Il giorno dopo con Bostjan, il meccanico di sempre

13.10.2024
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CAVENAGO – Bostjan Kavcnik è il meccanico di Pogacar. E se l’idea di partenza era farsi raccontare le idee del campione del mondo in tema di meccanica, immaginate la sorpresa quando lo sloveno ci dice di esserne il meccanico sin da quando Tadej aveva 11 anni. Lo incontriamo sul camion officina del UAE Team Emirates, una bici sul cavalletto e le altre Colnago già a posto poggiate lungo la parete.

«Ho fatto la sua prima bici – racconta Bostjan – sin da quando era piccolo. Eravamo insieme nella Radenska Liubljana, il primo nome è un’acqua minerale molto famosa in Slovenia. Sono stato l’unico meccanico per gli allievi, juniores e under 23. Ho iniziato a lavorare a fine 2004, vent’anni fra poco. La prima bici di Tadej era una Billato in alluminio, marca italiana. Era montata con uno Shimano 600. Aveva i pedali a sgancio, ma ruote normali in alluminio. Era già forte, ma era uno dei più piccoli. Stava sempre zitto. In una delle prime corse da allievo, si faceva un giro di un chilometro e mezzo. Lui attaccò e in pratica riprese il gruppo, guadagnò il giro come in pista. Finché alla radio annunciarono che c’era un ragazzino dietro che si stava staccando. E a quel punto il suo tecnico rispose che in realtà lui stava per doppiarli tutti…».

Bici nuova al Giro, al Tour e anche per vincere il mondiale: eccolo alla presentazione della Colnago V4RS Tadej Pogacar
Bici nuova al Giro, al Tour e anche per vincere il mondiale: eccolo alla presentazione della Colnago V4RS Tadej Pogacar
Che rapporto c’è fra Tadej e il suo meccanico?

Speciale. Qualcuno arriva e ti dice cosa devi fare. Lui invece ha delle proposte, ma chiede il mio parere e poi insieme troviamo la soluzione. Non è un corridore che ti stressa sempre, ma vuole che la bici funzioni bene. E’ molto attento alle misure, sente le differenze. Normalmente alle gare è una delle prime cose che controllo. Tadej ne ha sempre quattro e dopo aver verificato le misure, si fanno le altre cose.

Durante quest’anno ha cambiato spesso bici: ogni volta c’è da rifare il fitting?

No, perché ho una scheda con le sue misure. Il vero fitting lo facciamo a dicembre nel primo ritiro. Uso il metro, non solo la macchina che abbiamo per prendere le misure. Con il metro sei più veloce. E una volta che l’altezza di sella e l’arretramento sono a posto, siamo tutti tranquilli. Per adesso è sempre andata bene, anche se ogni volta cambiamo anche la sella. Quella nuova permette di riguadagnare quel milimetro in meno che con l’uso di solito si perde. Piuttosto c’è da fare attenziona all’abbigliamento. Al mondiale ha usato il body Alé, qui usa Pissei. E ci sono differenze di altezza nei fondelli di cui bisogna tenere conto.

Il piccolo adesivo di Hulk sul manubrio questa volta ha il costume iridato: per Bostjan, Pogacar è molto legato al personaggio
Il piccolo adesivo di Hulk sul manubrio questa volta ha il costume iridato: per Bostjan, Pogacar è molto legato al personaggio
Ogni volta che gli monti una bici nuova, Tadej scende per provarla?

Questa è una buona domanda. Quando al Giro ha corso con la Colnago rosa, l’ha presa per la prima volta per andare al foglio firma. Ero nervoso, perché in corsa ci sarebbe stata una discesa e lui l’avrebbe fatta senza aver provato la bici. In quei casi ho sempre paura. Sono io che provo la bici e provo ad andare a tutta, ma non è lo stesso che può fare lui. Però per mia fortuna (Bostjan ride, ndr), mi è andata sempre bene.

Vuole che la sua bici sia leggera?

Sì, chiede sempre quanto pesa la bici e cosa si possa fare per renderla più leggera. Guarda cosa c’è in giro e cosa si può comprare oppure usare. A volte mi manda una foto o un link e mi chiede che cosa ne pensi. E’ molto concentrato sulla bicicletta. Anche il fatto di ridurre la lunghezza delle pedivelle è partito da lui. Ha concluso che se fosse riuscito a fare la stessa velocità con più pedalate, allora avrebbe risparmiato più energie. Ha provato e si è trovato bene, per cui l’anno scorso dopo il Tour ha detto di voler cambiare qualcosa per fare la differenza rispetto all’anno prima. Ovviamente lo abbiamo assecondato e, riducendo le pedivelle, abbiamo alzato la sella degli stessi millimetri: due, in questo caso.

