Tirreno-Adriatico 2025, 3a tappa, Colfiorito, Andrea Vendrame

Colfiorito a Vendrame, terzo italiano (in tre giorni) alla Tirreno

12.03.2025
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COLFIORITO – Piove e fa freddo dal mattino. Le montagne fra l’Umbria e le Marche sono sepolte dalle nubi, allo stesso modo in cui il fronte del gruppetto che si lancia verso la volata sembra omogeneo, scuro e fradicio. Poi come un raggio di qualcosa che somiglia a una luce, la progressione di Andrea Vendrame fa scattare la gente assiepata davanti agli schermi. Si nota subito che il cambio di ritmo del veneto è di quelli che lascia il segno. Nessuno risponde, qualcuno ci prova. Dietro Pidcock e Gregoire si lanciano nella sua scia, ma l’anticipo è stato la scelta giusta. Non c’è più tempo per risalire. Il corridore della Decathlon vince bene e vince quando piove. E in questo giorno alla Tirreno-Adriatico, come due volte in precedenza al Giro d’Italia, i due fattori si sono sposati alla grande.

Vendrame ha 30 anni ed è pro’ dal 2017. E’ alto 1,68 e pesa 60 chili
Vendrame ha 30 anni ed è pro’ dal 2017. E’ alto 1,68 e pesa 60 chili

Una giornata (quasi) estrema

Prima di lui, anche Ganna ha provato l’anticipo. Il leader della corsa ha rintuzzato gli attacchi sulla salita finale. Ha chiesto alla squadra di tenere insieme la corsa. E quando è partito ai 3,5 chilometri dall’arrivo, per qualche istante c’è stata la sensazione che sarebbe arrivato. Sarebbe stato un colpo stupendo, ma ugualmente stasera Pippo torna in hotel con la sensazione di avere grandi gambe. E vedere Van der Poel chiudere sul suo allungo ha dato per qualche istante un senso di Sanremo in arrivo.

«Certe giornate mi trovano bene – sorride Vendrame che non smette di tremare –  il fisico risponde bene, ricordo la vittoria di Sappada, anche se oggi ci sono temperature un po’… orrende. Non era proprio la giornata migliore per farci bici, però è il nostro lavoro e siamo qui per questo. Abbiamo fatto 200 chilometri sotto la pioggia. Io sto bene. Ho preso spunto da tutti i miei compagni di squadra che mi hanno aiutato. Abbiamo battezzato la giornata di oggi con un possibile arrivo di 40-50 corridori e dovevamo provarci io oppure Dorian Godon. Nel finale è andata bene a me e adesso spero di continuare su questa onda…».

Milan è caduto a Foligno e ha affrontato la salita finale senza assilli, arrivando a 17’50” da Vendrame
Milan è caduto a Foligno e ha affrontato la salita finale senza assilli, arrivando a 17’50” da Vendrame

L’astuzia di Vendrame

Appena il gruppo si è lasciato Foligno alle spalle, il gioco era individuare gli uomini di classifica sulla salita finale. La caduta di Milan ci ha fatto saltare, per cui averlo rivisto al traguardo in apparenti buone condizioni è stato un sospiro di sollievo. Jonathan non si è fermato a parlare, il dottore lo ha prelevato dopo la premiazione e lo ha indirizzato verso il pullman. Nella nostra ricerca dei favoriti, spiccava la facilità di Ganna in salita, si vedeva Ciccone sgambettare nelle prime posizioni. Van der Poel allungare e Ayuso tentare il colpo a sorpresa. Eppure in tutto quel tempo, Vendrame non lo avevamo proprio visto, nascosto come un cecchino nelle sagome dei rivali.

«Il segreto – ammette – era scollinare con i primi e poi portare la bici fino agli ultimi 300 metri dall’arrivo. Sapevo che la carreggiata si restringeva, quindi anticipare un attimo lo sprint era la cosa fondamentale da fare. Si è trattato di restare calmi e freddi e questo sicuramente mi ha aiutato. Nella mia carriera non ho vinto tantissimo. Due tappe al Giro (oltre a Sappada, quella del 2021 a Bagno di Romagna, ndr) e altre corse in Francia. Vincere alla Tirreno è eccezionale, mi mancava un risultato esterno al Giro d’Italia. La squadra mi chiede tanti risultati per il discorso dei punti, io penso di aver fatto vedere che sono sempre costante e utile per il lavoro che mi chiedono. Oggi l’importante era aspettare il momento giusto e attendere la volata. Non potevo fare altro che giocarmela così».

Filippo Ganna ha ringraziato la sua squadra per il grande lavoro fatto
Ganna ha ringraziato la sua squadra per il grande lavoro fatto

Ganna, parole chiare

In questa tenda bianca con il tavolo, i microfoni, poche sedie, qualche giornalista e Vendrame che se ne va, entra di colpo anche Pippo Ganna che oggi avrà benedetto la folta barba su cui aveva scherzato dopo la crono. Il leader ha tenuto bene in salita e adesso è di buon umore.

«Oggi è stata una giornata lunga – dice sorridendo, ma aggressivo – in cui nessuno voleva darci una mano. Fortunatamente nel finale, quando la corsa si è accesa, ho chiesto a Van der Poel se per caso lui potesse mettere un uomo per aiutare ed è stato felicissimo di farlo. Quindi devo ringraziare anche lui e la Alpecin e un po’ meno gli altri che invece se ne sono fregati altamente. E’ stata una tappa lunga, fredda, adesso pensiamo bene a scaldarci. Di sicuro la gamba è buona mi dispiace di non aver vinto. Magari ho sbagliato ad anticipare troppo, però se non lo avessi fatto sarei rimasto con la domanda di cosa sarebbe successo se non lo avessi fatto. Per cui devo dire grazie ai miei compagni che oggi si sono fatti in quattro anche con queste condizioni. Ci siamo difesi, abbiamo difeso la maglia, domani è un altro giorno e speriamo che possa spuntare un po’ di sole».

Van der Poel ha messo un uomo per inseguire i fuggitivi e nel finale ha ripreso l’attacco di Ganna
Van der Poel ha messo un uomo per inseguire i fuggitivi e nel finale ha ripreso l’attacco di Ganna

Tre di fila come nel 2003

Alla Parigi-Nizza la tappa l’hanno mezza neutralizzata per la grandine e la pioggia, qua s’è corso fino alla cima. E’ stata la terza vittoria italiana nelle prime tre tappe, come non succedeva dal 2003 (Cipollini, Pozzato, Cipollini, ndr). E Ganna e Vendrame prima di lui sono due fiori da appuntarsi all’occhiello.

«Nel finale eravamo rimasti io e De Plus – prosegue Ganna – e lui è qua anche per fare classifica, quindi non mi andava di fargli prendere rischi inutili per impostare la volata. Magari sarei riuscito a farlo da solo, ad essere nella posizione giusta e uscirne vincente. Comunque ho avuto un’altra prova che la gamba sta bene e che continuerò a migliorare. Van der Poel è venuto a prendermi? Credo che quando si lotta per la vittoria, non si guardi in faccia nessuno. A parti invertite, avrei fatto anche io lo stesso. Abbiamo molto rispetto giù dalla bici e anche in bici, ma ovviamente quando si è in gara, è gara per tutti. Oggi è venuto fuori un buon test anche in vista dei prossimi appuntamenti di un certo chilometraggio».

