Mathieu Van der Poel non è uscito dalla Tirreno-Adriatico come si aspettava. Anzi, se c’era andato cercando di trarne morale, probabimente si può dire che ne sia uscito con le ossa rotte. A Tortoreto, uno degli arrivi dove tutti lo aspettavano, l’olandese è arrivato sfinito nelle retrovie. E se nel corso della videointervista gli fai notare che per fortuna Cipressa e Poggio non sono altrettanto duri, lui risponde con un sorriso.
«Neanche la scorsa settimana – dice – sarei riuscito a fare uno scatto sul Poggio. Spero però di poterlo fare sabato (oggi, ndr). Avevo bisogno della Tirreno. Da solo non puoi allenarti così duramente. Non sono stato troppo bene, ma neppure terribilmente male. E ammetto che non me l’aspettavo neanche io. Però non mi fascio la testa per non aver vinto, non ci faccio più caso. Due anni fa sono caduto alla Dwars door Vlaanderen e la domenica successiva sono scattato con Asgreen per vincere il Fiandre. Inoltre, forse non è un caso che dopo la preparazione brevissima per i mondiali di cross, io non fossi al top nella prima corsa a tappe. Ma in questi giorni mi sono riposato. E spero che la Tirreno abbia fatto il suo lavoro».
A Tortoreto, su un arrivo adatto a lui, Van der Poel è arrivato invece staccato assieme a GannaA Tortoreto, su un arrivo adatto a lui, Van der Poel è arrivato invece staccato
Schiena e palestra
Non è un mistero che dietro i suoi passaggi a vuoto si sia cercata la spiegazione del mal di schiena, ma almeno questo pericolo in apparenza è stato scongiurato.
«Non mi fa male – spiega – non sempre sono riuscito a stare al passo col gruppo, ma non sono preoccupato neanche per questo. Non sta peggiorando, ha bisogno di un po’ di riposo e di 15-20 minuti di esercizi al giorno, impossibili da fare durante le corse. Ecco perché sono andato in palestra questa settimana per fare allenamento di forza. Cerco di mantenerli, ma se non posso andarci a causa del calendario, allora mi toccherà stringere i denti per il dolore. E questo non rende le cose più facili, ovviamente».
Una gomma a terra: dopo il mondiale vinto nel cross, la stagione di VdP è stata un continuo rincorrereUna gomma a terra: dopo il mondiale vinto nel cross, la stagione di VdP è stata un continuo rincorrere
Strava addio
Rispetto allo scorso anno, Van der Poel ci ha privato di un utile strumento di verifica del suo lavoro, attraverso cui provare a decifrare il suo stato di forma. L’olandese infatti ha smesso di pubblicare i suoi dati su Strava.
«Ho deciso per me stesso – spiega – di condividerlo per un solo anno, perché avevo ricevuto commenti a destra e a sinistra sul fatto che non si sapesse nulla della mia preparazione. Ecco perché ho pubblicato tutto. E’ stato anche divertente attaccare quanti più KOM possibili, ma ora non sento più il bisogno di condividere tutto. Altri lo fanno, ma non aggiungono la frequenza cardiaca o la potenza, quindi non è molto utile, perché non puoi vedere nulla. Diciamo però che ora sto abbastanza bene. Non devi essere il migliore per vincere a Sanremo, ma è chiaro che preferirei essere al top della forma. Ogni anno è più difficile fare la differenza sul Poggio e l’anno scorso ho dimostrato che non devo essere al top per salire sul podio. Cosa che ad esempio èimpossibile alla Strade Bianche, dove si vince solo essendo il più forte».
La Strade Bianche, più della Tirreno, ha dimostrato che la condizione di VdP non è ottimaleLa Strade Bianche, più della Tirreno, ha dimostrato che la condizione di VdP non è ottimale
Sanremo a tre punte
Si è detto più volte che la Alpecin-Deceuninck non sia solo la squadra di Van der Poel e Mathieu ne è contento. E così, dopo aver tirato ottime volate a Philipsen alla Tirreno-Adriatico, per la Sanremo sostiene la candidatura di Soren Kragh Andersen.
«Lui proverà a resistere alla Cipressa e al Poggio – dice Van der Poel – e se alla fine sarà con noi e si sentirà bene, avrà certo più chance di me. Se ci sarà Philipsen, meglio ancora. Siamo d’accordo, non servono molte parole. Io farò la mia corsa sul Poggio e poi vediamo se lui sarà ancora con noi. Il Poggio è sempre un punto interrogativo. Pogacar ci sarà, non è proprio una sorpresa. Ma alla Sanremo è sempre difficile fare previsioni…».
Suo padre Graziano lo chiamò Michele in onore di Dancelli, che in quel 1970 vinse la Sanremo. Eppure, nonostante tanta benedizione, per Bartoli la Classicissima non è mai stata un gran campo di gioco, come furono il Fiandre, la Freccia Vallone, la Liegi oppure il Lombardia. Quelli fra il 1993 (quando passò professionista) e il 2004 (in cui smise) erano anni di velocisti capaci di deglutire facilmente la Cipressa e il Poggio. Per questo scendevano in Riviera circondati da squadroni, che si alleavano fra loro per rintuzzare ogni attacco. Non come oggi, che non ci sono più velocisti così resistenti da autorizzare una squadra a fare blocco compatto. Oggi ci si preoccupa di Pogacar che potrebbe staccare tutti nel finale e di altri attaccanti, cui non si opporrebbero certo le squadre dei velocisti, quanto piuttosto quelle dei rivali diretti.
«Probabilmente – ragiona Bartoli – è una questione di mancanza di velocisti con determinate caratteristiche. Oppure le squadre non si fidano più a puntare tutto su uno e non lavorano per tenere chiusa la corsa. Probabilmente oggi i velocisti tengono un pochino meno in salita. Ma soprattutto si trovano davanti parecchie squadre più determinate a fare la corsa dura. Prima era difficile trovare alleati, a miei tempi c’era il Panta, però poi il 95 per cento del gruppo voleva arrivare in volata. E a quel punto era difficile per una squadra da sola fare la gara selettiva».
La legge di Zabel non perdona: nel 2000 batte Baldato in maglia Fassa BortoloLa legge di Zabel non perdona: nel 2000 batte Baldato in maglia Fassa Bortolo
Oggi è il contrario.
A parecchie squadre fa comodo la gara dura per togliere di mezzo i velocisti. Alla Uae non vedono l’ora. Van der Poel uguale. Insomma, ci sono squadre che hanno interesse che la Sanremo venga dura. Di conseguenza è più facile fare selezione.
Una Sanremo sarebbe stata bene nel tuo palmares?
Appena passato, vidi questa corsa e pensai che fosse una di quelle adatte a me, poi però basta. Non sono mai andato forte, tranne quella volta che attaccai sul Poggio, mi agganciò Konychev in discesa e poi ci ripresero tutti sull’Aurelia, ma non sono mai andato particolarmente bene o vicino a vincerla (i suoi risultati migliori vennero nel 1995 e nel 1997 con due quinti posti, rispettivamente alle spalle di Jalabert e Zabel, ndr).
