Canyon e Van der Poel insieme per altri 10 anni

21.03.2024
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La giornata di lunedì 18 marzo 2024 resterà una data da ricordare nella carriera di Mathieu Van der Poel. Il fuoriclasse olandese ha sottoscritto nello stesso giorno un doppio rinnovo di contratto. Per i prossimi 5 anni anni sarà ancora il capitano della Alpecin-Deceuninck. Questo numero, già di per sé importante, si raddoppia nel caso di Canyon. Tutto questo significa che fino al termine della sua carriera sportiva il campione del mondo di Glasgow gareggerà sulle biciclette dell’azienda di Coblenza. Si tratta del contatto più lungo fra un atleta e un marchio di biciclette mai sottoscritto in tutta la storia del ciclismo moderno. Tutto questo a 48 ore dalla conquista della Milano-Sanremo da parte del compagno di squadra Jasper Philipsen.

Van der Poel tra Nicolas de Ros Wallace, CEO di Canyon, e Ian Gallienne, CEO di GBL
Van der Poel tra Nicolas de Ros Wallace, CEO di Canyon, e Ian Gallienne, CEO di GBL

Un curriculum importante

Nel momento di apporre la sua firma sul nuovo contratto, Van der Poel ha portato in dote all’azienda tedesca un curriculum sportivo fatto di 163 vittorie fra strada, ciclocross e mountain bike, ottenute dalla fine del 2017, anno in cui è iniziata la sua collaborazione con Canyon.

Nicolas De Ros Wallace, Amministratore Delegato di Canyon, ha accolto con queste parole il prolungamento della collaborazione con l’asso olandese: «Alla base della collaborazione c’è il desiderio collettivo di spingersi continuamente oltre i limiti e di elevare le prestazioni. La ricerca del meglio da parte di Mathieu è una vera ispirazione per i nostri ingegneri e per i team di sviluppo dei prodotti».

Alle parole di De Ros Wallace hanno fatto seguito quelle del fuoriclasse olandese: «Canyon è stato un partner incredibile. Abbiamo sviluppato biciclette che mi hanno aiutato ad avere successo nelle Classiche, nei campionati del mondo e nei Grandi Giri. Ma sono ancora incredibilmente affamato di vittorie. Ci sono diverse pietre miliari sul mio radar, tra cui le Olimpiadi di Parigi quest’estate. Nel ciclismo su strada, nel ciclocross e nella mountain bike – ha aggiunto Van der Poel – i team di ricerca e sviluppo di Canyon dedicano tutto alla creazione di biciclette per vincere le gare e io sono orgoglioso di contribuire allo sviluppo di questi prodotti. Condividiamo la stessa mentalità vincente e, con questo nuovo contratto, siamo pienamente allineati sulle nostre ambizioni per la prossima fase della mia carriera».

Mathieu Van Der Poel si è laureato campione del mondo ciclocross a Tabor a inizio 2024
Mathieu Van Der Poel si è laureato campione del mondo ciclocross a Tabor a inizio 2024

Il meglio per i propri campioni

L’impegno di Canyon nei confronti di Mathieu Van der Poel è la conferma degli investimenti dell’azienda tedesca nel voler fornire ai propri campioni il miglior materiale possibile per continuare a vincere le gare più importanti. Roman Arnold e GBL (si tratta di una holding di investimento con settant’anni di quotazione in borsa, ndr), in quanto comproprietari dell’azienda, sono allineati su questa visione a lungo termine. A conferma di tutto ciò, lo stesso 18 marzo Camyon ha esteso i termini del suo rapporto di collaborazione con la Alpecin-Deceuninck.

Philip e Christoph Roodhooft, responsabili della formazione belga, hanno così commentato il prolungamento della partnership tecnica fra il loro team e Canyon: «Da quando abbiamo firmato con Canyon, abbiamo avuto una visione a lungo termine per creare la prima squadra multidisciplinare in assoluto, costruita con i migliori e più talentuosi corridori della loro generazione. Questo obiettivo è realizzabile solo con il supporto di partner che costruiscono prodotti ad alte prestazioni di livello mondiale e condividono la stessa fame di vittoria. Il nostro nuovo contratto con Canyon è una pietra miliare significativa per lo sviluppo futuro di tutti i corridori di talento che si uniranno ai corridori Alpecin-Deceuninck e Fenix-Deceuninck».

Una curiosità: Mathieu Van der Poel corre con una Canyon Aeroad CFR per le gare su strada, una Canyon Inflite CFR per il ciclocross e una Canyon Lux World Cup nelle gare di cross country. 

Canyon

La tattica della Alpecin? Portare quei due nel finale

17.03.2024
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SANREMO – Mentre Jasper Philipsen e Mathieu Van der Poel erano “rapiti” dalle tv, nel clan della Alpecin-Deceuninck si faceva festa per l’ennesimo monumento conquistato. Ormai la squadra di Christoph Roodhooft, manager e diesse, è diventata una corazzata. Due Sanremo, due Fiandre e una Roubaix solo negli ultimi tre anni. Senza contare tutte le altre classiche. E che classiche: Strade Bianche, Amstel Gold Race, Francoforte…

Christoph Roodhooft con Dillier al bus della Alpecin-Deceuninck
Christoph Roodhooft con Dillier al bus della Alpecin-Deceuninck

Davide contro Golia

Mentre Roodhooft parla ai giornalisti, arriva Silvan Dillier. Lo svizzero è sfinito. Fa parte della guardia che entra in gioco lontano dal traguardo, quella del “lavoro sporco”, ma se i suoi capitani vincono il merito è anche di quelli come lui. Firma autografi e poi si concede all’abbraccio di Roodhooft che da serissimo si illumina finalmente con un sorriso.

«Se guardo alla lista di partenza di questa mattina – dice Roodhooft – ho pensato che forse non saremmo stati più forti di altri. C’erano delle formazioni molto ben attrezzate. Ma noi crediamo nel nostro team, nei nostri uomini e abbiamo cercato di schierare i più forti. Ad un certo punto eravamo rimasti solo con quattro atleti. Ma nel finale eravamo lì».

Il manager rimarca il discorso della squadra e dei valori in campo. In settimana, vedendo come si presentavano squadre come Lidl-Trek e UAE Emirates in Belgio ci si chiedeva come avrebbero fatto a replicare il successo dell’anno scorso. Con queste parole sembrava quasi si fosse tolto il classico “sassolino” dalla scarpa.

La generosità di VdP che sia nella salita che nella discesa del Poggio si è voltato ad “aspettare” Philipsen
La generosità di VdP che sia nella salita che nella discesa del Poggio si è voltato ad “aspettare” Philipsen

VdP in crescita

E forse anche per questo Roodhooft tutto sommato si dice contento che la corsa sia filata liscia come gli altri anni fin sui capi. Alcune squadre erano più numerose della sua. Ma c’era l’asso nella manica: Mathieu Van der Poel in veste da gregario.

«Mathieu – dice – è con noi da molto tempo. E’ una persona adulta e vuole il meglio anche per il team. E’ un uomo squadra a tutti gli effetti e vuole farne parte. Non è “un’isola”».