Gli ultimi ad arrendersi sono stati Pietrobon e De Bondt, ripresi a 8,9 chilometri dall’arrivo
Gli ultimi ad arrendersi sono stati Pietrobon e De Bondt, ripresi a 8,9 chilometri dall’arrivo

La Sanremo a tempo debito

Resta il dubbio della possibilità di difendere la maglia, ma Ganna non si lancia in previsioni e non si fascia la testa. Dice che oggi la salita era adatta, ma che domani potrebbe essere più dura. Poi con un sorriso scaramantico, aggiunge di non aver guardato il meteo. Si pedalerà fino alla soglia dei 1.600 metri e lassù quest’acqua potrebbe essere neve. «Magari se prima di attaccare avessi chiamato Van der Poel – riflette – forse sarebbe stato diverso. Però la gara è gara e ogni tanto bisogna provarsi e spingersi verso i propri limiti. Alla Sanremo penseremo quando sarà tempo».

Ciclocross olimpico? Van der Spiegel è pronto a tornare sulla neve

09.03.2025
5 min
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La stagione di ciclocross si è conclusa da poco, ma l’argomento continua a tenere banco. Fra pochi giorni dalla riunione plenaria del CIO che eleggerà il nuovo presidente, potrebbero arrivare novità importanti a proposito dell’ingresso della specialità nel programma olimpico invernale, a partire dal 2030. Ma questo fa un po’ a pugni con la sparizione dal calendario di gare sulla neve.

Di questo e di altro abbiamo allora voluto parlare con Tomas Van der Spiegel, “deus ex machina” di Flanders Classics, reduce dall’impegno organizzativo all’Omloop Het Nieuwsblad.

Tomas Van der Spiegel è stato un famoso cestista, dedicatosi poi all’organizzazione di eventi ciclistici
Tomas Van der Spiegel è stato un famoso cestista, dedicatosi poi all’organizzazione di eventi ciclistici
Come giudichi la stagione di ciclocross appena conclusa?

Noi siamo molto soddisfatti. Credo che l’aspetto principale sia che abbiamo trovato una stabilità intorno anche alla Coppa del mondo, cambiando il calendario non sapevamo che cosa aspettarci. Il nuovo format è piaciuto molto ai tifosi, la stagione è stata seguitissima e non possiamo che rallegrarcene e continuare su questa strada.

Secondo te la presenza non frequente dei grandi campioni come Van der Poel e Van Aert penalizza quella parte di stagione senza di loro?

Meno di quel che si poteva pensare, perché anche nei mesi ottobre-novembre siamo riusciti comunque ad avere tanta gente nei percorsi e gli ascolti televisivi erano molto buoni. Il ciclocross ha molto seguito perché è facile da capire, attira nella sua meccanica. E’ chiaro che la presenza di Mathieu Van der Poel cambia tutto in positivo, ma la stabilità di cui parlavo prima credo che c’era anche prima del rientro suo e di Van Aert.

Van der Poel è un richiamo enorme quando c’è, con un crescita di presenze intorno al 25 per cento
Van der Poel è un richiamo enorme quando c’è, con un crescita di presenze intorno al 25 per cento
Ma come partecipazione popolare hai notato delle differenze, in base alla loro presenza o meno?

Certo che c’è una differenza, soprattutto se ci sono tutti e due, ma non è come avveniva in passato che la massa di gente raddoppiava. Ora c’è un aumento più contenuto, diciamo sul 20-30 per cento in più. Ma va anche considerato che a livello complessivo c’è stato un forte aumento delle presenze.

L’ingresso del ciclocross nel programma olimpico appare sempre più probabile, che cosa ne pensi?

Sarebbe una cosa bellissima per il nostro sport, darebbe una spinta spettacolare al suo sviluppo. Potrebbe significare che ci sarà interesse in altri Paesi, in altri mercati che potrebbero solo aiutare questa disciplina. Siamo entusiasti all’idea, ma finché non ci sarà nulla di ufficiale dobbiamo rimanere con i piedi per terra.

Il pubblico quest’anno ha invaso le gare internazionali, con un forte aumento di presenze
Il pubblico quest’anno ha invaso le gare internazionali, con un forte aumento di presenze
Appare però un controsenso che, mentre si discute dell’ingresso olimpico del ciclocross siano sparite le prove sulla neve…

Noi siamo consci che abbiamo fatto una bellissima cosa a Vermiglio. Una cosa non semplice, che ci ha spinto per ora ad accantonare l’idea, ma non è escluso che dal 2026 in poi non si riprenda a gareggiare sulla neve, magari anche in un’altra destinazione invernale, magari ampliando anche la gamma di eventi. Abbiamo già delle candidature adesso per la stagione 2026-27 che riguardano percorsi sulla neve. Stiamo alla finestra… Teniamo però presente che lo spirito del ciclocross è di regola un altro, fatto di fango, di ostacoli, dove i percorsi sulla neve sono un po’ l’eccezione anche considerando le temperature.

Accennavi al calendario. Voi state prendendo in considerazione la possibilità di ristabilire qualche prova sulla neve, ad esempio per testare il futuro percorso in Francia per il 2030?

Noi siamo aperti a tutti i siti e a tutte le possibilità, abbiamo già pensato anche a fare primi test proprio nella stagione 2026-27, ma abbiamo anche tante altre candidature. Come detto c’è solo da attendere, poi affronteremo la questione con tutta la nostra struttura.

Flanders Classics ha sperimentato il ciclocross in Val di Sole. Un’esperienza da ripetere
Flanders Classics ha sperimentato il ciclocross in Val di Sole. Un’esperienza da ripetere
Quelle esperienze vissute in Val di Sole che cosa ti hanno lasciato?

Siamo molto orgogliosi di quel che abbiamo fatto. Di essere stati i primi a organizzare lì perché prima nessuno sapeva cosa aspettarsi. Credo sia stata molto ben organizzata, grazie anche all’apporto del comitato locale, molto esperto e rodato dalla mountain bike attraverso l’organizzazione di coppa del mondo e mondiali. I partecipanti erano molto contenti dell’evento anche sotto l’aspetto tecnico. Abbiamo un ricordo molto positivo e speriamo di tornarci.

Quelle esperienze vissute in Val di Sole che cosa ti hanno lasciato?

Guarda, abbiamo un fenomeno assoluto con Mathieu e un altro fenomeno con Van Aert. Ma la corsa che mi fa più piacere è vedere che dietro stanno emergendo altre nazioni, altre scuole. Guardate fra le donne, con la Backstedt, la Vas, anche le italiane con la Casasola, si vede che la concorrenza si amplia e questo fa bene. Lo stesso dicasi per le categorie giovanili, le affermazioni dei ragazzi italiani, con Agostinacchio ad esempio, sono un bel segnale, di crescita del movimento. E’ però importante che questi giovani possano continuare a dividersi fra le due discipline ma questo è quel che sta succedendo. Vedere Pieterse o Backstedt che possono essere sulla breccia d’estate come d’inverno è importantissimo.

