare sulle salite, mentre Sonny se la cava molto meglio».

Rischio di pioggia e vento, hanno contribuito ad accendere la corsa nel finale della tappa 10
Rischio di pioggia e vento, hanno contribuito ad accendere la corsa nel finale della tappa 10

Bennati e quel Tour del 2015

Si parla poi della foratura di Colbrelli: è solo sfortuna oppure anche in quel caso c’è lo zampino del nervosismo? Può succedere che ci si tocchi con qualcuno, non si riesca ad evitare una buca…

«Non so di preciso dove Sonny abbia forato – riprende Bennati – magari era troppo sulla banchina per risalire e può aver preso dello sporco, però spesso e volentieri è sfortuna e basta. Mi ricordo di una tappa del Tour 2015, che vinse Kristoff. Quel giorno era il compleanno di mio figlio. Io già non avevo più la volata di un tempo, ma volevo comunque fare qualcosa. Così al mattino progetto di partire agli ultimi due chilometri. Davanti c’è Tony Martin, lo riprendo e lo stacco… Poi ad un tratto sento che la ruota anteriore va giù. Non ci potevo credere: avevo forato. Avevo preso una di quelle fascette di plastica che era saltata da una transenna. Magari non avrei vinto, però…».

L’abbraccio tra Cavendish e Alaphilippe appena dopo l’arrivo di Valence. In squadra c’è un bel clima
L’abbraccio tra Cavendish e Alaphilippe appena dopo l’arrivo di Valence. In squadra c’è un bel clima

“Cav” e la Deceuninck

«Un ritorno così non me lo aspettavo – continua Bennati – ma occhio: se la Deceuninck-Quick step lo convoca per il Tour si poteva immaginare che il livello di Cav fosse al top. Però da qui a vincere una, due, tre tappe non se lo aspettava neanche lui! Giù il cappello. Viene da due anni no, in cui ha superato anche la depressione. Ha vinto 33 tappe al Tour: nel ciclismo moderno è il velocista più forte dopo Cipollini e Petacchi. Io sono rimasto impressionato dalla sua voglia di dimostrare soprattutto a se stesso che c’era ancora. Agli altri non doveva dimostrare nulla, visto che per le sue caratteristiche ha vinto tutto: tappe nei tre grandi Giri, Sanremo, mondiale… E’ stato un grande ad andare da un team manager e dirgli: corro gratis ma dammi una possibilità».

E aggiungiamo noi, e Daniele è d’accordo, è stato anche merito dell’ambiente Deceuninck se è tornato il Cav di un tempo. «Ha ritrovato un ambiente ideale. Pertanto giù il cappello anche alla squadra che ha creduto in lui».

Alaphilippe e la Deceuninck hanno cercato di aprire dei ventagli. Occhio a Carapaz: pronto in seconda ruota.
Alaphilippe e la Deceuninck hanno cercato di aprire dei ventagli. Occhio a Carapaz: pronto in seconda ruota.

Tattiche da rivedere

Ma se la tappa è stata tranquilla per moltissimi chilometri, il finale è stato caotico. O se non altro si sono viste tattiche non del tutto chiare, a partire dalla super trenata di Julian Alaphilippe. Insomma ventagli sì o no? Treni che scappano o tira e molla?

«Partiamo dal presupposto che nonostante molti siano andati a casa, c’erano una decina di sprinter buoni per la volata e la squadra serviva. La Deceuninck è stata eccezionale. Quando hai un treno composto dal campione mondo, da Asgreen che ha vinto il Fiandre, da Cattaneo che ha dato delle menate incredibili e da Ballerini che ha portato l’ultimo uomo (Morkov, ndr) ai 200 metri…. va da sé che il velocista possa vincere e che si sia lavorato in un certo modo.

«Guardate – spiega Bennati – che oggi con quel vento in faccia era difficilissimo gestire la situazione. In questa situazione chi sta dietro è facilitato a rimontare. I Deceuninck invece hanno fatto 4-5 chilometri davanti e per farlo servivano degli uomini superiori a tutti gli altri. Se le altre due tappe Cavendish un po’ se le è dovute guadagnare, oggi per lui vincere è stato un gioco da ragazzi. Avrà fatto 80 metri al vento, forse… (Morkov ha tirato dai 200 ai 100 metri ad una velocità pazzesca, ndr)».

Okay ma perché Alaphilippe ha dato quella menata quando mancavano una ventina di chilometri all’arrivo?
«Secondo me l’ha data perché glielo ha chiesto Cavendish – conclude Bennati – se andiamo a rivedere lui ha sofferto su una salitella. La BikeExchange ha fatto un forcing per metterlo in difficoltà. Mark si è sfilato, ma ha tenuto e quando ha ripreso le prime posizioni ha detto ad Alaphilippe di tirare subito, magari c’era vento, si andava forte e voleva sfruttare l’occasione. Anche perché Mark è molto bravo con i ventagli».