Dopo la prima Billato, Pogacar ha corso da U23 con bici Gusto. Bostjan Kavcnik era da tempo il suo meccanico
Dopo la prima Billato, Pogacar ha corso da U23 con bici Gusto. Bostjan Kavcnik era da tempo il suo meccanico
Qui alla Uae ti ha portato lui?

A 43 anni pensavo di essere vecchio per queste cose. A casa ho una moglie e due bambini, non è facile essere così tanto fuori. Però lui ha chiesto ad Hauptman che ci fossi anche io e Andrej mi ha invitato a provare e sono qui da tre anni. Normalmente faccio 180 giorni all’anno via da casa, il primo anno qualcuno di più.

Tadej sceglie da solo i rapporti per correre?

Ne abbiamo parlato a lungo. Shimano ha il 40-54 e lui invece ha chiesto di avere il 38-55. Shimano non lo avrebbe fatto, allora ci siamo guardati intorno e abbiamo trovato Carbon-Ti e loro sono stati bravissimi. Ha corso tutto l’anno in questo modo, ha cambiato solo per Montreal, mondiale ed Emilia, dove ha corso con il 40-54, mentre al Lombardia ha voluto nuovamente il 38-55. Dietro usa sempre 11-34. Carbon-Ti fa per noi anche i dischi dei freni e lui ha scelto le pastiglie AbsoluteBlack, con cui dice che si sente meglio.

Usa sempre le stesse ruote?

Sì, sempre queste, le Enve SES 4.5, anche in salita: esiste una versione normale e una leggera. Per lui è importante che la ruota sia veloce, non solo leggera. A inizio anno abbiamo parlato a lungo anche delle pressioni. In squadra c’è un addetto ai materiali, David Herrero, che stila l’elenco delle pressioni in base al peso dei corridori e alle condizioni della strada, asfalto o condizioni meteo. Arriva sempre quando ci sono le crono, dove indica anche il casco più adatto, le ruote e le gomme. E’ il responsabile dei materiali.

Tadej fa sempre quello che dice lui?

Di solito è abbastanza fedele alle sue indicazioni, anche se qualcosa a volte cambia. Ad esempio interviene sulla pressione delle gomme, per come si sente più sicuro. In generale, il gonfiaggio varia a seconda che usi la ruota normale o quella leggera. Quelle leggere sono un po’ più strette e si gonfiano di più.

Bostjan conferma che Pogacar usa abitualmente ruote Enve SES 4.5, anche in versione più leggera
Bostjan conferma che Pogacar usa abitualmente ruote Enve SES 4.5, anche in versione più leggera
Mettete voi le tacchette sotto le scarpe o ci pensa il biomeccanico?

No, no, lo facciamo noi. Questa settimana gli ho fatto un paio io e un altro un collega. Abbiamo una dima in cui si può fare la singola scarpa e poi si valuta se va bene. E’ lui che dice se la vuole un po’ più a destra o sinistra, un po’ fuori o dentro. Tadej usa le tacchette gialle, che danno più libertà. Con quelle fisse che usava inizialmente ha avuto qualche problemino alle ginocchia e per evitarlo, preferisce avere il piede più ibero di muoversi.

Quando è a casa Pogacar sa fare il meccanico oppure chiede supporto?

No, normalmente se ha qualche problema va in un negozio oppure arriva qualcuno dalla squadra. A volte mi chiama e mi chiede come si possa risolvere un problema, qualcosa prova a farla da solo. Di base non vuole disturbare, Tadej è un ragazzo molto educato.

Un podio che vale, adesso Ciccone finalmente sorride

12.10.2024
6 min
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COMO – Uno dei momenti da ricordare di questo Lombardia, seconda Monumento 2024 con un italiano sul podio dopo il Fiandre di Mozzato, è quello in cui Dario Cataldo taglia l’ultimo traguardo della carriera e si accorge che sul podio c’è il suo amico Ciccone. La storia è antica. Giulio è una sorta di fratello minore, cresciuto ciclisticamente alla scuola di suo padre. E quando la Lidl-Trek ha avuto bisogno di una guida per il suo leader, ha puntato sul corregionale più esperto, facendone un road captain. Dario ci teneva a chiudere al Lombardia e pur con il groppo in gola, è passato con un sorriso prima di riprendere la via del pullman.