Blanka Vas è una delle principali oppositrici al dominio olandese. Van den Spiegel punta però anche sull’Italia
Blanka Vas è una delle principali oppositrici al dominio olandese. Van den Spiegel punta però anche sull’Italia
Secondo te un ingresso del ciclocross alle Olimpiadi porterà altri grandi nomi di strada e mountain bike a frequentare i campi d’inverno?

Dalla strada al ciclocross è molto difficile, però se prima tanti campioni del ciclocross poi lo lasciavano per dedicarsi solo alla strada, in futuro magari non avverrà più. Noi abbiamo avuto autentici talenti come Alaphilippe o Sagan che andavano forte anche nel ciclocross, penso che avendo uno sbocco olimpico non avrebbero lasciato. Quello è un po’ anche il nostro obiettivo e per quello che noi come società abbiamo investito molto nella specialità, perché crediamo veramente nella sua complementarietà con la strada.

Pogacar, sul pavé i watt/kg contano meno dei watt assoluti

06.03.2025
7 min
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«Diciamo che se la Roubaix fosse su Zwift – sorride Angelo Furlan – la vincerebbe Pogacar. Per fortuna il ciclismo reale è fatto del fascino del mestiere, della tecnica, della conoscenza, delle cose non dette all’interno del gruppo. Ci sono eventi fulminei, nei tratti di pavé e anche sull’asfalto, le incognite sono tante. Per cui lui si può svegliare la mattina e decidere che correrà all’attacco, ma gli servirà essere concentrato dal chilometro zero e per i 259 successivi. Forse proprio il suo impeto potrebbe essere un problema, in una corsa dove bisogna ragionare molto più di quello che si pensa. Pogacar fa sognare le folle perché tante volte non fa calcoli, così come Van Der Poel. Però l’irruenza, data da una forza incredibile, potrebbe essere un problema soprattutto nella prima parte della corsa».

Furlan ha 47 anni e si porta dentro un’esperienza antica, ascoltata dai vecchi direttori quando era un ragazzino, maturata durante la carriera da professionista e poi elaborata e rimasticata in questi anni da preparatore, biomeccanico, teorico e filosofo del ciclismo. Su Pogacar alla Roubaix ha fatto un video social chiedendo il parere dei suoi follower, ma il tema a nostro avviso meritava un approfondimento fatto di dieci domande. Cominciamo, dunque.

Pogacar ha un gran motore, non pesa 50 chili come Piepoli, per cui sul pavé non dovrebbe rimbalzare. Però qualche insidia c’è…

Qualche insidia c’è sicuramente. Ragionavo tra me e me in questi giorni. Fino a 2-3 anni fa sarebbe stato azzardato pensare che un corridore così, da corse a tappe, andasse alla Roubaix per vincerla, soprattutto alla prima esperienza. Nel ciclismo prima di Van der Poel, prima di lui e di tutti i talenti che ci sono in giro, questa sarebbe stata una cosa fuori da qualsiasi schema. Ma non è forse vero che tutto il ciclismo degli ultimi 3-4 anni è fuori da qualsiasi schema?

Perché?

Certi attacchi, la maniera in cui corrono… Fanno il contrario di quello che i direttori sportivi consigliavano fino a 5-6 anni fa, ovvero stare coperti, aspettare, non sprecare energie. Questi sono talmente forti, che fanno il contrario. Per cui se uno ragiona un attimo, non sarebbe così fuori luogo che Tadej fosse uno dei favoriti alla Roubaix. Poi se ragioniamo in termini tecnici, c’è anche un’altra cosa da dire, una riflessione da fare.

Quale?

Si è sempre pensato che per vincere la Roubaix devi avere una sorta di destrezza nel guidare la bici, cosa che a lui non manca. Eppure negli ultimi vent’anni, ci sono stati corridori con una condizione stratosferica che sono arrivati davanti alla Roubaix, anche sul podio, pur non essendo dei draghi nel guidare la bici. Non faccio nomi perché sono amici miei e poi si arrabbiano. Se metti sul piatto della bilancia un corridore con condizione stratosferica e gamba e sull’altro uno con la tecnica, vince quello con condizione e gamba. Tadej ha condizione e gamba, in più è anche bravo a guidare

E’ anche vero che il pavé con le bici di una volta era più scomodo di adesso.

Questo è verissimo. Noi avevamo il telaio in alluminio dedicato alla Roubaix e guai farla col carbonio perché ti distruggevi. Adesso il carbonio è rigido dove serve e assorbe le sconnessioni in maniera longitudinale, per cui scatta quando ti alzi sui pedali e assorbe gli urti sul pavé. Corrono senza guanti, con le ruote ad alto profilo, le leve girate in dentro, la sella tutta avanti, un assetto da gare su pista, i tubeless giganti. Usano quasi delle gravel veloci, le bici di adesso sono una cosa pazzesca. L’evoluzione degli ultimi 3-4 anni è paragonabile a quella dell’ultimo ventennio.

E questo fa così tanta differenza?

Il materiale ha fatto dei passi da gigante, ma i wattaggi alla soglia non sono così diversi. Togli un Van Aert che ha 460 di FTP, almeno per quello che ti fanno sapere, Pogacar con la zona 2 che ha dichiarato (5 watt/kg, ndr) è capace di andare avanti a botte a 450 watt, per esempio nell’Arenberg o anche nel Carrefour dell’Arbre, dopo aver fatto la prima ora 300 watt di media. L’incognita per lui, a mio avviso, non è tanto dal punto di vista prestazionale, ma nella prima parte di gara.

Quella prima del pavé?

Avrà accanto dei corridori di esperienza che probabilmente dovranno aiutarlo, però il primo settore di pavé a Troisvilles arriva dopo una novantina di chilometri. E’ nel tratto non inquadrato, che solitamente vengono fuori dei casini. Tante volte si comincia a guardare la Roubaix che la gara è già quasi decisa. Non è raro che nella prima parte ci siano cadute stupide, perché chi è alle prime armi un po’ dorme e paga l’andare piano e subito dopo molto forte.

Pogacar sfinito dopo il pavé del Tour 2022, alle spalle di Stuyven. Alla Roubaix ci saranno molti più specialisti
Pogacar sfinito dopo il pavé del Tour 2022, alle spalle di Stuyven. Alla Roubaix ci saranno molti più specialisti
Questo per Pogacar è un problema?

Il suo modo di correre, con la spregiudicatezza dovuta al fatto che per lui le leggi della gravità non esistono e forse neanche il CX vista la tanta aria che prende, potrebbe essere una spada di Damocle. L’anno scorso, complice il vento a favore, la Alpecin distrusse la corsa molto prima dell’Arenberg. E se qualcuno la imposta di nuovo così, visto il tanto vento che prenderebbe, Tadej potrebbe avere qualche problema.

Lo vedi come il solito Pogacar all’attacco?

Proprio così, anche se a Roubaix non sempre funziona. Nel senso che non lo puoi fare con quei manzi da Belgio, anche se si corre in Francia, che ci sono lì. Mentre nei Grandi Giri ha affrontato il pavé correndo con i suoi simili a livello di watt per chilo, alla Roubaix conta di più il watt assoluto.

