Henao, ma non avevi smesso? «No, sto in Colombia e mi diverto»

12.11.2024
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Immaginate la sorpresa, avendolo dato ormai per pensionato, quando la settimana scorsa il nome di Sergio Henao è spuntato in cima alla classifica generale del Tour do Rio. Non aprivamo da un po’ il suo profilo, avendo annunciato e consumato il ritiro alla fine del 2021. Quando lo abbiamo fatto, ci siamo accorti della vittoria brasiliana, di alcune belle prestazioni al Clasico RCN, delle vittorie nella Clasica Marinilla Ramon Emilio Arcil e al Tour de Antioquia, a capo di una stagione da 49 giorni di gara. Non proprio il ruolino di un corridore ritirato. Così abbiamo recuperato il suo numero e lo abbiamo contattato.

Nella sua vita precedente, Sergio Luis Henao – 36 anni di Rionegro – era stato professionista dal 2012 al 2018 con il Team Sky. Era poi stato ingaggiato nel 2019 dal UAE Team Emirates restandoci per due stagioni. Aveva vissuto il 2021 con il Team Qhubeka e poi, non avendo più trovato un ingaggio WorldTour, non senza amarezza aveva annunciato il ritiro. Accanto al ruolo di gregario nei Grandi Giri, la sua bacheca contiene la Parigi-Nizza del 2017, una tappa al Giro dei Paesi Baschi e una al Polonia, tanti secondi posti e vittorie in patria. Gli abbiamo fatto perciò un po’ di domande.

Foto di famiglia con la nuova maglia Nu, per Sergio, il piccolo Emmanuel e Carolina (foto Instagram)
Foto di famiglia con la nuova maglia Nu, per Sergio, il piccolo Emmanuel e Carolina (foto Instagram)
Sei tornato a correre, come mai? E ti aspettavi di poter ancora vincere?

Penso che in questa squadra ho trovato un altro modo di godermi il ciclismo, senza pressioni. Ovviamente non con la stessa pressione sperimentata in Europa, ma godendomi un po’ di più le mie origini, pedalando in Sud America e in Colombia.

Hai vinto tre gare a tappe, alcune poco note in Europa: che corse sono?

Gare a tappe piuttosto folli, dove vai sempre a tutta dall’inizio alla fine. Diciamo che non si corre in modo così tecnico e millimetrico come in Europa. Qui è un po’ diverso, non guardi tanto ai watt, ma sempre alle sensazioni. Sono gare molto esplosive e molto diverse.

Puoi descrivere la Nu Colombia con cui corri?

Nu Colombia è un nuovo sponsor arrivato quest’anno. Nu è una banca digitale che è nata in Brasile e ora si trova anche in Messico e Colombia. La squadra è nata dalla sponsorizzazione da parte del signor David Vélez, che è il creatore di questo grande marchio. Il team è guidato da un tecnico di grande esperienza che ha trascorso diversi anni in Europa correndo la Vuelta a Espana, il Tour de France e l’intero calendario europeo con Postobón. Il suo nome è Raúl Mesa.

Uno dei successi più belli della carriera di Henao è la Parigi-Nizza 2017, davanti a Contador e Martin
Uno dei successi più belli della carriera di Henao è la Parigi-Nizza 2017, davanti a Contador e Martin
Con te in squadra ci sono anche Contreras, che ha corso in Quick Step e Astana, e anche Ardila, che ha vinto il Giro d’Italia U23 nel 2019: cosa è mancato a loro per diventare forti in Europa, soprattutto ad Ardila?

Ho potuto avere Ardila come compagno di squadra nella UAE Emirates, mentre è la prima volta che corro assieme a Contreras. Penso che a volte bisogna essere fortunati, sono corridori con un grande talento e soprattutto una grande dedizione. Rodrigo all’improvviso, quando era in Europa, non ha trovato una squadra che sapesse gestirlo e capire come lavorare con un corridore colombiano. E’ difficile per alcuni lasciare il Paese e arrivare in Europa per vivere da soli e abituarsi a un ciclismo diverso e nuovo, perché sono cresciuti correndo in Sud America e soprattutto in Colombia. Parlo per Rodrigo, perché ha avuto diversi infortuni e si è ritrovato a vivere in Belgio e fare gare che non erano per lui, come quelle sul pavé. Ho parlato con lui e gli ho detto che devi essere fortunato nel trovare la squadra giusta in cui emergere.

E Ardila?

Ardila era molto giovane e pensava che vincendo il Giro Baby avesse già raggiunto il massimo. Invece all’improvviso, quando è passato professionista alla UAE, si è reso conto che non era così. Aveva molto da imparare e bisogno di tempo per ben figurare nel WorldTour. La squadra però non ha avuto pazienza e non ha saputo aspettarlo (Ardila è rimasto per tre stagioni, fra cui il 2020 del Covid, ndr). All’improvviso è stato come se anche le sue speranze fossero sparite e non ha avuto altra scelta che andare alla Burgos BH e alla fine anche lui è dovuto tornare in Colombia.

Tour de France 2017, il quarto di Froome: Sergio Henao ha brindato con lui
Tour de France 2017, il quarto di Froome: Sergio Henao ha brindato con lui
Com’è andata la vita sportiva da quando hai lasciato il ciclismo europeo?

Il ciclismo continua ad essere la mia passione, ciò che mi rende felice, che mi fa provare adrenalina e porta disciplina nelle mie giornate. Ovviamente è ancora il mio lavoro, ma ora è legato maggiormente al divertimento. Sono tornato ad apprezzare un altro modo di insegnare ai giovani, di fare gare che non avrei mai immaginato in vita mia, come correre di nuovo in Colombia, in Sud America, in Guatemala. Nonostante la mia età, è come continuare a scoprire cose nuove.

Quali ricordi porti con te degli anni in Europa?

La mia squadra, quella che mi ha dato tutto e reso quello che sono e mi ha dato anche la mia famiglia è sempre stata Sky. Ho ricordi molto belli, ho grandi amici in un ambiente che mi ha insegnato tanto, che mi ha formato, ma soprattutto mi ha fatto eccellere nel ciclismo di altissimo livello.

Però sei andato via e alla UAE hai trovato il Pogacar neoprofessionista…

Pogacar, da quando è arrivato in squadra come neoprofessionista, ha dimostrato subito di avere grande talento. Nel poco tempo in cui sono stato con lui, ha mostrato sprazzi di grande qualità come alla Vuelta a España del 2019, vincendo tre tappe, ai Paesi Baschi e in tante classiche. Ma la verità è che non avrei mai immaginato che diventasse il miglior corridore del mondo, un uomo che tende a battere tutti i record.

Come ti hanno accolto i tifosi colombiani?

La Colombia ha un grande affetto per me, ho sempre apprezzato l’affetto speciale che il pubblico ha per noi, il sostegno che ci danno in tutto il mondo. I tifosi colombiani mi hanno visto risorgere da tante cadute, come alle Olimpiadi di Rio (Henao finì a terra assieme a Nibali, ndr), poi la caduta in Svizzera. Mi hanno visto rialzarmi e vincere e mi hanno sempre rispettato moltissimo e anche il mio affetto per loro è tanto. La Colombia è un Paese che risveglia tanta, tanta gioia e tanto entusiasmo tra i tifosi ed è quello che secondo me ha permesso a tanti campioni di nascere in questa terra.

Che cosa rappresenta per te oggi il ciclismo?

