I top e flop del 2023. I verdetti di Gregorio e Pancani

10.10.2023
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All’epilogo del 2023 su strada manca pochissimo, col calendario che prevede gli ultimi impegni di classe 1.Pro e World Tour. In questi giorni si sta correndo ancora in Turchia, in Veneto, in Cina e in altri angoli più isolati del mondo. Tutte gare che per qualche corridore potrebbero riequilibrare (parzialmente o meno) l’annata ma che non andrebbero a stravolgere la graduatoria di chi ha convinto o di chi è stato al di sotto delle aspettative.

Abbiamo voluto interpellare Luca Gregorio (che ci ha anticipato ciò che ha detto nel suo podcast) e Francesco Pancani, rispettivamente le prime voci delle telecronache Eurosport e Rai Sport, per conoscere i loro personalissimi “top&flop” della stagione. Un compito forse meno scontato del previsto.

Il rischio di trovarsi di fronte all’imbarazzo della scelta, sia in positivo che negativo, nell’esprimere i propri verdetti c’era eccome.

Sia per Gregorio che per Pancani, Pogacar e Vingegaard sono stati indubbiamente due top del 2023
Sia per Gregorio che per Pancani, Pogacar e Vingegaard sono stati indubbiamente due top del 2023

I promossi

Sentiamo che nomi ci hanno dato, motivandoli con il loro stile e non necessariamente in ordine di importanza. E partiamo dai promossi.

GREGORIO: «Inizio da Tadej Pogacar. E’ semplicemente il migliore. Numero uno della classifica mondiale, sempre sul pezzo da febbraio a ottobre. Protagonista nelle classiche e nelle corse a tappe. Vogliamo dirgli qualcosa? Fiandre e Lombardia (il terzo di fila come Coppi e Binda) nello stesso anno. Pazzesco».


PANCANI: «Filippo Zana. Parto con i cosiddetti top sotto un’ottica diversa, inserendo due nomi italiani. Il primo è il veneto della Jayco-AlUla. Personalmente ero molto curioso di vederlo in un team WorldTour e penso che abbia dimostrato grande personalità. La vittoria a Val di Zoldo al Giro d’Italia è la ciliegina sulla torta della sua stagione, oltre alla generale allo Slovenia. Però più che questi successi, mi è piaciuta la regolarità con cui ha lavorato alla grande per i suoi capitani».

GREGORIO: «Il secondo nome che faccio è Mathieu Van der Poel, un cecchino infallibile. Anno magico per lui e per questo merita il premio, per me, di migliore del 2023. Sanremo, Roubaix e un Mondiale da leggenda nel giro di sei mesi. Fenomenale».

Senza dubbio Filippo Zana è stata una delle belle conferme (o sorprese?) della stagione, specie per Pancani
Senza dubbio Filippo Zana è stata una delle belle conferme (o sorprese?) della stagione, specie per Pancani

PANCANI: «Dico Filippo Ganna perché secondo me anche il giorno che non correrà più sarà sempre un top. Ha fatto un grande inizio di stagione con un bellissimo secondo posto alla Sanremo e pure durante la stagione, specie nel finale alla Vuelta, si è riscoperto anche velocista. Poi, anche se non parliamo di strada, non posso dimenticare quello che ha fatto in pista ai mondiali di Glasgow nell’inseguimento individuale».

GREGORIO: «Proseguo con Jonas Vingegaard, a mio parere il più forte corridore attuale nei grandi giri a tappe. Dominante in salita, efficace a crono, sempre sul pezzo e con attorno una squadra super. Ha vinto anche Baschi e Delfinato e avrebbe potuto prendersi pure la Vuelta. Ice-man».

PANCANI: «Ovviamente Tadej Pogacar. E’ un corridore che vince da febbraio ad ottobre e non si tira mai indietro. Ha vissuto una primavera fantastica vincendo Parigi-Nizza, Fiandre, Amstel e Freccia. Solo una caduta alla Liegi lo ha messo fuori gioco compromettendogli la preparazione al Tour. Nonostante tutto in Francia ha ottenuto il suo quarto podio finale. Ha fatto secondo, un piazzamento che pesa. Ha chiuso poi alla grande col Lombardia».

GREGORIO: «Aggiungo Primoz Roglic. Ha vissuto la stagione dei sogni. Il suo peggior risultato è un quarto posto, ovviamente non considerando i piazzamenti nelle tappe parziali di un grande giro. Può piacere o meno come stile e modo di correre, ma è quasi infallibile. Giro d’Italia, Tirreno, Catalunya, Emilia, terzo alla Vuelta. Il modo migliore per salutare i calabroni. Garanzia».

Uno splendido Roglic sfila in rosa sulle strade di Roma. E questo non è stato il suo unico grande risultato, ha ricordato Gregorio
Uno splendido Roglic sfila in rosa sulle strade di Roma. E questo non è stato il suo unico grande risultato, ha ricordato Gregorio

PANCANI: «Un altro che non può mancare è Mathieu Van der Poel. Credo che sia veramente l’unico corridore che riesca ad entusiasmare il pubblico col suo modo sfrontato anche più dello stesso Pogacar. VdP quest’anno ha centrato tutti gli obiettivi che si era prefissato. Sanremo, Roubaix e mondiale. Già queste valgono una carriera, figuratevi una stagione. E come le ha vinte. Caro Mathieu, per me sei il top del 2023».

GREGORIO: «Infine dico Wout Van Aert. Questa quinta menzione dovrebbe essere per Evenepoel (cifre alla mano), ma scelgo Van Aert perchè è una benedizione per questo ciclismo. C’è sempre. Comunque e dovunque. E’ vero, ha vinto poco e non corse di primo piano, ma nello stesso anno ha fatto secondo al Mondiale e all’Europeo, terzo alla Sanremo e alla Roubaix, quarto al Fiandre e ha regalato una Gand a Laporte. Commovente».

PANCANI: «Il mio ultimo nome è Jonas Vingegaard. Forse è il meno personaggio fra tutti i suoi rivali e personalmente mi piace moltissimo questo suo essere naturale, con atteggiamenti apparentemente distaccati. E’ andato forte da inizio stagione. Al Tour ha cotto a fuoco lento Pogacar e gli altri. La crono di Combloux è stata qualcosa di incredibile. Si è meritato una menzione anche perché è andato alla Vuelta, correndola da protagonista e finendola col secondo posto. Per me ha preso ulteriore consapevolezza dei suoi mezzi».

