Tadej Pogacar

Sola e Swart. Forza e intensità: Pogacar può crescere ancora

12.01.2026
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BENIDORM (Spagna) – Puntualmente come ormai accade da qualche anno ecco che dopo aver parlato con i corridori scendono in campo loro, Javier Sola e Jeroen Swart, rispettivamente preparatore di Tadej Pogacar ed head of performance della UAE Emirates. Sono i due preparatori più attesi, ricercati e avvolti dal mistero se vogliamo, grazie ai grandi trionfi dello sloveno e al modo in cui li ottiene.

Una volta si pensava subito in modo sospetto, oggi invece (per fortuna) si cerca di capire e scovare quali metodologie di lavoro si usano. E per metodologie, come ci hanno fatto capire i due tecnici stessi, non si tratta solo di tabelle da svolgere in sella, ma preparazione a secco, nutrizione, integrazione in gara, materiali. Ormai l’atleta in corsa è il risultato di un “pacchetto” a 360 gradi (in apertura foto Fizza).

Tadej Pogacar
Per Sola gran parte del miglioramento di Pogacar è dovuto al lavoro a secco (foto Facebook)
Tadej Pogacar
Per Sola gran parte del miglioramento di Pogacar è dovuto al lavoro a secco (foto Facebook)

Non solo in bici

E’ nella struttura di allenamento quotidiano che emerge la prima grande differenza rispetto a quanto finora percepito dal grande pubblico che si chiede sempre come fa Pogacar a fare certi attacchi, come fa a fare fughe di 100 chilometri o giù di lì da solo.

«Il lavoro di forza e condizionamento fuori dalla bici – spiega Sola – non è un accessorio ma un pilastro centrale della programmazione. Tutto è preparazione. E’ soprattutto grazie al lavoro fatto sulla forza che nel 2025 è migliorato. Questo gli ha anche consentito di migliorare la sua conformazione corporea». Tradotto, una piccola percentuale di massa magra in più: meno grasso, più muscolo.

«Non ci sono rischi nei suoi attacchi solitari” perché la potenza e la resistenza derivano da basi costruite con anni di lavoro specifico. Il concetto di equilibrio tra resistenza aerobica e forza muscolare è essenziale per sostenere gli sforzi prolungati in salita, nelle cronometro e nelle transizioni di gara. E in questo Tadej è fortissimo, ma è qualcosa che abbiamo costruito e che stiamo costruendo negli anni. Mettiamoci poi che lui diventa sempre più esperto. E la sua efficienza aumenta, lo abbiamo visto soprattutto a crono».

«Quest’anno continueremo a lavorare sulla forza e l’alta intensità», ha aggiunto Sola. Poi è anche vero che durante gli allenamenti in Spagna, più di qualche volta Pogacar è rientrato un’ora dopo gli altri. La cara vecchia base aerobica insomma non è mancata.

Tadej Pogacar
Sola (a sinistra) e Swart, i due esponenti del settore tecnico della UAE Emirates
Tadej Pogacar
Sola (a sinistra) e Swart, i due esponenti del settore tecnico della UAE Emirates

Quali margini?

E poi c’è il tema che ha tenuto banco a Benidorm, vale a dire i margini di Tadej Pogacar. Ne ha ancora? Ha toccato l’apice? E’ addirittura in una fase discendente? Quest’ultima opzione, da quel che abbiamo visto anche nei recenti KOM stabiliti su Strava (che contano fino ad un certo punto, ovviamente) e da quel che ci dicono tecnici e compagni, è l’ipotesi meno probabile. Ma è chiaro che la sua crescita non sarà infinita.

«Tadej – dice Sola – ha dei margini. Pogacar non ha ancora raggiunto il limite assoluto delle sue possibilità. E’ ancora possibile aumentare forza e intensità senza compromettere la gestione dello sforzo complessivo. Ma non chiedetemi quanto sia questo margine perché non ho la sfera di cristallo».

«Non si tratta di rivoluzione – ha detto Swart – né di aggiungere volume di lavoro, ma di ottimizzazione continua: incrementare piccoli ma significativi aspetti della performance per trasformare il già eccellente in straordinario. Certo che non è facile, bisogna trovare quell’equilibrio dinamico tra sforzi al limite e capacità di recupero che permette di sostenere attacchi prolungati e di ripetere esplosioni di potenza nelle giornate più dure. Probabilmente ancora non conosciamo davvero il limite reale di Tadej».

Questa incertezza ci lascia riflettere. Forse non lo sanno davvero, ma è certamente uno spunto geniale dal punto di vista degli stimoli. Non solo per l’atleta, ma anche per l’intero staff. «L’obiettivo dichiarato è rendere il corridore non solo più forte, ma più intelligente nella gestione delle energie, capace di adattarsi alle diverse fasi di corsa con precisione strategica. Non si tratta solo di watt».

Da quello che emerge è come se lo sloveno lavorasse “a comparti stagni”, lasciateci passare questa espressione. Parte aerobica e lavori ad alta intensità: cicli dell’uno e cicli dell’altra. E tutto sommato sono aspetti che potrebbe realizzare bene, alla fine Pogacar ha un calendario ben dipanato e poco fitto per numeri di giorni di corsa. «Vogliamo una comprensione più profonda delle reazioni fisiologiche complessive – dicono i due tecnici – consentendo così di spingere i limiti personali senza però esporre il corridore a rischi inutili».

Tadej Pogacar, Enervit
Secondo Swart (e come ci dice sempre Pino Toni) l’utilizzo sapiente dei carbo ha rivoluzionato il fronte delle prestazioni
Tadej Pogacar, Enervit
Secondo Swart (e come ci dice sempre Pino Toni) l’utilizzo sapiente dei carbo ha rivoluzionato il fronte delle prestazioni

Nutrizione, integrazione e tecnologia

E’ un altro pezzo del puzzle: nutrizione e integrazione durante le gare non sono più aspetti secondari, ma componenti integrate del progetto prestazione totale. Nel corso delle discussioni Swart e Sola hanno chiarito come ogni sforzo fisico sia pianificato in stretta connessione con ciò che il corridore assume, fra alimentazione e integrazione, prima, durante e dopo la competizione.

«L’intento – dice Swart – è sempre quello di mantenere l’omeostasi energetica (cioè la capacità del corpo di mantenere un equilibrio dinamico tra l’energia assunta e quella consumata, ndr), il più possibile stabile, evitando i cosiddetti “buchi” metabolici che possono compromettere il rendimento nel finale. Dieci anni fa assumere 60 grammi di carboidrati l’ora sembrava impossibile, oggi i 120 sono la prassi». Detta in parole poverissime, l’alimentazione gioca un ruolo cruciale nel rendimento di Pogacar, e non solo lui chiaramente, in particolare la gestione dei carboidrati. La UAE è un laboratorio continuo.

E stando in tema di integrazione sempre Swart ci ha tenuto a sottolineare che la UAE Emirates non utilizza più la tecnica di respirazione artificiale del monossido di carbonio. Quasi una risposta, allora preventiva, a quel che ha detto l’MPCC qualche giorno fa.

E qui torniamo a quanto detto all’inizio. Non si tratta solo di tabelle quando si parla di preparazione. Per farlo, la squadra si avvale di strumenti tecnologici avanzati per monitorare in tempo reale parametri come glicemia, risposta alla fatica e variabili biometriche individuali. Materiali e attrezzature entrano in gioco a completare questo quadro: biciclette, componenti e indumenti sono scelti non solo per la leggerezza o l’aerodinamica, ma per come contribuiscono al comfort e all’efficienza del gesto atletico.

«Non si tratta più solo di pedalare forte – dice Swart – ma di farlo con la massima coesione di sistema. La nutrizione, quindi, è calibrata con precisione: fonti di carboidrati a rilascio graduale, elettroliti per l’equilibrio idrico, e integrazioni mirate nei momenti topici della tappa e degli allenamenti. L’allenamento ad alta intensità (che richiede molti carboidrati, ndr) è stato un ambito che ha registrato una grande evoluzione in termini di ricerca nell’ultimo anno e noi l’abbiamo colto bene».

Ancora una volta tutto ciò ci dice come il ciclismo professionistico sia divenuto ormai una scienza della performance, dove ogni variabile è misurata, analizzata e ottimizzata per produrre il massimo risultato.

Giro d'Italia 2024, Roma, Tadej Pogacar, Vincenzo Nibali

Non solo con la forza: uno spunto di Nibali per Tadej

01.01.2026
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Un discorso nato proseguendo con Nibali il ragionamento sui quattro nuovi direttori sportivi che arriveranno in gruppo. In particolare, parlando di De Marchi, del suo modo di correre e del fatto che pochi oggi attacchino come faceva lui, il siciliano aveva usato un grande pragmatismo.