Demare Tignes 2021

Demare a casa richiama i suoi: «Ora vincete per me»

06.07.2021
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In attesa della prossima tappa per velocisti, presumibilmente quella di martedì a Valence subito dopo il giorno di riposo, Arnaud Demare si lecca le ferite a casa. Il suo Tour è finito in anticipo (in apertura l’arrivo fuori tempo massimo a Tignes), anzi per certi versi non è mai davvero iniziato, è diventato un calvario nel quale gli toccava assistere alle vittorie dei rivali (anzi di “un” rivale, Mark Cavendish) e ingoiare bocconi amari, lui che alla vigilia era considerato il velocista principe in forza di quanto fatto al Giro 2020.

Inutile nasconderlo, anche se nella Grande Boucle il corridore di casa finora non aveva avuto grande fortuna (2 tappe in carriera), il poker di successi al Giro 2020 ma soprattutto la straordinaria superiorità messa in mostra avevano fatto puntare i fari dell’attenzione su di lui. Forse anche un po’ troppo. «Al Giro ho fatto belle cose – diceva prima della partenza da Brest – ma il Tour è un’altra faccenda, una tappa qui ha un valore unico e il bello è che le occasioni per i velocisti non mancano di certo».

Demare Tour Pau 2018
L’ultimo successo di Demare al Tour, tappa di Pau del 2018. Resterà tale, almeno fino al prossimo anno
Demare Tour Pau 2018
L’ultimo successo di Demare al Tour, tappa di Pau del 2018. Resterà tale, almeno fino al prossimo anno

Un inizio senza un briciolo di fortuna

Già, solo che una vittoria nasce sempre da una concatenazione di fattori e così la sconfitta. Cavendish si è ritrovato al Tour quasi per caso, si è esaltato a Fougères e sull’onda dell’entusiasmo si è ripetuto a Chateauroux. Gli è andato tutto bene, ad Arnaud tutto male…

Il corridore della Groupama FDJ (a proposito, il contratto è già in cassaforte fino al 2023) è caduto nella terza tappa, quella del secondo capitombolo tra i velocisti e non è stato un inconveniente da poco, anzi lo ha portato anche a pronunciare parole dure dopo l’arrivo: «Qui è una carneficina e non dipende se l’asfalto è bagnato o è asciutto… Peccato perché ero in una buona posizione, ma la cosa che mi fa arrabbiare è che una caduta lascia sempre tracce».

Il problema è che costruire una volata vincente non dipende solo da lui, ma anche dai compagni, dal classico “treno”, quello che al Giro 2020 aveva fatto faville e che al Tour si è disgregato: il lituano Konovalovas è stato uno di quelli che ha riportato i danni maggiori nella maledetta prima tappa della maxicaduta causata dalla “pseudotifosa” inneggiante ai suoi nonni. Nella sesta, quando c’era da preparare lo sprint della rivincita su Cavendish, ai -2,5 chilometri è toccato a Guarnieri finire a terra.

Guarnieri Tour 2021
Jacopo Guarnieri soccorso dalla sua ammiraglia dopo la caduta nella sesta tappa (foto Getty Images)
Guarnieri Tour 2021
Jacopo Guarnieri soccorso dalla sua ammiraglia dopo la caduta nella sesta tappa (foto Getty Images)

Una volata vecchio stampo…

Senza il suo ultimo uomo, Demare si è trovato con il solo Scotson a pilotarlo: «E’ stato encomiabile, ha provato ad accodarmi al treno della Alpecin ma non ce l’abbiamo fatta. Ma la volata ho voluto farla lo stesso». Sapeva di non poter vincere, eppure ci ha provato, saltando da un rivale all’altro alla vecchia maniera, per finire quarto. Demare aveva preso quel piazzamento come un buon auspicio, in virtù del quale dimenticare i dolori ancora presenti e una gamba che, per conseguenza, non era al massimo.

La sfortuna però quando colpisce, non si ferma più. Un Demare in condizioni normali, nelle tappe alpine si sarebbe salvato senza neanche grandi patemi, invece a Le Grand Bornand, dopo l’offensiva dei fuggitivi e il “tornado Pogacar” in azione, si era salvato per il rotto della cuffia, il giorno dopo con la pioggia battente invece è andato alla deriva: «Il Tour non risparmia nessuno. Io ho dato fondo a tutte le mie energie, ho faticato come mai, ma non è bastato. Almeno ho la coscienza pulita sapendo che non potevo fare nulla di più. E’ andata male dall’inizio, non poteva esserci altro epilogo» ha dichiarato sconsolato all’arrivo ai colleghi di Cyclismactu.