Tra le righe, sempre ascoltando Roodhooft si evince che forse VdP non era proprio al top ai piedi del Poggio. Probabilmente esordire con una corsa come la Sanremo non è facile neanche per un super eroe come lui. Però è stato forte lo stesso e soprattutto onesto.

«Aiutare Philipsen è stata una sua intuizione – ha continuato Roodhooft – Ora si spera possa arrivare nelle sue migliori condizioni al Giro delle Fiandre (tra due settimane, ndr). Ma ci riuscirà sicuramente… se non ci saranno problemi».

L’andamento della corsa regolare, seppur con la media record di 46,1 km/h, ha favorito lo sprinter belga
L’andamento della corsa regolare, seppur con la media record di 46,1 km/h, ha favorito lo sprinter belga

Barra dritta

Il portamento retto di Roodhooft fa impressione. Non sembra una persona che ha appena vinto una corsa tanto importante come la Sanremo. E tutto sommato le parole di Philipsen si sposano alla perfezione col ritratto del manager.

«Christoph – ha detto Jasper – ma anche suo fratello Philip, non si lasciano mai prendere dal panico, elaborano un piano chiaro e lo rispettano fino in fondo. Anche se le cose non vanno benissimo, come è successo quest’anno. Non si stressano e continuano a credere in quello che fanno. E questo aiuta un uomo che, come me, a volte perde fiducia e pazienza in sé stesso».

«Penso che sia un complimento anche per me e mio fratello – ha detto Roodhooft – Siamo molto felici ovviamente. Al via sapevamo di avere due corridori molto forti ed entrambi erano presenti nel finale. Vedere Mathieu Van der Poel, campione del mondo, che si sacrifica per Jasper è stato incredibile. Gli ha dato l’opportunità di fare lo sprint per la vittoria».

«Non dico che il piano fosse questo, ma ci aspettavamo sia Mathieu che Jasper nel finale». Insomma tutto secondo programma: Davide che batte Golia, due assi nella manica e una grande intesa. Come sembra facile vincere una Milano-Sanremo.

Poggio in apnea e VdP gregario: la Sanremo è di Philipsen

16.03.2024
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SANREMO – Ha vinto alla Freire. Non si è mai visto. Sempre nascosto. Coperto. Coperto persino sul rettilineo d’arrivo. Ma alla fine a tagliare per primo la linea bianca di Via Roma è stato lui, Jasper Philipsen.

In belga dell’Alpecin-Deceuninck è stato autore di una corsa forse invisibile, ma magistrale dal punto di vista tattico. In quasi 300 chilometri di gara, corsi ad una media folle (46.113 km/h), non ha speso mezza pedalata in più del necessario.

Quatto, quatto… ecco Philipsen sul Poggio. Già a ruota di VdP
Quatto, quatto… ecco Philipsen sul Poggio. Già a ruota di VdP

Gamba al top

In pochi, il che è un eufemismo, lo davano tra i vincitori. Gli occhi erano tutti puntati sul duello fra Tadej Pogacar e Mathieu Van der Poel. Semmai il terzo uomo poteva essere Mads Pedersen. Invece, facendo come detto la formichina, Philipsen si è preso la Milano-Sanremo numero 115.

Che stesse bene, si poteva capire alla Tirreno-Adriatico. Invece proprio la corsa dei Due Mari e il terzo posto di mercoledì scorso nella “sua” Nokere Koerse hanno tratto in inganno.

«Fare la Tirreno è stato importante – spiega Philipsen – Ero raffreddato, poi il viaggio in Belgio, la Nokere, il ritorno in Italia… non mi hanno aiutato. Anzi, sono ancora un po’ raffreddato. Però da giovedì ho sentito di stare meglio. Ho sentito che qualcosa è cambiato. E credo che forse oggi ho avuto le mie gambe migliori di sempre. Se c’era un giorno in cui vincere la Sanremo era questo».

Il colpo di reni in Via Roma che ha permesso a Philipsen (classe 1998) di conquistare la sua prima Sanremo
Il colpo di reni in Via Roma che ha permesso a Philipsen (classe 1998) di conquistare la sua prima Sanremo

I segnali c’erano

Eppure quegli sprint persi ci hanno fatto riflettere sullo spunto meno brillante del solito. Il spunto abituale gli avrebbe consentito di dare una bici a tutti. Erano forse quei “grammi” in meno di muscolo necessari per superare, e bene, la Cipressa e il Poggio? Il fatto che a Giulianova, durante la Tirreno, sia stato battuto da Milan ha portato tutti un po’ fuori strada.

Quel giorno invece se si riguarda  a mente fredda l’ordine di arrivo non c’erano degli sprinter puri. Basta pensare che tra i primi dieci c’erano Girmay, Alaphilippe e Tiberi.

Vero, vinse Milan. Ma torniamo al discorso dello spunto. Jasper aveva superato la salitella come Milan, ma poi non aveva avuto la stessa potenza del friulano.

«In realtà non sono più magro, anzi peso più dello scorso anno. Ma ho più potenza. Forse è per questo che ho vinto», devia Jasper con il sorriso… Di certo ha lavorato su questo aspetto. Lui ha detto di essersi concentrato molto sulle classiche durante l’inverno. 

Il discorso del raffreddore sarà anche vero e lo stesso vale per il peso, ma è chiaro che la Sanremo l’aveva preparata in altro modo rispetto al passato. Forse perché anche in squadra sapevano che una doppietta consecutiva di VdP sarebbe stata impossibile ed era pur sempre alla prima gara della stagione. E forse perché quel 15° posto del 2023 il tarlo glielo aveva insinuato.

Philipsen e Van der Poel: un abbraccio sincero e potente dopo l’arrivo
Philipsen e Van der Poel: un abbraccio sincero e potente dopo l’arrivo

Monumento a VdP

E’ vero anche che un monumento lo deve fare al suo compagno, Mathieu Van der Poel. Il campione uscente, una volta fatta “la conta” in fondo al Poggio si è messo totalmente a sua disposizione. Ha tirato, forte, ma senza strappi. Ha tirato lungo dopo l’attacco di Pidcock e Sobrero e gli ha servito la Sanremo su un piatto d’argento.

«L’ho ringraziato per il grande lavoro fatto – ha detto e ridetto Philipsen dopo l’arrivo – E’ stato speciale così come speciale è stato il team. Sono orgoglioso di loro. Ci siamo auto regolati in corsa sulla leadership della squadra. Se dopo il Poggio fossi stato ancora lì con buone gambe avrei fatto lo sprint. In più avere un campione del mondo che lavora per te… non potevo sbagliare».

Il momento in cui Philipsen, nella discesa del Poggio, dice a Van der Poel di non tirare. Per un gesto simile serve grande lucidità
Il momento in cui Philipsen, nella discesa del Poggio, dice a VdP di non tirare. Per un gesto simile serve grande lucidità

Poggio in apnea

Ma un corridore come Jasper è sulla Cipressa e ancor più il Poggio che fa davvero il numero. Di sprinter puri in quel momento ce n’erano rimasti ben pochi davanti. Anzi, nessuno.

