La sicurezza di ABUS per Alpecin-Deceuninck e Fenix-Deceuninck

17.04.2024
3 min
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Il brand tedesco ABUS è quest’anno il partner per quanto riguarda la sicurezza dei pro team Alpecin-Deceuninck e Fenix-Deceuninck. E proprio in virtù del ruolo di partner ufficiale per la sicurezza di entrambe le squadre, sia la maschile quanto la femminile, ABUS garantisce che sia le biciclette che le maglie di Mathieu Van der Poel, Jasper Philipsen, Puck Pieterse e tutti i membri del team siano sempre al… sicuro! 

In virtù del proprio “status”, ovvero quello di essere uno dei produttori leader a livello mondiale di tecnologie di sicurezza e soluzioni personalizzate in questo campo, ABUS protegge le proprietà delle squadre sia sul percorso di assistenza che durante le gare e gli stage di allenamento. Oltre a dotarli delle più moderne attrezzature di sicurezza, ABUS svolge anche un vero e proprio servizio di formazione a tutti i membri del team. 

Un partner affidabile

«Noi di ABUS – ha dichiarato Christian Rothe, membro del comitato esecutivo di ABUS – siamo estremamente lieti di poter supportare i team Alpecin-Deceuninck e Fenix-Deceuninck e i loro sostenitori in qualità di Partner ufficiale per la sicurezza. Sono soprattutto le squadre di alto livello ad avere un enorme bisogno di sicurezza. Mettere in sicurezza la bici di Mathieu Van der Poel durante una pausa caffè, oppure durante un giro di allenamento è una cosa, mettere in sicurezza in modo efficace un intero percorso di assistenza, compresa una flotta di veicoli utilizzati in tutto il mondo, è una sfida molto speciale e completa»

«Questa che ci si presenta – continua – è una grande opportunità per ABUS di dimostrare che i nostri due settori di business, Mobile Security e Home Security, sono perfettamente collegati tra loro e che sono in grado di offrire un concetto globale a tutto tondo per la sicurezza sia mobile che fissa».

Anche Alessandro Ballan, qui in versione… Eroico, è testimonial del brand
Anche Alessandro Ballan, qui in versione… Eroico, è testimonial del brand

«ABUS è per noi un partner molto importante – hanno ribattuto i dirigenti del team Philip e Christoph Roodhooft – ed in ogni passo che facciamo, la sicurezza delle piattaforme ricopre un ruolo vitale. Con loro siamo sicuri di lavorare con un partner che può supportarci in qualsiasi passo, con grande esperienza e storia nel mondo della sicurezza. Abbiamo esigenze diverse, nel nostro magazzino e durante i viaggi, ma con ABUS abbiamo trovato un alleato che può guidarci e supportarci in qualsiasi specifica situazione».

ABUS

Van der Poel a Liegi? Bartoli e Bettini dicono di no

16.04.2024
5 min
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Due che la Liegi la conoscono come le strade di casa, per averne conquistata una coppia ciascuno: Michele Bartoli e Paolo Bettini. Il maestro e l’allievo, esperti di Ardenne come pochi altri al mondo. Li abbiamo interpellati sul tema che inizia a tenere banco nei bar: Van der Poel può vincere la Liegi, scalzando Pogacar?

Si sa, quando ti restano negli occhi grandi imprese come quella dell’olandese alla Roubaix, ti sembra che per lui sia tutto possibile. Però poi si torna con i piedi per terra e si capisce che l’impossibile in realtà non esiste.

«Un bel duello fra Pogacar e Remco – dice Bartoli – quello sì che me lo sarei goduto! Ma stavolta è toccato a Evenepoel infortunarsi e per il secondo anno consecutivo, non riusciremo a vederlo. Ma ditemi una cosa: siete anche voi fra quelli che pensano che Van der Poel possa vincere la Liegi? Io non ci credo».

«Anche io sto dalla parte di quelli che indicano Van der Poel fuori dai giochi per la Liegi – dice Bettini – secondo me non può insidiare Pogacar, che su quel tipo di salita se lo toglie di torno quando vuole. Abbiamo già visto come in un’Amstel possa essere messo in difficoltà e la Liegi è un’altra cosa».

Bartoli e Bettini hanno corso insieme dal 1997 al 2001, vincendo 4 Liegi in due
Bartoli e Bettini hanno corso insieme dal 1997 al 2001, vincendo 4 Liegi in due

Le salite delle Ardenne

Michele Bartoli, che accanto ad Adrie Van der Poel ha vissuto il primo anno da professionista e ne fu tenuto a battesimo proprio sulle strade del Nord, all’ipotesi che il campione del mondo possa vincere la Liegi non ci crede proprio. E come già in passato con lui avevamo commentato le imprese dell’olandese e del rivale Van Aert, arrivando a paragonare il primo a un cecchino e l’altro uno che spara a pallettoni, anche questa volta l’analisi è lucida.

«Fa bene a provarci – dice il toscano che la Liegi l’ha vinta per due volte – ma le salite delle Ardenne non sono paragonabili ai muri del Fiandre. Sento dire che potrebbe vincerla, perché ha vinto il mondiale di Glasgow che sarebbe stato uno dei più impegnativi di sempre, ma evidentemente non ho visto la stessa corsa. Glasgow era un Fiandre senza pavé, salite che duravano poche decine di secondi. Alla Liegi alcune durano qualche minuto. E quand’è così, le cose cambiano».

La Liegi non è una corsa semplice: le sue salite non sono pedalabili come il Poggio
La Liegi non è una corsa semplice: le sue salite non sono pedalabili come il Poggio

Analisi sballate

Lo sguardo si fissa prima di tutto sugli avversari e non soltanto su Pogacar che di certo avrà addosso tanti riflettori. La selezione che Van der Poel ha attuato alla Roubaix, anche alla luce delle doti atletiche ben evidenziate da Pino Toni, non sarà replicabile. Il percorso della Liegi non è adatto alle sue caratteristiche e questo potrebbe far accendere la riserva ben prima che la corsa si decida.

«Dipende molto dallo sviluppo della corsa – prosegue Bartoli – perché è chiaro che se lo portano col gruppo compatto e al piccolo trotto sino all’ultima salita, poi non lo staccano di certo. Ma credo che se la corsa si farà come al solito, avversari come Skjelmose, Pello Bilbao, Vlasov, Carapaz e altri scalatori potrebbero metterlo in croce. Starei attento a pensare che possa vincere tutto, ci sono corridori più forti di lui su percorsi di salita. Mi viene in mente l’anno che Petacchi vinse nove tappe al Giro d’Italia e cominciarono a dire che forse avrebbe potuto fare classifica. Oppure quando qualcuno decise che Ganna potrebbe puntare a un Giro d’Italia, senza tenere in considerazione le sue caratteristiche fisiche. Quando leggo certe cose, mi verrebbe di prendere il telefono e chiamare, ma ho imparato a lasciar correre».

Tom Pidcock ha vinto l’Amstel costringendo Van der Poel a un fuorigiri di troppo
Tom Pidcock ha vinto l’Amstel costringendo Van der Poel a un fuorigiri di troppo

Occhio a Pidcock

Fra coloro che potrebbero dire la loro anche in barba a un gigante come Pogacar, Bettini vede il vincitore dell’Amstel Gold Race, che ha dimostrato di essere fra gli scalatori più in forma del momento.

«Non credo a Van der Poel per la Liegi – dice il livornese, che ha vinto anche due mondiali – mentre penso che un nome da seguire sia quello di Pidcock. Lui ha dimostrato che su quei percorsi sa anche vincere. Forse può essere proprio lui quello che può insidiare Pogacar. Ma di certo non sarà Van der Poel, questo mi sento di escluderlo abbastanza nettamente. Lo vedremo domenica alla Doyenne…».

Van Aert ha altre caratteristiche che gli permettono di andare forte anche in salita
Van Aert ha altre caratteristiche che gli permettono di andare forte anche in salita

Van Aert è un altro corridore

L’argomento da cui si prende spunto per dire che Van der Poel in realtà potrebbe davvero centrare la Liegi è legato al fatto che nel 2022 Van Aert, che atleticamente potrebbe ricordare il rivale di sempre, arrivò terzo dopo Evenepoel e Quinten Hermans. E che anche Mathieu nel 2020 conquistò il sesto posto, vincendo la volata alle spalle del gruppetto di Roglic, Hirshi, Pogacar, Mohoric e Alaphilippe.