Demare Cavendish Tour 2021
La volata di Chateauroux: vince Cavendish, ma per Demare non è stato uno sprint ad armi pari
Demare Cavendish Tour 2021
La volata di Chateauroux: vince Cavendish, ma per Demare non è stato uno sprint ad armi pari

Basta lacrime, si va in battaglia…

In albergo, vedendo il resto della squadra sconsolato con alcuni componenti in lacrime, a Demare sono risuonate nella mente alcune sue parole pronunciate dopo lo sprint di Chateauroux: «La vittoria prima che nelle gambe nasce dalla testa. Per ora è andato tutto storto, ma se la ruota gira…» e allora ha tirato fuori il carattere che gli ha permesso di diventare un velocista di primissima fascia: «Forza, il Tour non è finito, ora dovete lavorare per David (Gaudu, ndr), ci sono due settimane e c’è tanto da fare…». Averne, di leader così…

EDITORIALE / Quel giallo che tutto acceca. Anche le squadre…

05.07.2021
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E’ come se per scelta o per l’incapacità di fermarsi a riflettere, si corra tutti troppo velocemente verso la curva, ben sapendo che la strada è bagnata. E allo stesso modo in cui i corridori non riescono a frenare il loro impeto, dando vita alle cadute di cui siamo stati testimoni nella prima parte del Tour, anche nella loro gestione e nella gestione delle squadre si vedono scelte su cui vale la pena interrogarsi.

Alaphilippe ha provato a tenere duro, ma la classifica non fa per lui
Alaphilippe ha provato a tenere duro, ma la classifica non fa per lui

Il Tour sopra tutto

Alaphilippe e Roglic sono a nostro avviso due facce della stessa medaglia e portano sulla faccia opposta i ragionamenti di squadre che non tengono conto di troppi fattori. Il Tour de France, il benedetto e dannato Tour de France è tornato al centro delle ossessioni.

Non abbiamo dimenticato le parole pronunciate a marzo del 2020 da Patrick Lefevere: «Se salta il Tour de France – disse – il sistema ciclismo collassa». Per questo al momento di ridisegnare il calendario 2020, l’Uci diede la precedenza ai francesi. Mentre quest’anno, con una stagione tutto sommato normale, la precedenza ai francesi l’hanno data due squadre che stanno ora pagando la scelta a caro prezzo.

Scelte azzardate

La Jumbo Visma ha tolto Roglic dalle strade, chiedendogli (o assecondando la sua scelta) di lavorare solo e soltanto per il Tour. La Deceuninck-Quick Step ha fatto la stessa cosa con Alaphilippe, distogliendolo dalle Olimpiadi e chiedendogli (o assecondando la sua scelta) di correre soltanto il Tour. Ma il ciclismo non è una scienza esatta e sono bastate una caduta, un paio di situazioni tattiche anomale e due giorni di freddo per mandare a casa Roglic e spedire Julian fuori classifica, vanificando il lavoro delle rispettive squadre.

Magari Alaphilippe rivaluterà la possibilità di andare a Tokyo e Primoz troverà le gambe per vincere la Vuelta come l’anno scorso, ma quale prezzo hanno pagato in termini di concentrazione e delusione? Si dirà che la Deceuninck-Quick Step stia ben giocando la carta Cavendish, ma non dimentichiamo che durante il Giro lo stesso Lefevere non credeva che Mark potesse ben figurare. Si dirà che Alaphilippe potrà vincere altre tappe. Va bene tutto, ma si tratta comunque di salvataggi in corner.

Giro d’Italia 2021, Sega di Ala, Martinez e Bernal tengono in piedi il Giro lottando tutti i giorni
Giro d’Italia 2021, Sega di Ala, Martinez e Bernal tengono in piedi il Giro lottando tutti i giorni

Nel segno del divertimento

Dal mazzo di questo ragionare per schemi che credevamo superati spiccano alla grande le azioni di Pogacar, Van der Poel e Van Aert. Ragazzi che corrono tutto l’anno e usano una parola tanto cara a Valverde e pochi altri: divertirsi. Il ciclismo più bello nasce quando i suoi attori protagonisti, i campioni, si divertono. Anche questa volta, sconfessando per certi versi la sua storia, il Team Ineos ha fatto scuola, vincendo il Giro con un Bernal che del Tour percepiva soltanto il peso e lo stress e al Giro ha ammesso di aver riscoperto la possibilità di divertirsi in corsa. Il resto in certi casi potrà anche funzionare meglio, ma siamo certi che al pubblico e agli sponsor piaccia allo stesso modo?