E’ vero che uno dei motivi era l’allergia alla polvere delle foglie degli ulivi?
Purtroppo sì. Che poi è il motivo per cui ho fatto solo due volte il Giro d’Italia. Perché io morivo. Le cure che si potevano fare sono ancora le stesse, magari ti salvavano, ma quando eri proprio immerso nella vegetazione, eri fritto. Ed è chiaro che sulle colline della Sanremo gli olivi regnano come in alcune tappe al Giro d’Italia. Magari per due settimane stavo bene, poi c’era quella in cui si attraversavano posti per me… proibiti e basta.
Sanremo del 2001, vincerà Zabel su Cipollini, vani i tentativi di Bartoli e Bettini di attaccareSanremo del 2001, vincerà Zabel su Cipollini, vani i tentativi di Bartoli e Bettini di attaccare
Quindi alla fine non averla vinta non si può definire un grosso rimpianto?
Mi è dispiaciuto, perché la Sanremo per noi italiani è una delle gare più belle da vincere. Però poi pian piano ho perso la determinazione a farla. Provi un anno, provi due, provi tre, vedi che non riesci mai ad andare bene e alla fine un po’ molli. Non è che molli la corsa, ma ci vai con una tensione diversa, non come al Fiandre, alla Liegi e alle altre.
Però qualche piazzamento è venuto, no?
Ho sempre continuato a provarci. E chiaro che essendo anche abbastanza veloce, non mi tiravo indietro. In quegli anni lì c’era la Telekom ed era un casino metterli nel sacco, a meno che non avessi una condizione super. Ma io, lo ripeto, non l’ho mai avuta alla Sanremo. Anche nella settimana prima, durante la Tirreno andavo bene, ma un po’ a sprazzi.
Sempre per l’allergia?
Partivo. Facevo inizi di stagione molto buoni, in cui vincevo anche spesso. Poi arrivavo alla Tirreno e soffrivo sempre. E quella cosa me la portavo fino al Belgio, dove finiva tutto. Per questo non vedevo l’ora di partire per il Nord, perché lassù l’allergia era zero. Ma è chiaro che certi problemi mi toglievano anche un po’ di convinzione. Se se sai che corri con l’handicap, non ci metti mai la cattiveria al 100 per cento.
Sanremo 1999: terminata la discesa della Cipressa, sull’Aurelia l’azione di Bartoli e Pantani si appesantisceSanremo 1999: terminata la discesa della Cipressa, sull’Aurelia l’azione di Bartoli e Pantani si appesantisce
La Sanremo più bella da ricordare è quella dell’attacco sulla Cipressa col Panta (foto di apertura)…
Era il 1999 e sia Marco sia io si puntava a vincere la Sanremo. Eravamo gli unici che volevano la corsa dura. Io sapevo che il Panta sarebbe partito sulla Cipressa e infatti partì. Mi aspettavo anche un po’ di movimento da parte di altri. Pensai: «Cavoli, va via il Panta, qualcuno si muoverà». Invece alla fine non si mosse nessuno. Così andai io e lo agganciai. Facemmo una bella salita, ma poi arrivati alla pianura in fondo alla discesa si formò quel gruppetto in cui non collaborava praticamente nessuno. Perciò ci si rialzò e finì lì.
Pur correndo con la Mapei, i tuoi rapporti con Marco erano buoni?
Eravamo rivali, ma nel senso buono, sportivo. Fra noi non c’è mai stata una scorrettezza, si andava d’accordo. Anche quando andammo a Sydney, alle Olimpiadi, passammo delle giornate molto belle.
Faceste la Cipressa quasi tutta sui pedali…
Sulla Cipressa difficilmente toglievi il 53. Magari ora è diverso, perché anche le tecniche di allenamento sono cambiate e vai più agile. Non è che vanno più piano, anzi magari vanno più forte perché battono in continuazione tutti i record. Hanno anche materiali più veloci. Però prima il sistema di pedalare era diverso. Si andava più duri. Utilizzavi quasi sempre 53.
La tirata di Van Aert nella tappa di Osimo della Tirreno ha messo gli avversari sul chi viveLa tirata di Van Aert nella tappa di Osimo della Tirreno ha messo gli avversari sul chi vive
Chi vince sabato?
Se dovessi fare un nome, direi Van Aert. La tirata che ha fatto nella tappa di Osimo della Tirreno vuol dire che ha gamba e anche tanta. Poi è chiaro, magari non è al 100 per cento della sua condizione, però va già molto molto forte. Secondo me è difficile toglierlo dal pronostico.
Non è al top secondo te?
Va sicuramente più piano di quando due anni fa arrivò secondo alla Tirreno. Per me ha tentato comunque di partire forte, perché i numeri che ha fatto, non li fai senza essere ben allenato. Magari a volte capita che la condizione ti arrivi una settimana dopo, però secondo me ha preparato il periodo. Invece Van der Poel…
Lo vedi indietro?
Sono rimasto deluso, perché proprio lo vedo spento. Mi sembra che subisca quello che è, come se le idee di partenza fossero state diverse. Ci sta che voglia essere fortissimo ad aprile, però vedendo come si muove, che all’inizio cerca anche di tener duro e poi salta, secondo me nella sua testa c’era anche qualche cos’altro.
Van der Poel sta vivendo un periodo sotto tono: condizione ancora in arrivo o si è nascosto?Van der Poel sta vivendo un periodo sotto tono: condizione ancora in arrivo o si è nascosto?
Che cosa hai capito guardandolo?
Secondo me lui ambiva anche a qualcosa di più, perché non è che mollava subito. Lo vedevo anche nella tappa di Osimo. Si staccava, poi rientrava. Se uno fa così, probabilmente va alla ricerca di qualcosa che ancora non ha. Quando ricerchi quello che ti manca, vuol dire che comunque il periodo l’hai preparato, perché sennò ti metti lì tranquillo e ti alleni. Invece vedevo che tentava di tener duro. Alla fine ci sta anche lui sul Poggio sabato…
Mentre Pidcock se ne andava con un sorriso grande così, le vie del centro di Siena si riempivano del solito struscio. Ogni tre passi, camminando dalla sala stampa alla macchina, sentivi però parlare della Strade Bianche appena conclusa. Nel frattempo, il plotone degli sconfitti riguadagnava la via dell’hotel, rimuginando e meditando rivincite più o meno immediate. Su tutti Van der Poel, il favorito per eccellenza, anche se lui per primo ha fatto di tutto per allontanare da sé il calice della responsabilità.