Tanto impegno non è bastato a Carapaz, a dire il vero anche sfortunato. Richard è tra i bocciati di peso di Pancani
Tanto impegno non è bastato a Carapaz, a dire il vero anche sfortunato. Richard è tra i bocciati di peso di Pancani

I bocciati (o rimandati)

Si passa poi alle note dolenti. E qui non mancano le sorprese, come Vlasov per esempio, ma anche i giudizi concordi. Scopriamoli…

GREGORIO: «Enric Mas. il primo anno del post-Valverde sarebbe dovuto essere quello della consacrazione per il maiorchino. Zero vittorie e un sesto posto (anonimo) alla Vuelta ci hanno raccontato il contrario. Eterno incompiuto».

Tra i bocciati di Gregorio figura il russo Vlasov. Un potenziale non espresso del tutto, come Mas
Tra i bocciati di Gregorio figura il russo Vlasov. Un potenziale non espresso del tutto, come Mas

PANCANI: «Wout Van Aert. Inizio andando controcorrente. Sembrerà quasi un’offesa perché parlo di un grandissimo atleta ed uno dei fenomeni di questi anni. Il belga della Jumbo-Visma però sta allungando la sua lista di secondi e terzi posti che lo rendono sempre più una sorta di “Paperino” del ciclismo. E onestamente mi fa molto male vederlo così. Diciamo che lo definirei un flop di stimolo».

GREGORIO: «Alexander Vlasov. La Bora lo aveva preso nel 2022 per puntare almeno al podio in un GT. Quest’anno, come sempre, ha chiuso in crescendo. Ma non basta. Stesso discorso di Mas. Buon potenziale, ma resa non all’altezza. Vorrei ma non posso».

PANCANI: «Voglio esagerare in modo un po’ provocatorio e dico Remco Evenepoel. E’ vero che ha vinto la Liegi, pur con la fuoriuscita di Pogacar qualcuno potrebbe dire, ed il mondiale a crono ma in altri appuntamenti ha steccato. Al Giro, per tanti motivi. Alla Vuelta è andato fuori classifica subito e al Lombardia, sempre complice anche una caduta, non ha fatto risultato. E’ uno dei tanti talenti attuali e forse quest’anno sui piatti della bilancia pesano più gli obiettivi mancati che i successi».

GREGORIO: «Fabio Jakobsen. Sette vittorie all’attivo (solo la tappa alla Tirreno, però, pesa), ma da uno dei primi 2-3 velocisti al mondo era lecito attendersi molto di più. Cambierà aria (Dsm) e speriamo gli faccia bene».

PANCANI: «Fabio Jakobsen. Sono completamente d’accordo con Luca. Anch’io da un velocista come lui mi aspettavo tanto ma tanto di più».

Chiudiamo con un bocciato in comune: Jakobsen. Nonostante tutto ha messo nel sacco 7 corse
Chiudiamo con un bocciato in comune: Jakobsen. Nonostante tutto ha messo nel sacco 7 corse

GREGORIO: «Julian Alaphilippe. Mi piange il cuore perché è il mio idolo indiscusso, ma vedere Loulou confinato a gregario di lusso a 31 anni mi fa sanguinare. Due vittorie appena e ormai nemmeno mai in gara per un buon piazzamento nelle classiche. Fine della storia?».

PANCANI: «Richard Carapaz. Diciamo che è stato bravo a nascondersi fino a luglio cogliendo solo una vittoria a fine maggio. Al Tour è stato sfortunato con una brutta caduta alla prima tappa ma forse aveva sbagliato ad improntare la sua stagione solo con la gara francese. E’ stato buono il recupero di condizione nel finale di stagione con alcuni bei piazzamenti ma potevamo aspettarci qualcosa di più».

GREGORIO: «Hugh Carthy. Il terzo posto alla Vuelta del 2020 ci aveva fatto pensare a un corridore potenzialmente in crescita. Ma il britannico ha bucato anche questo 2023. Mi viene da pensare solo a una cosa. Meteora».

PANCANI: «David Gaudu. Dopo il secondo posto alla Parigi-Nizza era lecito aspettarsi qualcosa in più da un corridore che è una promessa da un po’. Di fatto ha costretto Demare a lasciare la Groupama-Fdj per avere la squadra al suo servizio al Tour, dove ha chiuso nono nella generale. E anche nelle classiche non ha inciso. Al momento non sembra essere lui il primo francese che potrebbe rivincere il Tour. In ogni caso, nel 2024 deve fare il definitivo salto di qualità».

Canyon Inflite CFR: la campionessa del mondo si rifà il look

07.10.2023
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La bicicletta detentrice del titolo di campione del mondo di ciclocross, la Canyon Inflite CFR, si rifà il look. Si tratta di un modello iconico per la disciplina, con cinque titoli iridati alle spalle, ma il processo di innovazione non si ferma mai. Così Canyon ha portato degli importanti aggiornamenti: il più importante è il passaggio interno dei cavi. Una scelta che porta a un design estremamente pulito. 

Canyon ha vinto cinque titoli mondiali nel ciclocross, l’ultimo con Van Der Poel a inizio 2023
Canyon ha vinto cinque titoli mondiali nel ciclocross, l’ultimo con Van Der Poel a inizio 2023

Tante migliorie

Il segreto del successo è non fermarsi mai, Canyon non si è accontentata delle vittorie ottenute con la Inflite CFR. La forcella è stata revisionata, così come l’Aerocockpit CP0018, reso regolabile in larghezza e altezza. Queste migliorie aiutano a instradare tutti i cavi, consentendo di trasportare la bicicletta senza problemi per ottenere un chiaro vantaggio competitivo sul percorso da cross. I ciclisti possono quindi allargare o stringere l’aerocockpit a seconda del percorso: più stretto per guadagnare in aerodinamica, più largo per ottenere una maggiore leva. 

Nelle competizioni di massimo livello, dove sono i dettagli a fare la differenza, tutto dev’essere perfetto. Per questo Canyon per le Inflite CFR ha scelto i movimenti centrali Ceramic Speed, per prestazioni resistenti e veloci che durano nel tempo. 

Canyon e Van Der Poel hanno portato il loro dominio anche su strada nel 2023
Canyon e Van Der Poel hanno portato il loro dominio anche su strada nel 2023

Ispirazione mondiale

La collezione 2024 delle Inflite CFR di Canyon ha a disposizione una nuova gamma di colori tra cui scegliere. Tutte scelte ispirate al mondo dei professionisti, tra cui un’esclusiva colorazione Team Alpecin-Deceuninck sull’Inflite CFR Di2 Team. 