Mi piace. Mi piace ancora la routine del corridore, la vita, prendermi cura di me stesso, allenarmi, sentire l’adrenalina di gareggiare, di vincere. Il brivido prima di una corsa importante, il gusto di prendere un aereo e poi incontrare la mia famiglia quando torno. Mi piace ancora sentirmi un corridore. Adesso i miei sogni o i miei obiettivi sono, come ho detto prima, godermi quello che sto vivendo adesso, questa squadra colombiana. Essere più vicino alla mia famiglia, alla gente, ma soprattutto anche insegnare ai giovani. Abbiamo una grande possibilità che la squadra continui a crescere e abbia la possibilità di tornare in Europa a fare un Giro di Spagna o un Giro d’Italia, come squadra colombiana e come marchio colombiano. Sono e siamo consapevoli che dobbiamo rinforzarci con corridori più forti, per essere competitivi e aspirare a ottenere un ottimo risultato. Vorrei tornare anche io a certe corse, ma se non avrò il tempo di farlo come corridore, mi piacerebbe essere parte di questo processo e della crescita della squadra.

Vuelta del 2019, il giovanissimo Pogacar vince tre tappe: Henao lo vede esplodere
Vuelta del 2019, il giovanissimo Pogacar vince tre tappe: Henao lo vede esplodere
Qual è la situazione del ciclismo colombiano, ora che Uran si è ritirato, che Bernal stenta e Quintana ha perso lo smalto?

Siamo tutti alla ricerca di trovare un nuovo Nairo Quintana, un Egan Bernal, che possano lottare per i Grandi Giri. C’è ancora tanto talento, ma il livello e la velocità dei corridori in Europa, soprattutto dei giovani, è cambiato rispetto a quando c’erano Bernal, Rigoberto, Nairo e quando c’ero io. Penso che ora il livello sia molto veloce e dobbiamo aspettare che il corridore colombiano si adatti. A ogni stagione oppure ogni pochi anni, lo sport si evolve, migliora, quindi dobbiamo aspettare e dare ai giovani il tempo per adattarsi. Con i giovani colombiani abbiamo bisogno di questo, ma so che il talento è sempre lì e anche la qualità. Un giorno torneremo anche noi ai primi posti.

Ti piacerebbe farti un altro… giro nel WorldTour?

Mi piacerebbe, certo, ma servirebbe che avessi il livello per fare bene e non so se sia più possibile. Vorrei che lo facesse la squadra, che trovasse corridori in grado di competere o vincere una tappa in una corsa importante. Io sono stato lontano tanto tempo, ma mi piacerebbe tornare, magari per salutare in modo migliore e farlo con questa squadra colombiana.

Tour in salita: anche Evenepoel sulla strada di Vingegaard

02.11.2024
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La presentazione del Tour de France ha avviato il dibattito sulle sfide 2025. Erano tutti in attesa del percorso del Giro ed è superfluo far notare che il rinvio (per motivi che nulla avrebbero a che vedere con l’aspetto sportivo) ha lasciato aperto il discorso ed esposto la corsa italiana a una figura di cui nessuno avvertiva la necessità. In casa Visma-Lease a Bike, in cui pure si è preso in considerazione il Giro per Vingegaard, il ragionamento va avanti sulla sfida francese. E il diesse Grischa Niermann, che pochi giorni fa avevamo sentito per commentare la stagione della sua squadra, ha iniziato con Het Nieuwsblad a fare il punto su quanto accaduto all’ultimo Tour.

«Non diremo – ha ammesso – che se Jonas non fosse caduto, avrebbe vinto il Tour. Pogacar è stato il miglior corridore al mondo dall’inizio alla fine dell’anno. Lo ha dimostrato in ogni occasione e presumiamo che sarà di nuovo più forte nel 2025. Dovremo quindi fare molto meglio come squadra».

Grischa Niermann è il primo direttore sportivo del team olandese (foto Visma-Lease a Bike)
Grischa Niermann è il primo direttore sportivo del team olandese (foto Visma-Lease a Bike)

Percorso per Vingegaard

Il percorso francese sorride al miglior Vingegaard, come è chiaro che sorrida a Pogacar. Tadej ha infatti dimostrato che a fare la differenza non siano i percorsi, ma la sua voglia di correre per vincere. Tolta la prima settimana nel Nord della Francia, non mancano le tappe impegnative.

«Che si tratti di un percorso per Jonas? Sembra interessante, con molto dislivello, inclusa una cronometro in salita. Dopo il Tour di quest’anno – prosegue Niermann – si può dire però che sia il percorso giusto anche per Pogacar. Sapevamo già alcune cose, ma da ora in poi possiamo davvero attuare la nostra pianificazione per il Tour de France. Il nostro obiettivo principale della stagione è vincerlo».

Vingegaard è arrivato al Tour 2024 dopo la caduta di aprile, ma i suoi dati in salita sono parsi i migliori di sempre
Vingegaard è arrivato al Tour 2024 dopo la caduta di aprile, ma i suoi dati in salita sono parsi i migliori di sempre

Quali Giri?

Non è casuale che il tecnico parli al plurale, essendosi reso conto che nell’unica occasione in cui Vingegaard ha battuto il miglior Pogacar (sull’edizione 2023 pesa infatti la frattura dello scafoide), nel Tour del 2022, la guerra fu vinta grazie al gioco di squadra. Indimenticabile lo scontro nel giorno del Granon, in cui Roglic e il danese misero in mezzo lo sloveno, che però nel frattempo è diventato più scaltro e potente. Roglic nel frattempo non c’è più ed è difficile immaginare chi potrebbe prenderne il posto, se Uijtdebroeks o Jorgenson. Ma al centro resta il livello di Vingegaard.

«Vedremo quale sarà la preparazione ottimale per Jonas – dice Niermann – perché Pogacar ha dimostrato quest’anno che il Giro era adatto per lui e lo ha vinto. Con il nostro team performance vedremo se l’esperienza sarà convincente anche per Jonas. Forse il percorso di avvicinamento attraverso alcune classiche in primavera potrebbe essere un’altra buona soluzione. Non posso ancora dire nulla al riguardo, nemmeno se Jonas potrà correre tutti e tre i Grandi Giri. Forse è così, anche se la possibilità non è molto alta».

I progressi in salita di Evenepoel al Tour 2024 sono stati eclatanti: il belga (classe 2000) crescerà ancora
I progressi in salita di Evenepoel al Tour 2024 sono stati eclatanti: il belga (classe 2000) crescerà ancora

Pericolo Evenepoel

E poi c’è da considerare il terzo incomodo, quel Remco Evenepoel che nel 2024 ha salito uno scalino altissimo rispetto all’anno precedente. I progressi in salita palesati nel Tour chiuso al terzo posto hanno stupito il gruppo e si può pensare che altri passi avanti seguiranno. Aver vinto per due volte il Tour, insomma, non rappresenta per Vingegaard la garanzia di essere la sola alternativa a Pogacar.

«Non possiamo sederci e pensare che andrà tutto bene – dice Niermann – pur con la consapevolezza che Jonas abbia iniziato il Tour in ritardo, a causa della caduta. E probabilmente avremo di nuovo a che fare anche con Remco Evenepoel. Non starà fermo neanche lui e temo che sarà ancora più vicino. Vogliamo che il Tour 2025 sia una grande battaglia e che noi come squadra possiamo davvero vincerlo di nuovo».

Gregario di Pogacar, per Sivakov è facile: «Tu tiri, lui vince»

26.10.2024
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«Non dirò che sia facile – ha detto Sivakov a Eurosport dopo il Tour – perché è comunque difficile essere all’altezza del compito. Eppure è facile essere compagno di squadra di un leader come Pogacar. Noi facciamo il nostro lavoro e lui vince. E’ un enorme piacere per noi sapere che quando inizia una corsa, spesso finisce con una vittoria, come è successo al Tour de France. Al di là di questo, è sempre un ragazzo normale. Facciamo il nostro lavoro, ci divertiamo, ridiamo molto. Abbiamo un ottimo rapporto, siamo un ottimo gruppo».