«Dopo tutto – dice Mathieu Van der Poel – le sensazioni non erano poi così male. Personalmente non mi aspettavo di vedere già la miglior versione di me stesso. Sono abbastanza forte per correre, ma non per vincere una corsa così dura, che per giunta era la prima gara su strada dell’anno. Ho bisogno di costruirmi una base più solida. Sono sopravvissuto bene allo sterrato più duro, ma le gambe non erano abbastanza buone per rispondere all’attacco decisivo».
Sul manubrio di Van der Poel in bella evidenza i settori di sterrato e la gestione dei rifornimentiSul manubrio di Van der Poel in bella evidenza i settori di sterrato e la gestione dei rifornimenti
Ritardo previsto
Non si può dire che non ci abbia provato. Al punto che quando Tom Pidcock davanti aveva già preso un margine preoccupante, è stato lui a forzare la mano, sperando di avere risposte che invece non sono arrivate.
«Se sono preoccupato per le prossime settimane? No. Dopo tutto – prosegue Van der Poel – non sono troppo deluso. La prossima settimana continuerò a costruire la forma alla Tirreno-Adriatico, che è esattamente quello che avevamo in mente quando abbiamo pianificato il mio calendario. Sapevamo da tempo che il periodo tra i mondiali di ciclocross e la Strade Bianche sarebbe stato troppo breve. Sarebbe stato meglio avere più compagni nel gruppo di testa, ma non voglio prenderlo come scusa. Non ho avuto le gambe. L’avevo anche detto ieri, siete voi giornalisti semmai ad aver immaginato che potessi vincere…».
Benoot è arrivato terzo, con il rammarico per la possibile vittoria sfumataBenoot è arrivato terzo, con il rammarico per la possibile vittoria sfumata
Rammarico Benoot
Tiesj Benoot è arrivato terzo e potrebbe esserne felice, ma è salito e scesi da quel podio con lo sguardo costernato di chi avrebbe voluto e potuto fare di più. Così almeno dice.
«Alla partenza – spiega – avrei detto che un podio sarebbe stato una buona cosa, ora invece so che avevo le gambe per vincere. E’ una doppia sensazione, ora sta venendo fuori un po’ di delusione, che domani potrebbe lasciare posto all’orgoglio. Il rammarico è che forse, essendo in due, potevamo fare meglio. Anch’io ho commesso degli errori.
«Dovremo rivedere la corsa insieme – aggiunge parlando del compagno Attila Valter in corsa al suo fianco – perché quando ci sei dentro è difficile mantenere una visione d’insieme. E’ stato un errore da parte nostra che nessuno dei due sia andato via con Pidcock, che tuttavia è stato il migliore. Penso che siamo stati entrambi tra i migliori in gara, lo abbiamo dimostrato. Peccato però che alla fine non abbiamo raccolto abbastanza».
Attila Valter ha provato a fare il forcing, ma ha pensato da individuo e non da squadraAttila Valter ha provato a fare il forcing, ma ha pensato da individuo e non da squadra
Le scuse di Attila
Gli fa eco Attila Valter, passato proprio quest’anno dalla Groupama-FDJ alla Jumbo Visma e già pimpante e potente come tutti i suoi nuovi compagni di squadra. Anche questa volta i gialloneri d’Olanda hanno offerto una prova di grande esuberanza atletica, pur fermandosi al terzo posto con Benoot. Perché non si sono messi d’accordo per andare a prendere Pidcock?
«Dovevo comunicare meglio con Tiesj – dice l’ungherese Attila Valter – e decidere di sacrificarmi per lui. Il podio non è abbastanza per gli standard della Jumbo-Visma. Però posso essere soddisfatto della mia prestazione odierna. Concludo quinto alla mia seconda Strade Bianche, l’anno scorso era arrivato quarto. Se mi confronto con Nathan Van Hooydonck, posso ancora migliorare. Lui conosce Tiesj da tempo e si sarebbe comportato diversamente. Dateci ancora qualche corsa e andrà molto meglio. Alla fine è solo la mia prima gara con lui».
Alaphilippe non è riuscito a rispondere al forcing, quando Bettiol e poi Pidcock hanno attaccatoAlaphilippe non è riuscito a rispondere al forcing, quando Bettiol e poi Pidcock hanno attaccato
Problema di gambe
E poi c’è Alaphilippe e quella frase di Bramati alla vigilia: «Sabato sarà diversa». Il francese non ha mai brillato nel vivo della corsa, lasciando che a seguire Bettiol fosse Bagioli.
«Come mi sento?», così debutta il francese, che sul traguardo di Siena si è piazzato 43° a 5’52”. «Sono stanco. Abbiamo provato a fare la gara – dice – e con la squadra siamo sempre stati ben piazzati. Sfortunatamente, ho sentito presto che le mie gambe non erano eccezionali. Ho fatto quello che potevo, ma non è stata una giornata fantastica. Non voglio trovare scuse. Ero sempre al posto giusto grazie ai miei compagni di squadra, ma le gambe non erano abbastanza buone per stare davanti. Continuo ad amare questa gara, anche se oggi ero un po’ meno in forma. Se sono preoccupato per le corse fiamminghe? No, perché dovrei? Ci sono cose peggiori nella vita».
Formolo è stato il migliore degli italiani: 9° a 1’23” da PidcockFormolo è stato il migliore degli italiani: 9° a 1’23” da Pidcock
Formolo nei 10
Il primo italiano all’arrivo è stato Davide Formolo, nono a 1’23”. La sua corsa doveva essere in appoggio per Tim Wellens, che è arrivato a Siena dopo il quinto posto di Kuurne. Poi in realtà il belga è finito alle spalle del veronese.
«E’ stata veramente dura – dice Formolo – sul Sante Marie abbiamo perso un attimo come squadra, allora ho dovuto chiudere sulla fuga di Bagioli. Poi sfortunatamente Wellens ha avuto un problema meccanico ed è rimasto indietro, ma a quel punto aveva già speso tanto. Già prima sarebbe stato difficile battersi con i migliori, a quel punto era andata. Quando è partito Pidcock, era impossibile tenerlo. Mi dispiace perché forse potevamo vincere la corsa, per cui adesso ci concentreremo sulla Tirreno-Adriatico, dove arriverà anche Almeida. Mamma quanto sono stanco…».
Mathieu Van der Poel ha scelto la Strade Bianche per il debutto 2023 su strada. E’ passato poco più di un mese dal mondiale di Hoogerheide, dopo il quale l’olandese ha messo via la bici da cross ed è tornato sull’asfalto. Non è riuscito neppure a godersi la maglia iridata, dato che al mondiale ha chiuso la stagione offroad. C’è di buono, in questa breve fase di ricondizionamento, che le cose sono andate lisce. Né un’influenza, né un mal di schiena.
«La preparazione è stata impeccabile – ha detto alla vigilia della Strade Bianche, in una serie di dichiarazioni diffuse dal suo team – se così si può dire. Sono stato in grado di fare tutto come volevo, quindi sono molto contento di questo».