«Il gruppo – aveva detto Nibali – adesso ha un livello altissimo e poi ci sono quelli fuori misura. Una volta facevamo i 42 di media, oggi fai 47. Cinque chilometri di differenza che non sono legati solo alla preparazione, ma anche al pacchetto gara. Alla bici, il manubrio, la sella, il reggisella, le ruote, le scarpe, il calzino, il pantaloncino. E’ tutto più performante. E per attaccare quando si va a 45 di media, serve andare a 50 all’ora. Si alza l’asticella e devi tenere la velocità per più tempo, perché il gruppo non lascia andare. Ecco perché oggi è diventato più difficile andare in fuga e tanti rinunciano».

Nibali ha vinto la Sanremo 2018 attaccando sul Poggio e facendo poi il vuoto nella discesa: velocisti beffati
Nibali ha vinto la Sanremo 2018 attaccando sul Poggio e facendo poi il vuoto nella discesa: velocisti beffati
Anche perché un conto è partire a 45 all’ora, altro quando si va a 50: fai lo scatto e poi ti pianti…

L’eccezione è Pogacar, che ha un’esplosività notevole, poi si mette al suo ritmo, mandando tutti in acido. E quando sei in acido, per recuperare ci metti un sacco di tempo. Prima che riesci a smaltire l’acido, le gambe vanno in crisi e ci sta che la recuperi anche una settimana dopo. Quando corri contro Tadej, il problema principale è questo.

Forse il suo limite, se di limite si può parlare, è che pensa di poter gestire tutto con la forza. Vedi la Sanremo: prova a staccare tutti in salita, senza pensare di poterla vincere come fece Nibali in discesa…

E’ quello che dico io, perché lui è abituato a staccarli di forza. Qualsiasi gara la vince di forza, non tatticamente. Attacca perché è più forte, mentre chi è che vince con astuzia e tattica? Van der Poel. Mathieu ha vinto l’ultima Milano-Sanremo con la tattica, un concetto differente. E’ forte però allo stesso tempo ha una tattica.

Come è andata alla Sanremo?

Quando Pogacar ha attaccato e Van der Poel l’ha tenuto nel mirino, ho detto subito che se Tadej non fosse stato attento, l’altro sarebbe ripartito e lo avrebbe lasciato lì. Ebbene, un secondo dopo è successo proprio questo e per poco non lo stacca davvero. Poi in cima si sono guardati, però Tadej ha capito che l’altro ne aveva per lasciarlo là e quasi c’è rimasto. Secondo me, ha perso la Sanremo proprio in quel momento.

Il contrattacco di Van der Poel sul Poggio ha messo paura a Pogacar: secondo Nibali, in quel momento ha perso la Sanremo
Il contrattacco di Van der Poel sul Poggio ha messo paura a Pogacar: secondo Nibali, in quel momento ha perso la Sanremo
Però l’altro capolavoro Van der Poel lo ha fatto in volata, gestita come fa chi sa in che modo si gestiscono certe situazioni.

In una Milano-Sanremo il velocista è sempre più forte. Anche se ci sono da fare 300 chilometri, non c’è tanta differenza. E’ diverso se ne hai fatti 270 ma con 5.000 metri di livello, perché allora i valori si livellano e allora la volata magari la vinci.

E comunque Pogacar ci riproverà di certo.

Ha fatto il disegno di quello che vuole provare a vincere. Ci ha messo lo Svizzera, il Romandia, ha messo la Roubaix e la Milano-Sanremo. Quelle che gli mancano. E non farà il Giro d’Italia perché ha da fare tutte queste altre gare. E correrà ancora al suo modo, provando a staccarli tutti.

Milano-Sanremo 2025, Poggio, Tadej Pogacar, Mathieu Van der Poel, Filippo Ganna

EDITORIALE / L’importanza di avere un piano B

29.12.2025
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Prepararsi un piano B. Le parole pronunciate un paio di giorni fa da Rossella Di Leo si possono estendere a tutto il mondo del ciclismo, non soltanto ai corridori che devono smettere di correre. Nulla è per sempre. E se la carriera di un atleta è legata al suo rendimento e al riscontro che questo può avere agli occhi di manager e sponsor, per il movimento ciclistico mondiale il discorso è più complesso, ma tutto sommato identico.

Bryan Olivo, 22 anni, ha lasciato il ciclocross da tricolore juniores, per dedicarsi alla strada. Il fuoristrada poteva essere il suo piano B? (foto Alessio Pederiva)
Olivo, 22 anni, ha lasciato il ciclocross da tricolore juniores, per dedicarsi alla strada. Il fuoristrada poteva essere il suo piano B? (foto Alessio Pederiva)

Il piano B di Olivo

In questi ultimi giorni del 2025 si succedono riflessioni e spunti. Mattia Agostinacchio, folletto fortissimo del cross, è approdato grazie a questo nel WorldTour con la maglia della Ef Education-Easypost. Correrà su strada, ma ha preteso di andare avanti con l’attività offroad. In questi stessi giorni, Bryan Olivo si è accasato con lo Swatt Club, dopo essere stato lasciato a piedi dalla Bahrain Victorious nella quale aveva messo da parte il cross per puntare sulla strada. Il piano B alla fine è arrivato, ma ha il sapore del ripiego.

Poteva essercene un altro mantenendo il cross? Può darsi, ma la voglia o la necessità di portare al professionismo ragazzi poco più grandi che bambini costringe a rinunce che impediscono lo sviluppo dell’atleta nella sua completezza. I devo team sembrano sempre più una catena di montaggio e sempre meno una scuola di sport. Per i signori del WorldTour, a 22 anni sei da buttare.

UCI Cyclocross World Cup 2024-2025, Mathieu Van der Poel
Mathieu Van der Poel, dominatore nel cross, ha lasciato capire che questa potrebbe essere la sua ultima stagione
UCI Cyclocross World Cup 2024-2025, Mathieu Van der Poel
Mathieu Van der Poel, dominatore nel cross, ha lasciato capire che questa potrebbe essere la sua ultima stagione

Il piano B del ciclocross

La necessità di avere un piano B si impone allo stesso ciclocross, dopo che Van der Poel ha annunciato che questa potrebbe essere la sua ultima stagione. L’olandese ha incassato la solidarietà dell’eterno rivale Van Aert, che già da un po’, complici varie vicissitudini, è parso puntarci molto meno. Di fatto però la prospettiva di perdere il duello fra i giganti sta mettendo in crisi lo sport (invernale) preferito dai belgi.

In un interessante punto della situazione su Het Nieuwsblad, il giornalista belga Guy Van Langenbergh ha delineato prospettive traballanti. Le vittorie scontate di Lucinda Brand e dello stesso Van der Poel non generano entusiasmo, avendo reso ormai prevedibile il risultato. Se ne sono accorti gli investitori, rassegnati probabilmente al fatto che non vinceranno (quasi) mai. Il Ridley Racing Team non è riuscito a trovare uno sponsor principale e presto cesserà di esistere. Amandine Fouquenet, rivelazione della stagione tra le donne, sarà senza sponsor dal primo gennaio per la chiusura di Arkéa B&B. Stesso discorso per Ryan Kamp, senza sponsor dopo che negli ultimi due anni ha corso per i fratelli Roodhooft.

Dopo i 17.600 spettatori di Hofstade per Van der Poel e Van Aert, l'indomani a ZOlder senza l'iridato si è scesi a meno di 5.000 (immagine Instagram: mat_book)
Dopo i 17.000 spettatori di Hofstade per Van der Poel e Van Aert, l’indomani a Zolder senza l’iridato si è scesi a meno di 5.000 (immagine Instagram/mat_book)
Dopo i 17.000 spettatori di Hofstade per Van der Poel e Van Aert, l'indomani a ZOlder senza l'iridato si è scesi a meno di 5.000 (immagine Instagram: mat_book)
Dopo i 17.000 spettatori di Hofstade per Van der Poel e Van Aert, l’indomani a Zolder senza l’iridato si è scesi a meno di 5.000 (immagine Instagram/mat_book)

Organizzatori e pubblico scontento

Non va meglio per gli organizzatori, prosegue l’analisi di Van Langenbergh. Allestire le grandi gare in Belgio è redditizio, ma soprattutto costoso e non tutti gli eventi ormai fanno il tutto esaurito. Al record dei 17.000 spettatori di Hofstade alla presenza di Van der Poel e Van Aert hanno fatto da contraltare i 5.000 di Zolder dove però VdP non c’era. Il pubblico nel frattempo inizia a lamentarsi, perché le dirette stanno diventando a pagamento e il biglietto di ingresso alla Coppa del mondo di Gavere è salito a 25 euro. Se far pagare il biglietto è la via per risollevare il ciclismo, forse anche in questo caso si potrebbe cercare un piano B.