La guidabilità della Canyon Inflite CFR è senza eguali, rapida e scattante nello stretto, ma anche capace di grandi velocità quando il percorso lo richiede, come la lunghissima volata con cui Van Der Poel si è aggiudicato il mondiale a Hoogerheide. «La maneggevolezza della Inflite – ha detto il campione del mondo in carica – è estremamente prevedibile. Una cosa che apprezzo molto in una bici da corsa».

Le opzioni per Canyon sono cinque, tra cui la Inflite CFR Team LTD con gruppo monocorona SRAM
Le opzioni per Canyon sono cinque, tra cui la Inflite CFR Team LTD con gruppo monocorona SRAM

Diversi equipaggiamenti

Canyon offre per la Inflite CFR cinque scelte diverse di equipaggiamento: due di alta gamma e altre tre di media gamma

Il primo modello di alta gamma è la Inflite CGR Di2 Team. La scelta è ricaduta sulla trasmissione Shimano Dura Ace Di2 a 12 velocità con doppia corona 36-46 e cassetta 11-34. Le ruote, in carbonio, sono le CRC 1100 Spline della linea top di DT Swiss, con misuratore di potenza Rotor Aldhu 24 Inspider integrato nella pedivella. Prezzo 7.449 euro.

Il secondo modello di alta gamma è la Inflite Team LTD che utilizza un gruppo SRAM Red one-by, quindi monocorona da 40 denti e cassetta 10-36. Misuratore di potenza Quarq integrato nella pedivella e le stesse ruote DT Swiss CRC 1100 del modello sopra. Prezzo 7.449 euro. 

I modelli di riferimento per chi si affaccia per la prima volta a questa disciplina sono tre: CF SLX8 equipaggiato con gruppo SRAM Force, con misuratore di potenza Quarq e la CF SLX 8 Di2, che monta il gruppo Shimano Ultegra Di2, con misuratore di potenza Rotor. Entrambe montano ruote a sezione profonda CRC 1400 Spline di DT Swiss. I prezzi sono rispettivamente 4.999 e 5.499 euro. 

L’ultima proposta di Canyon è la Inflite CF SL 7 eTap da 3.999 euro, dotata di una configurazione SRAM Rival eTap AXS, di un misuratore di potenza Quarq, di un veloce sistema di scanalatura DT Swiss CRC 1600.

Canyon

Van der Poel, programma per tutelare gambe e testa

02.09.2023
4 min
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L’idea che quella di Glasgow potesse essere l’ultima corsa della stagione è stata presto abbandonata, per cui Mathieu Van der Poel tornerà in gara su strada domani a Plouay. Il suo calendario è stato ridisegnato per gratificare la maglia di campione del mondo e permettere all’olandese di avvicinarsi meglio ai prossimi obiettivi.

«Il divario tra Glasgow e l’inizio della stagione del cross sarebbe troppo grande – ha spiegato Christoph Roodhooft, l’artefice dei successi sportivi del campione del mondo a Het Nieuwsblad – quindi al suo calendario sono state aggiunte alcune prove. Con quale scopo? Fa poca differenza per il suo palmares se vince a Plouay o Fourmies, anche se sono grandi gare. Essere presenti da campione del mondo è il motivo principale. Mathieu vuole assolutamente partecipare anche al test event di mountain bike prima dei Giochi Olimpici (23 settembre, ndr), quindi ha dovuto tenersi in allenamento. Non ci sono obiettivi specifici, ma si spera che da qualche parte si riesca anche a fare risultato».

La prima uscita in maglia iridata, al criterium Profronde Van Etter-Leur
La prima uscita in maglia iridata, al criterium Profronde Van Etter-Leur

Vacanze finite

Il programma prevede dunque Plouay, il GP Fourmies (10 settembre), GP Wallonie (12 settembre), Super8 Classic (16 settembre) e Circuit Franco-Belge (28 settembre): ad eccezione del Super8 sono tutte classiche a cui Van der Poel non ha ancora mai partecipato.

«Era tutto un fatto di pianificazione – ha approfondito Roodhooft – per cui capitava che non si adattassero alla sua preparazione per il campionato del mondo, oppure alla preparazione per la stagione di ciclocross. Non era certo un fatto di volerle o non volerle fare. Il percorso di Plouay gli si addice, ma naturalmente c’è stata una certa… decompressione dopo i mondiali. Dopo la delusione nella mountain bike (Van der Poel è caduto in partenza e ha dovuto ritirarsi, ndr) Mathieu è andato in vacanza per qualche giorno. Poi però ha iniziato ad allenarsi bene e ho l’impressione che stia andando abbastanza bene. E non dimentichiamo che è settembre per tutti. La maglia iridata gli rende impossibile pedalare in modo anonimo. Ma anche senza averla indosso, per Mathieu era quasi impossibile».

Mathieu insieme al campione europeo Jakobsen. VDP non sarà in gara a Drenthe il 24 settembre
Mathieu insieme al campione europeo Jakobsen. VDP non sarà in gara a Drenthe il 24 settembre

Continuare al top

Van der Poel ha vinto solo cinque corse in questa stagione, ma fra queste ci sono la Milano-Sanremo, la Parigi-Roubaix e il campionato del mondo.

«E quelle sono le corse in base alle quali viene giudicato – ha proseguito il suo tecnico – per me può vincere 25 gare, ma ci aspettiamo tutti che vinca gare come Sanremo, Fiandre o Roubaix. La quantità non è importante, conta la qualità. Nel team ci occupiamo anche del suo benessere mentale. Oggi ha 28 anni: questa è una fase cruciale della sua carriera. Se la supera bene, può continuare a correre ad alto livello per qualche altro anno. Spesso si vedono i migliori talenti svanire dopo questa fase della loro carriera, intorno ai trent’anni. Facciamo tutto il possibile per impedirlo, perché semplicemente andare avanti in modo anonimo non è nel suo carattere. O continua nel modo giusto, oppure non continua».

Per il campione olandese sempre tanta passione da parte dei fans, ancor più dopo il titolo mondiale
Per il campione olandese sempre tanta passione da parte dei fans, ancor più dopo il titolo mondiale

Pressione e salute

E qui Roodhoft ha spalancato la porta su uno dei problemi che sta determinando da qualche anno il nuovo corso del ciclismo e aumentando la pressione sugli atleti, soprattutto sui più forti, arrivando a ritiri clamorosi come quello di Tom Dumoulin.