La sola vittoria 2024 di Sivakov a L’Aquila, tappa finale del Giro d’Abruzzo, chiuso 2° dietro Lutsenko
La sola vittoria 2024 di Sivakov a L’Aquila, tappa finale del Giro d’Abruzzo, chiuso 2° dietro Lutsenko

L’ambiente giusto

Forse questa volta il russo naturalizzato francese, ma nato in Italia, ha trovato al UAE Team Emirates la sua dimensione definitiva. Alla Ineos Grenadiers dava l’impressione di divertirsi meno, ma non certo di fare meno fatica. Solo che ora, a parità di impegno e magari anche d’ingaggio, si capisce che le vittorie siano un compenso migliore. Sivakov non è un gran chiacchierone. La prima volta ci parlammo a Campo Imperatore, dove aveva appena conquistato il Giro d’Italia U23, lasciandosi dietro Hamilton e Hindley, nello stesso 2007 in cui avrebbe poi conquistato anche il Valle d’Aosta. Sembrava un predestinato e così lasciavano pensare le vittorie al Tour of the Alps e al Polonia del 2019. Poi forse qualche caduta di troppo, le prestazioni sono scese e le richieste della Ineos si sono alzate e Sivakov è rientrato nei ranghi del gregario.

«La differenza rispetto a prima – ha detto prima del Lombardia – è che con la Ineos anche per andarsi a giocare la Parigi-Nizza, c’era qualcosa da dimostrare e questo iniziava a pesarmi. Invece qui alla UAE Emirates, quando non c’è Tadej, anche per noi ci sono le porte aperte».

Al Giro del 2023 Sivakov è venuto come gregario di Thomas, poi secondo a 14″ da Roglic
Al Giro del 2023 Sivakov è venuto come gregario di Thomas, poi secondo a 14″ da Roglic

Le certezze di Pogacar

Un cambio di attitudine che potrebbe aver riacceso anche la fiducia. Quando mai negli ultimi tempi era capitato di vedere Sivakov attaccare come nel finale del Lombardia? Evidentemente aver fatto quell’ottimo Tour accanto a Pogacar ed essere arrivato in forze al fine stagione gli hanno restituito la voglia di provarci.

«Correre accanto a Tadej – ha spiegato – è qualcosa che colpisce, anche se difficilmente puoi farne un modello. Quando decide, lui attacca e si affida all’istinto. Quando l’ho visto in fuga al mondiale, ho capito subito che era uno di quei giorni. Non ha paura di niente, ma non mi aspettavo che avesse un simile livello. Credevo che avremmo vinto il Tour de France, non che riuscisse a conquistare tutte le altre corse. Penso che abbia impressionato tutti, ma non crediate che sia solo azzardo: sa cosa può fare. Spesso sorprende i suoi avversari, come ha fatto a Zurigo. Chi avrebbe mai immaginato che potesse attaccare a 100 chilometri dall’arrivo?».

In fuga con Pogacar a Zurigo, Sivakov ha collaborato prima di crollare: chiuderà 35°
In fuga con Pogacar a Zurigo, Sivakov ha collaborato prima di crollare: chiuderà 35°

Rimpianto Delfinato

Il Tour of Guangxi non è andato come pensava. Forte della condizione mostrata al Lombardia, il russo-francese era volato in Cina per provare a vincere la corsa, ma alla fine ha dovuto accontentarsi del quinto posto, pagando la maggior esplosività di Van Eetvelt sull’arrivo di Nongla che ha deciso la corsa.

«Ho avuto delle opportunità in alcune gare – ha commentato prima di ripartire – ma è meglio essere compagno di squadra di corridori come Pogacar che lottare contro di loro. Alla fine si creano molte opportunità. Possiamo prendere l’esempio di Sepp Kuss, che lo scorso anno ha vinto la Vuelta. Se non fosse stato compagno di squadra di Roglic e Vingegaard, non credo che ci sarebbe riuscito. E’ sempre difficile trovare il proprio posto in una squadra di altissimo livello, ma sono abbastanza soddisfatto della mia stagione. La delusione vera è stata il Delfinato. Mi sono ammalato e non ho fatto la gara che avrei voluto».

Erano i giorni prima del Tour. Quelli che Adam Yates ha messo a frutto duellando con Almeida sulle salite del Giro si Svizzera e che Sivakov ha invece sciupato, ovviamente non per colpa sua, ritirandosi nell’ottava tappa. Non è come alla Ineos, ma anche qui le occasioni vanno colte quando capitano. Perché quando poi torna sulla scena Pogacar, per gli altri ci sono solo luci riflesse.

Mondiale e Lombardia: la doppietta di Pogacar e i ricordi di Bettini

21.10.2024
5 min
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Tadej Pogacar ha concluso una stagione da primo della classe e lo ha fatto vincendo il suo quarto Giro di Lombardia. Allo sloveno è riuscita una doppietta che nel ciclismo mancava dal 2006, ovvero quella di mondiale e Giro di Lombardia. L’ultimo a riuscirci fu Paolo Bettini in maglia QuickStep, anche se quella del corridore di Cecina fu una doppietta particolare.

«Quando Pogacar ha detto di voler saltare la Vuelta per preparare il finale di stagione – dice Bettini – sapevo che il mio record avrebbe avuto vita breve. La stagione che ha fatto è davanti agli occhi di tutti, in più arrivava al mondiale e al Lombardia super carico. Però nello sport è così, le statistiche sono fatte per essere aggiornate».

Pogacar e Bettini hanno vinto entrambi il Lombardia in maglia iridata, ma con umori completamente differenti
Pogacar e Bettini hanno vinto entrambi il Lombardia in maglia iridata, ma con umori completamente differenti

Gestione opposta

Il parallelismo tra la doppietta mondiale e Lombardia di Bettini e quella di Pogacar si accostano a malapena. Bettini arrivò all’appuntamento iridato pronto e riuscì a vincerlo, ma poi la scomparsa del fratello Sauro pochi giorni dopo lo gettò in un oblio. La vittoria del Lombardia fu diversa da quella che è la gestione normale di una gara

«Pogacar e io – spiega il toscano due volte iridato – abbiamo avuto una gestione completamente opposta dei due momenti. Lui è un fenomeno che corre e vince, in più se non deve fare conti con infortuni o altro diventa imbattibile. Ricordiamoci che dopo la caduta della Liegi è andato al Tour ed è arrivato secondo. Quest’anno ha avuto una stagione perfetta, al contrario dei suoi avversari, ed ha vinto tutto quello che c’era sul piatto.

«Io al mondiale di Salisburgo – continua – arrivavo in condizione, ma su un percorso che non era esattamente l’ideale. Ero uno dei favoriti ma non il grande favorito, come invece era Pogacar a Zurigo. Sono riuscito a vincere allo sprint, ma otto giorni dopo, la scomparsa di mio fratello ha come cancellato tutto. Compagni e diesse mi hanno rimesso in bici e a quel Lombardia andai con l’intento di farlo durare il meno possibile. Nel mio immaginario sarei dovuto passare sul Ghisallo staccato, regalare la maglia iridata alla chiesetta e poi tornare a casa. Invece è andata come tutti ricordiamo (in apertura Bettini in lacrime dedica la vittoria al fratello scomparso pochi giorni prima».

Un anno prima

Parlando con Bettini emerge che il parallelismo viene meglio se si guarda all’anno precedente, il 2005. Il toscano non vinse la prova iridata di Madrid, ma poi vinse il Gran Premio di Zurigo, fece secondo al G.P. Beghelli e si portò a casa il primo Giro di Lombardia della sua carriera.