«Van Aert è diverso – dice secco Bartoli – lui alla Liegi è già arrivato terzo, ma è soprattutto un corridore che ha vinto da solo dopo aver superato il Mont Ventoux. Ed è anche quello che, tirando per Vingegaard sui Pirenei, ha staccato Pogacar. Van Aert ha una predisposizione diversa per la salita, tanto che si parlava di lui come di uno che avrebbe potuto vincere il Tour. Non ci ho mai creduto, ma qualcuno lo ha detto. Bisogna anche ricordarsi che il ciclismo non è il terreno in cui si va per dimostrare le proprie teorie. A conoscerlo si capisce come tutto rientri in una logica precisa. Volete sapere quante possibilità darei a Van der Poel di vincere la Liegi? Direi un 10 per cento. Abbiamo visto vincerla anche da Gerrans, che era un velocista, ma onestamente non credo che sia l’anno delle grandi sorprese».

Nel salotto di Gasparotto con due Amstel sul tavolo

14.04.2024
6 min
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Amstel Gold Race, la più giovane delle classiche del Nord, ma anche una delle più affascinanti. Nata nel 1966 per far sì che anche l’Olanda avesse la sua perla della “Campagna del Nord”, l’Amstel Gold Race a partire dagli anni ’90 è stata anche un buon terreno di caccia per gli italiani. Il primo a vincerla fu Stefano Zanini, oggi diesse dell’Astana-Qazaqstan, nel 1996 e a seguire Michele Bartoli, Davide Rebellin, Danilo Di Luca, Damiano Cunego, e due volte Enrico Gasparotto.

E proprio l’attuale direttore sportivo della Bora-Hansgrohe ci accompagna nel presentare l’Amstel che prenderà il via fra poche ore. Sarà la 58ª edizione della corsa della birra, l’Amstel appunto: 253 chilometri da Maastricht a Berg en Terblijt con tante cotes (qui il dettaglio del percorso).

E quindi con questa ipotetica birra sul tavolo, tuffiamoci nella corsa dell’oro… da bere.

Enrico Gasparotto, Amstel Gold Race 2016
Amstel 2016, Gasparotto mette a segno una vittoria memorabile. Precede Valgren e dedica la vittoria al compianto Demoitié
Enrico Gasparotto, Amstel Gold Race 2016
Amstel 2016, Gasparotto mette a segno una vittoria memorabile. Precede Valgren e dedica la vittoria al compianto Demoitié
Enrico, due vittorie memorabili 2012 (nella foto di apertura) e 2016. Se chiudi gli occhi qual è la prima che ti viene in mente?

La seconda chiaramente. Correvo con la Wanty all’epoca, squadra professional e dopo anni di WorldTour era come se fossi “retrocesso”. Tra l’altro il team non era organizzato come oggi. Ma soprattutto due settimane prima alla Gand avevamo perso Antoine Demoitié. Un nostro compagno aveva perso la vita in corsa, vi rendete conto. Tagliare quel traguardo, ma anche semplicemente correre, fu da brividi. E i brividi ancora mi vengono ogni volta che ci ripenso.

E’ comprensibile, Gaspa…

Tutti questi eventi hanno segnato il mio modo di essere attuale. Di come interpreto il ciclismo e la vita. Fu un vero shock, una giornata, una corsa… un incidente che può accadere a tutti. Fu una presa di coscienza, uno scossone anche sul come essere, nel rapportarmi con gli altri. Se oggi sono più calmo e più professionale fu anche grazie a quel momento. Prima spesso ero stato scontroso. Chiedetelo a “Martino” (Giuseppe Martinelli, ndr) quando ero in Astana. Dico che quel giorno è nato il Gaspa 2.0.

Enrico, hai vinto due Amstel e altre due volte sei arrivato terzo. Come nasce il feeling con questa corsa? Quando e perché hai capito che era adatta a te?

L’ho capito nel 2009 quando feci le Ardenne per la prima volta. Sin lì avevo sempre fatto la parte delle pietre. Tranne che a De Panne, non ero mai andato troppo forte. Non avevo mai finito un Fiandre, per dire… E così nel 2009 mi resi conto che questa poteva essere la mia corsa e dal 2010 è diventata il focus della mia preparazione.

Una caratteristica della corsa olandese sono le sue strade strette, oltre alle tante svolte e alle cotes in successione
Una caratteristica della corsa olandese sono le sue strade strette, oltre alle tante svolte e alle cotes in successione
Bello! Racconta…

Allenamenti, ritiri, gare erano finalizzate all’Amstel. Certe volte ero sul Teide e mi chiudevo in me stesso, mi concentravo su questa corsa. Cercavo di visualizzare le situazioni che avrei ritrovato in gara, sul quel percorso. L’ultima settimana prima dell’Amstel facevo il Brabante. In alternativa, a casa, il giovedì facevo tre ore di dietro motore e al termine dell’allenamento partivo per l’Olanda. Lo facevo con mia moglie che è davvero brava o con un mio amico che dal Friuli veniva in Svizzera appositamente per farmelo fare.

Addirittura dal Friuli…

Sì, loro mi motivavano. Era una responsabilità in qualche modo averli a disposizione.

Analizziamo questa corsa da un punto di vista tecnico. E’ più dura di un Fiandre (altimetricamente) ma meno di una Liegi…

Esatto, è una via di mezzo tra Fiandre e Liegi. Le salite sono lunghe al massimo 1,5 chilometri e non c’è pavé: alla fine diventa una gara veloce. Oggi poi ancora di più. E’ una corsa di posizione. Devi essere concentrato per sei ore, non devi mai farti trovare nel posto sbagliato. Se ci finisci nel momento poco opportuno è la fine dei giochi. E anche nel finale è questione di posizione… e di gamba ovviamente.

Esatto di gamba. Una volta si finiva sul falsopiano in cima al Cauberg, ora l’ultimo muro è il Bemelerberg. Tu adottasti la tattica di fare il tratto duro col 39 e poi di mettere il 53 non appena calava la pendenza.

Esatto, fu così per entrambe le volte: 39 prima, 53 poi. Oggi però è imparagonabile tutto ciò. Altre velocità, altre potenze e altri rapporti. Oggi ci sono il 52 o il 54 davanti e il 12 velocità e non il 10 dietro. In quegli anni al massimo la differenza era fra 54×11 e 53×11.

Gasparotto sul Cauberg nel 2016. Ha ancora il 39 e il tratto duro sta per finire. Lui è in spinta, gli altri arrancano
Gasparotto sul Cauberg nel 2016. Ha ancora il 39 e il tratto duro sta per finire. Lui è in spinta, gli altri arrancano
Questo utilizzo dei rapporti era una scelta ponderata a monte?

Sì, sì… sul Cauberg la vera differenza la si fa nel tratto finale, nel passaggio dal segmento duro al falsopiano. Io usavo il 39 per sfruttare la cadenza, il mio punto di forza. In questo modo riuscivo a preservare i muscoli quel po’ per spingere forte il 53. Era la mia tattica studiata e ponderata: mi dovevo arrangiare in qualche modo, non avevo il motore di Van Aert o di Van der Poel!

C’è il classico aneddoto che potresti raccontare?

Non in particolare. Però ricordo che quando feci terzo nel 2010 forai. Nel 2012 quando ottenni la prima vittoria forai lo stesso e pensai: «Beh, quella volta andò bene, magari sarà così anche stavolta».

Enrico, hai parlato di corsa di posizione, di grande concentrazione, come trasmetterai tutto ciò ai tuoi ragazzi?

Cercherò di spiegargli che bisogna essere concentrati appunto, ma anche che nei primi 100 chilometri ci sono dei punti in cui ci si può “rilassare” un po’. Mentre negli ultimi 75 chilometri se si è fuori dai primi 30, o primi 20 in certi precisi momenti, si è fuori dai giochi. Cercherò di fargli capire che non possono sbagliare. Non sono VdP.

Pogacar è il campione uscente. Quest’anno non ci sarà. Ma ci sarà Pidcock, a ruota dello sloveno. Sarà lui il principale sfidante di VdP?
Pogacar è il campione uscente. Quest’anno non ci sarà. Ma ci sarà Pidcock, a ruota dello sloveno. Sarà lui il principale sfidante di VdP?
Cioè?