Vent’anni fa nessuno si sarebbe immaginato che un corridore di questa taglia andasse alla Roubaix, pensiamo a Nibali e prima a Bartoli. Perché?

Il ciclismo era più a compartimenti stagni, c’era un atteggiamento conservativo perché la paura di farsi male era tanta. Alla mia prima Roubaix, mi dissero di stare attento perché se mi fossi fatto male, avrei saltato il Giro. Per tanti quelle corse erano il focus della stagione. Iniziavano un mese prima e dopo la Roubaix tiravano una linea. Quel tipo di corridore non c’è più, ma prima era condizionante, nel senso che quelli più leggeri avevano paura di mischiarsi con questi bestioni che si giocavano il tutto per tutto. Correre contro di loro era come vivere in trincea e non avrebbero avuto problemi a piantarti una leva del freno nel costato.

Lo scorso anno la Alpecin sfaldò il gruppo ben prima della Foresta di Arenberg
Lo scorso anno la Alpecin sfaldò il gruppo ben prima della Foresta di Arenberg
E se invece piove?

Se piove, cancelliamo tutte queste riflessioni. Uno a uno, palla al centro. Se piove e viene fuori una Roubaix come quella di Colbrelli, allora forse si livella tutto. Quello che potrebbe fregare Tadej è non conoscere bene il pavé, l’arte di stare in cima alla schiena d’asino. Tante volte chi affronta la Roubaix per la prima volta va a cercare il lato della strada, che quando piove nasconde più insidie. Se piove basta che uno starnutisca e sei già per terra e in più devi spostarti velocemente, sennò gli altri ti salgono sopra. E se per caso inizi ad aver paura di farti male, ti irrigidisci ed è la volta che cadi davvero. Tadej non farà il Giro d’Italia, ma chiaramente non vuole farsi male e la squadra vorrà preservarlo. Secondo me deciderà lui: se si sveglia che vuole fare la Roubaix, non lo tengono certo fermo.

Lui lo ha già fatto capire…

E chissà che ora non stiano cercando di dissuaderlo. Secondo me ha voglia di farla solo perché vuole divertirsi. E il dibattito mediatico che si è creato intorno fa solo bene al nostro sport.

Le Samyn, ore 13. Al via c’è anche Van der Poel

04.03.2025
4 min
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Oggi è il giorno del debutto stagionale di Mathieu Van der Poel. Il programma iniziale prevedeva che attaccasse per la prima volta il numero alla Tirreno-Adriatico, ben prima dello scorso anno quando scelse la Sanremo e forse gli mancò qualcosa sul Poggio. L’idea di debuttare a Le Samyn – 199 chilometri con 8 cotes negli ultimi 100 – era stato spiegato ai primi del mese da Philip Roodhooft, uno dei due titolari della Alpecin-Deceuninck.

«Aggiustare o cambiare le cose strada facendo – aveva detto – a volte viene visto come una mancanza di professionalità, mentre molto spesso è il contrario. A patto che lo si faccia con attenzione».

Mathieu si è presentato al via sorridente e ovviamente circondato dal tifo e dalla curiosità generale. La maglia verde della squadra e la bici bianca in attesa di mostrare altre colorazioni alla Tirreno-Adriatico che dovrebbe essere il suo impegno successivo.

Un’occasione da cogliere

Il belga Het Nieuwsblad è tornato a bussare alla porta del manager belga per farsi spiegare il perché di questa scelta.

«Inizialmente – ha spiegato – il piano prevedeva che questa settimana Mathieu si allenasse in Spagna. Ma in questo momento in quella zona il tempo è terribilmente brutto e non aveva senso restarci tanto più a lungo. Inoltre, giovedì Lars Boven si è ritirato alla Valenciana e non avrebbe potuto partecipare a Le Samyn, per cui il suo posto era libero. Van der Poel aveva già fatto sapere che gli sarebbe piaciuto partecipare a una gara e così abbiamo colto l’occasione».

Prima del via, Van der Poel si è prestato alle interviste. L’arrivo è previsto per le 17,20
Prima del via, Van der Poel si è prestato alle interviste. L’arrivo è previsto per le 17,20

Le Samyn, una gara pulita

Come già spiegato dallo stesso Roodhooft due anni fa, la gestione di Mathieu Van der Poel è oculata e improntata alla massima tutela. Non è parsa inosservata la razionalizzazione dei suoi impegni dopo l’intenso triennio 2021-2023. E così ora l’olandese resta lontano dagli eccessi di un’attività smodata, puntando sulla qualità degli impegni.

«Tre mesi fa – ha spiegato ancora Roodhooft – avevamo pensato di farlo correre nel weekend di apertura qui al Nord, ma abbiamo deciso di non farlo. Avrebbe avuto ancora meno spazio tra i campionati del mondo di ciclocross (2 febbraio, ndr) e il debutto su strada e volevamo comunque concedergli qualche giorno di vacanza dopo la vittoria iridata. Il giorno dopo le vacanze, Mathieu è subito partito per l’altura, è quasi un mese che non torna a casa. Il vantaggio di correre Le Samyn è anche questo: può restare a casa per qualche giorno. In più c’è da dire che il livello della Omloop Het Nieuwsblad sarebbe stato troppo alto, mentre Le Samyn è una gara pulita, con un finale impegnativo, che per lui non sarà troppo difficile da affrontare. L’ha già fatta in passato e si è sempre divertito».

Nel 2021, a Le Samyn, Van der Poel taglia il traguardo così. Poi vinse la Strade Bianche
Nel 2021, a Le Samyn, Van der Poel taglia il traguardo così. Poi vinse la Strade Bianche

Strade Bianche, no grazie

L’unica volta che Van der Poel partecipò alla corsa, che parte proprio alle 13 da Quaregnon e si concluderà a Dour intorno alle 17,20, si guadagnò un’insolita foto sul traguardo. Lo tagliò infatti con il manubrio privo della leva del cambio e il guasto gli impedì di giocarsi la corsa. Dire sin da ora se l’olandese sarà in grado di vincere è piuttosto difficile, anche se non c’è dubbio che in qualche modo ci proverà.

«Le sue condizioni ovviamente stanno ancora migliorando – spiega Roodhooft – ma non è ancora nella forma in cui sarà fra tre settimane. Però sta bene e per questo motivo lui per primo ha detto di sentirsi pronto per correre. Ha voglia di farlo, l’ho sentito molto coinvolto. Ma nonostante questo, ci tengo a dire che Le Samyn è l’unica modifica al suo calendario. Mathieu non parteciperà alla Strade Bianche di sabato».

Allo stesso modo in cui Pogacar non dovrebbe partecipare alla Parigi-Roubaix. Il bello di questi grandi campioni è che quando riconoscono l’aria della primavera e sentono nelle gambe la forza giusta, hanno ancora il potere di imporre la loro volontà sui piani della squadra. Se Van der Poel non correrà a Siena è perché eventualmente non avrà le gambe per tenere testa a Pogacar.