«Sul Poggio dovevo resistere. La UAE Emirates aveva speso molto e sapevamo che Pogacar prima o poi sarebbe partito. Io ho cercato di restare attaccato. Di non perderli di vista. Quando il Poggio è finito mi sono detto: “meno male!”.

«In discesa avevo paura di una caduta, di un buco. Ma a quel punto Mathieu è stato molto bravo. Gli ho chiesto di non spingere troppo. E lo ha fatto… nonostante fosse il capitano e anche lui avesse le gambe per vincere. Mathieu è davvero un generoso. Gli piace vincere, ma gli piace anche aiutare la squadra».

Il podio della Sanremo 2024: primo Jasper Philipsen, secondo Michael Matthews, terzo Tadej Pogacar
Il podio della Sanremo 2024: primo Jasper Philipsen, secondo Michael Matthews, terzo Tadej Pogacar

Il suo terreno

Finalmente al chilometro 286 Philipsen entra nel suo regno: il finale in pianura e lo sprint. A quel punto la sua mente diventa quella di un “killer”. 

«In realtà – spiega Jasper – proprio lì ho sentito la pressione. Avevo il campione del mondo che lavorava per me. Ad inizio stagione qualche sprint lo avevo sbagliato, c’erano Matthews e Pedersen che erano pericolosissimi e se si guardava l’albo d’oro degli ultimi anni non c’erano sprinter. Certo, non è stato un grande sprint. Dopo una corsa tanto lunga e tanto veloce credo di aver espresso dei valori da dilettante. Si è trattato più di una volata di voglia, di resistenza che di potenza».

La Alpecin-Deceuninck si porta a casa un altro monumento. Ormai sembra la Quick Step dei tempi migliori. Philipsen ammette che questo succede perché oltre che forti sanno essere compatti nei momenti complicati.

«Io credo che tutto ciò sia dovuto alla nostra forza mentale. Dopo la Tirreno è scattato un “clik”. La vittoria ha calmato tutti. Ma in generale il team ci dà grande supporto psicologico. Serviva pazienza e l’abbiamo avuta». 

Van Der Poel toglie il velo: la Sanremo si avvicina

14.03.2024
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VILLANTERIO – Le ombre si allungano sull’Agriturismo il Cigno come braccia che vogliono avvolgere tutto quello che incontrano. Mathieu Van Der Poel arriva puntuale, alle 18,30 per la conferenza stampa di rito pre Milano-Sanremo. La prima Classica Monumento della stagione si avvicina e l’olandese ripartirà da qui con la strada, esattamente come fece nel 2023, quando vinse sul traguardo di Via Roma

Le giornate si allungano piano piano e nel momento in cui il campione del mondo in carica inizia a parlare ancora il sole non si è deciso ad andare via. Fa caldo, le temperature invogliano a togliere la giacca, la primavera è alle porte, è proprio il clima da Milano-Sanremo. Van Der Poel è andato a provare il percorso, la maglia iridata brillava sotto il sole della Liguria. Il corridore della Alpecin-Deceunink ha provato Cipressa e Poggio, anche con un buon ritmo, viste le quasi 48 ore che lo dividono dalla partenza di sabato mattina. Il tempo per recuperare c’è tutto. 

Nella giornata di oggi, giovedì, Ven Der Poel e compagni hanno fatto la ricognizione (Instagram/Photonews)
Nella giornata di oggi, giovedì, Ven Der Poel e compagni hanno fatto la ricognizione (Instagram/Photonews)

Nessuna gara

Le prime domande dei giornalisti presenti, tanti provenienti dal Belgio e dall’Olanda, solo pochi gli italiani, vanno subito sulla preparazione invernale. Si farà sentire l’assenza di gare?

«Mi sento bene – dice prontamente Van Der Poel con voce bassa, come se il risparmio delle energie iniziasse già da ora – ho accumulato tante ore di allenamento in Spagna. La prima corsa dell’anno porta tante domande, anche per me, ma ho pedalato molto e bene, alzando l’intensità giorno dopo giorno. Non ho corso la Parigi-Nizza o la Tirreno-Adriatico, è difficile simulare l’intensità di corse di questo tipo. Però ho fatto tanta fatica sulle strade spagnole, penso di essere pronto».

Nel 2023 ha vinto la sua prima Milano-Sanremo, anche in quel caso era al debutto stagionale
Nel 2023 ha vinto la sua prima Milano-Sanremo, anche in quel caso era al debutto stagionale

Le tattiche

La Milano-Sanremo è la Classica Monumento più difficile da vincere, non per la sua difficoltà, ma per le tante possibilità che si concentrano in pochi chilometri. Un attacco potrebbe bastare, come potrebbero risultare vani altri cento. Serve trovare il momento giusto.

«Questa gara – continua il campione del mondo – è l’unica che puoi vincere senza essere al massimo della condizione. Infatti sono sereno anche se non ho altre gare nelle gambe. La Sanremo si può vincere in diversi modi, ma tutti hanno il Poggio come scenario principale. Si può scattare in cima, oppure in discesa, ma prima è difficile fare la differenza. Non ricordo di edizioni vinte con un attacco sulla Cipressa o in altre situazioni di gara. Le posizioni saranno super importanti sul Poggio, anche più rispetto alla Cipressa, poi saranno le gambe a determinare il vincitore».

Gli avversari

L’avversario numero uno è Tadej Pogacar, il nome dello sloveno è sulla bocca di tutti. La vittoria alla Strade Bianche ha impressionato. Anche lo stesso Van Der Poel ha commentato il post di Tadej con una frase che fa capire il rispetto che c’è tra questi due grandi corridori: amico, mi sto spaventando un po’. 

«Ho visto la Strade Bianche una volta rientrato dall’allenamento – racconta VdP – l’attacco di Pogacar mi ha impressionato. Tra noi c’è rispetto, so quello che può fare, ma non è l’unico da tenere sotto controllo. Ganna nell’edizione scorsa ha fatto molto bene, rispondendo all’attacco di Tadej. Ma penso davvero che prima del Poggio sia difficile attaccare e andare via da soli con tutti i grandi team alle spalle che tirano».

La Sanremo sarà la sua prima Monumento in maglia iridata, ma l’olandese non sente la pressione (Instagram/Photonews)
La Sanremo sarà la sua prima Monumento in maglia iridata, ma l’olandese non sente la pressione (Instagram/Photonews)

L’arcobaleno addosso

«Il 2023 è stato un anno eccezionale – conclude Van Der Poel – nel quale ho vinto due Classiche Monumento (Milano-Sanremo e Parigi-Roubaix, ndr). Poi ho vinto anche il mondiale di Glasgow, che è stato davvero speciale. Correre con la maglia arcobaleno addosso è veramente bello, ma non penso che cambierà qualcosa nel modo di correre o di approcciare le gare. Non so ancora con quali pantaloncini partirò – ride – dipenderà dal mood di sabato mattina». 