Mathieu ha un motore talmente più grande degli altri che anche se sbaglia può recuperare. Loro no e proprio per questo per loro la posizione è ancora più importante.

Hai parlato di Van der Poel. E’ lui ancora il favorito indiscusso?

Direi che nelle ultime gare ha dimostrato di stare bene! Oltre ad essere forte ha grandi abilità di guida che in queste corse gli torna molto utile. Pensate una cosa: Mathieu corre la Roubaix senza guanti e al termine non ha neanche una vescica. Vuol dire che è sciolto, che ha feeling. E poi è massiccio. Non lo sposti facilmente. Quindi sì: credo che sia il favorito numero uno. Inoltre è olandese e immagino abbia voglia di vincere anche entro i suoi confini, visto che tra le altre cose si è sorbito lanci e grida poco gentili nelle altre corse.

Qualche outsider?

Pidcock può essere pericoloso, ma non è del livello di Van der Poel chiaramente. Però per come è andato alla Roubaix, uno leggero come lui, credo stia bene. Poi c’è il blocco UAE Emirates che sta dimostrando di essere ad alto livello con più corridori e dappertutto. Ecco, loro potrebbero sfruttare l’effetto della superiorità numerica. E’ così che potrebbero stanare Van der Poel. Insomma sono questi tre soggetti che produrranno la corsa, che non la subiranno.

Attacco a 600 watt e tanti saluti. Van der Poel e la sua Roubaix

12.04.2024
7 min
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Un po’ quello che ha raccontato Filippo Lorenzon di ritorno da Roubaix e prima ancora dal Fiandre. Un po’ quello che hanno detto gli altri corridori. Aggiungi la resa di un indomabile come Mads Pedersen e poi le parole sbalorditive di Pasqualon sulla differenza palpabile fra il campione del mondo e i corridori normali. Metti tutto insieme e poi fatti la domanda: quanto è forte questo Van der Poel? 

Abbiamo deciso di aggiungere una voce al coro: quella di un preparatore, con cui lo scambio di messaggi in merito alla vittoria nella Parigi-Roubaix non lasciava spazio a dubbi: «La perfezione! Ieri gli guardavo le mani su quel pavè. Sembrano delle “pinze”, non molla mail la presa. Poteva partire a -80 e non cambiava niente».

Le mani stringono il manubrio e appena un dito sui freni: sembra pedali su asfalto
Le mani stringono il manubrio e appena un dito sui freni: sembra pedali su asfalto

Lui è Pino Toni, toscano, allenatore di lungo corso. Uno che lo sponsor Alpecin l’ha visto andar via in cerca di nuovi lidi alla fine del 2017 quando lavorava alla Katusha. Era lampante che il marchio tedesco cercasse qualcuno più qualificato di Zakarin e Kristoff, anche se quando nel 2020 nacque la Alpecin-Fenix (poi Alpecin-Deceuninck) con i fratelli Van der Poel, Merlier, Modolo e Sbaragli, pochi avrebbero immaginato il resto della storia.

Cosa vogliamo dire di questo Van der Poel?

Che è bello da morire in bicicletta. Poi con quella maglia lì, tutto bianco…

Guardando le foto, colpisce per la sua fisicità.

Questo va nella direzione del momento: sono molto più atleti di una volta. Il modello di ciclista è completamente cambiato. E’ importante avere generalmente un VO2 Max altissimo, però l’attenzione si è indirizzata verso le massime potenze sostenibili, quindi ai volumi lattacidi prodotti. Con la nuova alimentazione io mi posso caricare di muscoli e farli lavorare anche se apparentemente non servono per la pedalata. I corridori di prima avevano il tronco definito e ridotto al minimo. Ora questo problema viene meno, perché puoi ingerire 120 grammi di carburanti ogni ora, mentre prima eri legato ai gel e alle barrette. Atleti come Van der Poel, Van Aert, ma anche lo stesso Pogacar, hanno una struttura fisica più importante. Pogacar che vince il Tour non è finito come il Nibali del 2014.

Era magrissimo…

Una volta diventavano brutti. Un preparatore diceva ai suoi corridori che erano pronti ad andare forte perché erano diventati brutti. Diventavano scheletrici per fare la differenza, perché alla fine consumavano meno degli altri e in finale ne avevano di più. Ora questo problema non c’è, ora apri il gas dall’inizio alla fine e poi arrivi in fondo, anche con motori che consumano molto.

Quello che colpisce di Van der Poel è il senso di potenza della parte superiore del corpo
Quello che colpisce di Van der Poel è il senso di potenza della parte superiore del corpo
Non servono più i diesel potenti?

Proprio lì volevo arrivare. Una volta vincevi col diesel, col tuo Volvo 740. Il serbatoio era per tutti di 50 litri e chiaramente quelli col Porsche a un certo punto finivano alla benzina. Ora partono forte e vanno sempre più forte per tutta la corsa. Succede ormai per la totalità dei corridori, mentre sopra la media ce ne sono pochi con delle potenzialità completamente diverse che fanno la differenza anche come tattica di corsa. Non li freghi, perché possono andare forte dall’inizio alla fine.

Come dire che la volta che Van der Poel ha vinto a Casteldifardo alla Tirreno, arrivando completamente svuotato, gli ha insegnato a collegare i puntini nel modo giusto e adesso non lo fermi più?

Esatto, non lo fermi più. Ha aggiustato veramente tutti i tiri. Ha capito che se sbaglia qualcosa, rischia di non arrivare. Le più grandi scoperte del ciclismo degli ultimi vent’anni sono il misuratore di potenza, i test di valutazione per vedere quanto consumi e la possibilità di integrare fino a 120 grammi l’ora. Basta: finito! Queste sono le più grandi scoperte del ciclismo. In più, a suo favore, aggiungete che sa guidare la bici in modo pazzesco…

Un altro tassello per il mosaico perfetto?

Oh, Dio bono: viene dalla mountain bike e dal ciclocross! Questo significa anche ottimizzare l’utilizzo delle energie, perché uno che sta così bene in bicicletta, che non sbaglia una traiettoria, non ha stress neppure se il percorso è insidioso. Ha il colpo d’occhio di quando scendi a 40-50 all’ora fra le radici e in un attimo devi scegliere la linea. Come il primo Sagan: ve lo ricordate Peter che montava sulle biciclette degli altri?

Ormai una borraccia contiene fino a 90 grammi di carboidrati: l’importante è avere il serbatoio pieno
Ormai una borraccia contiene fino a 90 grammi di carboidrati: l’importante è avere il serbatoio pieno
Quindi non è solo avere grande motore, ma averlo inserito nel giusto contesto?

Un grande motore che deve funzionare per 4 ore e mezzo, perché ora vanno a tutta per quel tempo lì. Per questo ho detto che poteva partire a 80 chilometri dall’arrivo e non cambiava niente. Uno così non finisce la benzina. Sa che da solo a 400 watt consuma 110-120 grammi di carboidrati e riesce a buttarli dentro. Secondo me ha anche più watt medi, perché quando è partito ha sicuramente dato di più e magari avrà pure intaccato la riserva. Ma uno che è alto 1,85 e pesa 75 chilli avrà addosso 500-600 grammi di glicogeno. Quindi prima di avere il senso della crisi può intaccare la riserva fino alla metà.

Stiamo parlando del moto perpetuo oppure esiste una fine?

Ha di certo la soglia sopra i 450 watt. E quando parte può fare 5 minuti a 600 watt. I suoi 5 minuti fanno impressione, la sua capacità di spinta ti mette in difficoltà. Però bisogna pensare che se vai a soglia, consumi 250 grammi di glicogeno ogni ora, quindi sai che in tutta la corsa ci puoi andare per un’ora, non di più.

Insomma, se è solo e lo lasci andare del suo passo, non lo vedi più…

Esatto, quando è da solo e gli altri non si avvicinano, come si dice da noi in Toscana: è cotto il riso! Nel senso che sai già come va a finire, perché questo si mette al suo regime e sa che arriva in fondo anche se ha da fare 60 chilometri. Purtroppo in certi casi, speriamo che nessuno si arrabbi, diventa anche un pochino noioso. E’ come Verstappen che è davanti nel Gran Premio di Formula Uno e si gestisce e non deve fare nemmeno una curva rischiando di mettersi di traverso. E con Van der Poel è uguale. Fa il suo scatto, poi gestisce il vantaggio. Basta: finito!