«Corrono molto meno, ma sono sempre in bicicletta. All’interno di questo approccio completamente nuovo, fatto di allenamento in quota e controllo rigoroso del cibo, spetta a noi garantire il benessere mentale. Ormai correre significa lavorare per obiettivi, cercare di essere forti al momento giusto e in modo sano».

A Glasgow è brillata la stella di Canyon

01.09.2023
3 min
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La recente rassegna iridata di Glasgow è sicuramente destinata a lasciare un segno importante nella storia del ciclismo. Si è infatti trattato dei primi campionati del mondo multidisciplinari che hanno visto Glasgow e la Scozia per dieci giorni come centro del mondo a pedali.

I mondiali scozzesi saranno ricordati anche per le tante vittorie ottenute da atleti in sella a biciclette Canyon, a cominciare da Mathieu Van der Poel (foto di apertura Kramon), vincitore della gara regina con la sua Aeroad CFR.

Mathieu Van Der Poel è il primo atleta della storia ad essere campione del mondo sia su strada che nel ciclocross (foto Kramon)
Mathieu Van Der Poel è il primo atleta della storia ad essere campione del mondo sia su strada che nel ciclocross (foto Kramon)

Dalla strada alla pista

Anche se in Scozia non era prevista una competizione ufficiale fra i diversi costruttori di bici, Canyon può tranquillamente fregiarsi di una simbolica maglia di campione del mondo. Partendo dalla strada, passando per la mountain bike e terminando con la pista, gli atleti che hanno gareggiato su biciclette Canyon hanno vinto ben 12 medaglie d’oro e per ben 23 volte sono saliti sul podio. 

Questi risultati sono la conferma di come il brand tedesco sia da sempre altamente innovativo ma soprattutto vincente. Nel favorire lo sviluppo di modelli sempre più efficienti e innovativi un ruolo di primo piano l’ha svolto l’Innovation Lab presente all’interno della nuova sede Canyon di Coblenza.

Non solo VdP

Come detto, la vittoria che ha fatto maggiormente parlare è stata quella di Mathieu Van der Poel, che in un solo anno ha saputo conquistare il titolo di campione del mondo su strada e nel ciclocross. Accanto a lui ha brillato la giovane stella danese Albert Philipsen, capace in pochi giorni di conquistare nella categoria juniores il titolo di campione del mondo su strada e in mountain bike nel cross-country.

Al fianco degli atleti che hanno gareggiato su pista c’era la nuova Speedmax CFR Track

Una storia a parte la merita sicuramente l’americana Chloe Dygert in grado di trionfare sia nella prova a cronometro che in pista nell’inseguimento individuale. Al suo fianco la nuova Speedmax CFR Track, l’ultima novità di casa Canyon per le prove a cronometro e su pista.

Obiettivi raggiunti

La rassegna mondiale di Glasgow ha permesso a Canyon di raggiungere diversi obiettivi, e non solo da un punto di vista prettamente sportivo. A confermarlo è Nicolas de Ros Wallace, amministratore delegato dell’azienda tedesca.

«Il nostro obiettivo per gli investimenti nello sport professionistico – ha dichiarato de Ros Wallace – è supportare gli atleti nel loro viaggio verso il successo. Il prezioso contributo che forniscono ci consente di innovare e perfezionare continuamente la nostra serie CFR. Questo a sua volta ci aiuta a realizzare le migliori biciclette per i nostri clienti. I risultati ottenuti dagli atleti Canyon confermano il nostro impegno nel creare le bici migliori al mondo. Inoltre, i loro risultati rafforzano la nostra dedizione nel supportare imprese eccezionali e prestazioni di livello mondiale, aprendo la strada a innovazioni rivoluzionarie e ispirando nelle persone la passione per il ciclismo».

Canyon

Sfilata iridata a Etten-Leur, il mondiale dei criterium

23.08.2023
5 min
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Quello di Etten-Leur lo chiamano “il campionato del mondo dei criterium”, forse anche per la ricchezza che viene messa ogni anno sul piatto e che permette di attirare anche i campioni più ritrosi. L’anno scorso ad esempio, nessuno riuscì ad attirare il vincitore del Tour Jonas Vingegaard, tranne loro. Tutto grazie a una serie di generosi sponsor olandesi e ai 280 euro con cui migliaia di vip pagano il loro posto nell’area riservata.

La Canyon Aeroad di Van der Poel s’è vestita dell’iride, come la sua “sorellina” nel ciclocross
La Canyon Aeroad di Van der Poel s’è vestita dell’iride, come la sua “sorellina” nel ciclocross

Il jet per Van der Poel

Per il Criterium di Etten-Leur, cittadina del Brabante Settentrionale al confine con il Belgio, si fanno delle vere e proprie follie, come ad esempio andare in Spagna con un volo privato per prelevare il campione del mondo Mathieu Van der Poel e portarlo a correre. Sono partiti sabato sera, sono riusciti ad atterrare all’aeroporto di Malaga e da lì, con il prezioso passeggero iridato a bordo, sono atterrati a Breda. Dall’aeroporto, sono bastati quindici minuti per arrivare nel centro della festa.

«Avevano già insistito dopo il Tour – ha ammesso Van der Poel, stupito – ma io avevo declinato l’invito. Però dopo il mondiale ho pensato che avrei dovuto mostrare la maglia da qualche parte e tutto sommato Etten-Leur non è molto lontano da dove vivo. Così ho potuto indossare per la prima volta la maglia iridata. Avevo già la valigia pronta, si è trattato solo di tornare a casa un giorno prima del previsto».

Van der Poel ha anticipato di un giorno il rientro dalle vacanze a bordo di un jet privato
Van der Poel ha anticipato di un giorno il rientro dalle vacanze a bordo di un jet privato

Tre giorni a Marbella

Chi magari pensava che l’olandese fosse in Spagna per il solito ritiro, prenderebbe una cantonata. Van der Poel infatti si è concesso una meritatissima vacanza dopo il Tour, il mondiale strada di Glasgow e quello finito troppo presto sulla mountain bike.

«Dopo quella caduta – ha raccontato a Het Nieuwsbladero così rigido che ho passato comunque due giorni sulla bici per recuperare un po’ di elasticità. Poi ho trascorso tre giorni a Marbella con un gruppo di amici e diciamo solo che ci sono state delle belle serate molto intense. Avevo bisogno di decompressione. Il mondiale è stato l’ultimo grande obiettivo della stagione, anche se forse non mi rendo ancora bene conto di quello che ho fatto. Forse ci riuscirò una volta che la stagione sarà davvero finita».