«Se guardiamo alla gestione dei grandi appuntamenti – spiega Bettini – e a come si vivono certi momenti di condizione, direi che il 2005 è l’anno giusto da prendere in considerazione. Al mondiale di Madrid arrivavo carico e in forma incredibile, fu uno dei giorni in cui andai più forte nell’arco della mia carriera. La delusione fu grande, ma la consapevolezza di essere forte mi spinse a presentarmi a Zurigo più agguerrito che mai. Vinto lì, arrivai al Lombardia certo delle mie forze, tanto da dichiarare che se non lo avessi vinto in quell’occasione non lo avrei fatto più. 

«Come Pogacar avevo preparato al meglio il finale di stagione – prosegue – ma non vinsi il mondiale. In certi casi però, la sconfitta e la vittoria si accomunano nella testa degli atleti. Vincere ti dà una scarica di adrenalina talmente grande che rischi di scaricarti. Al contrario la delusione della sconfitta può farti perdere motivazione. I grandi corridori, invece, riconoscono il momento di condizione e lo sfruttano fino in fondo. Anzi, si divertono nel farlo. Per questo dico che nel 2005 il paragone tra Pogacar e me ha più senso».

Pogacar ha sfruttato fino in fondo l’ottima condizione, i grandi corridori cercano di cogliere sempre l’occasione
Pogacar ha sfruttato fino in fondo l’ottima condizione, i grandi corridori cercano di cogliere sempre l’occasione

Picchi di forma

Quando un grande corridore sta bene, la sua mente è portata a ricercare il massimo della concentrazione, quello che c’è all’esterno quasi non esiste. 

«Tra Pogacar e me – conclude continuando il discorso Bettini – il paragone rimane sui picchi di forma e la consapevolezza di essere forte. Io andai alla Vuelta per preparare gli ultimi mesi dell’anno, lui invece dopo il Tour è rimasto a casa. Ma la sostanza non cambia. Entrambi ci siamo presentati a fine settembre con una gamba super. La vittoria di Zurigo ha spinto Pogacar a continuare e raccogliere ancora risultati, al contrario la sconfitta di Madrid mi fece tirare fuori ancora più grinta. C’è una cosa da dire, al di là di sconfitte e vittorie: quando un grande corridore sa di essere in forma non esistono feste o altre distrazioni. Quando mi rendevo conto di andare forte, abbassavo la testa e mi godevo il momento. Penso che anche per Pogacar sia così. E’ un po’ lo spartiacque psicologico tra il corridore e il campione».

Quattro imprese e un… funerale. Tadej raccontato da dentro

19.10.2024
7 min
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Ricordate il film Quattro Matrimoni e un Funerale? Beh, sull’onda dell’ironia proviamo a fare qualcosa di simile con Tadej Pogacar e le sue imprese di questo 2024. Il fuoriclasse della UAE Emirates ci ha fatto divertire, palpitare e stupire dal primo all’ultimo chilometro della sua stagione.

Ma quante fughe ha fatto? E’ anche difficile contarle. Senza dubbio abbiamo ancora ben impressa quella neanche lontanamente immaginabile del campionato del mondo, ma come detto ce ne sono tante altre. Ne abbiamo scelte quattro appunto, come i matrimoni del film, più una andata male, come il funerale. Sempre del film. E ce le siamo fatte raccontare da chi queste fughe le ha viste o intraviste da dentro.

Strade Bianche: Pogacar è scattato da pochi secondi. Formolo e gli altri lo vedono scappare. E’ il primo capolavoro dello sloveno
Strade Bianche: Pogacar è scattato da pochi secondi. Formolo e gli altri lo vedono scappare. E’ il primo capolavoro dello sloveno

L’assolo di Siena

Partiamo dalla classica senese. Quest’anno la Strade Bianche era per Pogacar la corsa di apertura. Qualcuno nutriva qualche dubbio circa il ritmo gara dello sloveno, altri invece si chiedevano solo quando sarebbe partito. Alla fine avevano ragione questi ultimi.

«Io so solo che anche questa volta eravamo nel tratto sterrato di Monte Sante Marie – racconta con la sua innata simpatia, Davide Formolo – dove già era scattato due anni fa. Un tratto duro e soprattutto un tratto che già di per sé è lontano dal traguardo, ma quest’anno lo era ancora di più.

«C’era tanto fango e dopo poche centinaia di metri di questo segmento io e gli altri avevamo tutti gli occhiali sporchi. Non si vedeva nulla. Ero in quarta, quinta ruota: in testa un corridore della UAE Emirates, poi Tadej, un altro corridore che non ricordo ed io. Pensavo: “Se va così, va bene. Resto qui fino in cima… tanto non scatterà mica adesso, a più di 80 chilometri dall’arrivo”. Dopo 20 secondi alzo la testa, sposto gli occhiali e Tadej era già lontano».

Una follia? Formolo ammette che forse lo è stata, ma anche che da Tadej ci si può aspettare di tutto. Ha detto anche che a quel punto dietro hanno giocato per il secondo posto e che il distacco monster accumulato dallo sloveno, lasciava il tempo che trovava. I due sono amici, ex compagni di squadra e vicini di casa.

«Quando l’ho visto sul pianerottolo? Gli ho detto: “Che matto che sei!”. Ma con Tadej si può fare, lui è così: scherza, è un ragazzo semplice».

Tappa numero 15 del Giro. Staccato anche Nicola Conci, ora Pogacar punta Quintana. Poi il Mottolino sarà suo
Tappa numero 15 del Giro. Staccato anche Nicola Conci, ora Pogacar punta Quintana. Poi il Mottolino sarà suo

Verso Livigno

Passano due mesi abbondanti e il Giro d’Italia entra nel vivo. Al termine della seconda settimana ecco il tappone di Livigno, con l’arrivo sul Mottolino. Davanti c’è una fuga importante, tra cui Quintana, l’ultimo ad arrendersi, Nicola Conci, Attila Valter, Romain Bardet…

«Quel giorno – racconta Conci – non ha poi sorpreso il suo attacco. Si sapeva che avrebbe cercato la vittoria di tappa, ma mi ha stupito per come andava. Noi abbiamo preso il Foscagno con quasi 3′ di vantaggio. A circa 4-5 chilometri dalla vetta, il mio diesse mi dice per radio che dietro era scattato Pogacar e che stava rinvenendo forte. Immaginavo sarebbe passato un po’ di tempo, invece dopo 2′ era già lì. Che sarebbe arrivato presto okay, ma subito no! Andava come una moto e con la moto delle riprese!

«Sono rimasto impressionato dalla sua velocità. Ricordo che Valter ha cercato di stare alla sua ruota – prosegue il trentino – lo avrà tenuto per 30”, poi si è staccato anche da me. Io non ci ho provato. Quando è passato mi sono spostato dall’altra parte. Che senso avrebbe avuto tenerlo per dieci secondi e poi pagare dazio? Alla fine così facendo sono arrivato ai piedi del Mottolino con Bardet. E quello del Giro non era forse il Pogacar del Tour o del mondiale».

Tour de France, in picchiata verso Valloire lungo la discesa del Galibier. Brividi anche in ammiraglia per Hauptman
Tour de France, in picchiata verso Valloire lungo la discesa del Galibier. Brividi anche in ammiraglia per Hauptman

Giù dal Galibier

La prima vittoria di tappa al Tour de France di quest’anno è stata forse la più adrenalinica in assoluto. Lo scatto sul finire del Galibier, quelle poche decine di metri di vantaggio su Vingegaard allo scollinamento, la picchiata dal gigante alpino con le curve sospese sul baratro e quella voglia di rivalsa sulle lunghe salite nei confronti del danese. Era una fuga, anzi un attacco, stracarico di significati.