«E’ stato bello – ammette Ciccone – è stato emozionante. Lui ci teneva a finirla qui ed è stato un bel momento, quando lui è arrivato ed io ero sul podio. Direi che è stato bello per tutti e due».

La mattinata del resto era partita all’insegna del saluto per l’abruzzese, con i compagni che si sono presentati al foglio firma mascherati con la sua faccia. Il Lombardia deve essere stato un lungo viaggio nella memoria, fino alle strade di Como in cui vinse la tappa al Giro d’Italia del 2014. dieci anni fa. Quando Cataldo è arrivato al pullman e ha tolto gli occhiali, aveva gli occhi rossi. Ha firmato autografi. Ha posato per foto. Quindi ha abbracciato i compagni di squadra e lo staff. Ha stretto forte Luca Guercilena. E poi come gli altri è salito sopra aspettando l’eroe di giornata.

Con gambe e testa

Ciccone arriva dopo mezz’ora che lo aspettiamo. Sembra frastornato, come chiunque abbia dovuto attraversare una baraonda di tifosi e ammiraglie incastrate fra loro. Quando incontra lo sguardo di Josu Larrazabal, il capo dei preparatori, il basco lo guarda e gli chiede perché sia così accigliato. Allora Giulio sorride, anche lui dispensa qualche abbraccio e poi sale sul pullman. Li sentiamo gridare e far festa. Qualcuno fa saltare il tappo di birre gelate, che sembrano un miraggio per chi aspetta in strada. Poi lo vediamo passare e gli lanciamo una voce: “Cicco”, hai due minuti? Lui guarda in basso. Sorride. Dice di sì. Ma sedendosi sui gradini del pullman, ci invita a salirne uno. Sotto c’è ancora una ressa da giorno di mercato, se scendesse non riusciremmo neppure a dirci ciao.

Gli raccontiamo che la televisione ha mostrato tante immagini di Pogacar ed Evenepoel, ma ben poco del suo rientro sui primi. Lo abbiamo visto scattare, come se fosse rinvenuto da un luogo imprecisato alle spalle del gruppetto inseguitore. Lui sorride, ha recuperato lo spirito e racconta.

«Per fortuna che almeno lo scatto l’hanno inquadrato – ride – per una volta che faccio uno scatto! Come è andata? Sul Sormano c’è stata la selezione, quella vera. Poi Sivakov è andato via da solo e io sono rimasto nel gruppetto. Ho visto anche che stava rientrando Mollema con altri corridori e a quel punto abbiamo iniziato la valle. Era lunga e farla da solo oppure in due avrebbe significato morire. Abbiamo trovato una buona collaborazione, anche se io sentivo che oggi in salita andavo bene. Ai compagni l’ho detto dopo le prime salite nella zona di Bergamo: stavo bene».

Difesa sulla Colma di Sormano e poi una sparata sul San Fermo: il Lombardia di Ciccone si è giocato anche con la testa
Difesa sulla Colma di Sormano e poi una sparata sul San Fermo: il Lombardia di Ciccone si è giocato anche con la testa

«Quindi – prosegue Ciccone – mi sono messo ad aspettare il San Fermo. Mollema l’ha presa forte da sotto e si è fatto seguire da Storer. Io poi ho dato l’accelerata e quando ho visto che erano vicini, ho preso morale. Mi sono avvicinato a quelli davanti, però non ho chiuso subito. Sapevo che se lo avessi fatto, magari scattavano ancora e mi ristaccavano arrivando da dietro. Per questo li ho lasciati un attimo lì. Ho gestito bene. E quando poi ho deciso di rientrare, mi sono detto che dovevo tirare dritto. E così ho fatto e francamente è andata anche meglio di quanto mi aspettassi».

La delusione di Zurigo

C’è orgoglio e si capisce quanto sia difficile essere un corridore di vertice, nel dover spingere fino ai limiti dell’apnea e riuscire contemporaneamente ad essere lucidi. Sapeva di giocarsi il finale di stagione. Sapeva che le ciambelle fino a quel punto non erano riuscite col buco. Aveva lavorato tanto e sodo con Bartoli in Toscana, eppure era tornato a casa dal mondiale con un pessimo gusto in bocca.

«Il mondiale per me è stato una grande delusione – sospira Ciccone – perché comunque avevo lavorato bene. Sapevo che la condizione c’era, ma sicuramente il percorso non era adatto a me. E’ stato una delusione perché è sempre brutto quando si lavora tanto e non si raccoglie nulla. Specialmente con la maglia nazionale, con cui attiri le attenzioni belle e le attenzioni brutte. Per questo oggi ci tenevo a fare bene. Ed è stato importante perché ci voleva di chiudere l’anno così. Il 2024 è stato difficile e chiuderlo nel migliore dei modi mi dà la serenità per staccare, girare pagina e iniziare nel modo migliore».