Nella fase di attacco, la potenza scaricata sui pedali secondo Toni potrebbe essere arrivata a 600 watt
Nella fase di attacco, la potenza scaricata sui pedali secondo Toni potrebbe essere arrivata a 600 watt
Secondo te in questo quadro perché il ciclocross gli è così prezioso?

Gli è servito tantissimo per abituarsi a lavorare e a sfruttare l’acido lattico come energia, quello che ora viene chiamato il volume lattacido massimo. Queste grandi esplosioni di lavoro massimale le ha allenate nel ciclocross e nella mountain bike ed è difficile farlo diversamente. Come glielo dici a uno di fare un’ora fuori soglia? Devi trovare anche le motivazioni.

A inizio anno ha dichiarato che d’ora in avanti potrebbe non fare più inverni con tanto ciclocross.

Ma ormai quel background a livello fisiologico se l’è creato. Ora basta che lo alleni con le menate che fa e poi chiaramente il suo allenatore saprà come farglielo mantenere. Ormai quasi tutti i corridori fanno 45 minuti-un’ora a blocco, magari anche quando sono in altura. Oppure spezzano l’allenamento e fanno quello corto a tutto gas, perché questo è quello che ti richiede adesso il modello gara.

Dici che ha dovuto allenarsi per mangiare 120 grammi di carboidrati per ora?

La tecnologia è altissima. Ci sono delle borracce in cui puoi addirittura mischiare la parte dei sali con la parte dell’energia. Non cambia l’osmosi, quindi non ti dà noia all’intestino. Parliamo di borracce da 90 grammi l’ora: ne prendi una, aggiungi un gel e sei a posto. Chiaramente lo devi provare e soprattutto lo devi provare quando cambiano le temperature, perché devi fare attenzione. Se sei disidratato, infatti, e butti dentro tutti quei carboidrati, puoi avere problemi. Ma ci sono 4-5 aziende che anche con due gel riescono a buttare dentro da 80-90 grammi, però devi stare bene. 

In curva sul pavé con traiettorie perfette, il busto ruotato verso l’interno e la spalla verso il basso: atteggiamento da biker
In curva sul pavé con traiettorie perfette, il busto ruotato verso l’interno e la spalla verso il basso: atteggiamento da biker
Si è detto che nel finale del Fiandre potrebbe aver utilizzato dei chetoni.

Nelle corse a tappe, li utilizzano in tanti. I chetoni ti servono soprattutto nei momenti un po’ morti, quando durante una tappa di transizione allenti un pochino e stai nel gruppo. Quando vai ad andature sub massimali e non sei a tutta, può convenirti ridurre tutta quella quantità di carboidrati. Semmai torni a prenderli soltanto nel finale e allora magari cerchi qualcosa di pronto subito, ad esempio prodotti che contengono beta-alanina oppure caffeina. Il chetone ti aiuta se non vai sempre fortissimo, ma se vai a tutta non ha senso. Magari vanno bene per il recupero o quando sei sotto il medio, ma durante la corsa ti serve a poco.

Infine c’è l’aspetto mentale…

Sicuramente ha delle motivazioni molto forti e sa crearsele. Penso al ricordo di suo nonno e anche al fatto che su quello che fa lui ci campano 70 persone. E questo secondo me qualche stimolo glielo dà. Insomma, se ha attorno altra gente come lui, magari gli tocca far fatica. Ma quando è da solo, tanto vale mettersi comodi e prepararsi a battergli le mani.

VdP è il capitano, ma alla Alpecin la legge è uguale per tutti

11.04.2024
7 min
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La Parigi-Roubaix ha consegnato alle cronache una Alpecin-Deceuninck schiacciasassi, anche più potente della Visma-Lease a Bike. Succede, quando si ha un leader forte come Van der Poel, che anche i gregari meno quotati si ritrovino con le energie raddoppiate e spesso facciano degli autentici capolavori. Se così è stato nelle classiche in presenza del… capo, non si può dire che la squadra si sia tirata indietro nelle altre corse, vincendo una tappa al Catalunya e una al Giro dei Paesi Baschi. Ad oggi il team dei fratelli Roodhooft è arrivato a dieci successi stagionali, tre dei quali nelle tre Monumento finora disputate: Sanremo, Fiandre e Roubaix. La sensazione che si abbiano occhi soltanto per Van der Poel e Philipsen insomma parrebbe sfatata dalla prova dei fatti.

Alla Roubaix, Vermeersch ha fatto gli straordinari per la Alpecin-Deceuninck, arrivando poi al sesto posto
Alla Roubaix, Vermeersch ha fatto gli straordinari, arrivando poi al sesto posto

La Alpecin di Conci

Nella squadra corrono due italiani, contro i quattro delle ultime stagioni. Uno è Luca Vergallito, approdato nel WorldTour dopo la challenge di Zwift e un anno nel devo team. L’altro, che ha seguito un iter più classico, è Nicola Conci, arrivato nel 2022 dopo la chiusura della Gazprom e in precedenza corridore della Trek-Segafredo. Il trentino ha corso ai Paesi Baschi e ora fa rotta sul Giro. Gli abbiamo chiesto di sé e del suo team, per capire se esista una suddivisione interna a favore dei big o se alla fine abbiano tutti le stesse possibilità. Lo sentiamo dopo la prima tappa del Giro d’Abruzzo che ha seguito da casa e l’esordio strappa il sorriso.

«Lo farei volentieri anche io l’Abruzzo – dice – perché non è che finora abbia corso tanto. Da quando la squadra è diventata World Tour, deve fare le corse che magari prima avrebbe saltato e di conseguenza si vede costretta a cancellarne altre a cui magari avrei potuto partecipare. Ad esempio io ho fatto il Giro dei Paesi Baschi e altri il Catalunya. E’ andata bene perché abbiamo vinto una tappa in entrambe, però dubito che nel 2022 le avremmo fatte. Quell’anno feci la Arctic Race e il Giro di Slovenia, mentre adesso siamo costretti, tra virgolette, a fare le prove WorldTour. A questo aggiungiamo che è saltata la Ruta del Sol a inizio anno e di conseguenza ho solo fatto Strade Bianche, Tirreno-Adriatico e Paesi Baschi».

Anche ai Paesi Baschi, con VdP impegnato sul pavé, la Alpecin ha vinto con Hermans
Anche ai Paesi Baschi, con VdP impegnato sul pavé, la Alpecin ha vinto con Hermans
Sei rimasto coinvolto anche tu nella caduta?

Quella famosa l’ho schivata, ma ero caduto il giorno prima, nella tappa che ha vinto il mio compagno Quinten Hermas. A un chilometro dall’arrivo mi è caduto davanti un altro corridore e non c’è stato modo che potessi evitarlo. Diciamo che nel male mi è anche andata bene, devo dire, perché mi sono fatto qualche escoriazione e poi all’inizio avevo un fortissimo dolore al coccige. Questo però è tutto passato, quel che invece resta è un male al torace. Con la botta deve essersi formato un ematoma interno oppure con il dottore si diceva che potrebbe esserci un piccolo danneggiamento nella zona della cartilagine, quindi nella parte finale delle costole. Mi fa abbastanza male quando respiro e soprattutto quando vado in bici.

Anche ora in allenamento?

Nelle tappe successive lo sentivo, poi ho recuperato per due giorni dopo la corsa e stavo bene. Invece martedì, che era il terzo giorno, ho fatto tre ore e ho sentito di nuovo quel fastidio. Si vede che quando respiro, il diaframma va a toccare quella zona. Ci vorrà ancora tempo, ma non c’è niente di rotto e questo è l’importante.

Adesso tutta l’attenzione è puntata sul Giro?

In realtà avevo chiesto con insistenza di fare le Ardenne. Primo perché penso che siano delle belle gare per me, secondo perché non avendo fatto la Ruta del Sol, i giorni di corsa in questa prima parte di 2024 sono veramente pochi. All’inizio sembrava che fosse possibile, invece alla fine mi hanno detto di andare in altura e concentrarmi sul Giro. C’era un programma già fatto e si è deciso di restare fedeli a quello. Al Giro si va per provare una tappa con un velocista come Kaden Groves e con Quinten Hermans che quest’anno sembra aver ritrovato buone sensazioni. Ovviamente parlo di loro, ma anch’io proverò a entrare nella fuga giusta, mentre non ho in testa di fare classifica. Il fatto che quest’anno Pogacar abbia deciso di fare il Giro è un’arma a doppio taglio. Tadej potrebbe voler fare il cannibale oppure chiudere la corsa alla fine della prima settimana e da lì in poi ci sarebbe più libertà per tutti gli altri.