Van Der Poel poi si alza e risponde alle domande delle televisioni davanti a telecamere che lo accerchiano con microfoni puntati. L’olandese esprime una calma senza eguali, assomiglia ad un giocatore di poker, solo lui conosce le carte che ha in mano. Sabato sarà il momento di giocarle…

Van der Poel e la Liegi: per Piva è una sfida possibile

10.03.2024
5 min
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Il ciclismo entra nel vivo con le grandi e grandissime corse come stiamo vedendo tra Tirreno-Adriatico e Parigi-Nizza, tuttavia c’è anche il tempo di parlare anche di altro. Mathieu Van der Poel ha inserito nel suo programma la Liegi-Bastogne-Liegi. E quando il campione del mondo si muove non lo fa mai tanto per farlo. La classica belga però è, almeno su carta, parecchio diversa dagli obiettivi consueti di VdP.

La Liegi è anche “casa” di uno dei tecnici più esperti in assoluto del circus del grande ciclismo: Valerio Piva. Il direttore sportivo della Jayco-AlUla da quelle parti ci vive.

In questa “chiacchiera da bar tecnica” lo abbiamo voluto coinvolgere sottoponendogli di base questa domanda: Van der Poel può vincere la Liegi?

Valerio Piva (classe 1958) è passato alla Jayco-AlUla questo inverno
Valerio Piva (classe 1958) è passato alla Jayco-AlUla questo inverno
Insomma Valerio, Mathieu ha inserito la Doyenne nella sua lista di gare. La può conquistare?

Eh – sospira e sorride Piva – Van der Poel può vincere quasi qualsiasi corsa. Chiaramente per le sue caratteristiche la Liegi è dura. Ci sono salite che magari d’estate e in altri periodi non mettono in grosse difficoltà uno come lui, come invece potrebbero fare quelle più lunghe del Lombardia. In poche parole non lo escluderei dai candidati per la vittoria della Doyenne. Una cosa a suo sfavore è che non ha una grandissima esperienza con la corsa e questo conta.

Hai parlato d’estate: perché? Cosa cambia?

Per la mia esperienza, vedendo tante corse in estate su quelle strade come il Wallonie o il Giro del Belgio, quelle salite non hanno lo stesso effetto che in aprile. Chiaramente sulla Liegi incide anche il chilometraggio. Ma la scorsa estate, per esempio, sono state affrontate tre salite in successione, tra cui Redoute e Roche aux Faucons e non è successo granché. Questo perché d’estate gli atleti hanno un’altra condizione, perché non tutti sono al 100 per cento come quando ci si presenta ad una gara come la Liegi. E anche perché un conto è una corsa di un giorno e un conto una corsa a tappe. Il livello è diverso. Ad una Liegi prendono parte corridori che puntano al Giro d’Italia, i quali tra l’altro ormai sono in forma, e al Tour.

Tecnicamente però la Liegi-Bastogne-Liegi sarebbe per VdP? Alla fine ha già fatto sesto una volta, nella sua unica partecipazione…

Sono salite che richiedono esplosività, quindi direi che vanno bene per lui. Al massimo sono lunghe tre chilometri e il tratto duro veramente della Redoute stessa è di 1,5 chilometri e su questo genere di salite Van der Poel ha dimostrato che può fare bene. Molto bene. Nei suoi anni migliori, ai tempi della BMC, provammo a farla con Van Avermaet e ci andammo vicino. Quindi non dico che Van der Poel possa vincere sicuramente la Liegi, ma ci può riuscire. Una cosa è certa, se si presenta al via, lo metto tra i candidati alla vittoria.

Nella unica Liegi disputata, Van der Poel è arrivato 6° a 14″ dal vincitore Roglic. Era la Doyenne 2020, disputatasi ad ottobre
Nella unica Liegi disputata, Van der Poel è arrivato 6° a 14″ dal vincitore Roglic. Era la Doyenne 2020, disputatasi ad ottobre
Con un Van der Poel in gara, i Pogacar, gli Evenepoel, farebbero una corsa differente?

L’anno scorso alla Sanremo c’erano tutti e tutti hanno attaccato sul Poggio: io non credo quindi. Penso che ognuno faccia la sua corsa e non si cambi il modo di correre perché c’è questo o quel corridore.

L’ipotesi era che con un Van der Poel in gara magari le squadre di corridori “più scalatori” impostino un ritmo elevato sin dall’inizio…

Una squadra non fa una certa azione perché c’è Van der Poel, non si corre contro uno. Una squadra fa la strategia che l’avvantaggia. Il discorso cambia se i veri pretendenti sono due. A quel punto è chiaro che se Pogacar si ritrova contro Evenepoel o contro Van der Poel, corre diversamente.

Secondo te la “scintilla della Liegi” a VdP si è accesa lo scorso anno quando ha fatto il Giro del Belgio?

No, per me già ce l’aveva. Semmai la scintilla gli si è accesa quando ha vinto l’Amstel che non è poi così lontana dalla Liegi, tutto sommato è una gara “simile”. C’è un bel dislivello, ci sono salite esplosive. Chiaro, alla fine è una gara diversa, le salite della Liegi sono un po’ più lunghe.

Van der Poel è in una squadra che mira bene agli appuntamenti, specie con lui. Pensi che tra Sanremo e Liegi possa perdere quel chilo o addirittura quegli etti che lo possano aiutare sulle salite delle Ardenne?

Oddio, mi sembra molto al limite come ipotesi… non so. Magari succederà anche, ma nella mia squadra per esempio non siamo a questo livello di esasperazione che riguarda gli etti in più o in meno per una determinata corsa. Poi ogni cosa, ogni dettaglio conta. Di certo ai miei tempi si veniva su al Nord con una squadra e con la stessa facevano tutte le corse. Noi vincevamoo il Fiandre con Argentin e poi la Liegi sempre con lui ed eravamo gli stessi. Oggi ci sono gli specialisti delle prime classiche e quelli delle Ardenne. Qualcuno si mischia nell’Amstel.

L’altimetria della prossima Liegi. Per dare un’idea: il dislivello di questa prova è di 4.097 metri. Quello dell’Amstel di 3.290 e quello dell’ultimo Lombardia di 4.650 metri
Il dislivello della Liegi è di 4.097 metri. Quello dell’Amstel di 3.290 e quello dell’ultimo Lombardia di 4.650 metri
Prima, Valerio, hai accennato alle salite del Lombardia. E’ off-limits per VdP la Classica delle Foglie Morte?

Il Lombardia no, non penso sia adatto alle sue caratteristiche. Ha percorsi troppo selettivi. Per questo dico anche che per me Mathieu non ci pensa. Almeno per ora. Poi in futuro chissà. Può diventare un obiettivo, ma più a lungo termine. Ci sono salite troppo lunghe e dure per lui.

Però è anche vero che spesso il Lombardia, arrivando a fine stagione, è per quei pochi che hanno qualcosa nella scorta di energie…

Però se così fosse, se partisse da protagonista non credo lo lascerebbero andare via. Perché è chiaro che dovrebbe attaccare prima, non può tenere il testa a testa in salita con Pogacar o Vingegaard.