Il Lombardia è stato il primo podio di Ciccone in una Monumento e un bel modo di riscattare la stagione
Il Lombardia è stato il primo podio di Ciccone in una Monumento e un bel modo di riscattare la stagione

Il ritmo infernale

E’ salito sul podio con Pogacar ed Evenepoel: una fotografia che dà ancora più valore alla prestazione di oggi, anche se al momento il loro livello è irraggiungibile e occorre farsene una ragione, senza per questo sembrare rinunciatari.

«A volte bisogna accettare la realtà – dice – e la realtà è quella che stiamo vivendo in un’epoca di campioni. Non si tratta di accontentarsi, però di essere realisti e fare il massimo per ottenere quello che si può. E quando c’è Pogacar, si capisce presto se è in giornata super. Il ritmo a un certo punto diventa insostenibile e l’unico che riesce ad andare è lui. E oggi è stata una giornata veramente dura, perché siamo partiti fortissimo. Abbiamo fatto le prime salite a un ritmo già bello tosto e intanto la gara non si era messa proprio benissimo con quei corridori importanti nella fuga. Per riprenderli, il ritmo a un certo punto è diventato altissimo, perché credo che tanti fossero preoccupati. Io sono rimasto lì.

Un podio decisamente interessante per Ciccone, con un bicampione olimpico e iridato della crono e il campione del mondo strada
Un podio decisamente interessante per Ciccone, con un bicampione olimpico e iridato della crono e il campione del mondo strada

«Ho lavorato tanto, sono rimasto concentrato. L’ultimo mese è stato un po’ strano, però io sapevo di aver lavorato bene. E adesso stacco la spina sereno. Questa giornata significa tanto, per la sfortuna che ho avuto e per la squadra che mi è rimasta sempre vicina».

Il tempo di una foto e ci accorgiamo che alle spalle è arrivato Paolo Barbieri, un altro uomo della Lidl-Trek che chiude in questi giorni la sua carriera da press officer. Ci sono tante storie che si intrecciano in questa serata con vista sul lago gonfio d’acqua. Storie di uomini, chilometri e vite. Non resta che scrivere tutto, sperando di ricordare davvero tutto.

Pogacar fa poker ed entra nella storia del Lombardia

12.10.2024
6 min
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COMO – Sono quattro Giri di Lombardia per Tadej Pogacar, tutti conquistati in un unico filotto, come fatto da Fausto Coppi tra il 1946 e il 1949. Mentre era dal 2006 che il campione del mondo non vinceva la Classica delle foglie morte, l’ultimo a riuscirci sempre sul traguardo di Como è stato Paolo Bettini. L’ultimo a rifilare un distacco così grande al secondo classificato, oltre tre minuti, fu Eddy Merckx. Il corridore sloveno che rifiuta l’accostamento con il passato ci costringe però a guardare all’albo d’oro alla ricerca di un’altra impresa simile. L’ennesima di una stagione che gli ha regalato 21 vittorie, di cui 17 arrivando da solo sotto lo striscione dell’arrivo. Tutte tranne una se escludiamo le due cronometro. L’unica volta che ha battuto un diretto rivale in uno sprint era marzo a Barcellona, nell’ultima tappa della Vuelta a Catalunya. C’è stata poi la volata ristretta a Prati di Tivo al Giro d’Italia.

Lo aveva detto ieri pomeriggio, nella conferenza stampa della vigilia, di come si senta più sicuro nell’arrivare da solo al traguardo. E come spesso fatto in questa stagione fantastica ha messo in scena il copione che aveva in mente e noi, spettatori inermi, abbiamo assistito allo spettacolo unico del suo talento. 

Lo sloveno della UAE Emirates ha eguagliato il record di Coppi: è il quarto Lombardia
Lo sloveno della UAE Emirates ha eguagliato il record di Coppi: è il quarto Lombardia

Da Siena a Como

La bici al cielo sulle sponde del lago di Como, a riallacciare il filo con la sua prima vittoria stagionale, quella in Piazza del Campo a Siena. Pogacar arriva in conferenza stampa con una giacca che riporta i colori dell’iride più grande di almeno due taglie. Con Il Lombardia lo sloveno ha concluso la sua stagione, ora ha voglia di andare in vacanza. Lo si capisce dagli occhi scavati dalla fatica dei 58 giorni di corsa disputati e dei quasi 10.000 chilometri messi sotto le ruote. Risponde in fretta alle domande e saluta tutti con la promessa di rivederci nel 2025 con nuovi obiettivi e traguardi da raggiungere.  