Il trenino Alpecin ha percorso il finale della Strade Bianche (foto Facebook/Alpecin-Deceuninck)Il trenino Alpecin ha percorso il finale della Strade Bianche (foto Facebook/Alpecin-Deceuninck)
Il ricordo più bello
In Piazza del Campo lo hanno accolto e circondato (foto Het Nieuwsblad in apertura). Succede quando il centro di Siena è pieno di cicloturisti del Nord Europa e tu sei quello che la Strade Bianche l’ha dominata due anni fa con una sparata terrificante in faccia a Bernal e Alaphilippe.
«La Strade Bianche – ha detto – è molto importante per me. E’ una gara che ha qualcosa di magico. Una volta l’ho vinta, una volta sono andato malissimo (il riferimento è all’edizione estiva del 2020, quando arrivò a 10 minuti dal vincitore, ndr). Non vedo l’ora di iniziare qui. La mia vittoria alla Strade Bianche è stata una delle migliori su strada. Nel gruppo di testa c’erano campioni dai nomi altisonanti. Percorrere l’ultima salita con Alaphilippe e Bernal è stato molto bello. Mi piace sempre tornare in un posto dove ho vinto».
La base della Alpecin-Deceuninck per la Strade Bianche (foto Facebook/Alpecin-Deceuninck)La base della Alpecin-Deceuninck per la Strade Bianche (foto Facebook/Alpecin-Deceuninck)
La prima gara
Attaccò con la violenza di un tornado e Alaphilippe, dietro con la maglia iridata, non trovò neppure la forza per guardarlo, tanta fu la veemenza del suo scatto. Forse allora qualcuno lo sottovalutò e gli permise di sparare le sue cartucce, magari oggi non sarà lo stesso. Ad accrescere il tasso di incertezza c’è il fatto che una corsa così al debutto potrebbe risultare indigesta.
«Sulla strada – ha spiegato Van der Poel – c’è pochissima ghiaia, sembra quasi un asfalto in cattivo stato. Negli ultimi giorni ha piovuto, per cui non troveremo sassi. Lo scenario di gara è difficile da prevedere, possono succedere centinaia di cose. E’ la mia prima corsa e di solito ho bisogno di farne qualcuna di più per raggiungere il livello migliore. Ma mi sono allenato bene, spero di essere competitivo. Anche se di solito ho bisogno di un po’ di rodaggio per stare davvero bene».
Van der Poel ha studiato attentamente il percorso (foto Facebook/Alpecin-Deceuninck)Van der Poel ha studiato attentamente il percorso (foto Facebook/Alpecin-Deceuninck)
Senza riferimenti
L’assenza dei grossi nomi paradossalmente rende la corsa più aperta e quindi meno facile da controllare. Mancano Van Aert e Pogacar, due su cui si poteva costruire una tattica.
«Rimane una gara difficile – ha spiegato ieri Van der Poel – ma senza quei due, le cose cambiano. Se ci fossero stati, sarebbe bastato stare con loro. Con la forma di adesso, Pogacar sarebbe potuto partire da lontano, invece così ci sarà da guardare tutti. Il fatto che la mia squadra non abbia ancora vinto non mi mette pressione. Almeno questo è un problema che non ho mai avuto».
E’ la voce di quattro Roubaix, tre Fiandre, tre Gand-Wevelgem e un mondiale con cui il bilancio delle sue vittorie è arrivato a quota 122, prima del ritiro nel 2017 a 37 anni. Tom Boonen parla raramente, ma essendo sempre stato un uomo e un campione molto intelligente, le sue parole raccolte da Het Nieuwsblad sono secche come pedalate sul pavé. Il fatto di essersi sfilato dalla quotidianità del ciclismo, pur seguendolo con grande attenzione, fa sì che non sia… assuefatto alle dinamiche del gruppo e possa esprimere giudizi privi di grossi condizionamenti.
E’ il 2005, Boonen ha 25 anni e vince la prima delle sue 4 RoubaixE’ il 2005, Boonen ha 25 anni e vince la prima delle sue 4 Roubaix
Su corridori e interviste
«Ho anche notato che nelle interviste – dice Boonen – la nostra generazione è stata l’ultima in cui i corridori abbiano davvero espresso la loro opinione. Ora si attaccano spesso a cliché già pronti. Non perché loro siano così, ma perché gli viene ordinato di farlo. Anche Remco Evenepoel in questo è cambiato molto».
Sulla Soudal-Quick Step
«La squadra è ancora la squadra – analizza Boonen – ma non vedo più i super leader. Alaphilippe è l’unico che può battere Van Aert e Van der Poel in una buona giornata. Di recente, Lefevere lo ha criticato duramente, forse troppo. Una volta al Tour disse che ero scattato come un principiante. Quando la stampa venne a riferirmelo, risposi: “Allora domani facciamo che al mio posto corra Lefevere”. E il giorno dopo rimasi in gruppo. Alaphilippe porta via gran parte del budget, ciò comporta molte responsabilità. Le pressioni hanno direzioni doppie. E comunque l’ingaggio di Merlier è stato azzeccato, un solo velocista non basta. Assiene a Jakobsen, servirà per tenere alto il numero delle vittorie».
Alaphilippe ha iniziato il 2023 vincendo la Faun Ardeche Classic su GauduAlaphilippe ha iniziato il 2023 vincendo la Faun Ardeche Classic su Gaudu
Su De Lie
«Sono un tifoso di De Lie, dicono che mi somigli per la sua mentalità. E’ un ragazzo semplice, gli scivola tutto addosso. E’ arrivato e ha subito vinto le sue gare, eppure fa le cose gradualmente. Non sopporto i neopro’ che entrano con un contratto da 400.000 euro perché hanno dei buoni test. Non è così che funziona. E De Lie infatti cresce tranquillo, come ha imparato nella sua fattoria e a 22 anni può tranquillamente vincere il Giro delle Fiandre. Non è riuscito neanche a me. Ho dovuto aspettare un po’ prima che Museeuw si ritirasse, ma alla mia prima possibilità, l’ho subito battuto. Ho sempre avuto molto rispetto per Johan e da giovane pensavo che fosse un onore vivere gli ultimi anni di un simile monumento. Ho vinto l’ultima gara di Johan, la Scheldeprijs, solo perché andarono a riprenderlo».
Su Sagan
«Forse è davvero il momento giusto per fermarsi. Può ancora vincere grandi corse – ragiona Boonen – ma mi chiedo se ci riuscirà. Penso che gli piaccia ancora andare in bicicletta, ma in modo anonimo, senza tutta la zavorra che si porta addosso e che lo ha soffocato. E’ ora di fare un passo indietro e scegliere il divertimento. Capisco che voglia ancora andare in mountain bike. Ha fatto una grande carriera. Sei anni buoni, in cui ha vinto tanto. Tre volte campione del mondo, io avrei potuto esserlo due volte. Dopo Madrid anche in Qatar, perché stavo davvero bene.