Nuovo accesso all’Arenberg, quest’anno nessuna chicane

22.02.2025
4 min
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«Si è visto in qualche tweet – diceva qualche giorno fa Baldato a proposito della Roubaix, dopo il sopralluogo con Wellens e Pogacar – ma è una cosa che avevamo già previsto l’anno scorso. Si entra nell’Arenberg da una parallela nella parte sinistra. Si fa prima sinistra-destra e poi destra-sinistra a 90 gradi, invece che mettere una chicane come l’anno scorso. Non era bellissima, ma ha consentito di entrare nella Foresta a 30 all’ora invece che a 60 e non è successo niente. Quest’anno sarà simile, con la differenza che la via laterale allunga il gruppo e poi si rientra sulla strada principale 100 metri prima della Foresta. Si andrà a 40 all’ora invece di infilarsi là dentro senza rallentamenti».

Dopo aver provato la chicane realizzata lo scorso anno, Van der Poel la definì pericolosa
Dopo aver provato la chicane realizzata lo scorso anno, Van der Poel la definì pericolosa

La chicane con le barriere

Mathieu Van der Poel commentò la scelta di ASO con un post su X: «Ma è uno scherzo?». Però era vero. Visto il continuo verificarsi di cadute, lo scorso anno l’organizzazione della Roubaix aveva optato per costruire una chicane fatta di barriere. Sebbene la Foresta di Arenberg si trovi a più di 90 chilometri dall’arrivo, si è spesso rivelata un momento chiave nell’Inferno del Nord.

L’introduzione della chicane ha fatto sì che il gruppo di testa, che a quel punto della corsa era composto da una trentina di corridori, sia passato indenne attraverso quel lunghissimo settore di pavé. Restava la perplessità per la bruttezza di quella curva artificiale e così si è pensato di agire diversamente.

Due nuovi settori

Per l’edizione 2025 della Parigi-Roubaix, la 122 esima della lunga storia, l’immissione alla Foresta prevede per un anello attorno all’abitato di Querenaing, con due nuovi settori rispettivamente di 1.300 e 1.200 metri di lunghezza. «Non sono molto difficili – ha spiegato il direttore di corsa Thierry Gouvenou – ma ciò significa che avremo cinque settori di fila senza asfalto».

Una volta superati i due nuovi settori, i corridori faranno una deviazione attraverso il sito minerario di Arenberg, con la conseguenza di trovare quattro curve ad angolo retto nell’ultimo chilometro prima dell’imbocco della Foresta.

Il settore dell’Arenberg sarà il numero 19. A destra, la deviazione prima di immettersi nella Foresta

Il fascino della Foresta

La Foresta di Arenberg resta il passaggio più suggestivo della corsa. Il nome ufficiale del settore è Trouée d’Arenberg, mentre la strada in pavé che lo percorre ha un nome ancora diverso: La Dreve des Boules d’Herin. Fu inserita nella corsa a partire dal 1968 su insistenza di Jean Stablinski.

Si tratta di un rettilineo di 2,3 chilometri che nel senso della corsa tende a scendere. Le pietre del fondo sono così mal ridotte, che spesso la corsa ha qui la prima svolta decisiva, anche se, come detto, mancano ancora 90 chilometri all’arrivo. Per questo non c’è un solo corridore che non dica che la cosa più importante è avere il giusto posizionamento per stare alla larga da scivolate e cadute. La strada del resto è scivolosa più di altre dei dintorni perché, essendo chiusa al traffico per tutto l’anno, arriva al periodo della corsa coperta di fango ed erbacce.

Ottobre 2021, nessuna chicane e pioggia. Caduta nell’Arenberg: Van der Poel e Colbrelli attaccano. Vincerà Sonny!
Ottobre 2021, nessuna chicane e pioggia. Caduta nell’Arenberg: Van der Poel e Colbrelli attaccano. Vincerà Sonny!

Fra storia e progresso

Dopo aver detto che la trovata della chicane gli sembrava uno scherzo, Van der Poel si schierò apertamente contro la nuova soluzione, dicendo che a suo avviso avrebbe reso quel tratto ancora più pericoloso. Poi si adeguò al volere generale e ugualmente si servì dell’Arenberg per ipotecare la Parigi-Roubaix, conquistata con la maglia di campione del mondo.

Gli organizzatori di ASO hanno però fatto tesoro di tutte le osservazioni raccolte e la nuova soluzione appare molto più funzionale e coerente con il resto del percorso. In questa ricerca giusta della sicurezza, annotiamo che non potendo/volendo intervenire sulle bici per ridurre le velocità, si modificano i percorsi perché siano meno pericolosi. L’ingresso nell’Arenberg era uno dei momenti più forti nello svolgimento della Roubaix: averlo modificato significa che la storia si adegua al progresso. E che il progresso va avanti nonostante la storia.

Van der Poel cannibale nel cross. E ora lo aspetta la Sanremo

07.02.2025
5 min
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Mathieu Van der Poel ha letteralmente dominato la stagione del ciclocross, chiudendola con l’ennesimo titolo mondiale, il settimo per la precisione. Il tutto con una superiorità imbarazzante. Ma ora? Ora arriva la strada, le grandi classiche, la Milano-Sanremo che sarà il suo primo grande obiettivo stagionale su asfalto.

Come si presenterà il fuoriclasse olandese? Sarà sempre super competitivo? Gli avversari lo aspetteranno più agguerriti o spaventati? Per capire meglio le dinamiche di questo passaggio dal fango alla strada, abbiamo parlato con Maurizio Fondriest, che vinse la Sanremo nel 1993 e grande conoscitore delle classiche.

Marzo 1993, Maurizio Fondriest vince la Sanremo
Marzo 1993, Maurizio Fondriest vince la Sanremo
Maurizio, Van der Poel arriva dalla stagione devastante e trionfante del cross, come gestirà questo passaggio?

Ormai si conosce bene e sa come affrontare la transizione. Da diversi anni segue questo schema, quindi il suo allenatore e il suo staff riescono a programmare il periodo di stacco e la ripresa in maniera ottimale. Il ciclocross e la strada vanno quasi a braccetto per lui: gli sforzi violenti del cross gli tornano utili nelle classiche, e non per questo trascura il lavoro di fondo e il volume nei periodi giusti.

Ma lo può fare perché è Van der Poel? Cioè perché è più forte degli altri?

Sicuramente perché è forte e quando sei così forte a correre ti diverti, ma anche perché ormai come detto si conosce e sa gestirsi.

L’anno scorso la sua prima gara è stata la Classicissima ed è sembrato brillante, ma non brillantissimo. Sul Poggio non fece la differenza come alla Sanremo dell’anno precedente, quando veniva da Strade Bianche e Tirreno: quest’anno sarà diverso?

Lo scorso anno ha avuto un avvicinamento simile e, anche se non era straripante come nel 2023 quando vinse, arrivò comunque davanti. Non possiamo sapere se fosse al top o meno, anche perché lavorò per Jasper Philipsen.