Insomma il Lombardia potrebbe essere l’anello debole per la conquista di tutti e cinque i Monumenti… Vale anche per Van Aert che invece ha dimostrato di essere forte anche sulle salite lunghe?

Sì, forse è la sfida più difficile per Van der Poel per la conquista dei cinque monumenti. Riguardo a Van Aert: è vero, in salita va forte, però lo ha mostrato al Tour, in una corsa a tappe. Nella gara di un giorno è più difficile. Per me il Lombardia è molto difficile anche per lui, che tra l’altro pesa anche più di Van der Poel. Alla Liegi non sarei stupito di vederli davanti, al Lombardia sì.

La Sanremo non è diventata una corsa per scalatori

09.03.2024
6 min
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Qualche giorno fa, commentando il fatto che non sarà alla Sanremo, Mark Cavendish ha detto parole su cui abbiamo continuato a rimuginare: «La Classicissima è diversa da com’era quando la vinsi, ormai è diventata una corsa per scalatori».

Immaginando atleti come Vingegaard e Kuss, oppure Bernal e Landa, il concetto di scalatore per saltare il Poggio non sembrava particolarmente sensato. Per questo, con la Sanremo che si correrà fra una settimana esatta, ci siamo rivolti a Michele Bartoli, prima corridore e ora preparatore, che deve il nome di battesimo alla vittoria di Dancelli nella Classicissima di Primavera e sulla tipologia di atleta che può vincerla ha le idee piuttosto chiare.

«Al giorno d’oggi – ragiona il toscano – è persino rischioso parlare di categorie, perché c’è tanta differenza fra quei 3-4 che se la giocano e tutti gli altri. Non è un fatto di preparazione né di organizzazione di squadra, ci sono solo atleti cui basta il Poggio. Una volta non era così frequente che si riuscisse a fare il vuoto, me lo ricordo bene. Un anno riuscii ad andare via, ma mi ripresero in discesa nelle ultime curve. C’erano Ferrigato e Konychev, io correvo con la Mg-Technogym. Serviva che si verificasse una serie di situazioni e allora poteva andare bene, invece ora potenzialmente riescono a fare la differenza e vanno all’arrivo».

Sanremo 2023, Cima del Poggio: Van der Poel ha appena attaccato, dietro di lui il vuoto
Sanremo 2023, Cima del Poggio: Van der Poel ha appena attaccato, dietro di lui il vuoto
Quindi non è una corsa per scalatori, ma una corsa per motori fuori del normale?

E’ una questione di corridori che sono nettamente superiori agli altri. Anche Ganna l’anno scorso ha fatto un bel Poggio, però magari se avesse dovuto attaccare lui, non ci sarebbe riuscito. E’ stato in grado di seguire chi ha fatto la differenza, perché poi sul Poggio a ruota si sta bene. Non ho mai guardato nei file per capire quando si risparmia, ma stando a ruota su una salita così veloce, il vantaggio è grande. Quindi chi fa la differenza deve avere tanta più forza rispetto a chi, magari per poco, riesce a seguirlo. Penso si possa parlare di un 10-12 per cento di risparmio. Chi attacca fa più o meno la stessa fatica di quello che gli sta a ruota, ma l’impatto dell’aria è talmente alto che devi averne veramente tanta per andare via.

Anche perché non è una salita che si attacca piano…

Esatto. Per questo dico che non è un fatto di preparazione, di lavorare apposta sull’esplosività per fare quel tipo di attacco. La realtà è che ci sono quei pochi corridori che hanno la potenza per andare via da un gruppo dei migliori che va in salita a velocità già pazzesche.

Pogacar lo scorso anno ha attaccato forte, ma quando Van der Poel è partito con un rapporto molto più lungo, non ha potuto rispondergli.

Secondo me Pogacar l’anno scorso ha avuto un po’ di presunzione. Se ci sono in giro fenomeni forti come te, in quel tipo di salita non puoi metterti in testa e pensare di levarli di ruota. In pratica ha fatto veramente da gregario a Van der Poel. Ha continuato a fare per Mathieu quello che i suoi gregari avevano appena finito di fare per lui. Quando stai con atleti del genere, attacchi, fai selezione, poi ti sposti e li fai collaborare. Se lo avesse fatto, magari non avrebbe staccato Van der Poel, però così gli ha servito la Sanremo su un piatto d’argento.

Sanremo 2023, Pogacar paga caro l’attacco frontale sul Poggio: all’arrivo è quarto dietro Van Aert
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Quindi un po’ di tattica alla fine serve sempre…

Certo, proprio per il fatto che il Poggio non ha grande pendenza e l’impatto con l’aria a 40 all’ora, perché sul Poggio sale a 40 all’ora, conta molto. Risparmiare 30-40 watt rispetto a chi ti sta davanti è decisivo.

Il punto dell’attacco è sempre quello da anni: non ci sono alternative?

Più o meno storicamente si è partiti sempre nello stesso punto. E’ quando arrivi quasi in cima, che prima spiana e poi arrivano quei 100 metri del punto duro. Lì è dove riesci sicuramente a fare qualcosa in più. La strada è leggermente più impegnativa e ci arrivi in apnea. Già sotto, quando esci dai tornanti è un rilancio continuo con la strada che spiana. Chi è agganciato in quel tratto di pianura cerca di recuperare, ma non ci riesce, perché il ritmo rimane alto. Forse riesce a tirare il fiato chi ha più gamba, perché così quando inizia a rimontare, è in grado di fare la differenza.

Gli attacchi di qualche anno fa si spegnevano in discesa, perché si scollinava così appannati da non avere la lucidità per tirare le curve al massimo…

Il fatto che adesso quel 3-4 continuino a rilanciare anche in discesa significa che hanno una capacità lattacida enorme e anche due marce in più degli altri. Il divario di prestazione fra Van der Poel, Pogacar e Van Aert se ci fosse e anche Evenepoel è talmente elevato, che quei due gradini di differenza ti fanno mantenere un ritmo alto anche in discesa. Per farla semplice, questi attaccano e non si finiscono. Gli altri provano ad andargli dietro e si spengono lì. Tenete conto che un attacco di quel tipo costa più di fare una volata, perché è prolungato. La stessa differenza che c’è in atletica tra chi fa i 100 metri e chi fa i 400. Si dice che il giro di pista sia devastante, il giro della morte, perché devi andare a tutta per un tempo più lungo. Nei 100 metri magari fai più watt, ma in 10 secondi è tutto finito.

Sanremo 2023, Ganna chiude al secondo posto: ha seguito sul Poggio, sarebbe in grado di attaccare?
Sanremo 2023, Ganna chiude al secondo posto: ha seguito sul Poggio, sarebbe in grado di attaccare?
E se motori come questi vengono ripresi in discesa, secondo te hanno ancora gambe per fare la volata?