Conci arriverà al Giro con 16 giorni di gara: qui alla Tirreno-Adriatico con Van den Bossche
Conci arriverà al Giro con 16 giorni di gara: qui alla Tirreno-Adriatico con Van den Bossche
Hai parlato di Pogacar, tu corri con Van der Poel: come si convive con simili fenomeni?

Ormai tutti si sono resi conto che questi cinque, sei corridori abbiano capacità ben oltre la normalità. Di conseguenza quando ci sono loro, le corse sono già indirizzate. Se ce l’hai in squadra, sei contento perché sai che lavori, ma c’è grande possibilità di portare a casa il massimo risultato. Quando invece ce l’hai contro, non è che ci siano grandi cose da fare. Per il Giro, la fuga sarà il solo modo di portare a casa una tappa.

Quando ce l’hai in squadra sei contento, va bene, ma si percepisce una differenza nel trattamento che ricevete rispetto a lui?

No, direi che da quel punto di vista sono bravi. Mi sembra che il metodo di lavoro sia molto standardizzato, anche se sostanzialmente Mathieu è la squadra. Non so esattamente come funzioni, però bene o male lui è cresciuto insieme alla Alpecin e fa parte della sua storia. Non voglio dire che sia sullo stesso piano dei fratelli Roodhooft, ma se pensiamo a cosa fosse prima la Alpecin e il modo in cui sono cresciuti, il merito è soprattutto di Mathieu. Nonostante ciò, sono molto metodici: hanno i loro schemi e tutte le programmazioni e non lo ho mai visti cambiare solo perché ci sono Philipsen o Van der Poel.

A proposito di Philipsen, credi che rimarrà o andrà via?

Il presupposto è che non so assolutamente nulla, meno di zero: non ho sentito neanche delle voci. Per come la vedo io, Jasper è uno dei corridori più forti al mondo e sa di andare fortissimo e di poter puntare al massimo risultato in qualsiasi corsa che sia adatta alle sue caratteristiche. Dall’altra penso che ormai si sia visto che i suoi obiettivi cominciano col sovrapporsi a quelli di Mathieu. Ho seguito la Sanremo dalla TV e si è visto che Mathieu si è sacrificato ben volentieri, ma penso che avrebbe voluto fare anche lui la volata. Quindi sinceramente non saprei dire quale sarà la scelta di Jasper, ma so che la sua miglior versione finora si è vista qui alla Alpecin. Per cui da una parte non vedo perché dovrebbe voler andare via, dall’altra ci saranno da capire i loro obiettivi.

Il legame che unisce i fratelli Roodhooft, titolari della Alpecin, a Van der Poel è qualcosa di raro nel ciclismo contemporaneo
Il legame che unisce i fratelli Roodhooft a Van der Poel è qualcosa di raro nel ciclismo contemporaneo
Pensi che se avessero corso in due squadre diverse, alla Roubaix le cose avrebbero avuto un altro sviluppo?

Non so se Jasper avrebbe potuto battere Mathieu, perché comunque sono un po’ diversi. Magari sarebbe arrivato ugualmente secondo o magari ci è riuscito approfittando del fatto di avere davanti il compagno, correndo così sempre a ruota. Difficile da dire…

Prima del Giro su quale altura andrai?

Sull’Etna. E poi, visto che non correrò fino al Giro, potrei fare anche un salto a Livigno. Conosco le tappe del Giro da quelle parti, anche se viste le salite, sono strade che vorresti non conoscere (ride, ndr). Deciderò in base al meteo.

Arriverai al Giro con 16 giorni di corsa: magari sarai più fresco…

Un po’ mi brucerà guardare le Ardenne in tivù, perché le avrei fatte volentieri. D’altra parte andare al Giro d’Italia avendo corso così poco mi permetterà certamente di essere freschissimo mentalmente. E magari quando arriveremo alla decima tappa, questo potrò essere un vantaggio. Magari all’inizio sarò indietro rispetto a chi ha corso di più, ma poi l’equilibrio potrebbe invertirsi. Avrei voluto provare questa soluzione già l’anno scorso ed ero convinto che sarei andato in crescita, purtroppo però mi sono fermato per il Covid. La speranza è quella di fare un Giro di crescita, vediamo se ne sarò capace.

Da Roubaix al Brabante, nel recupero di Pasqualon

10.04.2024
7 min
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Da Roubaix a Leuven ci sono 150 chilometri, ma per tutti i corridori che hanno corso sul pavé e oggi partono per la Freccia del Brabante sono molti di più. Ne abbiamo parlato con Andrea Pasqualon, migliore degli italiani nel velodromo francese. Se è vero che la Roubaix ti resta addosso per giorni, come ci si rimette in sesto per ripartire?

«La Roubaix è una corsa davvero dura – spiega il corridore della Bahrain Victorious – penso la più dura delle classiche, per cui arrivare cinquantesimo è un piacere. Vuol dire che a 36 anni sono stato competitivo in mezzo a ragazzi di 20: 15 anni meno di me. Sono ancora competitivo e questo mi fa solamente piacere. In più alla Roubaix ci sono tanti inconvenienti possibili e questa è stata un’edizione particolare…».

Quasi 10 chilometri con le come a terra: così la Roaubaix di Pasqualon ha cambiato faccia (@charlylopez)
Quasi 10 chilometri con le come a terra: così la Roaubaix di Pasqualon ha cambiato faccia (@charlylopez)
In che modo?

Proprio ieri sera stavo parlando di questo con i miei compagni. Una volta di solito la Roubaix iniziava da Arenberg, quasi mai prima. Invece questa volta la corsa è esplosa subito e al secondo settore di pavé eravamo sparpagliati in vari gruppetti. D’altra parte, quando si corre con atleti di classe come Mathieu Van der Poel o Van Aert o Pogacar, che hanno veramente una o due marce più di tutti noi, possono crearsi scenari come quello di domenica. Per noi che abbiamo un motore più piccolo, è difficile reggere il passo.

Quand’è così si allargano le braccia o si pensa al modo di tirare fuori qualcosa di più dal proprio motore?

Cosa dire… Se le gambe arrivano fino lì, non hai da inventarti tante cose. Questi ragazzi stanno in gruppo con la sigaretta in bocca rispetto a noi. E’ brutto da dire, ma è la verità. Quando ci si affianca a loro, si capisce che hanno una zona o anche due di differenza. Quando noi siamo al medio, loro sono al lento. Quando uno attacca a 60 chilometri e arriva con 3 minuti di vantaggio, poi ha il tempo di guardare gli altri che fanno la volata per il secondo posto, vuol dire proprio essere di un altro livello.

Finché sono 3-4 del loro livello, c’è un po’ di confronto. Quando sono da soli la differenza sembra anche maggiore, no?

Sì, fanno sembrare tutto molto facile. Ieri ho guardato la corsa in televisione, perché domenica ero dietro e non avevo visto niente. E guardandola, mi sono detto: «Cavolo, ma quanto riesce a spingere questo sul pavé?». Sembra che sia tutto molto facile, ma in realtà di facile non c’è niente. Noi che l’abbiamo corsa sappiamo quanto sia faticoso uscire dalla Foresta di Arenberg, dal Carrefour de l’Arbre o da Mont Saint Pevele. Invece Van der Poel riesce ad andare a 60 all’ora sul pavé, vuol dire che Madre Natura gli ha donato qualcosa che a noi non ha dato.

Per quanto tempo ti rimane addosso una Roubaix così faticosa?

Domenica sera non stavo male, lunedì ero un po’ dolorante. Martedì invece ero ancora malconcio, più che altro perché ci vogliono due o tre giorni per recuperare davvero. Alla fine è stata una Roubaix devastante, corsa a una media mostruosa. Siamo partiti a tutta e siamo arrivati a tutta. E’ vero che i materiali hanno inciso tanto, ma penso che la vera differenza l’abbiano fatta corridori come Mathieu e la sua squadra. I ragazzi della Alpecin sono andati veramente fortissimo. Vermeersch è arrivato sesto, nonostante il lavoro che ha fatto: secondo me è andato più forte di Mathieu.