A tutto ciò si aggiunga che gli atleti che si dedicano alla doppia attività – fra loro Van der Poel, Van Aert, Nys, Toon Aerts, Verstrynge, Del Grosso, Puck Pieterse e Shirin Van Anrooij – si fermeranno dopo i mondiali di fine gennaio a Hulst, per prepararsi al debutto su strada. La platea tornerà a disposizione degli specialisti che però in apparenza non destano l’interesse dei tifosi e degli investitori. Il ciclocross ha un piano B per quando i giganti avranno smesso di sfidarsi?

Pogacar domina i Giri e le classiche: anche nei giorni storti, la sua superiorità è schiacciante. Il suo contratto arriva al 2030
Pogacar domina i Giri e le classiche: anche nei giorni storti, la sua superiorità è schiacciante. Il suo contratto arriva al 2030

Il ciclismo dei dominatori

Proviamo a fare lo stesso discorso per la strada. Le vittorie spettacolari di Van der Poel nel cross sono prevedibili e questo provoca un calo non tanto dei tifosi quanto piuttosto degli sponsor. Si può pensare che potrebbe essere così anche per quelle di Pogacar, una volta che ad esempio lo sloveno avrà conquistato la Sanremo e la Roubaix? Su strada ci sono più avversari e anche giovani emergenti, ma intanto è lecito pensare che gli sponsor continueranno a masticare amaro. Ne avranno voglia ancora a lungo?

Certo il calendario estivo è ben più consistente e il bacino del pubblico è più grande, ma ricordiamo quel che accadde quando si ritirò l’ultimo dominatore e ci accingemmo al primo Tour senza di lui. L’edizione del 2006 fu un disastro, in un ciclismo diverso (fortunatamente) dall’attuale. Il tempo che Armstrong si togliesse dalla scena e l’Operacion Puerto causò il ritiro dalla corsa dei principali sfidanti degli anni precedenti. Mentre Floyd Landis, che sembrava destinato a conquistare la maglia gialla, fu eliminato a sua volta dagli ordini di arrivo, con la maglia gialla consegnata in un secondo momento a Oscar Pereiro Sio.

Alla presentazione del  Tour 2007, Prudhome consegna la maglia gialla a Oscar Pereiro Sio
Alla presentazione del Tour 2007, Prudhome consegna la maglia gialla dell’anno precedente a Oscar Pereiro Sio
Alla presentazione del Tour 2007, Prudhome consegna la maglia gialla dell'anno precedente a Oscar Pereiro Sio
Alla presentazione del Tour 2007, Prudhome consegna la maglia gialla dell’anno precedente a Oscar Pereiro Sio

Il piano B della strada

Per seguire Armstrong tanti avevano imboccato la stessa strada, oggi per raggiungere il livello stellare di Pogacar si sta innalzando il livello della performance. Si cercano ragazzini che possano seguirne le orme (o quelle di Evenepoel) e poco importa quanti se ne bruceranno durante la ricerca. Tadej e il suo immenso talento, che nulla hanno a che vedere con le abitudini dell’americano, hanno portato il gruppo a ricercare guadagni in dettagli di cui si ignorava persino l’esistenza. E a gettare dalla rupe gli atleti poco meno che eccellenti. Un valido piano B potrebbe essere la ricerca della normalità, capire che stiamo vivendo un’epoca irripetibile e sarebbe sbagliato pensare che il ciclismo continuerà per sempre allo stesso modo.

Che cosa succederà quando anche Pogacar smetterà? Da chi sarà composto il gruppo (proviamo a pensare anche a quello italiano) se nel frattempo tanti giovani vengono sacrificati senza neppure dargli la possibilità di emergere? Il ciclismo ha pronto un piano B o arriveremo a quel punto e poi si vedrà?

Pogacar

Più Roubaix e Sanremo che Tour: Pogacar ha puntato il dito

14.12.2025
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BENIDORM (Spagna) – L’hotel “invaso” dalla UAE Emirates sembra più una cittadella del ciclismo che un semplice quartier generale. Il dispiegamento di forze e mezzi colpisce prima ancora delle parole: motorhome, ammiraglie, personale, struttura e presenza mediatica raccontano una squadra diventata un colosso, come forse mai si era vista nel ciclismo. La presentazione della stagione 2026 di Tadej Pogacar è un richiamo enorme (in apertura foto Fizza).

Al mattino l’attesa è tutta per la conferenza stampa del campione sloveno, anche se nei corridoi serpeggia una curiosità quasi parallela per il programma futuro di Isaac Del Toro. Ci si attende l’annuncio della presenza del messicano al Giro d’Italia. Cosa che non arriverà… Pogacar, invece, è il solito Pogacar: sereno, misurato, apparentemente impermeabile al clamore. Sale in bici, parte, rientra, chiede cosa c’è in programma e riparte ancora con Adam Yates.

Qualche ora dopo, al pomeriggio in conferenza stampa, risponde con controllo e lucidità. Il calendario è in gran parte atteso, ma colpisce l’insistenza su due gare: Sanremo e, ancora di più, Roubaix.

Pogacar
Tadej Pogacar (classe 1998) a Benidorm inizia la sua ottava stagione da pro’
Pogacar
Tadej Pogacar (classe 1998) a Benidorm inizia la sua ottava stagione da pro’

Obiettivo classiche

E’ un calendario denso ma razionale quello che Pogacar dovrà affrontare nel 2026. Le Classiche del Nord tornano a occupare un ruolo centrale, anzi centralissimo. Strade Bianche in apertura, poi Sanremo, quindi Fiandre, Parigi-Roubaix, Freccia e Liegi-Bastogne-Liegi. Prima del grande appuntamento estivo, ovviamente il Tour, il passaggio in Svizzera sarà affidato a due corse a tappe, due novità tra l’altro per lo sloveno: il Tour de Romandie e il Tour de Suisse.

Il grande obiettivo per Pogacar quindi resta il Tour de France, ma Pogacar non nasconde un’ambizione più ampia: vincere tutto, Monumenti e Grandi Giri. «Perché – dice con il pragmatismo che gli appartiene – il tempo passa veloce e ogni stagione porta nuove occasioni. Non sono ossessionato dalle vittorie. Né se non dovessi riuscire la Sanremo o la Roubaix o anche il Tour de France. Ovvio però che se mi chiedete se preferisco vincere il Tour o la Roubaix, dico la Roubaix. Un conto è passare da quattro a cinque (le vittorie del Tour), un conto da zero a uno.

«Tornare su terreni ancora non conquistati mi stimola. Sono gare che sento di poter vincere. L’idea è scegliere con attenzione, correre meno giorni rispetto ad altri e arrivare sempre nelle condizioni migliori». Quest’ultima parte delle sue parole è la risposta ad una domanda che in conferenza stampa è emersa più volte: «Come fai ad essere competitivo da febbraio a ottobre?». Tadej ha risposto che è possibile con una programmazione oculata ed è vero. Le fasi di riposo non sono mai mancate e, a conti fatti, nel 2025 ha inanellato 50 giorni di corsa: ben al di sotto della media dei suoi colleghi.

Pogacar
Qui solo le bici da crono. In un’altro stanzone ce n’erano almeno il doppio da strada. Il tutto senza contare le donne della UAE Adq
Pogacar
Qui solo le bici da crono. In un’altro stanzone ce n’erano almeno il doppio da strada. Il tutto senza contare le donne della UAE Adq

Pogacar e i 5 Monumenti

Ma è quando si parla di classiche che Pogacar si accende davvero. Alla fine questa sfida dei cinque Monumenti lo stuzzica, eccome. Il suo volto è un libro aperto. La Sanremo resta una “ferita” aperta e allo stesso tempo una calamita. Ma è la Roubaix a occupare il centro del discorso. «Il raid al Nord per la ricognizione sul pavé è stato estremamente positivo. Mi sono trovato a mio agio con i materiali testati, con la guida sul pavé. Sono sensazioni incoraggianti. Sappiamo cosa serve per affrontare l’Inferno del Nord».

Pogacar distingue nettamente la preparazione per Fiandre e Roubaix. «La prima richiede il cento per cento su strappi brevi, ripetuti, sul pavé e sulla gestione dello stress in gruppo per oltre sei ore di gara. La seconda arriva solo una settimana dopo e pretende soprattutto recupero e gambe. Gambe capaci di esprimere sforzi lunghi e devastanti quando il contachilometri è già avanzato».