«Dalla macchina – racconta il direttore sportivo, Andrej Hauptman – è stata una bella sofferenza! Sicuro quel giorno ci sono state adrenalina e tensione. Sapevamo che gli altri leader, a partire da Vingegaard, erano forti. Ma volevamo scattare proprio a ridosso della salita, con un attacco violento perché Tadej è più esplosivo di Jonas e poi poteva sfruttare le sue doti in discesa, dove di solito lui sbaglia poco. Tutto è andato esattamente così. Ma, come detto, è stata una sofferenza.

«Noi con l’ammiraglia eravamo lontani da lui e non abbiamo potuto fare molto, questo ha contribuito ad aumentare la tensione. Sì, vedevamo le immagini dalla tv, ma il segnale specie in montagna arriva almeno un paio di minuti dopo. Quindi gli avremmo detto cose già passate. Lui non ci ha mai parlato. Noi lo abbiamo fatto pochissimo e solo nei tratti meno tecnici, dandogli qualche indicazione sui distacchi e qualche altra info importante. Ero teso. E non lo ero perché lui è sloveno come me. Anche l’altro giorno al Croazia con McNulty ero molto preso. Già dal Galibier con l’ammiraglia non so a quanto siamo scesi, ma di certo abbiamo superato i 100 all’ora. E infatti l’arrivo è stata una liberazione».

Giro di Lombardia. Con la maglia iridata Tadej parte, dietro (dove c’è anche Fortunato) non possono far altro che guardarsi
Giro di Lombardia. Con la maglia iridata Tadej parte, dietro (dove c’è anche Fortunato) non possono far altro che guardarsi

Lombardia, l’ultimo ballo

L’ultimo ballo del 2024 è stato quello del Giro di Lombardia. Certo avremmo potuto inserire anche le fughe del Grappa al Giro e del mondiale, ma di quelle indirettamente già ci avevano parlato Pellizzari e Bagioli. Così restiamo sulla Classica delle foglie Morte. E ci restiamo con Lorenzo Fortunato, terzo italiano al traguardo di Como.

«Ero nel gruppo di Pogacar quando lui è scattato – racconta Lorenzo – ero indietro, ero a tutta e anche di più… ma ero lì. Cosa dire. Il ritmo era insostenibile. E’ successo spesso quest’anno che si restasse nel suo gruppetto. Che eravamo tutti al gancio e poi lui partiva. In questi frangenti ha almeno un 30 per cento in più. C’è poco da fare».

Più o meno le parole che ci ha detto Ciccone a fine gara: tutto un altro ritmo. Tadej cuoce gli avversari con una grande squadra portandoli in asfissia e a quel punto lui, più fresco, scatta.

Tour de France, Le Lorian: Inaspettatamente Jonas Vingegaard batte Pogacar allo sprint
Tour de France, Le Lorian: Inaspettatamente Jonas Vingegaard batte Pogacar allo sprint

Infine il… funerale

Infine veniamo alla fuga storta. Come tutte le cose perfette, ci deve essere l’imperfezione, in questo caso il… funerale! Tour de France: undicesima tappa da Evaux-les-Bains a Le Lioran: 211 chilometri sulle erte del Massiccio Centrale. 

Solito copione. La UAE Emirates detta un ritmo infernale e a una trentina di chilometri dall’arrivo Pogacar scatta. Un po’ come sul Galibier apre un piccolo varco e lo amplia in discesa. Solo che stavolta in fondo non c’è il traguardo, ma una salita e poi un’altra ancora. Strada facendo qualcosa nelle gambe dello sloveno s’inceppa.

Il cronometro inverte la rotta. Vingegaard fiuta l’occasione. Stacca Remco, riprende Tadej e addirittura lo batte in volata.  Quel giorno vicino a Vingegaard c’era Jan Tratnik, l’uomo che poi è stato decisivo in favore di Tadej al mondiale.

«Non è facile ricordare bene quel giorno tra il tempo che è passato e la fatica fatta – dice Tratnik – ovviamente ci aspettavamo l’attacco di Pogacar. Eravamo preparati a questo. C’era una sola cosa da fare per Jonas: andare dietro a Tadej. Ma sulla parte ripida, dove è scattato, lui non poteva seguirlo. Quindi Vingegaard si è messo del suo passo. Nessuno però immaginava che Tadej avesse le gambe stanche e così Jonas è riuscito a riprenderlo e a batterlo. Io non ho saputo nulla dello sprint fino all’arrivo. Non avevo contatti dalla radio. Però ricordo che dopo questa vittoria credevamo di poter battere Pogacar, che il Tour potesse cambiare. Solo che lui è stato semplicemente più forte nell’ultima settimana».

Pogacar, il Lombardia e il peso della borraccia

16.10.2024
5 min
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Durante la diretta del Lombardia la scena di Pogacar che parla col massaggiatore sulla Colma di Sormano è stata mostrata a tutte le velocità possibili. Si è cercato di capire se lo sloveno avesse bisogno di qualcosa e non della borraccia. Ma soprattutto si è ammirata la sua scioltezza nel parlare, quasi stesse passeggiando. E proprio per questo e perché quel massaggiatore è una nostra vecchia conoscenza, ci è venuto in mente di chiamarlo.

Paco Lluna ha 55 anni e vive a Valencia. Fra le curiosità di questo 2024 accanto a Pogacar, c’è che anche lui a distanza di 26 anni è riuscito nella doppietta Giro-Tour, dato che nel 1998 lavorava nella Mercatone Uno. E siccome di ciclismo ne sa tanto, siamo partiti da quell’episodio e poi siamo andati avanti.

Che cosa vi siete detti in quel momento?

Io ero in quel punto perché abbiamo un piano delle borracce fatto da Gorka, il nutrizionista. Immaginando che Tadej sarebbe partito da lontano e sarebbe passato in fuga, invece di avere solo la borraccia dell’acqua, aveva anche quella di Isocarbo, in modo da poterlo accontentare qualunque cosa volesse. Però io ero a sei chilometri dalla vetta. Quando lui mi vede, io gli chiedo: «Acqua o Iso?». E lui mi risponde: «C’è qualcuno in cima?». E quando gli ho risposto di sì, mi ha detto: «Allora la prendo dopo».

Lucidissimo, insomma…

Quando hai le gambe, fai ugualmente fatica, però sei lucido. Adesso guardano i dati e li analizzano, ma perché devi portare 200 grammi in più con una borraccia sulla bici? Meglio prenderla in cima, quando la salita è finita.

Avevi scelto tu il punto in cui posizionarti?

No, i punti li prepara il direttore sportivo, in base alle strade e alla possibilità di tagliare per andare in altri posti. Si è pensato che in quel punto avrebbero avuto bisogno di acqua per rinfrescarsi. Ma siccome lui stava bene, ha preferito lasciare a me la borraccia. Ha valutato che non gli servisse altro per fare quei 6 chilometri, come al Giro dell’Emilia.

Nei giri da solo sul San Luca, Pogacar non ha mai portato borraccia in salita: beveva in discesa e pianura
Nei giri da solo sul San Luca, Pogacar non ha mai portato borraccia in salita: beveva in discesa e pianura
Cosa ha fatto all’Emilia?

Io ero su, non all’arrivo, ma nello strappo subito dopo dove in tutti i giri ha preso la borraccia. In salita non ce l’aveva mai. Beveva in discesa e nel pezzo di pianura e buttava la borraccia prima di ricominciare a salire. Tadej ha fatto tutte le salite del San Luca senza la borraccia, neanche vuota. Si fanno mille storie su watt e numeri, senza pensare che a volte si porta troppo peso per niente.

Questi sono dettagli che cura con Gorka?

Gorka gli dà le direttive. Ma Tadej sa se deve mangiare oppure no. Se gli manca il gel oppure no. Quando diamo le borracce, attacchiamo anche il gel che è previsto dal nutrizionista. Ci sono tanti tipi di gel, non diamo sempre lo stesso. Ma al Lombardia ha pensato che conosceva quei 6 chilometri di salita, perché li aveva fatti qualche giorno prima in allenamento. Quindi poteva arrivare in cima senza niente e prendere sopra quello di cui avesse avuto bisogno.