L’intrusa iridata: la belga Kopecky in Olanda fra le olandesi Vollering e Wiebes. Tutte di casa SD Worx
L’intrusa iridata: la belga Kopecky in Olanda fra le olandesi Vollering e Wiebes. Tutte di casa SD Worx

Un salto a Parigi

Però quella caduta brucia, soprattutto considerando il suo orgoglio sconfinato. Per cui la sua vacanza e la successiva partecipazione al criterium olandese sono serviti per sentirgli ammettere qualcosa di più.

«Sto accarezzando l’idea – ha detto – di partecipare al test event di mountain bike a Parigi a fine settembre. Quindi dovrei continuare ad allenarmi e nel frattempo voglio anche correre qualche gara su strada. Non so ancora quale sarà il programma, molto dipenderà da come mi sentirò in allenamento. La voglia di mostrare la maglia c’è, ma se potessi scegliere, mi piacerebbe davvero tanto vincere il Fiandre con questo simbolo addosso».

Vollering a braccia alzate, come sul Tourmalet, come alla fine del Tour che ha vinto
Vollering a braccia alzate, come sul Tourmalet, come alla fine del Tour che ha vinto

Kopecky e il surf

A Etten-Leur c’era anche una ricca partecipazione femminile. Lotte Kopecky, chiaramente, ma anche Demi Vollering, con la sua maglia gialla del Tour e anche Annemiek Van Vleuten, olandese che a fine anno si ritirerà ma per i tifosi olandesi è ormai una leggenda.

Raccontano gli organizzatori (che per l’iridata della SD Worx non hanno dovuto mandare un aereo), che quando si è sparsa la voce della sua partecipazione, il sito internet del criterium è andato in crash, tanta è la sua popolarità anche in Olanda.

Anche Kopecky ha raccontato qualcosa di sé e dell’emozione iridata, ma anche lei forse non è ancora pienamente consapevole della portata del trionfo.

«E’ la prima volta che indosso questa maglia su una bicicletta – ha ammesso – non ho pedalato molto negli ultimi giorni. Una volta l’ho messa sulla tavola da surf (ridendo, ndr). L’ho trovato divertente, ma ho ancora bisogno di qualche lezione. Finalmente ho avuto una vacanza, cosa che non accade spesso. Mi sono davvero goduta quella settimana senza obblighi, ma per capire se adesso nella mia carriera cambierà qualcosa, dovremo aspettare le prossime settimane».

Anche per Kopecky una bici iridata, ma pantaloncino nero che incontra di più il suo gusto
Anche per Kopecky una bici iridata, ma pantaloncino nero che incontra di più il suo gusto

Domenica Kopecky correrà la Schaal Sels a Merksem e forse sarà alla partenza della Classic Lorient a Plouay: «Ma soprattutto voglio divertirmi – ha detto a Het Nieuwsblad prima di lasciare Etten-Leur – senza alcun obiettivo. Voglio capire se c’è ancora grinta, voglio rilassarmi e quando posso, voglio dormire un’oretta di più. Diciamo che negli ultimi giorni non sono mancate le feste».

Pidcock folletto iridato, Van der Poel si ferma subito

13.08.2023
6 min
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GLASGOW – Sugli sterrati di Glentress Forest, delle polemiche e dei regolamenti su misura, la maglia iridata va a Tom Pidcock, che passa sul mondiale di cross country da specialista e non certo da stradista in gita premio, come purtroppo sono parsi Van der Poel e Sagan.

C’era così tanta attesa per la prova dell’olandese iridato su strada, da aver dimenticato che in questo ciclismo così specializzato, la mountain bike non fa certo eccezione. E se Ganna potrebbe aver avuto problemi nel passare dall’inseguimento alla crono, figurarsi se in sei giorni e senza una preparazione specifica, Van der Poel avrebbe potuto lottare ai massimi livelli nel fuoristrada.

Al via non hanno guardato in faccia più nessuno: la partenza è stata data ieri alle 15,30
Al via non hanno guardato in faccia più nessuno: la partenza è stata data ieri alle 15,30

Dalla quinta fila

La norma “salva star” che ha consentito a Pidcock, Van der Poel e Sagan di partire dalla quinta fila, ben più avanti di quanto il loro ranking avrebbe consentito, è servita quindi soltanto al britannico, che comunque ha dovuto inseguire per un bel po’ prima di arrivare in testa alla gara. Pensando ai tentativi della Ineos Grenadiers di farne un uomo da Tour e a quanto questo gli pesi, si capisce che il luogo della spensieratezza per Pidcock sia questo e nessun altro.

«I primi 4-5 giri sono stati velocissimi – ha commentato il fresco vincitore – è stato difficile tornare davanti dalla posizione mi trovavo. Un percorso super duro. Ma lo sapevo dall’anno scorso: il mondiale ha un livello diverso rispetto alle gare di Coppa del Mondo».

Sagan non ha fatto mancare le sue acrobazie, ma alla resa dei fatti ha pagato il conto in salita
Sagan non ha fatto mancare le sue acrobazie, ma alla resa dei fatti ha pagato il conto in salita

La regola riscritta

Il fatto, in breve. Per agevolare la partecipazione delle tre star della strada, l’UCI ha modificato il regolamento, consentendo loro di partire a ridosso delle prime file. Un bel vantaggio, se ricordiamo ad esempio la rimonta cui fu costretto Sagan alle Olimpiadi di Rio, quando partì dall’ultima fila. Uno strappo alla regola piuttosto evidente: basti pensare che nei giorni scorsi Viviani non ha potuto partecipare all’individuale a punti al posto dell’infortunato Consonni, perché non aveva i punti per farlo. Nella mountain bike hanno fatto finta di niente.

E così in un giorno luminoso e polveroso a due ore e mezza da Glasgow (dove non ha fatto che piovere), i nostri eroi sono partiti con grande enfasi. E mentre Sagan si è prudentemente defilato (chiuderà al 63° posto, a 7’14” da Pidcock), Tom ha dimostrato di sapere il fatto suo, mentre Van der Poel è caduto a una delle prime curve.