Un momento chiave della passata Sanremo. Giù dal Poggio Philipsen dice che è poco dietro a VdP. Lui lo aspetta, gli tira la volata e Jasper vince la Classicissima
Un momento chiave della passata Sanremo. Giù dal Poggio Philipsen dice che è poco dietro a VdP. Lui lo aspetta, gli tira la volata e Jasper vince la Classicissima
E hai toccato un tasto centrale: la convivenza con Philipsen…

Se avesse corso per vincere, probabilmente sarebbe stato uno degli ultimi a resistere in testa con Pogacar o magari sarebbe arrivato da solo. Quest’anno vedremo che strategia adotteranno: se la Alpecin-Deceuninck punterà su di lui o ancora su Philipsen. Quelle poi sono scelte di squadra. Una cosa è certa: se resterà davanti con Pogacar e non rientrerà nessuno da dietro, può provare a vincere di nuovo.

Magari quest’anno vuol tornare a vincere…

Van der Poel ha vinto Amstel, Fiandre, Roubaix, Sanremo. Quindi ha già vinto tutte le classiche che sono alla sua portata. Gli manca la Liegi, che potrebbe essere un po’ troppo dura, anche se ci si è già piazzato bene. Questo per dire che la sua concretezza lo porta a concentrarsi sulle corse in cui sa di poter vincere.

Forse, Maurizio, è così dura anche per gli interpreti che si è ritrovato. Magari in un’altra epoca avrebbe avuto vita più facile anche alla Doyenne…

L’anno scorso è arrivato terzo nel gruppetto subito dietro Pogacar, quindi senza alcuni di quei corridori potrebbe anche riuscire a vincerla. Il Lombardia invece sembra davvero fuori dalle sue caratteristiche. Per lui conta puntare sulle corse in cui sa di poter fare la differenza. Pensiamo al mondiale: quest’anno il percorso su strada è troppo duro per lui, quindi punta su quello di mountain bike. E se lo vincesse, gli mancherebbero solo le Olimpiadi per completare un palmares straordinario. La sua polivalenza gli permette di scegliere gli obiettivi più adatti e massimizzare il rendimento nelle discipline in cui eccelle.

La Sanremo come prima corsa non è un rischio, anche per uno come lui? Posto che poi quest’anno, forse memore di quanto accaduto l’anno passato ha detto di voler prendere parte alla Tirreno o alla Parigi-Nizza…

Non più di tanto è un rischio. Van der Poel ha già corso gare di ciclocross fino a poche settimane prima, quindi gli sforzi violenti non gli mancano. Il volume lo sta costruendo ora con allenamenti specifici, magari anche dietro moto o con il team. La Sanremo è una corsa che si decide nel finale con uno sforzo esplosivo e quello lui lo ha già nelle gambe.

Come sostiene Fondriest, l’olandese ha effettuato delle distanze anche durante la stagione del cross. Eccolo in Spagna a pochi giorni dall’ultimo iride (foto Instagram)
Come sostiene Fondriest, l’olandese ha effettuato delle distanze anche durante la stagione del cross. Eccolo in Spagna a pochi giorni dall’ultimo iride (foto Instagram)
Come si affronta mentalmente un passaggio così netto dal cross alla strada?

Quando hai una superiorità così marcata nel cross, gareggiare diventa un divertimento, come detto. L’attenzione e la pressione sono minori, anche se l’impegno resta massimo. Avere questa consapevolezza aiuta a rendere meglio in corsa, come si è visto nei suoi risultati. Se sai di essere superiore e hai una squadra forte, corri più sereno e questo fa la differenza.

Insomma, sembra quasi che Van der Poel abbia fatto una preparazione al contrario: prima l’intensità, poi il volume?

Non è proprio così. Lui le distanze le avrà fatte sicuramente anche durante il cross. In più faceva quegli sforzi violenti in gara. E comunque anche nei mesi invernali io stesso facevo intensità, la facevo con lo sci di fondo già da dicembre. Oggi si sa che non serve fare solo volume, ma bisogna bilanciare le due componenti. Van der Poel non ha certo problemi di intensità e la Sanremo ci darà conferma del suo stato di forma.

Insomma, Maurizio, Van der Poel sarà pronto per la Sanremo?

Non sarà pronto, sarà super.

Van der Poel fa sette, Agostinacchio ci regala un’impresa

02.02.2025
6 min
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Finisce che nel giorno in cui tutti attendevano Van der Poel e Van Aert, il ricordo più bello dei mondiali di Leivin ha lo sguardo allegro, commosso e anche divertito di Mattia Agostinacchio, campione del mondo juniores di ciclocross, già campione d’Europa. E se la gara dei grandi ha confermato un copione così prevedibile da non essere particolarmente emozionante (per i non olandesi e i non tifosi di Van der Poel), la rincorsa dell’azzurro al titolo mondiale è stata rocambolesca come si addice a un’impresa.

«Sono partito anche bene – dice Agostinacchio sorridendo – direi in seconda posizione. Poi però me ne sono successe di tutti i colori, pur consapevole, avendo visto il percorso, che non si dovesse commettere il minimo errore. Ho rotto una scarpa. Mi si è abbassata la punta della sella. Ho bucato due volte. Però non ho mai mollato. E quando ho visto che all’inizio dell’ultimo giro avevo 10-15 secondi dal francese, mi sono detto: adesso o mai più».

Le ultime gare di Coppa non erano state il massimo per Agostinacchio: l’emozione ora è fortissima
Le ultime gare di Coppa non erano state il massimo per Agostinacchio: l’emozione ora è fortissima

Le parole di Pontoni

Questa è la storia di un giorno che Agostinacchio farà fatica a dimenticare, venuto dopo la delusione per la Coppa del mondo sfumata in extremis. Ma Pontoni ci aveva visto lungo, prevedendo che quella rabbia sarebbe stata benzina sul fuoco per il giorno di Lievin.

«Con Daniele ho un buonissimo rapporto – va avanti Agostinacchio – ed è capitato più di una volta che mi abbia ricordato i miei valori, anche quando ero io il primo a dimenticarli. Ero molto dispiaciuto per la Coppa, ma dentro di me sapevo che la forma continuasse a essere buona. C’è voluto un giorno per mandare via la delusione, poi ho spazzato via tutto e ho messo la testa sul mondiale».

Il fango ha reso le rampe più ripide scivolose e poco pedalabili: Agostinacchio non ama queste condizioni
Il fango ha reso le rampe più ripide scivolose e poco pedalabili: Agostinacchio non ama queste condizioni

L’ultimo giro a tutta

Peccato per la brutta sorpresa quando, arrivato in questo spicchio di Francia al confine con il Belgio, si è reso conto che il percorso disegnato dai francesi non gli piacesse neanche un po’ e ancor meno gli andava a genio il fango.

«I primi giri che vi abbiamo fatto sopra – sorride Agostinacchio – non mi hanno dato sensazioni buonissime, perché il fango non mi piace proprio. Però era quello e lo abbiamo affrontato, con le scelte tecniche che avevamo deciso alla vigilia e senza cambiare nulla per il giorno di gara. Se cambi proprio il giorno del mondiale, rischi di combinare dei disastri. Quando siamo arrivati all’ultimo giro e ho deciso di attaccare il francese, non mi sono messo a pensare a un punto in particolare. Si doveva fare la differenza su ogni metro. Per cui, quando l’ho preso e poi l’ho staccato, non mi sono più voltato sino alla fine. I francesi mi sono simpatici, anche quelli con cui mi trovo a lottare. In realtà credo di avere buoni rapporti con tutti…».