Demare fuori tempo massimo nel calvario di Tignes

05.07.2021
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Demare non ce l’ha fatta. E’ arrivato al traguardo sotto un cielo scuro che sapeva di pioggia, ma anche di tramonto. Il tempo massimo è matematica, starci dentro in certi giorni è un’impresa pari a quella del vincitore. Ieri il limite stabilito sulle 4 ore 26’43” di Ben O’Connor era di 5 ore 04’03”, pari al 14 per cento. In termini più concreti, chiunque fosse arrivato a Tignes oltre i 37’20” dal vincitore sarebbe andato a casa. Cavendish ce l’ha fatta. Ha tagliato il traguardo con Morkov e De Clercq con un distacco di 35’49”. Demare, Guarnieri e altri cinque sono rimasti fuori.

«Questa era una delle tappe di cui ero terrorizzato – ha detto Cavendish, in lacrime come dopo la prima vittoria – e infatti ho sofferto tantissimo. Ci siamo staccati sulla prima salita, ma avevo questi ragazzi fantastici intorno a me, che mi hanno dato il ritmo e molto supporto. Sono abbastanza emozionato per essere arrivato e felice di essere ancora in gara».

Demare ha passato il Col de Saisies nel gruppo Cavendish, poi ha perso contatto
Demare ha passato il Col de Saisies nel gruppo Cavendish, poi ha perso contatto

La maledizione del 9

Demare non ce l’ha fatta. Gli era già successo nel 2017, ugualmente nella 9ª tappa, nel famoso giorno di Chambery che vide la caduta di Richie Porte nella discesa dal Col du Chat e anche allora all’indomani ci sarebbe stato il riposo. Arnaud tagliò il traguardo malato ed esausto. Non era riuscito a mangiare per tutta la tappa e avere accanto Guarnieri a altri due compagni non gli era servito a nulla. Con lui andarono a casa altri sette corridori, fra cui Trentin e Sagan.

Ieri a Tignes è successo più o meno lo stesso. Demare ha tagliato il traguardo a 41 minuti dal vincitore. E se il giorno prima a Le Grand Bornand è arrivato ultimo per una crisi di fame, questa volta la causa di tutto è stato il freddo e probabilmente il non aver recuperato al meglio il giorno prima.

Impietrito a Tignes

«Quando ha passato la prima salita nel gruppo in cui si trovava Cavendish – ha raccontato Guesdon, direttore sportivo della Groupama-Fdj – ho pensato: “Va bene, ce la farà!”. Sfortunatamente però non ha retto il passo sul Cormet de Roselend ed è rimasto indietro».

Arnaud è rimasto fermo a lungo sulla bici dopo la riga, quasi sperando di svegliarsi da un brutto sogno. E mentre era lì, è arrivato anche Jacopo Guarnieri. Lo scenario era desolato, dal podio era appena sceso Cavendish, atteso a lungo perché potesse vestire la maglia verde, mentre il velocista della Groupama cercava una ragione per andare via dal traguardo, quasi sperando che la giuria gli andasse incontro comunicando un cambiamento del tempo massimo.

Niente sconti

«Prima della tappa – ha raccontato Marc Madiot, team manager della Groupama-Fdj, ai colleghi de L’Equipe – i commissari ci avevano detto che avrebbero adattato il tempo massimo in base alle condizioni della gara. Sapevamo dal mattino che sarebbe stato difficile con questo tempo. Ho parlato con il sindacato corridori che ha risposto: vedremo. In realtà non è stato fatto niente».

Ci hanno provato, ma era ormai tardi e soprattutto il gruppo dei corridori fuori tempo era davvero esiguo perché si potesse giustificare una decisione simile.

Record mancato

Dopo la formalizzazione della sua esclusione, Démare è tornato in hotel, dove il cuoco della squadra lo ha accolto in lacrime. Raccontano che il corridore si sia guardato intorno rendendosi conto che il resto della squadra fosse più triste di lui in merito al risultato di giornata.

«Ho dato il massimo – ha detto – sono arrivato al 97 per cento del mio record sulle cinque ore. Per essere nel tempo massimo, avrei dovuto raggiungere il 100 per cento. Come si dice: Affonda o nuota…».

Dlamini è stato l’ultimo al traguardo, un’ora 24′ dopo O’Connor: ben oltre il tempo massimo
Dlamini è stato l’ultimo al traguardo, un’ora 24′ dopo O’Connor: ben oltre il tempo massimo

Camion scopa

Chi ha continuato a nuotare, pur rendendosi conto di affondare, è stato Nicholas Dlamini della Qhubeka-Nexthash. Il corridore sudafricano ha raggiunto Tignes un’ora e 24 minuti dopo l’arrivo di O’Connor. Alle sue spalle il fine corsa e una serie di poliziotti in moto intirizziti, a chiedersi perché mai non lo avessero scaricato a forza sul furgone. Gli operai stavano già smontando il palco, ma il Tour si onora anche potando sino in fondo la propria fatica. Per questo Dlamini ha rifiutato di salire sul camion scopa. Ha voluto raggiungere il traguardo con le sue forze. Arrendendosi infine con l’onore delle armi.