In che modo hai passato i due giorni fra la Roubaix e il Brabante? Gambe per aria e riposo assoluto?

No, assolutamente. Si fanno delle uscite di un’ora e mezza, al massimo due, in tranquillità. Si fanno girare le gambe, perché il riposo totale non ci fa bene. Magari si può fare lontano dalle corse, ma durante la stagione non è il massimo. Quindi si fa una sgambata per far circolare il sangue ed eliminare le tossine di una corsa lunga come domenica. Poi si fanno i massaggi e il trattamento con l’osteopata, la routine più o meno è questa.

Il primo massaggio l’hai fatto la sera della Roubaix oppure hai aspettato il giorno dopo?

No, ho aspettato lunedì ed è stato un massaggio davvero pesante. Si sentiva (ride, ndr) che c’era ancora qualche… pietra all’interno dei miei muscoli! E’ stato un massaggio profondo, perché bisogna eliminare veramente le tossine e soprattutto le aderenze. Non scherzo quando dico che è una corsa massacrante. Parliamo di schiena, braccia e mani. Ho le mani ancora gonfie per i colpi della Roubaix, anche perché ci si è messa anche la sfortuna…

In che modo?

Ho forato e ho avuto la sfortuna che la seconda ammiraglia non fosse vicino a me. Perciò sono andato avanti per parecchi chilometri con le ruote bucate. Poi ho trovato dei massaggiatori e le ho cambiate entrambe. Però non avevano le gomme da 35 millimetri con cui ero partito e me ne hanno passate due da 28, gonfiate anche abbastanza alte. A correre la Roubaix con i 28, mi è sembrato di tornare indietro di 10 anni, però alla fine sono arrivato ugualmente nel velodromo.

Si riparte dopo il cambio delle ruote, la Roubaix è ancora lunga (@charlylopez)
Si riparte dopo il cambio delle ruote, la Roubaix è ancora lunga (@charlylopez)
Con quelle gomme, la bici e la guida cambiano completamente?

Cambia tutto. Ognuno ha la pressione con cui si trova bene in base al proprio peso. Tutte le marche hanno dei parametri per trovare la giusta pressione e posso assicurarvi che anche 0,1-0,2 bar di differenza possono veramente cambiare tantissimo sul pavé. Per questo, in base alle ruote e al tubeless che si usa, cambiano anche le pressioni. Per questo motivo avevamo optato per un 35, perché abbiamo visto che c’è una grandissima differenza sul pavé, anche se sull’asfalto si ha la sensazione che la bici scorra di meno.

Come è andata a livello di vibrazioni con quelle ruote sottili?

Le vibrazioni sono il vero problema. Proprio per evitare di riceverne troppe, alcuni hanno usato ugualmente il manubrio aerodinamico in carbonio, mentre tanti hanno optato per quelli più classici. Magari in alluminio o anche in carbonio, ma comunque tondi per avere meno vibrazioni nelle braccia. Qualcuno ha utilizzato il doppio nastro, chi il gel all’interno del nastro stesso. Io ho utilizzato dei guantini fatti da Prologo per il pavé e alla fine ne sono uscito senza neanche una vescica e questo fa la differenza. Se succede che a 50-60 chilometri dall’arrivo sei pieno di vesciche, diventa difficile anche guidare la bici.

Dal punto di vista dell’alimentazione, come hai recuperato le forze?

La sera si cerca sempre di reintegrare i carboidrati. Lunedì invece siamo stati abbastanza leggeri, mentre martedì abbiamo iniziato a integrare i carboidrati, in modo di averli per la gara. L’integrazione dei carboidrati inizia dalla colazione del giorno prima e prosegue con pranzo e cena. Il giorno prima si fanno le basi per avere la giuste quantità di carboidrati il giorno seguente. Con gli studi degli ultimi anni, si è visto che è meglio fare il carico di carboidrati dal giorno prima della gara.

Pasqualon ha concluso la Roubail al 50° posto, primo degli italiani (@charlylopez)
Pasqualon ha concluso la Roubail al 50° posto, primo degli italiani (@charlylopez)
A livello di sensazioni, secondo te nei primi chilometri di corsa della Freccia del Brabante sentirai ancora la Roubaix nelle gambe?

Può essere che nella prima ora senta un po’ di affaticamento, però confido che poi tutto vada a diminuire fino a sbloccarsi, come diciamo fra corridori. E comunque è sempre meglio partire bloccati e finire la corsa in gran forma che partire bene e spegnersi nel finale.

Dopo il Brabante tiri una riga o continui?

La Freccia del Brabante è l’ultima corsa di questo inizio di stagione, poi andrò direttamente ad Andorra e farò due settimane e mezzo di altura per preparare proprio il Giro d’Italia. Sarà una corsa importante per la squadra e io avrò da fare soprattutto per aiutare il nostro velocista Bauhaus. Essendo il suo ultimo uomo, dovrò recuperare e risparmiare un po’ di forze per il Giro d’Italia. Perciò che altro dire? Ci vediamo a Torino…

EDITORIALE / L’Italia, la legge del calcio e la nicchia del ciclismo

08.04.2024
5 min
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Sangue, soldi e sesso. In mancanza di vittorie, se si realizza una di queste condizioni, anche il ciclismo ha diritto al suo grande spazio. La caduta dei campioni al Giro dei Paesi Baschi ha conquistato le prime pagine e le successive, come pure lo spazio in alcuni telegiornali, con conduttrici e conduttori in evidente imbarazzo nel pronunciare nomi per loro totalmente sconosciuti. Abbiamo poco da lagnarci, basterebbe chiedere agli appassionati di tennis per quanti anni siano rimasti in sala d’attesa, accontentandosi della storia d’amore fra il giocatore e la velina e tornando finalmente a respirare grazie a Sinner.

La caduta nella 4ª tappa del Giro dei Paesi Baschi ha avuto più attenzione della vittoria di VdP a Roubaix (immagine Eurosport)
La caduta nella 4ª tappa del Giro dei Paesi Baschi ha avuto più attenzione della vittoria di VdP a Roubaix (immagine Eurosport)

Una vetrina in subaffitto

In Italia lo sport è un mondo strano. Il calcio si mangia tutto e chi è chiamato a dirigere i grandi media ha chiaro di non dover lasciare spazio ad altro. Difficile dire se vengano scelti per questa loro idea o se gli venga chiesto di farla propria. Il resto, in ogni caso, ha a disposizione una piccola vetrina in subaffitto. Quando ci si lamenta per la mancanza di una squadra WorldTour in Italia, si agitano spesso fantasmi del passato, ma ci siamo chiesti quale potrebbe essere da noi il ritorno di immagine per un simile investimento?

Non esiste lo sport come valore oggettivo, mentre esiste l’oggettività di un certo tipo di cultura. La grande prestazione in teoria dovrebbe trascendere i confini nazionali e gli interessi di parte. E se ieri il Van der Poel della Roubaix è olandese e non italiano e se anche il primo dei nostri (Andrea Pasqualon) arriva al traguardo in cinquantesima posizione, la grandezza dello spettacolo dovrebbe svegliare la voglia di raccontare. C’erano tre milioni di persone lungo le strade. C’era il campione del mondo in fuga come un’aquila. C’erano la resa eroica di Pedersen e il cinismo spietato di Philipsen. Ci sono state le cadute di Viviani, Milan e Bettiol: i primi due attesi alle Olimpiadi su pista. C’era il mondo. Quel che mancavano erano i giornalisti dall’Italia, perché tranne pochi specializzati, gli altri hanno dovuto raccontarla da casa.

Van der Poel non è neppure francese, lo era suo nonno Raymond Poulidor. Eppure L’Equipe di oggi in edicola ha riservato alla Roubaix dieci pagine, oltre alla prima con l’iridato da testa a piedi (immagine di apertura. Il titolo recita: Sua Altezza del pavé). Il calcio l’hanno messo dopo, perché è giusto che una qualsiasi giornata di campionato venga dopo una prova Monumento. La Sanremo è un Monumento: siamo certi che il resto dello sport si sia fermato per ammirarla?