Oltre la sofferenza

E’ stata la gara più combattuta, ben più di quella degli elite. Il cittì Pontoni è d’accordo e tira le somme, dicendosi soddisfatto e fregandosi le mani per il domani che ci attende e anche per il dopodomani. Gli accenniamo le parole di Mattia sul suo ruolo di fine psicologo.

«A volte Mattia – dice Pontoni – ha bisogno di supporto psicologico più che del resto. Ha gambe e tecnica da vendere. Solo che come i grandi campioni, si spaventa e ha paura di essere giudicato dall’esterno. Va stimolato, anche se oggi c’erano poche cose che potevi dirgli. Sapevo che dovevamo crederci fino in fondo, perché aveva fatto la stessa rimonta a Zonhoven. Non ha ancora 18 anni, ma ha una qualità rara. Quando arriva al limite, riesce a varcarlo per i secondi necessari a fare la differenza. Oggi all’inizio dell’ultimo giro ha visto il fondo del barile, era ormai al buio, ma è riuscito ad andare oltre, aprendosi un portone. Oltre a lui, sono andati bene tutti gli altri. Grigolini, ma anche Pezzo Rosola che senza la caduta sarebbe finito nei cinque, al pari di Giorgia Pellizotti che era da medaglia. Grande gara anche di Viezzi, che al primo anno mi ha davvero colpito e bellissimo il Team Relay, specialità che mi piace tantissimo. Riparto soddisfatto, grato al mio staff, al team performance e alla presenza del presidente Dagnoni e di Roberto Amadio. Ci ha fatto piacere averli con noi e sono stati uno stimolo ulteriore».

Le chiavi del successo

Quando ha tagliato la linea di arrivo e anche ora che ci stiamo parlando, la sensazione è che Mattia Agostinacchio, 17 enne di Aosta, non si sia reso conto di cosa abbia combinato. Pur avendo vinto già il campionato europeo e avendo quasi portato a casa la Coppa del mondo, il mondiale è un obiettivo così alto da far tremare le gambe.

«Se tre mesi fa mi avessero detto dove sarei arrivato – ammette con un sorriso – non ci avrei creduto. Penso che la chiave di volta siano stati la maturazione atletica e gli allenamenti, ma da qui a pensare che avrei vinto il mondiale, il passo è lungo. Per questo faccio fatica a dire a cosa pensassi tagliando il traguardo e nemmeno mi ricordo chi sia stata la prima persona che ho visto. C’era tutto lo staff. Poi ricordo di aver salutato mio padre, che era qui a Lievin, ho chiamato mia madre e mio fratello che non sono potuti venire. Ho chiamato il mio procuratore. Sul podio ero emozionato, ma c’è una foto con la mano sugli occhi in cui stavo ridendo, non piangevo. Adesso però si torna a casa. Domani lo passo tutto nel letto a dormire. Poi mi riposo e solo poi penserò alla stagione su strada con la Trevigliese. Una cosa per volta, però. Oggi ho vinto il mondiale di ciclocross».

La tecnologia Pirelli per Van der Poel e compagni

21.01.2025
4 min
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Nei giorni scorsi Pirelli ha ufficializzato una nuova partnership tecnica davvero prestigiosa. A partire dal 2025 e per i prossimi quattro anni la Alpecin-Deceuninck correrà con pneumatici Pirelli. La partnership consolida la presenza di Pirelli nel WorldTour e in Coppa del Mondo XCO e sarà propedeutica all’ulteriore sviluppo delle linee di coperture da bici da parte della stessa Pirelli.

Su strada i corridori della Alpecin-Deceuninck useranno il modello P ZERO Race TLS RS
Su strada i corridori della Alpecin-Deceuninck useranno il modello P ZERO Race TLS RS

Parla VdP

La Alpecin-Deceuninck ha nel suo organico diversi campioni del calibro di Jasper Philipsen, il vincitore dell’ultima Milano-Sanremo. E’ indiscutibile però che l’atleta di riferimento del team olandese sia Mathieu Van der Poel. L’ex campione del mondo di Glasgow 2023 si è espresso con queste parole in merito al fatto che da quest’anno potrà contare sulla qualità delle coperture Pirelli, soprattutto dopo aver avuto l’opportunità di provare le P ZERO Race TLR RS durante il recente training camp in Spagna da parte del suo team. 

«Mi piacciono molto questi pneumatici. Li ho testati un po’ qui in Spagna e offrono un’ottima aderenza, soprattutto su queste strade che, in particolare la mattina, possono essere scivolose. Mi sento sempre in pieno controllo del mezzo, il che è fantastico».

Van der Poel e compagni hanno avuto modo di testare i copertoni Pirelli durante l’ultimo training camp
Van der Poel e compagni hanno avuto modo di testare i copertoni Pirelli durante l’ultimo training camp

Per ogni tipo di gara

Le parole di Van der Poel offrono lo spunto per parlare delle coperture Pirelli che verranno utilizzate in allenamento e in gara dagli atleti della Alpecin-Deceuninck. Per le prove su strada avranno a disposizione i P ZERO Race TLR RS, i pneumatici tubeless ready Made in Italy, dedicati al racing, al vertice della gamma Pirelli per prestazioni di alto profilo. Per le prove più dure, come le Classiche del Nord o la Strade Bianche, potranno contare sulle “All-round” P ZERO Race TLR, e sulla famiglia di pneumatici Cinturato Gravel per le competizioni offroad. 

Lasciando per un attimo la strada e il gravel, segnaliamo che per le gare di Cross Country Olimpico e Cross Country Short Track, Pirelli metterà a disposizione dei propri atleti la linea MTB Scorpion XC, disponibile in diverse varianti e profili.

VdP per le gare gravel, nel quale è campione del mondo in carica, correrà con il copertone Cinturato Gravel
VdP per le gare gravel, nel quale è campione del mondo in carica, correrà con il copertone Cinturato Gravel

La parola a Pirelli

Samuele Bressan, Global Marketing Manager di Pirelli Cycling, ha così commentato il recente accordo con la Alpecin-Deceuninck. «Pirelli prosegue il suo percorso di crescita nel mondo delle competizioni ciclistiche di altissimo profilo – ha detto – affiancando un’altra squadra del circuito World Tour. Alpecin-Deceuninck è un team di grande caratura e ambizioni, che ha rivoluzionato l’approccio alla multidisciplinarietà facendone, per prima, una filosofia di squadra. Questo per noi è altrettanto importante dei risultati sportivi, perché ci pone in condizione di sviluppare il prodotto in tutte le discipline e con atleti dalla sensibilità tecnica spiccata e ampia. Dalla strada all’offroad, che sia gravel o mtb, collaboriamo con i tecnici, i meccanici e tutti gli atleti dei team, ad ogni livello, con l’obbiettivo di offrire a loro e di conseguenza a tutti gli appassionati di ciclismo, gomme sempre più performanti». 