No, se vengono ripresi sono fregati, la volata non la fanno. E se la facessero, sarebbe un’altra cosa per cui stupirmi. A meno che gli inseguitori per prenderli non spendano tutto anche loro. Se si parla di uno contro uno, ci può stare che l’attaccante fa la volata e magari la vince. Ma se c’è dietro un gruppetto di 7-8, che si suddividono il lavoro, allora chi rientra è talmente più fresco, che l’attaccante non ha scampo. Chiunque egli sia.

Quindi dire che la Sanremo è diventata una corsa per scalatori non è proprio giusto, ne convieni?

Completamente. E’ una corsa per chi ha tanto motore, lo scalatore puro è penalizzato totalmente. Voglio dire, fra Landa e Van der Poel in salita non c’è storia. Ma Landa non riuscirebbe mai a stare con Van der Poel in cima al Poggio. Perché parliamo di atleti che hanno un’esplosività pazzesca.

Sarebbe stato interessante vederti in questo ciclismo, lo sai?

Sarebbe piaciuto anche a me, ci sarebbero state belle sfide. Magari avrei vinto una Liegi in meno, non lo so, però sarebbe stato sicuramente bello. Oppure avrei potuto vincere anche di più, perché quello che fa Pogacar è quello che piaceva anche a me. E trovare un alleato come lui sarebbe stato uno spettacolo. Chiunque voglia paragonarsi a lui, rischia di sembrare un presuntuoso. Magari non sarei riuscito ad arrivare con lui o magari sì. Però voglio dire chiaramente che se ci fossi riuscito, sarebbe stato un alleato molto buono. Con la tipologia di corse che si faceva prima, si sarebbe adattato bene. E poi è uno che non si tira indietro quando è in fuga, è uno che tira. Come Jalabert, che collaborava fino agli ultimi 100 metri e poi si faceva la volata. Sì, mi sarebbe piaciuto correre in questo ciclismo.

EDITORIALE / Il fenomeno è solo uno, si chiama Pogacar

04.03.2024
5 min
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La bellezza di uno sguardo. Sono le 14,34, chilometro 134 di corsa, quando Pogacar si ritrova in testa nella seconda parte di Monte Sante Marie. Si volta e forse per un secondo il dubbio balena nei pensieri. Poi incrocia lo sguardo di Wellens, vede che dietro sono tutti in dolorosa fila indiana e i dubbi spariscono. E’ il momento dell’attacco, con il coraggio che si richiede a un leader che sia davvero tale. Si alza. Dieci pedalate e dietro si fa il buco.

La cavalcata dello sloveno verso la seconda Strade Bianche della carriera inizia così, con 81 chilometri davanti e la sensazione di averla fatta davvero grossa. Incontrerà nuovamente Wellens e il suo sguardo sei minuti dopo aver vinto. Nell’attesa (speriamo breve) che il ciclismo italiano trovi un Sinner, un Tomba, un Pantani o un nuovo Nibali, questo sloveno è un capitale da tenersi stretto.

Chiuso il cross con i mondiali, Van der Poel tornerà alla Sanremo. Forse vincerà, ma non vi sembra tutto un po’… freddo?
Chiuso il cross con i mondiali, Van der Poel tornerà alla Sanremo. Forse vincerà, ma non vi sembra tutto un po’… freddo?

Dove sono i fenomeni?

Qualcuno ha detto che gli è riuscita facile, non avendo fra i piedi rivali del suo livello: quelli che ugualmente piegò lo scorso anno al Giro delle Fiandre. Tuttavia, nel rigettare l’obiezione, cogliamo l’osservazione per andare oltre. Dove sono finiti i fenomeni?

Tempo fa, parlando con Bartoli dell’esuberanza di Van der Poel e Van Aert, giungemmo alla conclusione che prima o poi avrebbero dovuto darsi una regolata: il momento è arrivato. In realtà qualcosa ha iniziato a cambiare dallo scorso anno, quando proprio Van der Poel selezionò tre obiettivi – Sanremo, Roubaix e mondiale – e ad essi sacrificò il resto. Scordatevi il VdP della Strade Bianche e degli attacchi alla Tirreno. Mathieu usò la corsa dei Due Mari per prepararsi alla Classicissima, tirando le volate a Philipsen. Vinse la Sanremo e si portò avanti la condizione fino alle classiche: secondo ad Harelbeke e al Fiandre, primo a Roubaix. Anche il Tour diventò banco di prova per il mondiale: nessuna rincorsa alla maglia gialla o risultati parziali, ancora volate da tirare e alla fine ebbe ragione lui. A Glasgow si pappò la concorrenza con una superiorità imbarazzante.

Per Van Aert è arrivato il momento delle scelte: meno istinto e più programmazione: la resa sarà migliore?
Per Van Aert è arrivato il momento delle scelte: meno istinto e più programmazione: la resa sarà migliore?

Van Aert in crisi

Bettini l’ha detto chiaro e a ragion veduta, pur attirandosi i commenti degli altrui tifosi: Van Aert è sempre protagonista, ma cosa ha vinto? E Wout ha iniziato a far di conto, ritrovandosi nei panni di quelli che dal 1999 al 2005 sognarono di vincere il Tour. Bisognava specializzarsi, altrimenti contro Armstrong tanto valeva non andarci. Lasciamo stare il motivo di tanta superiorità, quel che scattò a livello psicologico nei rivali e nei loro tecnici somiglia molto a quanto sta mettendo in atto Van Aert.

Il Fiandre e la Roubaix sono un’ossessione, Van der Poel è il suo demone e per batterlo il belga ha cancellato tutto. Niente più corse dal 25 febbraio al 22 marzo: un mese in cui lavorare in altura per sfidare il rivale di sempre. Ha rinunciato alla Strade Bianche e alla Sanremo dicendo di averle già vinte: punterà tutto sui due Monumenti del Nord, poi verrà al Giro, ma con quali obiettivi? A Van Aert piace vincere, si butta dentro e si afferma anche non essendo al top, come a Kuurne. Ha scelto lui il nuovo programma oppure qualcuno lo ha scritto per lui?

Anche altri hanno evitato la sfida della Strade Bianche. E se “paperino” Pidcock è sempre lì che lotta e come nel cross alla fine gli tocca accontentarsi delle briciole, la scelta di puntare sulla Parigi-Nizza ha fatto sì che a Siena mancassero Bernal, Evenepoel, Roglic e lo stesso Moscon. Mentre Vingegaard, atteso alla Tirreno-Adriatico, ha preferito lasciare spazio alle riserve della Visma-Lease a Bike, che non sono state all’altezza dei capitani. Il campione europeo Laporte è arrivato oltre i sei minuti e gli altri ancora più indietro.

Ironia, buon umore, leggerezza: questo atteggiamento di Pogacar non passa inosservato (foto Instagram)
Ironia, buon umore, leggerezza: questo atteggiamento di Pogacar non passa inosservato (foto Instagram)

Benedetto sia Pogacar

In tutto questo programmare, necessario per raggiungere gli obiettivi e avere una carriera più lunga, Pogacar resta un’eccezione. E’ vero che non prenderà parte alla Tirreno e non è alla Parigi-Nizza, ma lo vedremo alla Sanremo, alla Liegi, al Giro, al Tour, alle Olimpiadi e ai mondiali, con mezza porticina sulla Vuelta che non si chiude perché non c’è necessità di farlo ora. La differenza rispetto a Van der Poel, è che Pogacar lotterà per vincere in ciascuna di queste corse, unico esempio di uomo da grandi Giri che vince anche le classiche, in attesa che Evenepoel individui la sua strada.