Rispetto ai Grandi Giri, le Classiche gli sembrano quasi meno stressanti. «Al Tour – dice mentre sorseggia un bicchiere d’acqua – ogni giorno è una prova di concentrazione assoluta, con una pressione continua che lascia poco spazio al divertimento». Forse anche per questo comprende anche le scelte di chi, come Remco Evenepoel, decide di evitare questo tipo di corse. Tuttavia Pogacar non vede la doppia sfida, classiche e Grandi Giri, come un compromesso: «Nel ciclismo gli imprevisti esistono sempre e programmare con coraggio fa parte del gioco».

Pogacar
Un sorso d’acqua: lo sloveno è parso particolarmente attento al discorso classiche
Pogacar
Un sorso d’acqua: lo sloveno è parso particolarmente attento al discorso classiche

Tenere alta l’asticella

E’ restare in cima la vera sfida di Tadej. Non una pressione, non un’ossessione, ma uno stimolo quotidiano. Ogni stagione richiede di alzare ancora l’asticella, di trovare nuovi margini di miglioramento senza snaturarsi. Lui è al vertice e gli altri cercano in ogni modo di raggiungerlo. Gli altri insomma hanno un punto di riferimento, lui no. E in questo percorso il rapporto con il preparatore Javier Sola è centrale.

«Con Sola e gli altri tecnici – dice Pogacar – c’è un dialogo continuo, fatto di messaggi dopo gli allenamenti, di attenzione non solo ai numeri ma anche alle sensazioni. Javier non è solo il tecnico che analizza i dati, ma una figura che si interessa al mio stato mentale e al benessere complessivo. Questa fiducia reciproca crea un ambiente in cui è naturale comunicare apertamente, segnalare un problema o proporre un aggiustamento.

«Si parla del mio futuro, ma io oggi voglio godermi il percorso… Consapevole che mantenere questo livello richiede lavoro costante e lucidità. Anche nella mia vita privata l’impatto mediatico ormai è forte. Sono consapevole che non può più essere una vita “normale” (anche lui mima il gesto delle virgolette, ndr) come un tempo. Ma provo comunque a ritagliarmi spazi di vita semplice».

Pogacar incontra i media e basta una domanda per definire il suo stato d'animo. Vuole vincere. Forse non ha neppure il dubbio. Domenica si combatte
Pogacar e Del Toro hanno corso insieme solo 4 giorni lo scorso anno (da compagni di squadra). Tra i due però c’è un buon feeling
Pogacar incontra i media e basta una domanda per definire il suo stato d'animo. Vuole vincere. Forse non ha neppure il dubbio. Domenica si combatte
Pogacar e Del Toro hanno corso insieme solo 4 giorni lo scorso anno (da compagni di squadra). Tra i due però c’è un buon feeling

Con Del Toro al Tour

E’ quasi difficile ormai fare domande allo sloveno. Delle vittorie si è già parlato. Di crono o salita idem. Degli stimoli ha appena detto. Resta il tema della squadra. La prima al mondo.

«Abbiamo un team fortissimo – spiega Pogacar – una rosa di trenta corridori di questo valore ti consente di formare sempre una squadra da Tour. La qualità è alta e, soprattutto, ognuno conosce perfettamente il proprio ruolo. Chi ha condiviso la vittoria in un Grande Giro diventa qualcosa di speciale, quasi una famiglia: sacrifici comuni e un obiettivo condiviso».

In questo contesto si inserisce anche Isaac Del Toro, destinato ad affiancare Pogacar al Tour. La sua crescita è vista come una risorsa, non come una minaccia. Neanche ci si prova a metterli in rivalità, come magari era successo con Remco e Lipowitz due giorni fa a Palma de Maiorca.

«Del Toro mi piace come corridore e come uomo – spiega – sono contento di averlo vicino al Tour de France. Tra l’altro potrà fare bene ed è giusto che i giovani lottino nelle grandi corse. Bisogna dargli spazio e costruire il futuro loro e al tempo stesso della squadra».

Astana Proteam 2016 - Training Camp Calpe, Giuseppe Martinelli

Il Giro a settembre è più di una chiacchiera da bar

12.12.2025
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Vi è mai capitato che qualcuno molto più giovane di voi vi abbia proposto di fare qualcosa di diverso e per tagliare corto gli abbiate risposto di no, perché si è sempre fatto così? Quando Tadej Pogacar ha detto che secondo lui sarebbe opportuno invertire le date del Giro e della Vuelta, il ciclismo ha reagito allo stesso modo.

«Il Giro ha date tradizionali – ha detto Paolo Bellino, direttore generale e amministratore delegato di Rcs Sport& Events –  e non vogliamo che vengano cambiate. Ogni Grande Giro ha una sua storia e un suo significato, in parte determinati dalla posizione del calendario. Il Giro si è svolto 107 volte nel mese di maggio. L’unica eccezione è stata durante la pandemia di coronavirus, un periodo unico per il mondo intero, in cui abbiamo dovuto fare tutto il possibile per salvare la stagione».

Risposta prevedibile, anche se il riferimento al Giro del 2020 ci ha riportati con la memoria a una delle edizioni più belle vissute da addetti ai lavori. Sarà perché profumava di liberazione dal Covid o perché stava per andare online bici.PRO, ogni volta che con Filippo Lorenzon ci troviamo a ricordare quel Giro vissuto assieme, si finisce sempre col dire che fu bellissimo. Si riuscì persino a fare lo Stelvio, nonostante fosse cattivo tempo, mentre lo scorso anno a maggio lo Stelvio ci fu vietato dalla neve.

Rohan Dennis, Tao Geoghegan Hart, Jay Hindley, Stelvio, Giro d'Italia 2020
Il Giro del 2020 si corse in pieno autunno: giornate molto belle e lo Stelvio affrontato il 22 ottobre era senza neve
Rohan Dennis, Tao Geoghegan Hart, Jay Hindley, Stelvio, Giro d'Italia 2020
Il Giro del 2020 si corse in pieno autunno: giornate molto belle e lo Stelvio affrontato il 22 ottobre era senza neve

Le resistenze degli italiani

Così per tornare sul tema proposto da Pogacar, ci siamo rivolti a Giuseppe Martinelli. Uno che di Giri ne ha visti più di noi e, come noi, ricorda quando la Vuelta si correva ad aprile (fino al 1994) e l’UCI propose loro e agli italiani – uno a scelta – di spostarsi a settembre. Gli spagnoli accettarono e il nuovo assetto del calendario prese il via.

«Tu sai che gli italiani di partenza – dice – fanno sempre fatica a capire al volo le opportunità. Sono abbastanza tradizionalisti. Quando l’UCI chiese di fare quel cambiamento, anche io sarei stato abbastanza restio a dire sì. Però con i tempi attuali e con le stagioni che sono venute fuori, i campioni, le strategie e tutta una serie di altri fattori, adesso come adesso forse sarebbe sicuramente più facile organizzare il Giro a fine agosto, trovare grandi corridori e fare le salite. Senza contare che la primavera si è portata un pochino più avanti e negli ultimi anni maggio è stato il mese più brutto».

Rominger vinse l'ultima Vuelta di aprile: vinse di seguito dal 1992 al 1994
Rominger vinse l’ultima Vuelta di aprile: trionfò dal 1992 al 1994 (qui in azione nel 1993)
Rominger vinse l'ultima Vuelta di aprile: vinse di seguito dal 1992 al 1994 (qui in azione nel 1993)
Rominger vinse l’ultima Vuelta di aprile: trionfò dal 1992 al 1994 (qui in azione nel 1993)
Sono chiacchiere da bar, Martino, ma c’è del vero. Hai parlato dei corridori…

Vedi anche adesso Remco e non capisco come sia possibile che non pensi più al Giro che al Tour. Però il Tour è una macchina da guerra e, se non ti chiami Pogacar e vuoi fare bene in Francia, il Giro non lo puoi fare. Non c’è niente da aggiungere. Inutile dire che vieni qua, ti prepari e magari vinci, poi vai al Tour. Se vinci il Giro sei bravo, poi però vai in Francia e ti lasciano lì come una pelle di fico.