Omloop Het Nieuwsblad del 2017, Sagan con la maglia iridata vinta a Doha. Fra i due, c’è una vittoria di differenza: 122 a 121 per BoonenOmloop Het Nieuwsblad del 2017, Sagan in maglia iridata: fra i due, c’è una vittoria di differenza: 122 a 121 per Boonen
Su Van Aert
«Quest’anno Wout compirà 29 anni. E’ giunto il momento che vinca il Fiandre, soprattutto dopo l’inverno che ha avuto. Il livello che raggiunge è pazzesco. Può vincere venti cross, ma non importa a nessuno. Deve vincere le classiche. Anche io odiavo che la mia stagione si riducesse a questo, ma lui è così forte che solo le grandi classiche aggiungono davvero qualcosa al suo palmares. Puoi vincere quindici corse, ma non basta se non c’è una classica. A volte però è troppo ragioniere, quasi un nerd: mi alleno così per durare così. E’ fortissimo, ha fatto grandi cose, ma gli manca la grande classica».
Van Aert è il più solido, ma Van de Poel è capace di destabilizzarlo con la sua imprevedibilitàVan Aert è il più solido, ma Van de Poel è capace di destabilizzarlo con la sua imprevedibilità
Su Van der Poel
«Se Van Aert è un numero uno – sorride Boonen – quando corre con Van der Poel, sembra che gli succeda qualcosa. In un certo senso Van der Poel lo riporta a essere quel ragazzino di dieci anni fa. Ai mondiali di cross, Mathieu ha fatto per due volte uno sforzo incredibile, così forte che – a quanto ha raccontato – sentiva quasi di vomitare. E alla fine Wout è crollato. Lui imposta, Mathieu fa la sua rotta ed è la bestia nera. E’ una trappola per ogni corridore, perché alla fine tutti corrono costantemente contro gli stessi uomini e Mathieu è un cliente speciale. Per vincere non ha bisogno di essere il migliore».
Il mondiale in una curva. Il ciclismo è uno sport di situazione, lo abbiamo detto tante volte, e questo è il suo fascino. Basta un attimo, una scintilla che tutto può cambiare. Non contano sempre e solo le gambe. E’ passata neanche una settimana ma abbiamo ancora negli occhi lo spettacolo dei campionati del mondo di ciclocross di Hoogerheide, in particolare lo sprint, la sfida tra Mathieu Van der Poel e Wout Van Aert.
Duello doveva essere e duello è stato. Due giganti che dopo mezzo giro di fatto avevano messo in chiaro chi comandava. Un duello fatto di watt, ma anche di tattica e questa è stata decisiva. E a ribadirlo sono stati due veri esperti: Enrico Franzoi e Luca Bramati.
Dicevamo dell’ultima curva. Ci si aspettava che i due campioni ci arrivassero a mille all’ora e invece non solo ci sono arrivati piano, ma hanno anche rallentato. E ad abbassare ulteriormente la velocità è stato forse il belga. L’epilogo: un lungo sprint da bassa velocità che ha visto vincere l’olandese.
Van Aert si aspettava un attacco sugli ostacoli da parte di Van der Poel che non c’è statoVan Aert si aspettava un attacco sugli ostacoli da parte di Van der Poel che non c’è stato
Questione di sguardi
«Ho il numero di Van der Poel – racconta Bramati – e gli ho inviato un messaggio in cui gli dicevo che lo aveva battuto come suo papà Adrie aveva battuto me e Pontoni a Parigi! Mi ha risposto con una faccina sorridente!
«Detto ciò, per me la gara l’ha persa Van Aert. Forse VdP aveva un pelo in più di gamba, ma quel finale lo ha sbagliato lui. Van der Poel ha messo la corsa esattamente come voleva. E’ partito in quel modo e dopo un giro ha mandato tutti a casa. Così si è concentrato solo su Van Aert.
«Wout si aspettava un suo attacco in salita, ma non lo ha fatto. Si aspettava un attacco dopo le tavole, ma non lo ha fatto… Non sapeva cosa fare. A quel punto ha commesso l’errore di non partire prima lui. La gamba per vincere ce l’avevano entrambi. Gli è mancato il coraggio di partire prima».
Poi Bramati fa un’analisi che è da antologia del ciclismo. «Era una volata alla pari per me, ma se ci fate caso – e io ho riguardato la gara più e più volte – nel momento in cui sta per iniziare la volata Van Aert ha gli occhi fissi su VdP. Mathieu aspetta l’attimo in cui Van Aert guarda avanti per valutare la distanza con il traguardo e in quel preciso momento, appena perde il contatto visivo, parte. E’ partito secco e su quel decimo di secondo è riuscito a prendergli i due metri che poi Van Aert non è più riuscito a chiudergli. VdP correva in casa, conosceva a menadito quel percorso e aveva studiato tutto nei minimi particolari. Lo ha voluto sfidare in volata».
Van Aert ha preso la testa nel finale, ma poi forse all’ingresso del rettilineo ha rallentato troppoVan Aert ha preso la testa nel finale, ma poi forse all’ingresso del rettilineo ha rallentato troppo
Sprint “lento”
«Ho visto un Van der Poel che andava davvero forte – analizza Franzoi – ha attaccato e stava bene. Hanno fatto una volata quasi da fermi e in questi sprint Mathieu è leggermente favorito. Con la sua potenza, non che Van Aert non ne abbia, ma gli ha preso quei 2-3 metri che si è portato sino all’arrivo. Se lo avesse portato all’ingresso del rettilineo con una velocità più alta, bastavano 3-4 chilometri orari in più, avrebbe vinto Van Aert, forse sarebbe riuscito a recuperare».
Anche per Franzoi, Van der Poel ha giocato ottimamente le sue carte sul piano tattico. «Per me lo ha spiazzato il fatto che VdP non lo abbia attaccato sugli ostacoli, come se fosse andato un po’ in tilt. Anche perché VdP veniva da un paio di attacchi importanti e magari gli avrebbe fatto male.
«Comunque alla fine ha vinto il più forte. Non era uno sprint semplice. Sì, forse Van Aert ha tentennato un po’ al momento del lancio dello sprint, ma sono valutazioni che in quel frangente non sono facili da analizzare. C’è una tensione tremenda e non è facile essere sempre lucidi. Ripeto, forse Van Aert si aspettava un finale diverso dopo gli ostacoli».
Molto spesso quest’anno Van Aert ha usato un monocorona da 46 denti…Mentre VdP ha usato una guarnitura doppia 46-39 e cassetta posteriore 11-30 (foto Instagram Canyon)Molto spesso quest’anno Van Aert ha usato un monocorona da 46 denti…Mentre VdP ha usato una guarnitura doppia 46-39 e cassetta posteriore 11-30 (foto Instagram Canyon)
Rapporti e… Bartoli
Infine altre due considerazioni.La prima riguarda i rapporti e in particolare il confronto tra doppia (Van der Poel) e monocorona (Van Aert). E’ ipotizzabile che in questo finale ci siano state diverse reazioni al momento dello sprint. Eppure né Bramati, né Franzoi riconducono a questa differenza tecnica l’esito dello sprint. Semmai è la scelta del rapporto dell’atleta al momento del lancio. E in questo Franzoi una minima differenza la trova ma, ripetiamo, è una scelta di rapporto da parte dell’atleta e non un limite tecnico.