Ecco invece le prime dichiarazioni di Philip Roodhooft, General Manager della Alpecin-Deceuninck:  «Siamo orgogliosi di collaborare con Pirelli. Il nostro dipartimento tecnico ha mostrato grande entusiasmo dopo i primi test dei pneumatici, un entusiasmo che è stato successivamente confermato anche dagli atleti. La qualità del prodotto è stato l’elemento chiave, ma è chiaro che anche la portata globale e la solida reputazione di Pirelli come marchio hanno giocato un ruolo importante nella nostra scelta. Siamo convinti che Pirelli possa non solo aiutarci a mantenere le eccellenti prestazioni degli ultimi anni, ma anche contribuire al continuo miglioramento a cui puntiamo ogni giorno».

Pirelli

Van der Poel e l’iride in Mtb. Per Braidot ce la può fare

18.01.2025
5 min
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Mathieu van der Poel è un campione poliedrico come pochi altri nella storia del ciclismo. L’asso olandese ha già messo in bacheca sei titoli mondiali di ciclocross, un mondiale gravel, uno su strada e innumerevoli altre vittorie. Tuttavia, manca ancora qualcosa nella sua bacheca: il titolo mondiale di mountain bike. «Se potessi scegliere – ha dichiarato a Sporza – vorrei diventare campione del mondo di mountain bike quest’anno. Non ci sono ancora riuscito e l’idea continua ad essere presente nella mia mente e questo potrebbe essere un anno ideale».

Per approfondire le possibilità del campione olandese in questa disciplina, abbiamo parlato con Luca Braidot, il miglior biker italiano. Con la sua esperienza, Braidot ci ha offerto una prospettiva privilegiata sulle incursioni dei campioni della strada nel mondo della mountain bike e soprattutto sulle chance di Van der Poel di conquistare il titolo iridato a Crans Montana, in Svizzera.

L’ultima apparizione di Van der Poel risale a Nove Mesto, maggio 2021 (foto AP)
L’ultima apparizione di Van der Poel risale a Nove Mesto, maggio 2021 (foto AP)
Luca, prima di tutto come stai? Come inizia questa stagione?

Al netto di questa influenza sto bene. Ho fatto un primo ritiro a dicembre in Spagna e tra poco partirò per il secondo ritiro col team. La preparazione sta andando bene e ci saranno un po’ di novità per l’anno prossimo, sia a livello di team sia di calendario. Direi che sta andando tutto per il meglio.

La scorsa stagione hai puntato sull’Olimpiade. Quest’anno la preparazione è diversa?

Sì, l’anno scorso la stagione è stata impostata sull’Olimpiade, quindi ho sacrificato la prima parte per essere sicuro di esserci nel momento giusto. E spesso puntavo a singoli obiettivi. Quest’anno invece voglio provare a fare classifica in Coppa del Mondo, quindi cercherò di essere il più costante possibile durante tutto l’anno. È qualcosa di nuovo per me, ma mi stimola molto.

Come vedi le incursioni di campioni della strada nel mondo della mountain bike?

Aiutano molto il movimento. Non sono semplici stradisti, sono tra i migliori ciclisti al mondo. Pidcock, ad esempio, è un atleta importantissimo e averlo nelle nostre gare è un grande vantaggio per tutto il movimento. Lo stesso vale per Van der Poel, che è uno dei ciclisti che rimarrà per sempre nella storia.

A Parigi, Luca Braidot ha ottenuto il 4° posto, con una gara di rimonta dopo una foratura
A Parigi, Luca Braidot ha ottenuto il 4° posto, con una gara di rimonta dopo una foratura
Hai avuto modo di gareggiare contro Van der Poel in mountain bike: da biker esperto come lo vedi?

È un po’ di anni che non corro contro di lui. Lui manca dalla mtb da diverso tempo. A Tokyo se non sbaglio ha fatto la sua ultima apparizione e la sua ultima stagione completa in mountain bike risale al 2019. In quell’anno era già fortissimo e oggi è uno dei migliori ciclisti di sempre. Che dire: Van der Poel va forte e anche tecnicamente sa guidare. Gli stradisti di quel calibro sono soprattutto forti fisicamente: hanno a disposizione strutture importanti alle spalle, grazie a team WorldTour che sono molto più strutturati dei nostri. In più possono fare corse importanti e questo li porta ad un livello atletico molto elevato.

Luca, ma vista l’evoluzione che c’è nella mtb e da quanto tempo Van der Poel manca dalla mtb, è davvero possibile per lui vincere il mondiale?

Per me sì. Se uno come lui decide di puntare al mondiale di mountain bike, sicuramente sarà tra gli uomini da battere. Se Mathieu dice che vuole provarci, allora è fattibile. È un talento indiscusso e se si dedica alla disciplina, avrà sicuramente le sue chance. Certo, la mountain bike è in continua evoluzione: materiali, percorsi, tecnica… Ma se si prepara con costanza può farcela. E come dicevo ha strutture importanti alle spalle, sono supportati alla grande. In più immagino che se deciderà di fare il mondiale, farà anche qualche gara di Coppa.

Cosa pensi del percorso del mondiale a Crans-Montana? E’ adatto alle sue caratteristiche. Per dire un tracciato come Andorra, con quella lunga salita, lo sarebbe stato di sicuro…

Abbiamo corso a Crans Montana l’anno scorso per la prima volta, ma con condizioni climatiche estreme: c’era tantissimo fango. È difficile dire come sarebbe con l’asciutto, ma in generale mi sembra un percorso abbastanza semplice a livello tecnico, salvo un paio di sezioni artificiali più complicate. Se fosse asciutto, potrebbe avvantaggiare un atleta polivalente come Van der Poel.

A Tokyo finì così per l’olandese: pochi minuti di gara e un mal di schiena che si protrasse per mesi. Anche per quel motivo si allontanò dalla mtb (foto UCI MTB SwPix)
A Tokyo finì così per l’olandese: pochi minuti di gara e un mal di schiena che si protrasse per mesi. Anche per quel motivo si allontanò dalla mtb (foto UCI MTB SwPix)
Prima Luca hai accennato alle differenze atletiche con grandi atleti della strada, però sul fronte tecnico, magari voi biker puri avete qualcosa in più. E’ così?

Come dicevo la grande differenza è nella preparazione. L’inizio della Coppa del mondo, per dire, coincide col termine delle grandi classiche e loro ci arrivano con una forma fisica impressionante. Nelle prime gare dell’anno, come a Nove Mesto, sono quasi imbattibili. Più avanti nella stagione, diventano più alla portata. Sì sul tecnico magari perdono qualcosa, ma oggi le bici consentono di fare certi passaggi anche ai bambini e consentono di ridurre questo gap.

Chiaro…

E poi un percorso o un passaggio in un weekend magari lo riprovi 50 volte e alla fine, anche piccoli gap tecnici si annullano o quasi. Ammesso poi che Pidcock abbia difficoltà sul tecnico! Lui ad esempio, è fortissimo anche sul tecnico. E Van der Poel non è troppo da meno.

Però Luca Braidot vendere cara la pelle…

Tutti i biker lo fanno! A Parigi, ad esempio, sono stato molto sfortunato ma sono riuscito a recuperare un grande gap. Mi ero preparato per una gara che credevo sarebbe stata di gruppo, nella quale ci sarebbe stato da limare, ma è andata diversamente. Sono soddisfatto di come ho reagito, e spero di fare ancora meglio quest’anno.