Pogacar piace perché preferisce allenarsi piuttosto che correre in modo deludente, ma quando corre lascia il segno. Al netto delle grandi vittorie e delle sconfitte che probabilmente si troverà a vivere, il vero fenomeno è lui. Gli altri sono grandi atleti, grandissimi atleti, con motori impressionanti, ma con qualche deficit a livello di empatia.

L’anno del Covid ha falsato il contesto, perché ha permesso a pochi di essere in forma nelle pochissime gare disputate. Ora che i calendari sono nuovamente pieni, anche i fenomeni degli anni scorsi hanno capito di non poter fare tutto. Solo Pogacar continua a tenere l’asticella molto in alto. Che sia per talento, incoscienza o per il piacere di correre in bici, noi ce lo teniamo stretto. Non sarà italiano e probabilmente anche al Giro non incontrerà avversari del suo livello, ma da che mondo è mondo, la colpa è degli assenti. Chi vince ha sempre ragione.

Del Grosso, italiano solo di nome, campione di fatto

20.02.2024
5 min
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A Tabor, oltre al trionfo di Viezzi, c’è stato un altro cognome italiano capace di svettare su tutti e laurearsi campione del mondo. Peccato che d’italiano, Tibor Del Grosso abbia solo il cognome, per il resto è olandese da più generazioni. Il corridore di Eelde, 20 anni compiuti, è una delle vere rivelazioni della stagione di ciclocross appena conclusa, anche se la conquista del titolo sembrava davvero nel suo destino dopo la piazza d’onore dello scorso anno.

Il tulipano non è solo un ciclocrossista, anzi. Campione nazionale juniores sia in linea che a cronometro nel 2021, lo scorso anno si è messo in luce anche nella categoria superiore con molti piazzamenti, sfiorando la Top 10 agli europei. Una doppia veste sulla quale era interessante indagare considerando anche che “in casa” ha un maestro d’eccezione nel campo come il bicampione del mondo Van der Poel.

Tante bandiere al vento per il suo trionfo a Tabor, ma Del Grosso ha vinto anche la Coppa del mondo
Tante bandiere al vento per il suo trionfo a Tabor, ma Del Grosso ha vinto anche la Coppa del mondo
Partiamo dal tuo cognome e quindi dalle tue origini italiane.

Sinceramente non ne so molto. E’ una cosa che risale a molto tempo fa, la mia famiglia è olandese da più generazioni, neanche mio nonno sa da dove sono arrivati i suoi antenati. Mi resta questo cognome piuttosto insolito, anche difficile da pronunciare nella nostra lingua.

Come hai iniziato a fare strada e ciclocross?

Mi sono sempre diviso, fin da quando ero giovanissimo. Mio padre aveva un negozio di biciclette, ci sono salito praticamente subito e ho visto che me la cavavo piuttosto bene, quindi ho provato qualcosa di più tecnico come il ciclocross. Mi dicevano tutti che ero bravo, allora ho insistito. Poi ho iniziato a fare le corse su strada da quando avevo 8-9 anni e non ho più smesso, anche se ho fatto anche altri sport. Ma ora sono concentrato sul ciclismo.

Sin da bambino il corridore di Eenle si è diviso fra strada e ciclocross (foto Julia Zwaan)
Sin da bambino il corridore di Eenle si è diviso fra strada e ciclocross (foto Julia Zwaan)
Ti senti più ciclocrossista o stradista?

Bella domanda. La verità è che non lo so davvero neanche io. Mi sento entrambi. Mi piace davvero tanto questa commistione, il passare da una parte all’altra. Penso che sia una combinazione perfetta, anche perché temporalmente non coincidono se non in minima parte, quindi si possono fondere bene.

Nel ciclocross sei sicuramente più conosciuto, ma su strada che caratteristiche hai?

Io non ne ho ancora idea. Non so in cosa mi trovo meglio, ma penso di essere piuttosto un corridore da classiche. Mi trovo bene sulle salite brevi anche con pendenze pronunciate, allo sprint vado abbastanza bene, mentre le grandi salite e quindi le corse a tappe (intese come caccia alla classifica) non fanno per me.

Su strada Del Grosso ha chiuso 2° nel Flanders Tomorrow Tour, con 9 Top 10 in totale (foto Gibson/DirectVelo)
Su strada Del Grosso ha chiuso 2° nel Flanders Tomorrow Tour, con 9 Top 10 in totale (foto Gibson/DirectVelo)
Rispetto agli altri team, essere all’Alpecin è un aiuto per chi come te fa entrambe le specialità?

Sì, di sicuro. Il fatto che siano in tanti a fare doppia attività non è un caso e nella ricerca di nuovi corridori la commistione è un aspetto che viene valutato molto positivamente. Tra l’altro è importante il fatto che i preparatori sanno coniugarlo bene, anche con l’allenamento, dando i giusti tempi di stacco tra un’attività e l’altra. Mi sento davvero a casa, è un buon passo per me.

Che cosa significa per te avere Van der Poel come compagno di squadra?

E’ molto importante per tutto il gruppo, anche se personalmente non farò gare con lui essendo io nel devo team. E’ comunque importante stare seduti sul bus della squadra con lui, condividere esperienze, oltretutto è davvero un tipo molto estroverso e simpatico. Ci sono anche momenti di allegria da condividere. Poi parliamo proprio di uno dei miei eroi d’infanzia. Essere nel suo team, averlo come riferimento è fondamentale, è un tipo davvero “cool”. Sono un suo grandissimo tifoso.

Compagno di colori di VDP, Del Grosso è uno dei tanti che all’Alpecin fa doppia attività
Compagno di colori di VDP, Del Grosso è uno dei tanti che all’Alpecin fa doppia attività
Nel ciclocross Olanda e Belgio sono le Nazioni che dominano. Quanta rivalità c’è fra voi?

Direi davvero che è una rivalità più forte che con qualsiasi altra Nazione. Penso che sia semplicemente perché il ciclocross nei nostri Paesi è molto diffuso, forse anche il più popolare tra gli sport su due ruote. Ma considerando quel che ho visto ai mondiali e più in generale durante la stagione, nelle categorie giovanili ci sono tante Nazioni che hanno corridori validi, il bacino di rivali si sta allargando, come anche nel movimento femminile. Resta però un sapore particolare quando ci troviamo in gara noi e i cugini belgi, la rivalità si sente forte.

Dopo la lunga stagione nel ciclocross, come ti prepari per la strada e quali obiettivi ti poni?