Maggio è uno dei mesi più brutti e infatti ormai si è rinunciato a fare certe salite molto alte…

Negli ultimi anni che facevo il direttore sportivo, le salite andavo a provarle più a ottobre e novembre, che a marzo e aprile. A primavera trovavi sempre la neve, mentre a ottobre e novembre trovavi bellissime giornate. Almeno fino a quando hanno presentato il Giro, lasciandoti il tempo per muoverti. Credo che la Vuelta a maggio sarebbe molto meno calda, ma avrebbero anche loro il problema della neve in alto. Per questo credo che a loro lo scambio forse non piacerebbe. Anche perché negli ultimi anni, i corridori buoni vanno in Spagna e c’è sempre battaglia. Qualcuno prepara i mondiali, c’è chi ha saltato la stagione per qualche motivo, mentre qualcuno deve rimetterla in gioco. Mi ricordo invece quando la Vuelta era ad aprile e dalla Spagna arrivavano direttamente nelle Ardenne. Chi correva in Spagna quasi mai faceva il Giro e per i pochi che ci provavano, era veramente difficile.

Oggi è anche peggio: difficilmente fai una corsa per trovarti pronto nella successiva…

Chi prepara una corsa e punta al risultato pieno, non va a cercare la condizione nelle corse prima. Adesso si va lì e si fa la gara, preparandola a casa e facendo semmai una corsa in meno. Ormai dei grandi chi fa il Romandia per preparare il Giro? Quasi nessuno, mentre prima era quasi un percorso obbligato andare al Romandia o al Giro del Trentino, che ora è Tour of the Alps. Vanno in altura e arrivano alla partenza già tirati a lucido.

Wiggins, vincitore uscente del Tour, Nibali in caccia della prima rosa. Nel 2013 si sfidarono prima al Trentino
Wiggins, vincitore uscente del Tour, Nibali in caccia della prima rosa. Nel 2013 si sfidarono prima al Trentino
Wiggins, vincitore uscente del Tour, Nibali in caccia della prima rosa. Nel 2013 si sfidarono prima al Trentino
Wiggins, vincitore uscente del Tour, Nibali in caccia della prima rosa. Nel 2013 si sfidarono prima al Trentino
Pensi che stando così le cose, Vingegaard verrebbe al Giro di maggio?

Secondo il mio punto di vista, al di là di avere un campione qui in Italia, sarebbe la normalità farlo venire al Giro. Non tutti però la pensano come noi e al contrario pensano che il Tour possa vincerlo chiunque, ma il Tour purtroppo lo vince uno, che c’è già. Se Vingegaard non viene al Giro, vuol dire che non gli importa molto di vincere le corse, senza contare che conquisterebbe la Tripla Corona prima di Pogacar, che in sé sarebbe un evento. Non so come ragionano, ma io con le mie squadre volevo vincere: che fossero corse grandi oppure le piccole. Se poi qualcuno ritiene che sia un disonore vincere il Giro d’Italia e partecipare al Tour senza essere al 100 per cento, allora non so cosa pensare.

Di certo il Giro a settembre avrebbe quelli che non hanno vinto il Tour. Mentre la Visma quasi neppure ha celebrato la vittoria di Yates: il Tour con Vingegaard ha coperto tutto.

Sicuramente passa tutto velocemente e rimane soltanto il Tour che sa far parlare. Le altre corse, a parte la Sanremo e alcune altre classiche, ormai sono corse di passaggio. Anzi qualcuna nemmeno la considerano più. Se non ci va Pogacar, il Catalunya perde tantissimo. Stesso discorso per i Paesi Baschi, che erano una signora corsa. Adesso passa in silenzio, che quasi non sai chi l’ha vinta. In più c’è il discorso dei punti. Nell’ultimo anno del triennio, hanno deviato tutti sulle corse più a portata di mano, dove magari sapevano di non fare risultato, ma di prendere punti.

Forse la vera provocazione sarebbe proporre al Tour di cambiare la data col Giro?

La vedo dura. E’ il Tour che fa il calendario, il Tour non si tocca…

Colnago C35, Enzo Ferrari

All’asta da Sotheby’s 4 capolavori firmati Colnago

04.12.2025
4 min
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Ancora una volta Colnago e la casa d’aste Sotheby’s tornano simbolicamente a incrociare le proprie strade. Quattro delle più importanti e rare biciclette che hanno fatto la storia del brand lombardo saranno messe all’asta in occasione della Collector’s Week organizzata da Sotheby’s ad Abu Dhabi. L’asta si svolgerà online e si chiuderà questo venerdì 5 dicembre alle 19:30 GST (Gulf Standard Time, le nostre 16:30 ndr).

Colnago Y1Rs, Tadej Pogacar, Tour de France
Ecco la Y1Rs con la quale Tadej Pogacar ha vinto il suo quarto Tour, il secondo Mondiale, l’Europeo e il quinto Lombardia
Colnago Y1Rs, Tadej Pogacar, Tour de France
Ecco la Y1Rs con la quale Tadej Pogacar ha vinto il suo quarto Tour, il secondo Mondiale, l’Europeo e il quinto Lombardia

La bici di Tadej al Tour

La prima delle quattro bici messa all’asta è la Y1Rs Nacked Black usata da Tadej Pogacar in occasione della 16° tappa del Tour de France di quest’anno. Con quella bici l’asso sloveno ha conquistato il suo quarto Tour, il bis Mondiale, l’Europeo e il quinto Lombardia.

Un pezzo unico e di enorme valore storico, la Colnago Y1Rs Stripped Black è a tutti gli effetti una bicicletta destinata a incontrare l’interesse dei collezionisti più esigenti e appassionati.

Colnago C68, Joao Almeida, presentazione Vuelta 2025
All’asta andrà anche la C68 utilizzata da Joao Almeida durante la presentazione della Vuelta 2025
Colnago C68, Joao Almeida, presentazione Vuelta 2025
All’asta andrà anche la C68 utilizzata da Joao Almeida durante la presentazione della Vuelta 2025

La C68 di Almeida

La seconda bici messa all’asta è la Colnago C68 Rossa No.1 utilizzata da Joao Almeida durante la presentazione ufficiale della Vuelta 2025, tenutasi a Torino nella suggestiva cornice di Piazzetta Reale.

Prodotta in una serie limitata e numerata di soli 80 esemplari, la C68 Rossa si distingue per la sua brillante livrea rossa, ottenuta attraverso un complesso processo di applicazione a foglia d’argento, una finitura che ha richiesto più di un anno di lavoro meticoloso. Interamente realizzata in Italia, esprime l’essenza dell’eccellenza artigianale di Colnago. La C68 Rossa No.1 rappresenta il capitolo conclusivo della straordinaria trilogia C68, un’opportunità rara per possedere il primo esemplare di un’edizione limitata storica.

Colnago Eddy Merckx
C’è spazio anche per un pezzo di storia nell’asta Sotheby’s con il telaio Colnago utilizzato da Merckx per il record dell’Ora nel 1972
Colnago Eddy Merckx
C’è spazio anche per un pezzo di storia nell’asta Sotheby’s con il telaio Colnago utilizzato da Merckx per il record dell’Ora nel 1972

Omaggio a Merckx

La terza bici del lotto è un telaio da pista Colnago restaurato, costruito secondo le esatte geometrie associate al Record dell’Ora realizzato nel 1972 da Eddy Merckx a Città del Messico, con misure 61×57 cm, coerenti con quelle delle biciclette preparate per il campione belga.

Il telaio presenta tubazioni Columbus SL perfettamente tonde e foderi posteriori rinforzati, una testimonianza dei principi ingegneristici dell’epoca: purezza, rigidità e velocità.

Colnago C35, Enzo Ferrari
Il quarto e ultimo modello all’asta è la C35 realizzata da Ernesto Colnago ed Enzo Ferrari nel 1989
Colnago C35, Enzo Ferrari
Il quarto e ultimo modello all’asta è la C35 realizzata da Ernesto Colnago ed Enzo Ferrari nel 1989

Un modello che ha fatto storia

L’ultimo modello messo all’asta è la Colnago C35, una bicicletta che racchiude la costante ricerca di innovazione e l’inconfondibile stile italiano. Ideata nel 1989 per celebrare il 35° anniversario dell’azienda, la C35 nacque dalla collaborazione tra due menti visionarie: Ernesto Colnago ed Enzo Ferrari.

Prodotta in Italia sotto la supervisione tecnica di Ferrari, la C35 fu uno dei primi telai da strada realizzati in composito di fibra di carbonio, un materiale che all’epoca apparteneva più all’ingegneria aerospaziale e automobilistica che al ciclismo. La sua introduzione segnò un momento fondamentale: un audace salto nel futuro in un periodo in cui il carbonio non era ancora lo standard.

Questo esemplare si distingue per il gruppo Campagnolo Super Record placcato oro e per le iconiche ruote Colnago a cinque razze in fibra di carbonio, dettagli che elevano la bicicletta da oggetto all’avanguardia a vero capolavoro da collezione.