«Ho visto che Van Aert aveva un monocorona – ha detto Franzoi – ma era bello grande. Credo fosse un 46 se non un 48, in più con Sram aveva a disposizione anche il 10, quindi lo sviluppo metrico c’era. Semmai l’unica postilla è che nel momento in cui parte è un pelo troppo agile e lì ha perso quei due metri fatali».
La seconda considerazione invece la facciamo noi. E ci rifacciamo alle parole di Michele Bartoliquando ci parlò del confronto tra i due fenomeni. Bartoli è stato un vero cecchino. Il toscano aveva detto: «In uno sprint a ranghi ridotti, che di solito parte da velocità più basse, Van der Poel è favorito». E ancora: «Van Aert tatticamente è più forte, più completo, ma se VdP capita nel giorno in cui azzecca la tattica può combinare ogni cosa. Sbaglia tattica nove volte su dieci, ma magari la decima, quella giusta, è al mondiale». Meglio di così…
Una volta sulla cima di Guzet Neige, nel lontano Tour del 1995 (foto di apertura), chiedemmo a Marco Pantani se non trovasse strano correre e vincere così all’antica, con quegli attacchi da lontano che sembravano giungere da un ciclismo precedente. E Marco, cui certo non mancava una visione di ciò che avrebbe potuto rendere spettacolare questo sport, rispose in modo chiaro.
«Non credo di correre all’antica – disse – forse sono semplicemente troppo moderno».
Negli anni in cui si limavano i secondi in salita e si distribuivano minuti a crono, il ciclismo era più un esercizio di equilibri. Pertanto l’avvento di quello scalatore così… sovversivo ebbe lo stesso effetto che si osserva oggi quando nel gruppo ci sono Van der Poel e Van Aert, Pogacar ed Evenepoel. Nessuno si sognerebbe di fargli la stessa domanda, tutt’altro. Si elogia il ciclismo moderno che in certi giorni manda in malora i calcoli e fa esplodere il gruppo. Pantani faceva lo stesso.
Van Aert e Van der Poel concordi sull’importanza della loro rivalità: per lo sport e per se stessiVan Aert e Van der Poel concordi sull’importanza della loro rivalità: per lo sport e per se stessi
La meraviglia di Hoogerheide
Non tutti sono capaci e non sempre le imprese sono possibili se non si ha un rivale che le renda necessarie. Il campionato del mondo di ciclocross corso ieri a Hoogerheide ne è stato la prova lampante. E le parole finali del vincitore Van der Poel davanti allo sconfitto Van Aert hanno ottimamente sintetizzato il concetto.
«Sono felicissimo per questa vittoria – ha detto l’olandese – che considero una delle tre più importanti. Incredibile, perché ottenuta a due passi da casa e scaturita al termine di una lotta leale ed appassionante con Wout. Vi assicuro che la nostra è una sana rivalità che fa bene a questo movimento e che ci migliora in modo reciproco. Certo quando si perde brucia, ma se manca uno di noi alla partenza, la gara non ha lo stesso sapore».
Il fatto che Van Aert, seduto accanto, gli abbia dato prontamente ragione fa capire che gli stessi campioni siano consapevoli di quale sia l’ambiente ideale per rendere lo sport davvero appassionante e una vittoria memorabile.
Il Tour del 2020 fu super avvincente per il duello fra Pogacar e RoglicIl Tour del 2020 fu super avvincente per il duello fra Pogacar e Roglic
Il gioco delle coppie
Gli ingredienti sono sempre gli stessi e una sana rivalità è forse il principale. I monologhi di uno o dell’altro alla lunga stancano, i duelli all’ultimo colpo di pedale infiammano il pubblico. Coppi e Bartali. Gimondi e Merckx. Moser e Saronni. Hinault e Lemond. Bugno e Chiappucci. Cunego e Simoni. Pantani e Indurain, Tonkov oppure Ullrich.
La più grande sfortuna per un campione è non avere qualcuno contro cui lottare per la gloria. E’ stato ben più spettacolare il primo Tour di Pogacar vinto in extremis su Roglic, rispetto al secondo, corso senza veri avversari. Per lo stesso motivo è stato elettrizzante il Tour di Vingegaard, capace di disarcionare lo stesso Pogacar.
La differenza fra questi campioni e tutti gli altri, oltre alla dotazione naturale da cui non si può prescindere, sta nell’aver capito che per vincere bisogna rischiare di perdere. Per questo sono felici quando vincono e non fanno drammi eccessivi quando non ci riescono: se te la giochi a viso aperto, perdere fa parte del gioco. Le formule perfette e tutti i calcoli di questo mondo vanno bene quando ci si allena, poi però bisogna essere capaci di accettare il dolore che viaggia con la fatica, spingendosi sempre più a fondo. E questo a ben vedere è mancato troppo a lungo nel ciclismo degli ultimi anni.
Quintana ha corso i campionati colombiani da isolato: può correre, ma nessuno lo prendeQuintana ha corso i campionati colombiani da isolato: può correre, ma nessuno lo prende
Una grande primavera
Pensare che rivedremo presto Van der Poel e Van Aert contrapposti alla Strade Bianche, poi alla Sanremo e sulle stradine del Nord è già un buon motivo per augurarsi che la primavera arrivi in fretta. Aspettare Pogacar ed Evenepoel al UAE Tour sarà il primo momento per vedere contrapposti due che non si accontentano mai semplicemente di esserci. Il danno degli squadroni che fanno incetta di campioni sta proprio nell’impoverimento del gruppo. Sarebbe stato interessante vedere Evenepoel alla Liegi contro Alaphilippe, invece il francese è stato dirottato sul Fiandre.
Per lo stesso motivo Pantani rifiutò a suo tempo di infilarsi nella Mapei, pagando alla lunga di tasca propria. A ben vedere il mondo non è poi così diverso. Ci sono i campioni. Ci sono le grandi squadre. E c’è chi governa il ciclismo, esercitando il potere come meglio ritiene, spesso senza metterci la faccia. E così, dopo aver azzerato la Gazprom senza offrire una via d’uscita, adesso ha deciso di fermare Quintana e Lopez, facendo però in modo che la scelta ricada sugli altri. I due possono correre, hanno licenza e passaporto biologico. Che colpa ne hanno quelli che governano (e dispensano consigli: richiesti e non) se nessuno vuole più tesserarli? Squalificateli, se ci sono gli elementi, oppure lasciateli in pace. Che colpa avevano se il Tour smise di invitare Pantani, aprendo la strada al nuovo dominatore? Visto come finì la storia, peccato che dalle lezioni del passato non si riesca quasi mai ad imparare.