Il bello è che ha parlato come stiamo parlando adesso noi due…

Forse abbiamo alzato un po’ la voce per il rumore intorno, io di certo ho urlato per farmi capire. Perché c’è rumore delle moto, dell’elicottero, delle macchine. E meno male che era un posto senza tantissima gente, perché se c’è anche la gente, ciao…

Ti è capitato altre volte di trovarlo così lucido in altre corse?

Da neoprofessionista, la prima volta che ha fatto la Vuelta e aveva 19 anni. Nell’ultima tappa che vinse, fece un numero del genere. Mi ricordo che in quei momenti voleva la Coca Cola in corsa e allora quando potevo gli davo la lattina aperta. Lui la prendeva, ne beveva subito un po’ e poi buttava la lattina. Adesso rispetto ad allora è arrivato a un’altra maturità e a un altro livello come atleta. Lì era ancora un bambino e anche quando ha vinto il primo Tour era ancora un bambino. La gente dice che non è normale, ma guardate quello che faceva quando era ancora così piccolo.

Sul San Luca, passando davanti alla curva di Pantani: i due condividono un carisma simile
Sul San Luca, passando davanti alla curva di Pantani: i due condividono un carisma simile
Tu che hai conosciuto anche l’altro, cosa vedi in comune?

Come atleta magari niente, ma la gente sta diventando pazza di lui come era pazza di Marco. Lo dicevo a Johnny Carera, il suo manager: «Delle volte mi sembra di aver già vissuto tutto questo, sai?». La gente non va a vedere il ciclismo, ma va a vedere Tadej. In quei tempi la gente non andava a vedere il ciclismo, ma andava a vedere Marco. Ho una foto del Giro dell’Emilia che ho tenuto per me. C’è Tadej con dietro i cartelli per Marco. Quella foto lì mi emoziona, come quando ho mandato a Tadej una foto della Tirreno in cui sul Carpegna passava davanti alla statua di Marco. Ma come corridore no. Pogacar è più completo, ma come Marco è benvoluto da tutti.

Spiega meglio per favore.

Lo vedi che si allena a Monaco con tanti corridori diversi, non solo con compagni di squadra, ma anche con altri che se ne sono andati. L’altro giorno Tim Wellens ha pubblicato nel nostro gruppo whatsapp un video in cui Evenepoel gli faceva i complimenti per il mondiale. Anche Marco era benvoluto nel gruppo. Se parli con i corridori di quell’epoca, anche quelli della Mapei gli volevano bene, nonostante tutto quello che noi avevamo contro loro e loro avevano contro noi. Anche Tafi oggi parla benissimo di lui. Hanno un carisma simile, che anche gli avversari riconoscono. In questo forse un po’ si somigliano davvero…

Mezgec e la Slovenia, un popolo a ruota dei giganti

16.10.2024
6 min
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TORINO – «In ogni angolo della Slovenia si parla soltanto di ciclismo». Sorride sornione Luka Mezgec, prima di sottoporsi alle visite oramai di rito di fine stagione della Jayco-Alula all’Istituto delle Riabilitazioni Riba. Il Lombardia ha consacrato la stagione magica di Tadej Pogacar, faro di una Nazione che si è presa tutti e 3 i Grandi Giri (e non solo!) grazie al poker calato alla Vuelta da Primoz Roglic. 

Così abbiamo chiesto a chi era a Zurigo per contribuire al trionfo iridato di svelarci come si vive da dentro questa epoca d’oro delle due ruote per un Paese abituato a celebrare i campioni della neve o del basket. Una panoramica del travolgente momento sloveno, prima che l’uomo di fiducia delle volate per Dylan Groenewegen si rituffi sulle sue prospettive verso la decima stagione con la formazione australiana di cui oramai è una bandiera. Non è sfuggito, fra l’altro, che la sua vittoria nella tappa di Trieste al Giro del 2014 sia stata una fortissima ispirazione per il piccolo Pogacar, che lo ha più volte raccontato.

Abbiamo incontrato Mezgec durante le visite del Team Jayco-AlUla all’Istituto Riba di Torino, all’indomani del Lombardia
Abbiamo incontrato Mezgec durante le visite del Team Jayco-AlUla all’Istituto Riba di Torino
Il 2024 ha segnato lo strapotere sloveno nei Grandi Giri e l’anno perfetto di Tadej Pogacar: quali sono le tue impressioni?

E’ difficile fare meglio di così. Fa specie pensare che la Slovenia conti appena 2 milioni di abitanti e 3 squadre continental. In più, a parte poche eccezioni, la maggior parte delle formazioni nel nostro Paese fanno fatica economicamente dal punto di vista degli sponsor. E’ davvero un miracolo quello che sta accadendo. Ora abbiamo 7 corridori nel WorldTour e alle spalle di questi ci sono giovani talenti che stanno emergendo, dagli juniores in su. Ogni anno in Slovenia diciamo che sarà dura ripetere quanto fatto, ma questa stagione è stata qualcosa di pazzesco. Pensando anche alla vittoria di Roglic alla Vuelta, sono certo che molte persone non si rendano conto del periodo che stiamo vivendo. Siamo in un’epoca d’oro e dobbiamo solo goderci questo show, sperando che sia d’ispirazione per i ragazzini che stanno cominciando a pedalare.

Ci racconti il trionfo mondiale?

E’ stato un momento incredibile. Per la prima volta da quando la corro, eravamo al via della prova in linea per vincerla e non “soltanto” per un piazzamento sul podio. A Zurigo per noi contava soltanto l’oro e chiunque sarebbe stato deluso se ci fossimo fermati all’argento. C’erano grandissime aspettative, eppure la squadra era molto rilassata.

Ci spieghi com’è stata possibile quest’atmosfera al netto delle pressioni?

Siamo tutti abituati a vivere in un ambiente molto stressante, per cui non c’erano grosse differenze. Tutti sapevano cosa dovevano fare e l’hanno fatto alla grandissima. Tadej ha leggermente modificato il piano, attaccando prima del previsto, ma a parte quello è andato tutto secondo i piani. Tratnik è stato perfetto. Sapeva esattamente cosa fare quando ha capito che Pogacar era partito alle sue spalle.

Questa la vittoria di Mezgec al Giro del 2014 che ispirò il giovane Pogacar
Questa la vittoria di Mezgec al Giro del 2014 che ispirò il giovane Pogacar
Che cosa hai detto a Tadej dopo l’apoteosi iridata?

La domanda che gli ho fatto è stata: «Ma perché hai attaccato a più di 100 chilometri dal traguardo? A che pensavi?». E lui, senza fronzoli, mi ha risposto: «Stavano attaccando in tanti, mi sono guardato attorno e ho visto che tutti stavano soffrendo, mentre io non mi sentivo così male e così ci ho provato». Insomma, la tipica mossa imprevedibile alla Tadej. Ma quando sei così tanto più forte degli altri come lo è lui in questo momento, il ciclismo diventa un giochino divertente.

E del suo assolo al Lombardia, cosa dici?

Quest’anno Tadej ha davvero alzato l’asticella. Sappiamo che ha cambiato allenatore e i risultati si sono visti. Nella prima parte della stagione si è focalizzato sui giri di tre settimane, mettendo nel mirino Giro d’Italia e Tour de France. Una volta vinto quest’ultimo, il suo unico pensiero era diventare campione del mondo. Così è riuscito ad avere un secondo picco di forma sul finale, rinunciando anche ai Giochi di Parigi. E’ imbattibile al momento e anche al Lombardia si è visto che non ha dovuto nemmeno attaccare a tutto gas per fare la differenza. 