Vam der Poel è partito come Sagan e Pidcock dalla quinta fila, ma ha sbagliato per la foga di rimontare
Vam der Poel è partito come Sagan e Pidcock dalla quinta fila, ma ha sbagliato per la foga di rimontare

Imbarazzo Van der Poel 

Seduto davanti al camper della squadra olandese, l’iridato della strada è parso piuttosto scocciato e anche in imbarazzo. Dopo aver dichiarato per giorni di non avere un reale interesse per la mountain bike, la sua reazione e le sue parole hanno fatto pensare all’esatto opposto.

«La vittoria di domenica scorsa – ha detto, con una ferita sul viso e una sul ginocchio – è una bella consolazione, ma questa caduta toglie l’euforia e penso che sia la vergogna più grande. Ho battuto sulla stessa parte della gara su strada, quindi la ferita si è riaperta. Tuttavia questo è secondario: penso che la delusione superi il danno fisico. Mi è scivolata la ruota anteriore e ho fatto tutto da me. Sono piuttosto incavolato con me stesso, è stato uno stupido errore in una delle parti più facili del percorso. Continuare non era un’opzione, la botta è stata troppo forte. Parigi 2024? Sicuramente non smetterò di andare in mountain bike, ho notato in questa settimana quanto mi piaccia. E se andrò alle Olimpiadi, devo ringraziare Tom Schellekens, che sabato ha conquistato un posto per l’Olanda. Quindi sono stato fortunato».

La sicurezza di Van der Poel non trova grande corrispondenza nelle parole del tecnico olandese Gerben de Knegt: «Abbiamo visto che se Mathieu vuole trovare il tempo – ha detto a Het Nieuwsblad – può farcela. Ma deve essere in grado di dedicare del tempo al suo programma e questo è il più grande punto interrogativo. Non andremo a Parigi per finire decimi, sia chiaro. E un risultato migliore qui avrebbe comunque aiutato».

Guai per Pidcock

Intanto Pidcock, che alla fine di tutto ha dato un abbraccio di grande complicità alla compagna di club Ferrand-Prevot che si è ripetuta fra le donne, tira un sospiro di sollievo e sta alla larga da polemiche e rimostranze. Anche perché lui è il meno alieno fra gli ammessi in extremis, avendo già vinto due mondiali, gli ultimi campionati europei a Monaco ed essedo campione olimpico in gara.

«Alla fine della gara – ha detto visibilmente sollevato – si deve essere allentato qualcosa nel cambio, tanto che se forzavo, avevo continui salti di rapporto. Non sapevo se fermarmi e stringerlo di nuovo, perché temevo che la mia gara potesse finire da un momento all’altro. Non potevo andare a tutto gas per non sollecitare troppo la trasmissione, devo dire che gli ultimi giri sono stati parecchio stressanti».

Braidot si è piazzato settimo all’arrivo: lui è poco soddisfatto, ma alla base ci sono stati problemi tecnici
Braidot si è piazzato settimo all’arrivo: lui è poco soddisfatto, ma alla base ci sono stati problemi tecnici

L’onestà di Braidot

Migliore degli italiani è stato Luca Braidot, settimo all’arrivo, con un distacco di 1’41” che fa pensare comunque a una condizione molto buona.

«Sono un po’ deluso – ha detto – ma la gara è andata così, molto veloce. Ho avuto un piccolo problema tecnico al secondo giro e ho dovuto gestirla sino alla fine. Sono rimasto nel secondo gruppetto e nell’ultimo giro sono riuscito a staccare i 3-4 che erano con me e a guadagnarmi la 7° posizione.

«Riguardo la polemica sull’ordine di partenza dei tre stradisti, non trovo corretto che l’UCI abbia cambiato le regole all’ultimo giorno, però è un onore correre con questi atleti. E’ importante che vengano a correre da noi e sono felice della loro presenza. Pidcock è rientrato su di me veramente forte, aveva la gamba per vincere e l’ha dimostrato».

EDITORIALE / Forza, talento e determinazione non si insegnano

07.08.2023
4 min
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GLASGOW – Quando si trattò di distribuire i suoi doni, madre natura diede a Mathieu Van der Poel talento, forza fisica e determinazione. A Van Aert una testa da schiacciasassi, tanta forza e meno talento. Infine a Pogacar diede indiscutibilmente talento e testa, ma meno forza rispetto agli altri due. Ovvio che ogni percorso faccia risaltare una caratteristica tecnica rispetto all’altra, ma la sintesi del mondiale di ieri è tutta qui. Quando le situazioni sono estreme o lo scontro è particolarmente elevato, vince chi ha tutte le doti al posto giusto. Van der Poel ha vinto a Glasgow perché più di Van Aert ha avuto il talento per indovinare l’attacco giusto e più di Pogacar, che un’azione del genere avrebbe potuto anche pensarla, la forza per realizzarla e portarla a termine.

Quando si dice che il podio del mondiale sia il più bello degli ultimi anni, forse ci si riferisce proprio a questo. Non tanto al palmares dei tre occupanti, quanto alle doti grazie alle quali li hanno riempiti di successi.

Bettiol non avrebbe potuto reggere il confronto diretto con i primi e ha fatto bene ad anticipare
Bettiol non avrebbe potuto reggere il confronto diretto con i primi e ha fatto bene ad anticipare

Gli azzurri di Bennati

Che cosa avrebbe potuto fare l’Italia di Bennati per infilarsi nel mezzo? Tentare la carta della superiorità numerica, come detto tante volte nell’avvicinamento al mondiale. Dato che anche i fenomeni a volte commettono qualche errore o si mostrano stanchi (anche Evenepoel ha dovuto alzare bandiera bianca), avere più uomini per approfittarne poteva essere il modo per portare qualcosa a casa. Altrimenti, nel confronto diretto chi dei nostri avrebbe potuto mettere sul tavolo talento, forza fisica e determinazione per battere Van der Poel, Van Aert e Pogacar?

Bettiol ha talento e forza fisica, ma si perde spesso dietro ai suoi ragionamenti. Trentin ha forza e testa, ma forse gli manca il guizzo risolutore o gli anni se lo sono portato via. Bagioli ha talento e una serie di altre fragilità che speriamo vengano superate dal passare degli anni. Forse Baroncini potrebbe mettere sul tavolo doti all’altezza, ma è troppo giovane per pretendere che possa già farlo.

Allora bene ha fatto Bettiol, perso il supporto di Trentin, a giocare la carta solitaria. Sarebbe arrivato ugualmente decimo, staccato inesorabilmente quando Van der Poel avesse deciso di partire. Attaccando, ha se non altro inseguito il sogno di vincere.