Il 6 febbraio, El Chaba Jimenez avrebbe compiuto 50 anni. Un ragazzo di incredibile sensibilità, caduto nella depressione. Sfidare Pantani era il suo sogno
Bocciare una novità perché “si è sempre fatto così”. E quello che è successo quando Pogacar ha proposto di invertire Giro e Vuelta. Cosa dice Martinelli?
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Con una progressione pazzesca nella volata finale sull’eterno rivale belga Wout Van Aert, l’olandese Mathieu Van der Poel ha vinto in casa il suo quinto titolo iridato, dopo i successi ottenuti nel 2016, 2019, 2020 e 2021.
Epica, pazzesca, appassionante, affascinante, avvolgente, prevedibile ma anche sorprendente… Ci vorrebbero decine di aggettivi per potere descrivere questa corsa, anche se poi alle fine basta solo questo: UNICA!!!
Mathieu e Wout hanno risposto alle numerose aspettative. L’incredibile pressione mediatica non ha destabilizzato questi due fenomeni del ciclismo, anzi se possibile sembra aver dato loro una marcia in più.
Un mare di persone in Olanda per sostenere la squadra di casa, ma non mancavano i tifosi belgiUn mare di persone in Olanda per sostenere la squadra di casa, ma non mancavano i tifosi belgi
Oltre 40.000 tifosi
Finalmente baciata dal sole, col passare delle ore Hooghereide si è letteralmente trasformata in una vera è propria bolgia. Parliamo di oltre 40.000 spettatori! Una marea di appassionati di tutte le età, perché qui l’amore per il ciclocross è assai più grande di quello per il calcio. Le bici da fango sono nel DNA di questa bellissima gente. Bellissima perché nel ciclocross il tifo va oltre la propria bandiera, oltre il proprio pupillo. Qui si incoraggiano tutti, dal primo all’ultimo senza eccezione. E poi se in giro ci sono fuoriclasse del calibro di Van der Poel e Van Aert, allora si va oltre, si osannano come fossero degli Dei. Lo si capisce al volo che questi signori nell’ambiente sono delle leggende viventi.
Così, in conferenza stampa, alla nostra specifica domanda su che effetto faccia correre in un’atmosfera del genere, il nuovo campione del mondo ha risposto: «Vi confido che è stato molto speciale, questo calore mi ha sicuramente aiutato a mantenere la calma nei momenti chiave della corsa. Mi sentivo rilassato. In questa stagione sono stati battuti diversi record di affluenza e questo è bello, anzi bellissimo».
Van Aert è parso a suo agio, ma ha pagato il cambio di ritmo solo nel finale su un percorso non troppo duroVan Aert è parso a suo agio, ma ha pagato il cambio di ritmo solo nel finale su un percorso non troppo duro
Insinuazioni sul percorso
Alla vigilia, i bookmaker parlavano chiaro. I super favoriti erano loro: Van Aert e Van der Poel, con il belga leggermente più avanti rispetto all’olandese, in termini di quotazioni. Non solo hanno rispettato le aspettative, ma hanno pure schivato le pressioni mediatiche concentrandosi sul loro copione. Quello di una sfida epica, archiviando pure la polemica nata perché Adrie Van der Poel, papà di Mathieu, avrebbe fatto modificare il percorso per favorire il figlio… A conferma che disgraziatamente le cattive lingue sono veramente ovunque.
Van der Poel è parso subito motivatissimo: per lui è il 5° oro mondialeVan Aert ha preso la testa nel finale, ma il percorso era troppo veloce per fare la differenzaVan der Poel è parso subito motivatissimo: per lui è il 5° oro mondialeVan Aert ha preso la testa nel finale, ma il percorso era troppo veloce per fare la differenza
Caramelle da condividere
Ma torniamo alla corsa, essendo già prenotati oro e argento, è stato il belga Eli Iserbyt, primo degli umani, a prendersi il bronzo. E dire che proprio ieri dichiarava: «Non mi faccio illusioni, non credo di poter vincere. Ma sarebbe bello anche il bronzo, perché un podio al mondiale è sempre qualcosa di speciale».
Oggi invece in conferenza stampa ha confidato: «Voglio farmi inquadrare la foto di questo podio e metterla nella mia stanza, la faccio firmare da Mathieu e Wout e mi posso pure ritirare», risata generale e applausi, bravo Eli.
Il bello di questi ragazzi è che, malgrado la posta in palio, sono stati disponibili e sorridenti durante tutto il weekend. Volete un aneddoto? Arrivando in sala stampa, hanno candidamente preso qualche caramellina al volo per poi condividerle. Gesto così semplice da essere magico, come abbiamo tutti fatto da piccoli a scuola.
Alle spalle dei due marziani, Van der Haar e Iserbyt si sono giocati il bronzo: l’ha spuntata il belgaAlle spalle dei due marziani, Van der Haar e Iserbyt si sono giocati il bronzo: l’ha spuntata il belga
Van Aert al limite
Pronti via, e sono bastati solo cinque minuti di gara per confermare che ci sarebbero state due corse parallele: quella per la maglia iridata con soli due pretendenti, e quella per il terzo gradino del podio. Fuggito con Wout, l’olandese del team Alpecin-Deceuninck ha aspettato la terza tornata per dare la prima significativa accelerata sulla rampa centrale, ripetendo l’azione nel 7° e 9° giro, ma con pochi risultati. Bisogna credere che fosse destino fare durare la suspence fino all’arrivo, fino a quella salita al 6 per cento. Una rampa micidiale per le gambe perché arrivava proprio dopo la lunga scalinata, già ripetuta per 9 volte.
Wout, sorpreso di rimanere davanti all’ultima curva, confiderà che per un attimo la cosa lo ha distratto. Vdp l’ha sorpassato come un razzo e non ha potuto reagire: «Ero al limite sin dalla partenza – ha detto il belga – ma se potessi cambiare qualcosa, lancerei la volata direttamente dopo l’ultima curva. Ma c’è poco da recriminare, oggi Mathieu era il più forte».
Un olandese e due belgi: Van Aert col muso lungo, Iserbyt invece più soddisfattoUn olandese e due belgi: Van Aert col muso lungo, Iserbyt invece più soddisfatto
Un duello che fa bene
Van der Poel apprezza e aggiunge: «Chiaro che sono felicissimo per questa vittoria che considero come una delle tre più importanti. Incredibile, perché ottenuta a due passi da casa e scaturita al termine di una lotta leale ed appassionante con Wout. Vi assicuro che la nostra è una sana rivalità che fa bene a questo movimento e che ci migliora in modo reciproco. Certo quando si perde brucia, ma se manca uno di noi alla partenza, la gara non ha lo stesso sapore», ha concluso Vdp.
Il microfono passa nelle mani di un nostro collega per la domanda successiva, ma Van Aert alza la mano per aggiungere: «Concordo in pieno con quello appena detto da Mathieu».