Sei alla Jayco-Alula da quasi un decennio, ci dai un bilancio di quest’anno?

Penso che il 2024 sia stato sopra la media se si parla di successi come squadra. Abbiamo centrato quasi tutti gli obiettivi che ci eravamo posti a inizio stagione, grazie a una ottima Vuelta con due vittorie di tappa, senza dimenticare il successo al Tour di Dylan (Groenewegen, ndr). Forse ci saremmo aspettati qualcosa di più per quanto riguarda la classifica generale nei Grandi Giri, ma abbiamo visto com’è andato quest’anno con tanti acciacchi e malattie. Ad esempio Simon (Yates, ndr) non si è sentito bene un giorno e la posizione in graduatoria al Tour è peggiorata. Nel complesso, possiamo essere contenti. Il team sta ringiovanendo e questo è molto positivo per il futuro e per noi corridori più esperti si tratta di trasferire le nostre conoscenze e la nostra esperienza ai giovani.

Come vedi De Pretto?

E’ davvero un ottimo corridore. Davide è arrivato in squadra come talento promettente, in virtù di alcuni buoni risultati a livello giovanile. Ha subito mostrato che può dire la sua anche nel WorldTour. Sarà interessante seguire la sua crescita nei prossimi due anni e assistere ai suoi successi.

La vera rivoluzione però avviene con la fine dell’era Yates e l’arrivo di Ben O’Connor: che ne pensi?

Ben si prepara a indossare scarpe molto più grandi delle sue, ma ha già dimostrato di poterlo fare al meglio. Ha fatto una grandissima stagione con i secondi posti nella classifica generale della Vuelta e poi ancora ai Mondiali di Zurigo. Se lavorerà ancora sulle corse di un giorno, può far risultato anche nelle Monumento come ad esempio la Liegi-Bastogne-Liegi. Sarà bello lavorare con un nuovo capitano per la generale dopo tanti anni al servizio dei fratelli Yates. Poi, un australiano in una formazione australiana…

Che cosa ti aspetti dal 2025?

Il mio obiettivo personale è di assistere Dylan nel miglior modo possibile, come ho fatto in passato. So che invecchio, ma penso di avere ancora un paio d’anni al top. Conto di essere lì per aiutarlo a vincere il più possibile. Come squadra abbiamo grandi piani con Ben O’Connor per la classifica generale del Tour o di quel che metterà nel mirino. Poi, vincere una tappa nei tre Grandi Giri: quest’anno ci è mancato solo il Giro d’Italia.

Al Tour la vittoria con Groenewegen è stata uno degli highlight 2024 per la Jayco-AlUla
Al Tour la vittoria con Groenewegen è stata uno degli highlight 2024 per la Jayco-AlUla
Anche perché al Tour ci hai messo lo zampino tu…

Dylan era in forma smagliante ed è stato bellissimo guidarlo al successo. In quello sprint non tutto è stato perfetto, ma non ci siamo fatti prendere dal panico quando ci siamo persi l’un l’altro prima di un punto cruciale come i -2 dall’arrivo. Elmar (Reinders, ndr) è stato fantastico e, con tutta calma, ci ha riportato avanti. Io ho creato un po’ di spazio all’ultima rotonda e Dylan ha preso la ruota giusta. Quando lavori 6 mesi per un momento così, quello che senti è qualcosa di speciale. Provo la stessa sensazione di quando vinco in prima persona.

Lechler “colora” il futuro della Polti Kometa

15.10.2024
4 min
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COMO – Il giorno dopo aver ammirato Tadej Pogacar conquistare il suo quarto Lombardia, la città di Como ha ospitato un appuntamento davvero importante, sempre legato al ciclismo. I protagonisti nell’occasione sono stati l’azienda comasca Lechler e il Team Polti Kometa (in apertura foto Maurizio Borserini). 

Per quanti ancora non conoscono Lechner, stiamo parlando di una realtà leader nella produzione e vendita di pitture, vernici e smalti, che ha il suo quartier generale nel capoluogo lariano. Restando in Italia, Lechler ha in Seregno e Foligno altre due sedi produttive. In Europa invece le filiali sono quattro: Manchester, Grenoble, Barcellona e Kassel. Al di fuori del continente europeo l’azienda opera nel sito produttivo e filiale di Paraì e nelle filiali di Rio Negrinho, Tocantins e Paulínia, tutte localizzate in Brasile.

Davide Piganzoli ha corso Il Lombardia con una colorazione speciale per la sua Aurum Magma (foto Maurizio Borserini)
Davide Piganzoli ha corso Il Lombardia con una colorazione speciale per la sua Aurum Magma (foto Maurizio Borserini)

Appuntamento al Lechler Village

L’azienda comasca ha voluto invitare la stampa specializzata e parte della sua clientela italiana presso il Lechler Village, situato all’interno del suo quartier generale. Un vero e proprio punto di incontro pensato per favorire la condivisione di spazi di lavoro, ma anche di idee fra i dipendenti e non solo fra loro, essendo aperto anche a contaminazioni esterne. 

A fare gli onori di casa Luciano Valli, direttore generale di Lechler. Accanto a lui Francesca Polti, presidente e amministratrice delegata di Polti Spa (anche in questo caso parliamo di un’azienda comasca, ndr), che ha avuto un ruolo di primo piano nella nascita della collaborazione fra Lechler e il Team Polti Kometa. A rappresentare il team c’era Ivan Basso e con lui Giovanni Lonardi e Davide Piganzoli. Proprio il valtellinese ha avuto l’onore di correre Il Lombardia in sella ad una Aurum Magma speciale. La bicicletta utilizzata da Piganzoli aveva infatti una colorazione particolare, chiamata “Laque of Como”. Nella sua livrea richiamava volutamente i colori e le atmosfere che assume il Lago di Como in questa fase della stagione.

La colorazione speciale è stata chiamata “Laque of Como” (foto Maurizio Borserini)
La colorazione speciale è stata chiamata “Laque of Como” (foto Maurizio Borserini)

Insieme per i prossimi due anni

Tema dell’incontro presso il Lechler Village è stata l’ufficializzazione dell’accordo che vedrà Lechler “colorare” anche per i prossimi due anni le biciclette del Team Polti Kometa.

Il rapporto fra Lechler e la Polti Kometa ha avuto inizio nel mese di dicembre del 2023 con un primo appuntamento importante al Giro d’Italia di quest’anno. In quell’occasione le Aurum in dotazione al team si erano presentate al via della Corsa Rosa con una quadrupla colorazione speciale, realizzata proprio da Lechler sulla base di un “Progetto Colore” in cui gli aspetti tecnologici, tipici di una bicicletta, vengono esaltati da una verniciatura in grado di creare forti emozioni. 

Il Lombardia di sabato scorso, con la Aurum Magma “Laque of Como” di Piganzoli, è stato il suggello ad un accordo che vedrà, come anticipato, Lechler accanto al Team Polti Kometa per i prossimi due anni. Oltre che sulle maglie dei corridori, il marchio Lechler sarà presente sulle bici Aurum del team, una novità assoluta nel mondo del ciclismo professionistico. L’azienda comasca ha inoltre deciso di incrementare anche a livello economico il proprio supporto al team.