Mi sto prendendo una breve pausa dopo i campionati del mondo e ora sto ricominciando a prepararmi per la stagione su strada, che inizierò a marzo. Proverò ad essere bravo nello sfruttare la condizione, soprattutto per le prove d’un giorno.

L’olandese in maglia iridata. A Tabor ha preceduto di 27″ i belgi Verstrynge e Michels
L’olandese in maglia iridata. A Tabor ha preceduto di 27″ i belgi Verstrynge e Michels
Ciclismo a parte, raccontaci qualcosa di te: quale scuola fai, quali hobby hai?

Non vado più a scuola. Per ora da quel punto di vista non so che cosa farò. A me comunque piace imparare sempre qualcosa di nuovo. Mi piace molto anche praticare altri sport, come il tennis che nel mio Paese sta sviluppandosi molto.

Qual è il tuo sogno nel ciclismo?

Questa è davvero facile: diventare un giorno campione del mondo tra gli élite…

Van der Poel, lo show di Tabor anticamera dell’addio?

04.02.2024
5 min
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A Tabor come nel 2015, al termine di una cronometro individuale, Mathieu Van der Poel ha conquistato un’altra maglia iridata. Limitatamente al cross, la sua collezione si compone delle 2 da junior (2012-2013) e delle 6 da elite (2015, 2019, 2020, 2021, 2023 e 2024). Per la statistica, il cassetto contiene anche le due su strada: da junior a Firenze 2013 e da pro’ lo scorso anno a Glasgow. Oggi in Repubblica Ceca non c’erano margini perché la vittoria gli sfuggisse, a meno di un colpo della cattiva sorte. Non c’erano rivali alla sua altezza e forse neppure Van Aert e Pidcock avrebbero potuto impensierirlo. Insomma, fortissimo l’olandese, ma il mondiale elite di Tabor che abbiamo appena finito di seguire è stato piuttosto noioso.

Due olandesi (con la barba Nieuwenhuis) e un belga (Vanthourenhout): ecco il podio
Due olandesi (con la barba Nieuwenhuis) e un belga (Vanthourenhout): ecco il podio

Il merito di Stybar

E’ stata la gara di addio di Zdenek Stybar, che aveva già appeso la bici al chiodo dopo il Tour of Guangxi, ma ha voluto salutare la sua gente nella città in cui nel 2010 conquistò il primo dei tre mondiali da elite. Lo ha fatto con grande orgoglio, sapendo di non poter impensierire i primi della classe, ma raccogliendo l’applauso del pubblico che gli ha tributato il giusto onore.

«Mi piacerebbe essere ricordato – ha detto – come un corridore che, soprattutto negli ultimi anni, è caduto molto spesso, ma si è sempre rialzato. Non è stato sempre facile, ma non mi sono mai arreso e ho continuato ad andare avanti, fino all’ultimo giorno. Si deve sempre continuare a lottare per il posto e la carriera: è questo il messaggio che voglio dare ai giovani. E poi, se proprio c’è un merito che voglio attribuirmi, è quello di aver dimostrato a Van Aert e Van der Poel che in fondo non era così difficile passare dal cross alla strada. Forse questa è la mia parte nella loro storia».

Stuybar ha così concluso anche la grande carriera nel cross: in bacheca 3 mondiali elite
Stuybar ha così concluso anche la grande carriera nel cross: in bacheca 3 mondiali elite

L’insidia delle pietre

A Tabor, Van Aert non c’era e Van der Poel ha colto la quattordicesima vittoria stagionale. La sua progressione non ha lasciato scampo e quando nel secondo dei sei giri previsti (e calcolati sul suo tempo) ha dato gas, la selezione è stata subito irrimediabile.

«Era la gara più importante della stagione – ha detto dopo l’arrivo – quindi sono felice di aver saputo vincerla. Sarebbe un peccato perdere il titolo mondiale dopo una stagione del genere. Rimango più calmo rispetto alle prime volte, ma era un percorso su cui era possibile avere sfortuna, per cui sono stato felice quando ho tagliato il traguardo. Avevo buone gambe, ho guidato in modo molto controllato e non ho mai preso rischi. Si trattava di mantenere tutto com’era. In molti punti sotto il fango c’erano delle pietre, per cui ho cercato di passarci nel modo più morbido possibile, cercando di evitarle».

Musica chiara sin dalla partenza: Van der Poel si è messo a fare il forcing dai primi colpi di pedale
Musica chiara sin dalla partenza: Van der Poel si è messo a fare il forcing dai primi colpi di pedale

Pensieri di addio

Adesso il suo tabellino dice che manca una sola vittoria per agganciare il record di De Vlaeminck, che di mondiali ne ha vinti sette. Tuttavia la sorpresa del Van der Poel di oggi riguarda la possibilità che con il 2024 si sia chiusa l’avventura nel cross.

«E’ una decisione che non posso prendere da solo – ha detto – sicuramente ne discuteremo all’interno della squadra. Personalmente, sono riluttante a saltare una stagione intera. Per contro, questa disciplina richiede molta energia e la mia attenzione è sempre più rivolta alla strada. Non ho più molto da guadagnare dal ciclocross, tranne il divertimento. Se riesco a migliorare ancora su strada saltando il cross, allora lo farò».

Quando si è ritrovato solo, Van der Poel ha amministrato bene lo sforzo e gestito le traiettorie
Quando si è ritrovato solo, Van der Poel ha amministrato bene lo sforzo e gestito le traiettorie

Il mondiale di Fontana

Al diciassettesimo posto finale, nello stesso gruppo di Sweek, Van de Putte, Van der Haar e Venturini, Filippo Fontana ha compiuto una bella rimonta e solo nell’ultimo giro ha pagato il conto alla stanchezza.

«La gara è andata più o meno secondo i miei standard – ha spiegato il veneto dal furgone che lo riportava verso l’aeroporto – puntavamo a una top 15 che è sfuggita all’ultimo giro. Eravamo tutti insieme, siamo arrivati in volata per il tredicesimo posto e l’ha spuntata Van de Putte. Purtroppo sapevo che la partenza un po’ dietro sarebbe stata penalizzante, infatti così è stato. Ho fatto tutta la gara a inseguire con ottime sensazioni. Per le mie possibilità, oggi era difficile fare meglio di così».

Dopo una bella rimonta, Fontana ha chiuso al 17° posto, penalizzato dalla partenza dalle retrovie
Dopo una bella rimonta, Fontana ha chiuso al 17° posto, penalizzato dalla partenza dalle retrovie

Il giro d’onore

Torna a casa anche Van der Poel, atteso ormai al debutto su strada. Chissà se quell’essersi fermato sul traguardo, ringraziando la sua Canyon e anche il pubblico non sia stato il gesto dell’addio. Sarebbe interessante sapere da Mathieu se si sia realmente divertito a vincere così. Probabilmente dirà di sì, ma se vogliamo puntarla sull’adrenalina e la soddisfazione, crediamo che la volata assassina su Van Aert l’anno scorso a Hoogerheide sia stata un punto di non ritorno. Dopo un finale come quello, la galoppata di oggi a Tabor si può considerare un giro d’onore prima dei saluti.