Colnago

Giro di Lombardia 2025, Tadej Pogacar

Pogacar, la provocazione di Rowe, l’analisi di Archetti

26.11.2025
6 min
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Pogacar non avrebbe vinto il Tour con una bici di 10 anni fa, parola di Luke Rowe. Nel 2015, come per tutta la sua carriera, il gallese correva nel Team Sky. Un metro e 85 per 72 chili, l’attuale direttore sportivo della Decathlon Ag2R incarnava il modello del perfetto gregario di Froome e quell’anno, per la prima volta, lo scortò alla vittoria. Lo avrebbe fatto anche del 2016 e nel 2017. Aiutò Thomas nel 2018, mentre si ritirò nel 2019 quando il Tour lo vinse Bernal, nel primo anno in cui la squadra divenne Team Ineos.

Intervenendo al podcast Watts Occurring, di cui era ospite assieme al suo ex capitano Geraint Thomas, il gallese è finito a parlare di Pogacar e delle sue vittorie. E ha pronunciato le parole che sono rimbalzate sui social e decine di altre piattaforme giornalistiche.

«Siamo arrivati al punto in cui le bici aerodinamiche – ha detto – sono così leggere da usarle anche nelle tappe di montagna. Ho visto alcuni numeri, dei dati in galleria del vento, che confrontati con quelli delle bici che usavamo prima, danno differenze enormi. Si ottengono costantemente miglioramenti aerodinamici. Se mettessimo qualcuno come “Pogi” su una bici di sei-otto anni fa, il divario sarebbe enorme. I progressi che le bici hanno fatto negli ultimi anni sono enormi».

Che cosa succedeva nel mondo delle bici dieci anni fa? E quali differenze ci sono fra quelle di allora e le attuali? Rowe ha ragione? Scontato che ci siano stati dei progressi, quali sono stati i più incisivi? Lo abbiamo chiesto a Giuseppe Archetti, capo meccanico della nazionale, attualmente alla Lidl-Trek, dopo una carriera davvero lunga. Lui nel 2015 era alla IAM Cycling, primo approdo dopo gli anni della Liquigas e prima di arrivare alla Lampre e da lì alla UAE Emirates che ne derivò. Archetti conosce bene Pogacar, avendo lavorato anche con lui.

Che cosa c’era di diverso dieci anni fa rispetto ad oggi?

L’unica cosa diversa che ci può essere sono le ruote e le gomme. Perché Shimano ha ancora i gruppi elettronici come allora. I telai in carbonio sono di altra concezione, ma comunque erano in carbonio. Se andiamo a vedere, la grande differenza sono le ruote e le gomme.

Quali fattori nello specifico fanno la differenza?

Secondo me, il fatto di avere il canale più largo, usando i tubeless con le misure di adesso, può fare la differenza. Ci vengono dati dei numeri secondo cui al momento le ruote sono più performanti. Rispetto a quelle di dieci anni fa, invece di esserci i tubolari ci sono i tubeless. Al posto delle ruote da 15, ci sono quelle da 60. Questo è stato lo sviluppo più grande. Altro discorso sono invece le geometrie dei telai…

Abbiamo chiesto a Giuseppe Archetti, bresciano della Lidl-Trek, di guidarci nei miglioramenti tecnici degli ultimi 10 anni
Abbiamo chiesto a Giuseppe Archetti, bresciano della Lidl-Trek, di guidarci nei miglioramenti tecnici degli ultimi 10 anni
Vale a dire?

Il posizionamento dei corridori ha spinto a rivedere le misure. Gli assetti in sella sono stati stravolti. Una volta su 10 corridori, avremmo avuto 2 reggisella a zero gradi, ora ne abbiamo 8 perché sono tutti spostati in avanti. E’ tutto al limite e anche il freno a disco concorre…

Che cosa c’entra il freno a disco?

Può fare la differenza, però se ne potrebbe parlare a lungo. Sono convinto che a causa dei freni a disco si arriva sempre più vicini al limite. Si stacca all’ultimo momento e con il peso tutto in avanti, non hai margine per recuperare un errore.

Rowe dice che i telai aerodinamici fanno la differenza.

Io vedo che quando vanno in galleria del vento, l’ultima delle voci su cui indagano è la bici. Potrebbe sembrare un controsenso, in realtà significa che la differenza la fa quello che c’è sopra alla bici. Che poi abbiano fatto tutti questi nuovi disegni performanti, sempre da quello che risulta sulla carta, è un fatto. Veloci lo sono davvero, ma secondo me Pogacar vincerebbe anche con la Graziella. E’ lui che fa la differenza, non la bicicletta.

Andando a memoria, al Team Sky erano molto gelosi del grasso e dei lubrificanti che usavano…

Anche adesso stanno tornando di moda le catene cerate. E se prima erano cose per pochi, oggi sono uno standard acquisito: le hanno tutti. Per carità, le bici sono importanti, ma la verità è che vanno più forte perché tutti hanno il preparatore e il nutrizionista e perché sanno come gestirsi leggendo i watt. Si è alzato il livello di tutto il gruppo e le medie sono cresciute. Mi viene da ridere quando si enfatizza questo dato.

Perché?

Una volta partivano a 50 all’ora per 40 chilometri. Poi ne facevano 150 a 32 di media, infine gli ultimi 50 chilometri li volavano a 55 all’ora. Certo che oggi le medie sono più alte, perché tutti vanno più forte e tutti sono più preparati. In più partono forte e non mollano mail. E poi ci sono le biciclette. Sicuramente a livello meccanico qualcosa è migliorato, ma secondo me non è la bici che li fa volare. Anzi, secondo me le bici sono quelle che a volte li fanno cadere.

A livello di sensazioni quali sono le differenze del corridore nuovo quando riceve la bici per l’anno successivo?

La prima cosa che notano sono le ruote. Poi si parla del feeling con le gomme, che è una questione di abitudine. Perché se uno arriva da Continental e deve passare a Pirelli, ha bisogno di tempo per abituarsi. Quanto alla posizione in sella invece non ci sono grandi differenze.

Le nuove ruote Enve Pro con cui Pogacar ha dominato l’ultimo Tour de France (foto Alen Milavec)
Le nuove ruote Enve Pro con cui Pogacar ha dominato l’ultimo Tour de France (foto Alen Milavec)
Abbiamo parlato di ruote, i corridori sono concordi nel parlare soprattutto del perno passante.

Certo, perché la ruota è più rigida e puoi guidare diversamente. Puoi avere un controllo superiore sulla bici, ma comunque c’è sempre da spingere, a meno che non la porti a spasso. Di diverso ci sono anche i cablaggi, ora le bici funzionano meglio, però la grande differenza la fa il corridore là sopra. Se si sposta di 3 centimetri rispetto a come erano messi prima, i valori cambiano dal giorno alla notte.

Quindi la bici conta, ma non è così decisiva?

A livello di numeri ci sono bici migliori di altre, non discuto. Ma se metti Ciccone o Formolo sulla bici da crono di Pogacar, siamo certi che avrebbero dei miglioramenti così grandi?

Rowe ha ragione? Difficile dirlo, forse sì o forse no. Il margine di Pogacar sui suoi rivali è talmente ampio che i secondi persi quotidianamente per una bici meno scorrevole non basterebbero per annullarlo. Su tutti, ma non su Vingegaard. Forse con una bici di 10 anni fa, unitamente a una maglia e un casco meno aerodinamici del body e del MET attuali, il suo vantaggio sul danese non sarebbe più molto rassicurante. Sarebbe una corsa a handicap, del tutto anacronistica e improponibile. Si fa per parlare e far parlare, è chiaro. Ma qual è il senso di un confronto del genere?

Sivakov e l’overthinking. Un problema diffusissimo

Sivakov e l’overthinking. Un problema diffusissimo

25.11.2025
5 min
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In un’intervista su Cyclingnews a fine stagione, Pavel Sivakov ha confessato come la sua esperienza sia cambiata con il passaggio alla UAE e la coesistenza con Pogacar: «La mia crescita si è frenata per cause mentali più che fisiche. Mi sono messo troppa pressione, cercando di fare troppo per quello che potevo. Nel confronto con Tadej mi accorgo che ha la capacità di rimanere calmo e non stressarsi. Io mi stressavo anche per piccoli dettagli e questo mi rallentava. Anche Paul Seixas è così, non va in overthinking, prende la pressione come parte del gioco. Tutto dipende dal fatto se correre ti piace davvero».