La presentazione avvenuta al Lechler Village della sede di Como (foto Maurizio Borserini)
La presentazione avvenuta al Lechler Village della sede di Como (foto Maurizio Borserini)

Valori condivisi 

Dall’incontro al Lechler Village è emerso come ad unire Lechler, Polti e il team di Basso e Contador, sia la condivisione di valori comuni. A confermarlo è lo stesso Luciano Valli, direttore generale di Lechler: 

«La sponsorizzazione della Polti Kometa per il 2024 – ha dichiarato Valli – è nata da un’unità di intenti con Polti e lo staff del team, in particolare Ivan Basso, imperniata sugli ideali che caratterizzano il nostro modo di fare impresa, quali passione, innovazione, etica e sostenibilità. Ora, dopo un anno di lavoro e sperimentazione a stretto contatto, possiamo dire di aver preso la strada giusta. Abbiamo portato l’idea del Progetto Colore in una società sportiva professionistica contagiando clienti e stakeholder grazie a esperienze uniche. Il tutto nell’ambito del mondo bike, indissolubilmente votato alla sostenibilità. Crediamo nella crescita di questa partnership e di conseguenza abbiamo deciso di aumentare l’investimento già dalla prossima stagione».

All’incontro di domenica non era presente Fran Contador, general manager del Team Polti Kometa e amministratore delegato di Aurum, che ha fatto sapere il suo pensiero attraverso un comunicato stampa inviato ai media.

«Questo rinnovo biennale – ha detto – è motivo di gioia per me e per l’intero gruppo sportivo che rappresento. Quando è stato siglato la prima volta, il Progetto Colore era pensato su una prospettiva di lungo termine. Vederlo ora prolungato e potenziato conferma la sua fondatezza nel raggiungimento degli obiettivi di entrambe le parti. La valenza stimolante a 360 gradi di questa collaborazione, che ci permette di guardare insieme al futuro, risulta evidente nella sua duplice espressione. Se da un lato c’è la narrativa che scaturisce dalle speciali colorazioni in gara, dall’altro c’è la condivisione del prezioso know-how di Lechler sia con la squadra che con Aurum».

Con l’accordo raggiunto con Lechler, e forte del supporto di Polti, si rafforza l’anima comasca del team che ora guarda al 2025 con rinnovato entusiasmo.

Lechler

Evenepoel, la grande fatica di imparare a perdere

14.10.2024
4 min
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Forse non è mai stato facile, anche se poteva sembrarlo. Di certo da quando Pogacar ha alzato il numero dei giri, essere Remco Evenepoel è diventato un lavoro molto più difficile. La sua estate è stata spettacolare e pesante. Dopo il terzo posto del Tour, che va considerato un grandissimo risultato, il belga ha tirato dritto verso le Olimpiadi e le ha vinte entrambe: a crono e su strada. Solo a quel punto ha staccato la spina, ma nei 30 giorni passati fra la gara in linea di Parigi e l’inizio del Tour of Britain, Remco ha recuperato davvero poco. Al punto che andare nel Regno Unito è diventato il modo per sfuggire al tritacarne mediatico cui è stato sottoposto in patria.

Ugualmente ha vinto il mondiale crono, mentre su strada si è dovuto inchinare all’impresa di Pogacar. Il quale, conquistata la maglia gialla a Nizza, si è allenato sin da subito, ma di fatto ha avuto 43 giorni per recuperare e ricaricare le batterie. Se metti un Pogacar moderatamente fresco contro un Evenepoel moderatamente finito, il lavoro di essere Remco diventa un’impresa a perdere. Il suo gesticolare all’indirizzo degli altri nell’inseguimento allo sloveno al Lombardia era il segno di un comprensibile nervosismo con cui dovrà imparare a convivere. Non è facile perdere ogni volta, quando si è abituati a vincere.

Alla partenza da Bergamo, Evenepoel sapeva di essere stanco, ma ha provato a dare tutto
Alla partenza da Bergamo, Evenepoel sapeva di essere stanco, ma ha provato a dare tutto

La batterie scariche

Dopo il Lombardia, Evenepoel ha pianto. Sul traguardo si è chinato sul manubrio, ha tolto gli occhiali e si è asciugato gli occhi. Non deve essere stato facile per lui ripassare sul ponticello del suo orribile salto nel vuoto e insieme tenere testa alla furia di Pogacar.

«Tutti sanno come era andata qui a Como quattro anni fa – ha detto – e quest’anno la corsa è ripassata per la prima volta nello stesso punto, sia pure in direzione opposta. Da allora, non è più stato facile venire da queste parti. La mia prestazione è stata in linea con il Tour de France. In quel caso, Tadej mi ha preceduto di 9 minuti, ma ne avevo 10 su quelli dietro di me. Qui è successa la stessa cosa. Lui ha vinto con 3 minuti di vantaggio, ma fra me e quelli dietro c’era ugualmente un bel margine. Il secondo posto lo considero una vittoria personale. Nell’ultima settimana ho sentito che le batterie si stavano scaricando, ma sono rimasto calmo. Ho corso il Giro dell’Emilia e la Coppa Bernocchi come allenamento. E oggi questo ha dato i suoi frutti, con il secondo posto nell’unica Monumento che ho corso quest’anno. Ho quasi realizzato tutti i miei sogni, con il podio al Tour e due medaglie d’oro ai Giochi Olimpici. Quindi posso essere orgoglioso, penso di meritarmi un 9 in pagella».

Evenepoel non ha seguito lo scatto di Pogacar, ma ha gestito l’inseguimento come al Tour
Evenepoel non ha seguito lo scatto di Pogacar, ma ha gestito l’inseguimento come al Tour

Il dominio nei numeri

Singolarmente rispetto alle abitudini, ieri sia Pogacar sia Evenepoel hanno pubblicato su Strava i file dei reciproci Lombardia. Risulta che Pogacar ha trascorso 5 ore 58’ in sella, coprendo i 247,7 chilometri (dislivello di 4.470 metri) a 41,4 di media. Ha consumato 5.013 calorie e ha pedalato a 93 rpm medie.

Il suo attacco sulla Colma di Sormano (13,05 chilometri al 6,6 per cento di media) gli ha permesso di conquistare il KOM in 30’18” alla media di 25,9 di media. Evenepoel ha impiegato 31’23” a 25 di media.

Pogacar ha fatto la differenza nei tratti ripidi. Nel segmento “Tratto duro” della salita (2,38 chilometri all’8,2 pe cento), Tadej ha impiegato 5’53” (media di 24,3 km/h), contro 6’27” (a 22,1 di media) di Evenepoel.

L’unico segmento in cui il belga non ha perso è stato la discesa: 9,6 chilometri percorsi quasi nello stesso tempo: 9’37” per Pogacar, 9’38” per Evenepoel. Ha invece continuato ad accumulare passivo nel tratto conclusivo di pianura. Pogacar ha pedalato nel tratto “Albavilla da Buccinigo” a 38,8 chilometri orari. Evenepoel, che magari a quel punto era già rassegnato, pedalava a 35,8 di media.

Nel confronto a distanza fra Pogacar ed Evenepoel, lo sloveno ha sempre guadagnato, tranne in discesa
Nel confronto a distanza fra Pogacar ed Evenepoel, lo sloveno ha sempre guadagnato, tranne in discesa

Incidente e calendario

La domanda che tutti si pongono è se ci sia in giro qualcuno in grado di contrastare Pogacar. E casomai se sia più prossimo a riuscirci Vingegaard che si sta ricostruendo oppure il più giovane Evenepoel, che ha solo 24 anni: due meno dello sloveno.

«Devo restare paziente – ha detto Evenepoel – perché posso ancora ridurre il gap su Tadej e avvicinarmi a lui. La mia prestazione del Lombardia è resa promettente dal vantaggio che alla fine ho avuto su Ciccone (1’15”, ndr). Questo è ciò che mi dà fiducia per il futuro, sapendo che devo continuare a lavorare in montagna, perdere peso per raggiungere questi obiettivi. Ho ancora margini di miglioramento, qualche percentuali da guadagnare. Quest’anno è stato particolare, perché l’infortunio ai Pasi Baschi mi ha impedito di fare una pausa prima del Tour. Ma nonostante ciò sono sempre riuscito a fare il massimo di quello che volevo».