La vittoria della Roubaix di Van der Poel si è svolta in un contesto trabordante di pubblico
La vittoria della Roubaix di Van der Poel si è svolta in un contesto trabordante di pubblico

La missione del giornalista

I lettori vanno educati, un po’ come i figli e gli studenti. Se a un figlio proponi sempre la stessa vita, crescerà con orizzonti limitati e non potrà sviluppare le sue potenzialità. Se l’insegnante non è capace di spiazzare gli studenti diversificando il modo di raccontare la cultura, avrà fallito la sua missione. Anche i contadini sanno che a un certo punto la rotazione delle colture è il solo modo perché il campo continui a rendere.

Se un organo di informazione, qualunque sia la sua forma, continua a proporre sempre gli stessi argomenti, quale tipo di cultura sportiva potrà sperare di generare nei suoi lettori? Va bene, qualche direttore che si sentisse chiamato in causa potrebbe rispondere che non gliene importa nulla e che non è questa la sua missione, ma di questo potremmo discutere a lungo.

Se quello che facciamo è spolpare sempre lo stesso osso e rinunciamo a trasmettere dei valori, come possiamo pretendere che domani la gente avrà voglia di leggere altro? Qual è il ruolo del giornalista nel formare nuovi cittadini? E se domani, tornando allo sport, Van der Poel sarà italiano, siamo certi che le pagine a lui dedicate non verranno vissute come spazio sottratto alla routine e agli interessi del calcio?

Con Pantani la popolarità del ciclismo era riuscita a far vacillare quella del calcio
Con Pantani la popolarità del ciclismo era riuscita a far vacillare quella del calcio

Lo spirito olimpico

Ad agosto Parigi chiamerà a raccolta l’elite dello sport mondiale e, come ogni quattro anni, ci ritroveremo a tifare davanti a discipline di cui non sappiamo nulla. Ogni sportivo ha la sua storia, ogni grande impresa ti scuote dentro se chi la racconta suona i tasti giusti. Ma la sensazione è che nel Paese più bello del mondo con la corsa più dura del mondo, tutto questo venga visto come noia e semmai occasione per spremere limone e sponsor, in attesa che ricominci il campionato e si possa finalmente rimestare nel paradiso del calcio.

Non può essere il ciclismo a cambiare la storia, ma i valori dello sport potrebbero essere tanto potenti da scardinare pregiudizi e cattivi costumi. Si è scelto tuttavia di appiattirsi su un mondo che non riesce a sganciarsi dalla dittatura dei milioni e si fa andare bene il razzismo e l’omofobia. Allora forse, nel chiudere questo amaro editoriale, la sensazione che ci assale è che rientri tutto nello stesso disegno. Va bene che il pubblico venga assecondato e beva quello che gli viene versato, senza che debba chiedere altro. Casomai gli venisse poi la voglia di pretendere qualcosa di diverso da chi, qualunque sia la sua bandiera, invece dello sport, è chiamato a fornirgli leggi, democrazia e lavoro.

Si capisce bene che Pantani a un certo punto sia diventato scomodo. Come lo inquadri uno che offusca il calcio, i suoi sponsor e i limitati orizzonti e accende le luci sul ciclismo, sponsorizzato per giunta non da una multinazionale, ma da una piccola catena di supermercati? Magari una spintarella perché se ne parli un po’ meno o in modo diverso, avrà pensato probabilmente qualcuno, gli si potrebbe anche dare, no?

La chicane dell’Arenberg non incide. Almeno in apparenza…

08.04.2024
5 min
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WALLERS (Francia) – Si potrebbe dire che tanto tuonò e alla fine non piovve, ma siamo davvero sicuri che la Foresta di Arenberg e la sua chicane non abbiano inciso per niente sulla Parigi-Roubaix? I 2.300 metri dell’Inferno del Nord comunque hanno segnato la gara. Hanno detto chi non avrebbe vinto la corsa del pavé.

C’era un’attesa spasmodica per questo tratto: quest’anno più che mai proprio in virtù della chicane, inserita per rallentare l’ingresso dei corridori sullo sconnesso pavé della Foresta. Di sicuro ci sono entrati più piano, ma altrettanto sicuramente la bagarre c’era già stata parecchio prima. Quindi è difficile dire quali effetti avrebbe sortito la chicane a gruppo pieno.

Corsa anticipata

Come aveva accennato Mathieu Van der Poel, era probabile che la corsa sarebbe esplosa prima. E’ andata esattamente così: hanno imboccato la Foresta circa venti corridori.

E per fortuna, ci sentiamo di dire. Col vento a favore che c’era, in caso di gruppo compatto sarebbero entrati a 80 all’ora. E sarebbero andati a quella velocità sia che ci fosse stato subito il pavé, sia la curva della chicane. Noi eravamo lì, sulla “U” della chicane e abbiamo osservato bene.

Concentrato, con le mani basse, è stato Mads Pedersen a virare per primo. VdP era in quinta, sesta posizione, molto più sciolto in volto. Una manciata di atleti, poi il vuoto assoluto. Anche se pochi secondi dopo, arrivando come un falco, ecco Edward Planckaert. Il corridore della Alpecin-Deceuninck stava dando tutto per rientrare e dare una mano ai suoi due leader: l’iridato, appunto, e Philipsen.

Circa venti i corridori che formavano il drappello di testa
Circa venti i corridori che formavano il drappello di testa

Festa all’Inferno

Mentre una folla incredibile si distribuiva lungo il rettilineo più famoso del ciclismo, andava in scena una vera festa all’ingresso della Foresta. Un vero show con intrattenimento, giochi, birre, musica, patatine fritte. La corsa sembrava fosse cosa lontana. 

Chi non aveva il pass per la macchina o era lì dalle prime ore dell’alba o si è sorbito non meno di 2,5 chilometri a piedi.

Poi però appena sono passate le prime moto, ecco che tutti hanno portato gli occhi (e gli smartphone) sulla strada. Qualcuno era contento della chicane, altri meno. La rete nazionale, France 2, faceva domande a destra e manca per quella che era una vera inchiesta.

Tra l’altro sembra, il condizionale è d’obbligo, che il prossimo anno si arrivi dalla strada perpendicolare alla Foresta, così da abbandonare la chicane, ma avere comunque l’ingresso dalla curva, esattamente come quest’anno. Quindi a velocità più bassa.

Pedersen (guardate chi lo bracca) fa il forcing, ma non crea grande selezione. Forse lì ha capito che non avrebbe avuto possibilità
Pedersen (guardate chi lo bracca) fa il forcing, ma non crea grande selezione. Forse lì ha capito che non avrebbe avuto possibilità

Arenberg (quasi) decisivo

Ma torniamo alla corsa. La Roubaix già in quel punto era questione di pochi. Tutti quelli che dovevano essere all’appuntamento avevano risposto presente. Peccato solo non ci fosse neanche un italiano.

La velocità più bassa d’ingresso ha creato delle differenze forse minori di quanto ci si attendesse. Pedersen prima e Van der Poel, ancora di più dopo, hanno allungato tantissimo il gruppo. Nonostante le urla, si sentiva il rumore delle bici. La risonanza di ruote e telai in carbonio è stata una roba da brividi.

Nella Foresta, dopo il forcing, Pedersen deve aver capito che la sua giornata non sarebbe stata facile visto che dopo l’affondo VdP e Philipsen, soprattutto, lo francobollavano: «Oggi – ha detto Pedersen – Mathieu con noi ha quasi giocato. Non credo che la chicane abbia condizionato troppo la corsa, semplicemente Mathieu era più forte». 

Dicevamo delle differenze. Qualche metro per quattro atleti, ma poi di fatto erano tutti molti vicini. E così la Alpecin-Deceuninck all’uscita di Arenberg ha fatto la conta, come si suol dire. A quel punto, saggiamente, ha deciso di sfruttare la sua superiorità numerica. Di 14 atleti, tre erano i suoi.

Ha mandato avanti Gianni Vermeersch facendo passare una quindicina di chilometri molto tranquilli a Philipsen e Van der Poel. Energie risparmiate… in vista di una storia che ben conoscete.

VdP fa la stessa cosa e crea un buco. Ma non era ancora l’ora di andare via da solo
VdP fa la stessa cosa e crea un buco. Ma non era ancora l’ora di andare via da solo

Il bilancio

Insomma, la chicane e la Foresta non hanno inciso in modo diretto, ma è certo che hanno influito nell’economia della corsa.