Una pioggia di watt sul percorso di Glasgow: a certe andature la cilidrata è comunque decisiva
Una pioggia di watt sul percorso di Glasgow: a certe andature la cilidrata è comunque decisiva

Il miglior Nibali

Una cosa però è certa: corridori come quelli che stanno dominando la scena saranno anche il prodotto di una scuola che funziona, ma sono essenzialmente delle splendide eccezioni. Quei watt nelle gambe li ha messi la natura.

Van der Poel è nato così forte magari anche per i geni di famiglia. Il Van Aert ragazzino non godeva di una grandissima considerazione: ricordano però tutti quanto fosse volitivo e capace di lavorare su se stesso. E Pogacar, corridorino già noto da junior, ha avuto la fortuna di essere gestito bene, ma tutto quello che scarica nei pedali viene da sua madre e suo padre.

Questo per dire che se ieri nel gruppo ci fosse stato il miglior Vincenzo Nibali, l’ultimo italiano al top di gamma, sul piano del talento e della forza fisica avrebbe avuto poco da invidiare agli altri tre, della determinazione invece si sarebbe potuto parlare.

Ganna avrebbe potuto ben figurare su strada? Ha preferito vincere l’oro in pista: non male
Ganna avrebbe potuto ben figurare su strada? Ha preferito vincere l’oro in pista: non male

Lo sport dei social

La scuola italiana è in crisi, ha detto qualche giorno fa Bettini in un’intervista su Tuttobiciweb, ma sarebbe riduttivo ridurre il tutto a un problema del ciclismo. E’ la società italiana che ha perso l’orientamento e fa sembrare il ciclismo uno sport troppo faticoso rispetto al giocherellare sui social. Avete provato a chiedere a un ragazzo di 17 anni di aiutarvi a fare un lavoro minimamente faticoso?

I governi si fronteggiano su decine di temi, ma dello sport nelle scuole non si parla, dello sport come palestra di vita non si parla, di borse di studio per meriti sportivi non si parla. Lo sport è ai margini. Lo sport è il calcio, per il resto non c’è posto.

Siamo certi che da qualche parte in Italia non ci sia un Van der Poel o un nuovo Nibali? Nessuno dei presenti si sente di escluderlo. Dice Bettini che abbiamo solo Ganna e forse ieri Pippo, visto il quinto posto di Kung, avrebbe potuto fare la sua parte anche su strada. Ha preferito correre in pista e vincere il mondiale dell’inseguimento. Non ci pare che sia andata tanto male, insomma. Quanti hanno nelle loro bacheche quei titoli e quel campione? Ma a noi non basta, forse il problema in qualche modo ce l’abbiamo anche noi. Quanto alla strada, bene insistere sulle scuole, soprattutto per il reclutamento dei talenti. Ma scordiamoci che possa essere una scuola di ciclismo a tirar fuori certi mostri. Non si può dare a nessuno la colpa per il sole che tramonta né il merito per quando sorge.

Van der Poel li stronca tutti: è lui il campione del mondo

06.08.2023
6 min
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GLASGOW – Dice con gli occhi chiari che conosceva esattamente il punto in cui avrebbe attaccato. Non perché lo avesse provato prima, ma perché se ne è accorto col passare dei giri. Così Mathieu Van der Poel riconduce a una tattica apparentemente logica la sua vittoria che sfugge a ogni definizione. Ha saputo aspettare, diverso dal cavallo pazzo che alla Tirreno del 2021 rischiò di mandare tutto in malora a Castelfidardo, per la crisi di fame conseguenza di un attacco scriteriato. Ha lasciato che fossero gli altri a mettere nel mirino Bettiol. Van Aert, Pedersen e Pogacar: la crema del ciclismo mondiale. Evenepoel invece si era già staccato, come tutti gli altri, in questo giorno di battaglia strappo dopo strappo, curva dopo curva. Chi aveva valutato il mondiale di Glasgow come corsa per passisti veloci, davanti all’ordine di arrivo avrà i suoi begli spunti di riflessione.

Uno dei podi più belli degli ultimi anni: con Van Aert, il vincitore Van der Poel e Tadej Pogacar
Uno dei podi più belli degli ultimi anni: con Van Aert, il vincitore Van der Poel e Tadej Pogacar

Il punto studiato

Mathieu ha fatto la sua parte e intanto studiava. Alla partenza aveva parlato chiaramente. Sapeva, lo sapevano tutti, che a meno di una clamorosa impresa, l’azzurro fosse destinato a spegnersi chilometro dopo chilometro. E quando finalmente se lo sono ritrovato nel mirino, non ci ha pensato due volte ed è partito secco in contropiede.

«Sapevo che il punto in cui avrei attaccato – racconta – sarebbe stato il punto più duro del mondiale, perché c’era subito la discesa e poi una nuova salita. Mi sentivo forte e ho notato invece che gli altri stavano soffrendo. Quando ho guardato indietro dopo il mio scatto e ho notato che non mi aveva seguito nessuno, mi sono spuntate le ali. Fino alla caduta, almeno. A quel punto ho davvero pensato che il bel gioco fosse finito…».

Caduta per caso

Quella curva a gomito verso destra aveva già tradito altri corridori. Ci si arriva velocissimi e si ha la pretesa di farla frenando il meno possibile. Pretesa impossibile anche per un mago della bici come l’olandese, che è finito pesantemente sull’asfalto. Il Boa dei suoi scarpini Shimano si è strappato via, per fortuna c’erano i lacci a tenergli chiusa la scarpa. E’ caduto, ha imprecato, si è rialzato, è ripartito. E degli altri non si vedeva ancora l’ombra. Quando li abbiamo visti passare ai piedi della penultima scalata a Montrose Street, avevano le facce spente e lo sguardo sbarrato.

«Non ho corso particolari rischi – ragiona – ma era super scivoloso. Non so ancora esattamente come abbia fatto a cadere, ero davvero furibondo con me stesso. Tutto quello che dovevo fare era restare sulla mia bici. Se quella caduta mi fosse costata il titolo mondiale, non avrei dormito per qualche notte».

Polemica Van Aert

La stretta di mano a Van Aert è stata più fredda di quella che lo stesso belga riservò al giovane Evenepoel lo scorso anno a Wollongong. Il grande belga ha fatto tutto alla perfezione, ma su quello strappo così duro ha dovuto arrendersi.