L'overthinking è l'affastellarsi di pensieri negativi nella propria mente (foto Getty Images)
L’overthinking è l’affastellarsi di pensieri negativi nella propria mente (foto Getty Images)
L'overthinking è l'affastellarsi di pensieri negativi nella propria mente (foto Getty Images)
L’overthinking è l’affastellarsi di pensieri negativi nella propria mente (foto Getty Images)

Pensare in modo eccessivo e ripetitivo

Il tema dell’overthinking, che coinvolge anche altre discipline sportive, anche quelle che hanno uno sviluppo temporale molto più breve di una corsa ciclistica, è sempre più centrale nel mondo professionistico. Partiamo da che cos’è attraverso l’esperienza della dottoressa Paola Pagani, mental coach che lavora con tanti ciclisti anche di alto livello.

«Partiamo da che cos’è l’overthinking. Dobbiamo considerarla come la tendenza a pensare in modo eccessivo, ripetitivo, a situazioni, problemi, decisioni e spesso porta a focalizzarsi soprattutto su quello che può andare storto, su possibili errori, sulle conseguenze negative. Per un ciclista professionista potrebbe manifestarsi come un continuo ripensare alle strategie di gara, con gli errori connessi a quei timori che possono essere legati alla prestazione».

Che influsso ha?

Questo tipo di pensiero finisce col consumare le energie cognitive, quindi crea stress, ansia e va a sabotare la lucidità mentale. Alla fine si ci si ritrova con poche energie e con la mente offuscata.

Paola Pagani, mental coach che tra i tanti ciclisti ha seguito anche Sonny Colbrelli nella sua ripresa
Paola Pagani, mental coach che tra i tanti ciclisti ha seguito anche Sonny Colbrelli nella sua ripresa
Paola Pagani, mental coach che tra i tanti ciclisti ha seguito anche Sonny Colbrelli nella sua ripresa
Paola Pagani, mental coach che tra i tanti ciclisti ha seguito anche Sonny Colbrelli nella sua ripresa
Quanto influisce il carattere di una persona, quanto anche il passato, le vicende trascorse, specialmente quelle legate al mestiere del ciclista?

Sicuramente le vicende passate influiscono, perché noi attraverso le esperienze che facciamo, ci creiamo le nostre convinzioni. E quando ce l’hai, vediamo le cose della nostra vita attraverso quei filtri. Quindi sicuramente le esperienze del passato hanno una grande importanza. Teniamo presente che il cervello umano non è progettato per farci vincere, ma per farci sopravvivere, non per la prestazione massima. Ma che cosa significa sopravvivere? Significa anticipare rischi, minacce, quindi tende a monitorare costantemente l’ambiente intorno alla ricerca di pericoli e di problemi.

Come influisce tutto ciò sulla prestazione?

Se il cervello non è allenato, nei momenti di pressione come una gara il sistema nervoso attiva i circuiti di allerta e quindi viene innescato quel ciclo di stress che va a incrementare tutto il sistema di vigilanza e riduce la capacità di focalizzarsi su quali sono i compiti chiave legati alla performance di quel momento. Se permettiamo al cervello di agire in questo modo, è come se giocasse contro di noi, ma lo fa per salvaguardarci. Ma noi possiamo allenare il nostro cervello perché giochi dalla nostra parte.

Paul Seixas è, secondo Sivakov, un giovane che sta emergendo proprio per la sua gestione dello stress
Paul Seixas è, secondo Sivakov, un giovane che sta emergendo proprio per la sua gestione dello stress
Paul Seixas è, secondo Sivakov, un giovane che sta emergendo proprio per la sua gestione dello stress
Paul Seixas è, secondo Sivakov, un giovane che sta emergendo proprio per la sua gestione dello stress
Ha un influsso sul rendimento di un corridore?

Assolutamente sì. Se io in una situazione vedo soltanto rischi e pericoli, sicuramente il mio rendimento cala, c’è perdita di reattività, calo della fiducia e cioè se noi andiamo a vedere i campioni e gli altri, vediamo che il livello di autostima nei primi è decisamente superiore. Questo perché i primi hanno saputo anche allenare consciamente o inconsciamente la propria mente perché sia un’alleata.

Sivakov diceva che sta cercando di imparare come ovviare all’overthinking proprio stando al fianco di Pogacar. E’ possibile?

Io posso dire come alleno i miei ragazzi. Innanzitutto bisogna lavorare per migliorare l’autostima e la fiducia. Si va a lavorare con tecniche di reframing, di dialogo interno positivo. Si va a considerare una routine che sia di maggior successo. La persona distingue tra quelli che sono pensieri utili e pensieri che lo stanno sabotando, quindi alleniamo l’abilità di scegliere in maniera consapevole su cosa focalizzarsi anche quando si è sotto pressione. Utilizzo strumenti che derivano dalla mindfullness, quindi tutto quello che è respirazione consapevole. Spezzo il pensiero ciclico e mi focalizzo sull’azione oppure su un altro strumento provando a simulare mentalmente diverse situazioni di gara per allenare la risposta emotiva e comportamentale.

Sivakov ha raccontato di ispirarsi a Pogacar per gestire lo stress negativo
Sivakov ha raccontato di ispirarsi a Pogacar per gestire lo stress negativo
Che cosa significa?

Significa simulare mentalmente come se effettivamente io stessi facendo quell’esperienza. Quello che vedrei se fossi lì, quindi vedo le mie mani sul manubrio, la bicicletta, le ruote, l’asfalto. Ascolto i rumori, il mio respiro, le voci, quindi tutto quello che succede in una situazione del genere e sento la sensazione che voglio sentire in quel momento. Mi alleno a sentire quella sensazione così è più facile che poi in gara io riporti quello stesso schema. E per di più altri strumenti che si possono utilizzare anche in gara sono delle parole chiave.

Quali?

Uno scalatore può ripetersi “veloce, veloce, leggero, leggero”. Un velocista “veloce e potente”, insomma delle parole chiave che portano la mente a focalizzarsi su quei concetti, quelle qualità andando a interrompere il circolo vizioso di pensieri negativi.

In base proprio alla sua esperienza, il problema dell’overthinking è diffuso?

Diffusissimo, nel senso che è una cosa talmente automatica che è molto più diffusa di quanto si pensi, anzi Sivakov è già avanti perché si è reso conto di esserne vittima, ha consapevolezza e quando si diventa consapevole di qualcosa, allora è lì che si può fare qualcosa per cambiarlo.

Festa A&J, Carera, 2025, Erbusco, Tadej Pogacar, simulatore contro Antonio Tiberi

Un Pogacar esclusivo, dal padel ai sogni di campione

23.11.2025
8 min
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ERBUSCO – Quando uno ha l’iride che gli brilla addosso non se ne vuole mai separare. Nemmeno a padel, Tadej Pogacar si è discostato di quei colori che indossa oramai dall’autunno 2024. Anzi, se li è fatti pitturare sui bordi della racchetta realizzata da MET che ricorda i grandi successi ottenuti proprio in quella stagione. Occorrerà aggiornare la grafica con qualche stella, vista la perla aggiunta nel 2025, ovvero il titolo europeo. 

La collezione del re sloveno, anno dopo anno, si arricchisce di nuovi traguardi e già tutti sanno quali sono le gemme che ha messo nel mirino per quello venturo, ovvero quelle che ha sfiorato la scorsa primavera: Milano-Sanremo e Parigi-Roubaix. Questo weekend, tra una partita e una sfida al simulatore Red Bull, la leggenda vivente del ciclismo ci ha raccontato di come ha ricaricato le pile in vista delle nuove sfide.  

Il punto di riferimento di Tadej Pogacar è sempre la compagna Urska Zigart
Il punto di riferimento di Tadej Pogacar è sempre la compagna Urska Zigart
Il punto di riferimento di Tadej Pogacar è sempre la compagna Urska Zigart
Il punto di riferimento di Tadej Pogacar è sempre la compagna Urska Zigart

Contro Tiberi e Milesi al simulatore

Nella festa organizzata da A&J All Sports, è stato bello vedere l’asso del UAE Team Emirates XRG scendere in campo prima con il connazionale e astro nascente Jakob Omzrel (trionfatore al Giro NextGen 2025) e poi con un altro campione del mondo, Thor Hushovd. C’è da dire che, almeno sul campo da padel, era il norvegese a dettare i tempi, con tocchi da giocatore esperto. Soprattutto faceva effetto vedere che Tadej l’alieno sia un ragazzo come tanti nella vita quotidiana lontana dalla bicicletta. Con qualche colpo a vuoto con la racchetta come un qualunque giocatore della domenica o sorridente al volante pure quando prima Lorenzo Milesi e poi Antonio Tiberi l’hanno superato nelle sfide al simulatore della Formula 1.