La chicane ha incentivato le azioni, i forcing, ben prima del solito. E non è un caso che ci si sia arrivati in una ventina. Di certo la sicurezza è aumentata. Oggi non ci sono state cadute: è accaduto perché erano solo in venti o per la presenza della chicane? A quella velocità, crediamo, che anche solo in venti l’ingresso nella Foresta non avrebbe scongiurato cadute. Quindi in tal senso la chicane un peso lo ha avuto.

C’è poi l’aspetto della Foresta. E della Foresta da “bassa” velocità. Le differenze sono state inferiori alle attese. Però oggi questo tratto ha fatto capire a Van der Poel e alla sua squadra di avere totalmente il controllo della corsa. E agli altri ha smorzato un bel po’ di entusiasmo. Uno su tutti a Pedersen.

Le parole sono finite. Immenso Van der Poel. E grande Alpecin

07.04.2024
6 min
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ROUBAIX (Francia) – Non gli basta la sua vittoria. Ad un certo punto quando entrano nel velodromo i suoi primi inseguitori smette di abbracciare la sua compagna, fa un passo verso la pista e si gusta lo sprint. Fa un cenno di coraggio al suo compagno Jasper Philipsen impegnato nella volata. Basta questa immagine, per sintetizzare il dominio totale di Mathieu Van der Poel… e della sua Alpecin-Decuninck.

Le due biondine, sono fidanzate proprio dei primi due, Van der Poel e Philipsen. Si abbracciano, sono tese. Soprattutto la compagna di Philipsen. Quando il compagno vince lo sprint lancia un urlo incredibile.

La foto non è super ma rende l’idea: VdP (di spalle in maglia iridata) ha appena finito di festeggiare e si gode lo sprint di Philipsen
La foto non è super ma rende l’idea: VdP ha appena finito di festeggiare e si gode lo sprint di Philipsen

Doppietta Alpecin

E’ dunque doppietta Alpecin-Deceuninck a Roubaix. La squadra dei fratelli Roodhooft, Christoph e Philip, porta a casa così il terzo Monumento su tre in stagione. E potrebbe non essere finita qui visto che VdP tirerà dritto fino a Liegi.

Rispetto a Visma-Lease a Bike e UAE Emirates certamente la squadra belga paga qualcosa, però quando sono in corsa corrono forse meglio di chiunque altro.

Si vede proprio che hanno le idee chiare, che sanno ciò che devono fare e sanno che poi ci sarà qualcuno che quasi certamente finalizzerà per loro. Se poi quel qualcuno è VdP il risultato è quasi una certezza.

«Un corridore come Mathieu – dice Edward Planckaert – ti dà tanta, tanta sicurezza. Noi sappiamo che dobbiamo fare un certo lavoro. Ognuno ha il proprio compito e questo ti spinge a dare di più. In squadra c’è davvero una bella atmosfera di amicizia».

«Se è vero che tiro per due? Questo non lo so – ci dice Dillier – so che dovevo fare bene il mio lavoro. E il mio lavoro oggi era di tenere avanti la squadra. La corsa poi è andata come volevamo, ma con un Mathieu così è anche facile. L’importante è tenerlo davanti… Poi ci pensa lui».

Mathieu Van der Poel (classe 1995) vince la seconda Roubaix consecutiva e mette in bacheca il sesto Monumento
Van der Poel (classe 1995) vince la seconda Roubaix consecutiva e mette in bacheca il sesto Monumento

Parla Christoph

Siamo dunque sicuri che l’Alpecin-Deceuninck sia così inferiore agli squadroni? Ripetiamo la stessa domanda di domenica scorsa. Nomi in rosa e punti UCI alla mano, sembra che alcune squadre siano messe meglio è vero. Ma poi quello che conta è la strada. E le corse, specie le classiche, le vincono loro. Per ora i fatti stanno dando nettamente ragione alla Alpecin-Decuninck.

«E’ incredibile – ci dice Christoph Roodhooft, il direttore sportivo – abbiamo sette Monumenti in bacheca. Van der Poel è il nostro uomo leader, ma anche gli altri sono stati forti. Penso per esempio a Gianni (Vermeersch, ndr) che oggi ha avuto un ruolo cruciale».

«Dite che siamo uno squadrone ormai? Sì, ma restiamo sempre gli stessi. Sappiamo che nelle gare di un giorno possiamo dire la nostra. Per il momento sicuramente non c’è l’idea di cambiare e di pensare ad un grande Giro. Vogliamo essere competitivi in gare come Roubaix, Flandre, Sanremo, gare che possiamo vincere. E poi quest’anno è così, ma non è detto che lo sarà anche nei prossimi anni, quindi è bene godersi il momento. No, non pensiamo al gap con altri team».

C’è consapevolezza come ha detto suo fratello Philip.

Tutti per uno

Un leader e tanti uomini vicino. Roodhooft è d’accordo con questo punto di vista. Ma non tanto, o meglio, non solo in rapporto a Van der Poel, ma anche agli altri. In Alpecin-Deceuninck si corre per chi può vincere e le forze si concentrano su di lui.

«Oggi – riprende il diesse – la tattica è stata quella che volevamo. Eravamo dove volevamo essere. Oscar Riesebeek e Silvain Dillier hanno lavorato nella prima parte, esattamente come dovevano fare. E gli altri sono stati molto bravi: anche loro erano al posto giusto nel momento giusto. L’attacco di Mathieu è stato perfetto e nel momento giusto. In quel tratto il vento non era a favore ma laterale. In quel modo andare via sarebbe stato un uomo contro un uomo. E lui era il più forte».

Prima di congedarci, chiediamo al tecnico belga cosa abbia detto in tutti quei chilometri di fuga solitaria al suo pupillo. E finalmente nel risponderci sorride: «Che non avevo più parole!».

Certe cose restano in ammiraglia o negli auricolari delle radiolina, insomma.

La classe, l’eleganza e la potenza dell’olandese. Anche oggi 59,5 km di fuga solitaria
La classe, l’eleganza e la potenza dell’olandese. Anche oggi 59,5 km di fuga solitaria

Determinazione Mathieu

Infine ecco il protagonista di giornata. Finalmente arriva in sala stampa. Appare molto più fresco rispetto a domenica scorsa. A parte una rapida stirata alla schiena dopo l’arrivo, non ha mai dato un cenno di fatica.

Ha corso senza guanti, ha guidato come un drago, ha spinto come un ossesso. E si è anche goduto, per sua stessa ammissione, gli ultimi 10 chilometri.

«Stress? Certo – dice Van der Poel – la pressione c’era e in una corsa come la Roubaix può succederti di tutto anche se sei il più forte, ma sapevo che potevo contare su un’ottima squadra. Sono orgoglioso di tutti loro».

«Rispetto al Fiandre, la Roubaix è una corsa differente e oggi ancora di più, visto che il meteo era diverso. La gara era più aperta. Ma io stavo incredibilmente bene. Ritengo sia stato importante andare in Spagna quei giorni per allenarmi al sole tra le due gare. Mi hanno fatto bene». 

Non solo gambe

L’iridato è una sfinge. Anche se più di altre volte sembra felice. E prosegue con il racconto della sua ennesima impresa. 

«Sono partito ad Orchies perché ho creduto fosse un buon momento – riprende VdP mostrando anche una grande intelligenza tattica – vento e pavè erano giusti. Sapevo che dopo quell’attacco sarei rimasto solo, ma sapevo anche che dopo qualche chilometro il vento sarebbe tornato favorevole e quindi dalla mia parte.

«Cosa mi passava nella testa in quei chilometri? Nulla di particolare, cercavo di restare concentrato, specie nei tratti in pavè. Non bisognava sbagliare nulla e guidare bene. Ho cambiato bici perché avevamo preparato due gomme diverse. Una più stretta per la prima parte di gara, così da risparmiare un po’ di energie, e una più larga e un po’ più sgonfia per la seconda».

Anche questo cambio di bici denota quella precisione, quell’attenzione ai dettagli che Jasper Philipsen ha esaltato a fine corsa. Insomma. Van der Poel è fortissimo, e si sa, ma la sua squadra non è da meno. E ora sotto con l’Amstel Gold Race.