«Non faccio salti per la felicità – dice – ma devo dire che Mathieu è stato il più forte. Ero sulla sua ruota e non sono riuscito a tenerlo. Basta. Come ho conquistato il secondo posto? Ho notato che Pedersen non era molto sicuro in curva. Inizialmente avrei voluto prendere l’iniziativa sull’ultima salita e l’ho fatto, perché dopo c’erano solo curve fino al traguardo. Però non credo di averlo distanziato sullo strappo, quanto piuttosto nelle curve.

«Invece un aspetto su cui non riesco a restare tranquillo è l’assenza di comunicazioni nella corsa più importante dell’anno. Quando gli ambientalisti hanno fermato il gruppo, noi non sapevamo nulla. Eravamo lì su una strada in mezzo alla campagna, allo stesso modo in cui non ho mai saputo che Mathieu van der Poel fosse caduto».

Nello sprint per il terzo posto, Pogacar ha battuto Pedersen, non troppo a sorpresa
Nello sprint per il terzo posto, Pogacar ha battuto Pedersen, non troppo a sorpresa

Il malore di Pogacar

Pogacar è sfinito, durante le interviste è quasi svenuto e hanno dovuto portarlo via a braccia. Si aveva quasi paura nel pronosticarlo, pur sapendo che il biondino sia capace di tutto. E in effetti le sue accelerazioni si sono sentite. Proprio durante un suo scatto, si è verificata la caduta di Trentin, con il gruppo allungato allo spasimo.

«E’ stato uno dei miei giorni più difficili in bicicletta – spiega la medaglia di bronzo di Glasgow durante la conferenza stampa – e dopo l’arrivo, durante le interviste nella zona mista sono stato anche poco bene. Ho dovuto sdraiarmi e andare urgentemente in bagno, per fortuna ora le cose vanno meglio. Van der Poel è stato fortissimo, non siamo proprio riusciti a rispondergli. Aveva così tanto vantaggio, che la caduta non avrebbe potuto influire. Sul suo scatto, abbiamo dovuto tutti riprendere fiato. E’ sicuramente il giusto vincitore di oggi».

Mondiale cross, Sanremo, Roubaix e mondiale strada: il 2023 di Van der Poel è stellare
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Vendicata Wollongong

Mathieu ringrazia, ma chi l’ha seguita con attenzione ha capito che mai e poi mai gli inseguitori sarebbero riusciti a riprenderlo. A meno che, chiaramente, lui fosse rimasto più a lungo contro quella transenna.

«Diventare campione del mondo – dice – era uno dei grandi obiettivi che mi restavano. Riuscire a vincere questa maglia iridata è fantastico. Non vedo l’ora di andare in giro indossandola per un anno intero. Penso che la mia carriera sia quasi completa ora. A cosa pensavo in quegli ultini chilometri? Penso che sia stata la rivincita dell’anno scorso (quando fu coinvolto in una rissa, ndr) e per questo provo una soddisfazione incredibile».

Bettiol sfinito, ma alla fine gli ridevano gli occhi

06.08.2023
4 min
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GLASGOW – Bettiol così stanco non l’abbiamo mai visto. E anche gli altri che passano dopo l’arrivo sembrano superstiti di una tappa di montagna, con le facce nere e le gambe anche peggio, come i distacchi lasciano capire. Il mondiale si è consegnato a Mathieu Van der Poel, ma per una trentina di chilometri il toscano ci ha autorizzati a sperare che l’impossibile fosse a portata di mano.

Trema ancora, dopo essere stato buttato sull’asfalto per qualche minuto eterno. Eppure sotto il velo della fatica c’è incredibilmente un velo di divertimento. Meglio provare a vincere che aspettare, gli chiediamo appena arriva.

«Sì, mi sono divertito – risponde subito – sono emozionato dal lavoro dei miei compagni, della squadra, dei tecnici, dei massaggiatori, i meccanici. Sono fortunato a essere italiano, ci hanno messo nelle condizioni migliori. Io non avevo molte chance di vincere, ho provato a cogliere l’occasione sorprendendo i favoriti. Non bisognava stare nello stesso gruppo di Van Aert, Van der Poel e Pogacar, perciò ho provato ad anticiparli. Mi sono buttato dal burrone e sono caduto. Magari però una volta riusciamo a prendere il volo e a vincere una gara…».

Era questo il bagliore, il sogno che ancora non si è spento nello sguardo. Il senso di averli colti di sorpresa, andandosene anche se nessuno lo seguiva. Si è voltato una, due, tre volte: nessuno. Poi ha puntato il naso davanti, si è abbassato sulla bici ed è andato via da solo.

La caduta di Trentin ha rimescolato tutto?

Io sinceramente l’ho scoperto ora che è caduto, prima non sono riuscito a vedere niente. Guardavo solo avanti, cercavo di capire dove si poteva attaccare, perché comunque è stato un mondiale anomalo. A partire dalla protesta, che ci ha spezzato le gambe a tutti. Tante cadute, tanto stress, tanti rilanci, sono veramente stanco e sfinito.

Non ti abbiamo mai visto conciato così…

Ho veramente dato tutto. Oggi per me era il culmine di un intero anno. Io credevo in questo mondiale, non mi interessava se non era un mondiale adatto a me. Non mi interessava. Io volevo far bene, volevo ripagare il lavoro non solo dei miei compagni, ma di tutti. Di tutte le persone che ci sono dietro, che sono fantastiche e ci rendono orgogliosi. Secondo me abbiamo il miglior staff di tutte le nazionali e io… Io sono contento che vi siate divertiti.

Un salto dal burrone, bella metafora…

Sono molto provato. Avevo forse l’1-2 per cento di chance di riuscirci, ma ho preferito rischiare di vincere che provare a fare un piazzamento. Perché poi sinceramente, arrivare quinto, come pure decimo o undicesimo non mi interessava.

Che testa c’è voluta per continuare dopo che ti hanno preso?

A quel punto, non lo so. Non sapevo quanto avevo davanti, non sapevo quanto avevo dietro. Semplicemente mi son messo lì e ho provato a non pensare a dov’ero. Pensavo solo a finire questo mondiale, che è stato una roba assurda sotto tutti i punti di vista. Un mondiale così non era per me, però sono contento che vi siate divertiti. Ciao ragazzi.

Se ne va dondolando come un soldato ferito, un viandante stanco. Un guerriero, un sognatore che ci ha provato. E così adesso, aspettando Van der Poel subito prima di correre in pista per Ganna, ce ne andiamo anche noi con il senso che in qualche modo ce la siamo giocata.