Talento fuori dal comune, rispetto, lealtà, sportività e sano agonismo… Grazie ragazzi non potevamo chiedervi altro.
Un passo indietro alle radici degli studi di aerodinamica della Jumbo-Visma. Un modello per ciascun atleta per migliorare la performance. Per strada e crono
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Wout Van Aert e Mathieu Van der Poel. Mathieu Van der Poel e Wout Van Aert. Il duello storico va avanti. Va avanti anche nel web, dove i due sono messi più a confronto di Pogacar ed Evenepoel. Ma anche noi vogliamo metterli a duello e giudice di questo confronto è niente meno che Michele Bartoli.
Il grande ex campione, ora preparatore, è stato un grandissimo delle classiche e anche un esperto di ciclocross. Ha tutti gli ingredienti per imbastire questa sfida.
Van Aert, classe 1994, belga, corridore in forza alla Jumbo-Visma, 39 vittorie su strada all’attivo. Ottimo cronoman, super “gregario”, forte in salita, fortissimo in volata. E’ alto 190 centimetri per 78 chili.
Van der Poel, classe 1995, olandese, corridore in forza alla Alpecin-Deceuninck, 40 vittorie su strada all’attivo. Scattista eccelso, tiene, anzi distrugge quasi tutti, nelle brevi salite, va forte a crono. E’ alto 184 centimetri per 75 chili.
Michele Bartoli (classe 1970) è oggi preparatore di molti pro’. Eccolo con un giovane Daniel Martinez (foto Instagram)Michele Bartoli (classe 1970) è oggi preparatore di molti pro’. Eccolo con un giovane Daniel Martinez (foto Instagram)
Michele, Van der Poel e Van Aert, proviamo a fare un’analisi dei due…
Van Aert è un cecchino, Van der Poel spara col bazooka!Van Aert è più completo, quando si muove difficilmente sbaglia. Van der Poel è più imprevedibile, ciò che gli viene in mente fa. E spesso butta via il risultato. Lo abbiamo visto lo scorso anno al Giro d’Italia. Però forse anche per questo piace molto.
Sono due fenomeni, in ogni caso…
Ad oggi ciò che vince Van Aert, Van der Poel non lo può vincere, mentre vale il contrario e questo dipende soprattutto da differenti capacità tattiche, visto che come potenzialità sono lì. Come si fa a dire chi è più forte dei due? Posso però dire che Van Aert dà più affidamento. A me piacciono gli Avengers… Si fa sempre il confronto tra chi sia il supereroe più forte, se Thor o Hulk. Ecco, VdP è uno degli Avengers, Van Aert è uno tra Thor e Hulk.
Con questa metafora hai vinto, Michele! Torniamo al mondo reale. Van Aert dà più affidamento, però in questa stagione del cross tra i due ha dominato Van Aert, ma magari il mondiale lo vince VdP come quale anno fa…
Se VdP indovina la tattica lo fa per fortuna e quando va così può vincere. Il cross poi, anche se non sembra,è una disciplina estremamente tattica, che richiede la gestione di ogni singolo metro di gara molto più della strada: la curva, lo sforzo, l’ostacolo… e in questo Van aert è più preciso. Può capitare quindi che quella volta su dieci che vince VdP possa essere il mondiale.
VdP ha grande tecnica e tende a scendere meno di sella rispetto a Van Aert (comunque un asso anche lui) VdP ha grande tecnica e tende a scendere meno di sella rispetto a Van Aert (comunque un asso anche lui)
Hai parlato di tattiche un po’ sconsiderate, di fare ciò che gli passa per la mente: per te incide il fatto che l’olandese sia anche un biker? E quindi abbia una mentalità più “free”?
Questo non lo so di preciso, ma ci sta che derivi da lì. Semmai credo sia più una questione caratteriale. Se Mathieu non si diverte, si annoia… E fa quello che poi vediamo.
Invece il Michele Bartoli preparatore che giudizio dà dei due?
Da quello che si vede, Van Aert alla soglia aerobica riesce ad esprimere più qualità: lo si è visto anche al Tour e alle sue prestazioni in salita. Per fare quel che ha fatto un corridore della sua stazza deve avere una soglia aerobica enorme, un motore gigantesco. Mentre Van der Poel ha maggior capacità lattacida.
Se dovessimo metterli di fronte ai cinque monumenti: chi vedresti favorito?
Immagino dovrei escludere il Lombardia e la Liegi e quindi per Sanremo, Fiandre e Roubaix sono lì.
Mettiamoci anche Liegi e Lombardia, che tra l’altro Van Aert ha detto di voler fare…
Beh, se devo considerare anche queste due allora prendo ancora Van Aert. Ricordo la Tirreno 2021 quando volle tenere duro dietro a Pogacar in salita. Pensavo: «Ma questo è pazzo, che tiene a fare?». Invece aveva ragione, perché per poco non vinse la generale. Pertanto se tiene in quelle tappe mi dà più garanzie per Liegi e Lombardia. Van der Poel invece con la sua esplosività lo vedo un pelo meglio in ottica Sanremo. Chiaro, parliamo sempre di gare di un giorno in cui tutto può succedere.
Van der Poel a crono sfrutta al massimo la sua potenza…Van Aert oltre che la sua potenza sfrutta il mega lavoro su materiali e aerodinamicaVan der Poel a crono sfrutta al massimo la sua potenza…Van Aert oltre che la sua potenza sfrutta il mega lavoro su materiali e aerodinamica
A crono?
Ritorno al discorso del motore. Van Aert è fortissimo. Nelle crono lunghe non c’è storia, mentre in un prologo o in una crono corta Van der Poel può essere anche avvantaggiato. Però nelle crono lunghe, specie in quelle dei grandi Giri, Van Aert è inavvicinabile.
E in volata, Michele?
Nel testa a testa secco forse è meglio Van der Poel, più che altro perché nelle volate a ranghi ristretti in cui in teoria lo sprint parte da velocità più basse l’olandese può sfruttare la sua potenza e la sua esplosività. Mentre in una volata di gruppo, in cui si arriva a velocità più alte, è avvantaggiato Van Aert.
Guardiamo il loro calendario tra ciclocross e strada, cosa ti aspetti anche in ottica futura?
Mi stupisce che abbiano tanta continuità nel fare la doppia attività e nel farla a quel livello. E’ di una difficoltà enorme, credetemi. Però la gestiscono bene. Gestiscono con attenzione i loro calendari, anche perché i risultati che raccolgono parlano chiaro. E riescono sempre ad avere le forze necessarie. Magari arriverà il momento che non faranno più le due discipline, però è anche vero che non sono più due ragazzini. Hanno trovato il loro equilibrio, almeno fisico. Perché io lo dico sempre ai miei atleti: «Se sei stanco, con una buona cena e una bella dormita, la mattina dopo recuperi fisicamente, ma mentalmente?». Se fai troppa attività rischi che alla lunga ti passa la voglia.