Il manager Alex Carera se lo coccola: «E’ lo stesso ragazzo del 2019 e la nostra relazione non è cambiata di una virgola rispetto ad allora. Semmai, è molto più richiesto, perché è decisamente più famoso di allora, ma cerca di mantenere la stessa semplicità di sempre».

Un campione immenso, una vita normale

Come se non bastasse, quando non si parla di ciclismo, Pogi è più loquace del solito: «Mi sono divertito un sacco a giocare con Thor. Ringrazio Alex e Johnny per aver reso così bello tutto questo evento. Divertente per una volta trovare il tempo di giocare a padel con altri colleghi ciclisti che condividono la stessa agenzia di management. Grazie a Thor qualche partita l’abbiamo vinta, ma purtroppo non sono riuscito a supportarlo a dovere e, per colpa mia, non abbiamo vinto il torneo, però è stato molto bello. Al simulatore, è stata molto avvincente la sfida finale con Tiberi, con sorpassi e controsorpassi nel giro conclusivo, ma lui è stato più bravo, riuscendo a superarmi proprio all’ultima curva. Nel complesso, è stata davvero una grande giornata».

D’altronde, dopo un 2025 a tutta, in cui gli obiettivi sono stati centrati, ma a volte con un grande dispendio di energie mentali, come ad esempio al Tour quando il ginocchio dava parecchi grattacapi, Tadej aveva tantissima voglia di staccare un po’ la spina. «Ho provato tantissime cose diverse, come avete visto ad esempio in questa giornata, nulla di speciale, un po’ quello che fanno tutti i ragazzi della mia età», ci ha raccontato. Il suo punto di riferimento è sempre Urska che si è divertita anche lei a cimentarsi nel padel così come altre colleghe, tra cui Elisa Balsamo. 

Un’altra cosa che stupisce è che, nonostante l’assalto degli appassionati presenti all’Hub 4.0 (il circolo di padel di Rovato dove è cominciata la festa), Tadej abbia concesso foto e autografi a tutti quelli che gliel’hanno chiesto. Dai più piccini ai più grandi, senza dimenticare un tifoso speciale come Ernesto Colnago, passato a salutare il suo talento sul finire del pomeriggio e a farsi firmare qualche maglia iconica di questa incredibile stagione.

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Primo ritiro a Benidorm

La prossima stagione scatterà ufficialmente il 10 dicembre da Benidorm (proprio dove Bugno bissò il suo titolo iridato) con il raduno della squadra. Ecco però che, quando si torna a parlare di ciclismo, Tadej cambia modalità e si fa subito serio, perché quando sale in sella non è uno che scherza.

«La mia stagione sarà divisa in due, prima le classiche, dopodiché la seconda parte sarà in funzione del Tour de France».

Come ci ha raccontato il ds Fabio Baldato all’ultimo Lombardia, Tadej nel 2025 ha attaccato tutte le volte che si è trovato da solo. Ma come fare a cogliere le due Monumento che mancano alla collezione? Tadej punta sull’ostinazione.

«In corse come la Sanremo e la Roubaix – dice – non è che servano troppe tattiche, bisogna soltanto andare e provarci. E, nel caso non funzioni, riprovarci ancora. Per ogni corsa la preparazione è differente e questo vale anche per corse iconiche come queste in cui la preparazione è differente rispetto a quella per il Tour. Abbiamo dei piani in mente, ma non abbiamo ancora studiato il calendario, ne parleremo tra qualche settimana quando ci raduneremo in Spagna». 

Lo scatto di Pogacar sulla Cipressa è stato il più duro da contrastare, ma in cima Ganna era in scia
Pogacar ha ammesso che Ganna e Van der Poel alla Sanremo lo spingono verso un livello sempre più altro
Pogacar ha ammesso che Ganna e Van der Poel alla Sanremo lo spingono verso un livello sempre più altro

Mental coach: no, grazie

Ciò che sembra sempre più possibile è che il suo esordio venga ritardato direttamente a marzo alle Strade Bianche, altra corsa che adora (come si vede dalla sua racchetta da padel) e che ha conquistato già tre volte. Nel ciclismo moderno, in cui si parla sempre più di numeri, Tadej prova a quantificare, ad esempio quello dell’ultima impresa dello scorso 11 ottobre che gli ha permesso di eguagliare nientemeno che Fausto Coppi.

«In una corsa come il Lombardia – dice – si bruciano più di 1000 KJ all’ora. Dunque, visto che lo sforzo dura in media sulle 6 ore o 6 ore e mezza, si può arrivare fino a 6500 KJ in totale. Direi che sono un bel po’». Alla domanda sull’idea o meno di avvalersi di un mental coach per lui che è sempre circondato da un bel carico di stress risponde secco: «No».

Tadej Pogacar, Roubaix 2025
Non esiste una strategia particolare per vincere la Roubaix: andare, provarci e riprovarci
Non esiste una strategia particolare per vincere la Roubaix: andare, provarci e riprovarci

Contro Ganna e Van der Poel

La lezione imparata dalla Sanremo 2025 e dal duello con Ganna e Van der Poel? «Che è molto difficile da vincere. Loro costringono me ad alzare il livello ogni anno, ma penso di costringerli anch’io a fare altrettanto. E’ un bello stimolo per tutti». Nibali consiglia di non essere ossessionato dalla Classicissima perché soltanto così è riuscito a vincerla, Hushovd rimane ammirato dal fatto che un corridore da Grandi Giri come Pogacar si sia trasformato in un cacciatore di classiche. «Davvero sensazionale quello che sta facendo», ci racconta il campione del mondo 2010 quando ci spostiamo alla serata nel non lontano club di Erbusco.

Anche qui è sempre Tadej il più atteso e la sua entrata in scena è degna dei divi di Hollywood, con gli speaker che continuano a elencare il suo sconfinato palmares mentre scende la scalinata e raggiunge il palcoscenico principale. Davvero comprensibile come spesso anche lui ami soltanto isolarsi e vivere la vita da ragazzo normale. Lo sloveno però non si tira indietro e si concede all’abbraccio del pubblico, firmando una maglia anche a un altro campione del mondo sulle due ruote, ma col motore: il centauro Marco Melandri. 

L'incontro con Marco Melandri, la conoscenza e l'autografo sulla maglia
L’incontro con Marco Melandri, la conoscenza e l’autografo sulla maglia
L'incontro con Marco Melandri, la conoscenza e l'autografo sulla maglia
L’incontro con Marco Melandri, la conoscenza e l’autografo sulla maglia

Una UAE diversa

Per quanto riguarda il Giro d’Italia, Tadej sposta il suo ritorno alla Corsa Rosa dal 2027 in avanti. «Sicuramente tornerò al Giro, mi piacerebbe moltissimo, ma la strada è ancora lunga. Adoro correre in Italia e sentire gridare il mio nome ed avere quell’accoglienza sulla Boccola come accaduto all’ultimo Lombardia è un qualcosa che mi carica moltissimo». E, a precisa domanda dei colleghi, non chiude la porta nemmeno all’incredibile ipotesi di disputare tutti e tre i Grandi Giri nello stesso anno. D’altronde, per un collezionista come lui, anche la Vuelta è un diamante ancora assente.

Certamente sarà una UAE differente con la partenza di Ayuso verso la Lidl-Trek dopo la burrascosa Vuelta, l’addio di un gregario fedele come Majka e l’ascesa del discepolo Isaac Del Toro.

«Abbiamo una squadra fortissima. Sono contento dell’atmosfera che si respira nel nostro team – racconta ancora Tadej – e della relazione con i miei compagni». Poi ricorda il compagno festeggiato al Lombardia del mese scorso: «E’ stato fantastico correre con Rafa e abbiamo condiviso splendidi momenti e vittorie insieme. Ho imparato tantissimo da lui, sicuramente sentirò la sua mancanza, ma sono felice che abbia avuto una carriera strepitosa e sono fiero di esserne stato parte».

La salita preferita di uno che spiana qualunque pendenza? «Sinceramente non ne ho una particolare in corsa, perché in quel momento mi concentro solo su quello che sto facendo e a tirare fuori il meglio. Ci sono tanti posti però che adoro percorrere in allenamento. La Costa Azzurra offre tantissime opportunità e sono fortunato a vivere in posti così belli». Lo lasciamo agli ultimi momenti tranquilli con la sua giacca in tartan, che in queste ore ha già messo da parte per tornare a vestire l’amato completo iridato. Sanremo, Roubaix e Tour del 2026 non aspettano.