«Ho voluto concludere la stagione così come l’avevo iniziata – dice in conferenza stampa con una risata – con la bicicletta al cielo. Spero in una bella foto».

A Siena la prima esultanza con la bici sopra la testa del 2024
A Siena la prima esultanza con la bici sopra la testa del 2024
Quanto è stato importante per te oggi il lavoro di Hirschi, il quale è rimasto molto tempo a tirare il gruppo?

Tutta la squadra è importante, ogni compagno svolge un ruolo fondamentale durante la corsa e sono contento di avere questi campioni che lavorano per me. Anche Pavel (Sivakov, ndr) ha fatto un lavoro eccellente sulla Colma di Sormano. Poi è stato bravo a rimanere lì ed arrivare tra i primi sei al traguardo. Ma tutti si impegnano per un unico obiettivo: vincere. 

Una volta che hai avuto un buon vantaggio e sapevi che avresti vinto, cosa ti è passato per la testa?

Mi sono goduto molto gli ultimi momenti, la parte finale della gara: i tifosi sono stati fantastici. Sono molto felice di finire la stagione in questo modo e di andare finalmente in vacanza con una vittoria. Quindi semplicemente direi che è stato molto bello percorrere gli ultimi chilometri dell’anno in questo modo.

A 42,5 chilometri dal traguardo l’allungo e l’ennesima cavalcata solitaria
A 42,5 chilometri dal traguardo l’allungo e l’ennesima cavalcata solitaria
Con la vittoria nel quarto Lombardia, chiudi una stagione di successo, se dovessi scegliere un momento quale sarebbe?

Ogni successo ha la sua storia e le sue emozioni. Ma quest’anno, in cima a tutte, c’è il campionato del mondo. Penso sia difficile batterlo. 

In questo momento sei superiore a tutti gli altri, cosa pensi faccia la differenza?

Non so come rispondere, ma perché non lo so. Non vedo nella testa cosa pensano gli avversari e non vedo i loro numeri, forse è tutta una combinazione di fattori: forza, determinazione e un momento positivo per me. Ma di sicuro la motivazione, soprattutto dopo una stagione così lunga, per molti corridori è importante.

Sulle strade si vede l’affetto dei tifosi verso questo campione che unisce tutti
Sulle strade si vede l’affetto dei tifosi verso questo campione che unisce tutti
Qual è stato il momento più difficile della stagione?

Non ci sono stati particolari momenti complicati in bicicletta. Grazie alla squadra abbiamo pianificato un buon programma di gare. Non sono mai stato troppo stanco. Anche dopo il Tour de France quando ho saltato le Olimpiadi, è stato una buona decisione perché ho potuto recuperare e preparare il finale di stagione. 

Alcuni dicono che sei il killer del ciclismo moderno. 

Non vedo nessuno dire questo oggi sulla strada. Ho visto tanti tifosi. Per me è stata una bella gara oggi, 255 chilometri con tutte le persone sulla strada pronte a sostenermi e che hanno fatto il tifo per me e per tutti i corridori. Il che è sempre molto bello. Su Internet si possono sempre trovare persone che cercano di portare della negatività, ma non mi sembra che questo accada sulla strada. Quindi è questo che conta.

Evenpeol ha scavato a fondo nelle energie rimaste conquistando un prezioso secondo posto
Evenpeol ha scavato a fondo nelle energie rimaste conquistando un prezioso secondo posto
Ti rendi già conto di quello che hai fatto in questa stagione o ci metterai del tempo. 

Non lo so. Devo capire cosa ho fatto? Io l’ho fatto e basta. Per me l’importante è vivere il momento. Ora voglio andare in vacanza e riposarmi dopo questa bella stagione per affrontare la prossima, i prossimi obiettivi, le prossime sfide.

Sei rimasto un po’ sorpreso dall’alto livello di Evenepoel oggi, dopo che ha passato una settimana difficile?

No, mi aspettavo che fosse pronto. Sapeva che avrebbe dovuto fare un po’ di fatica perché era l’ultima gara dell’anno. Ed è stato davvero impegnativo per la mente ma ha dato il massimo per poi andare in vacanza perché ha avuto una stagione lunga e difficile, credo. Sì, forse nelle gare più piccole ha fatto più fatica a spingere fino in fondo ma oggi era una Monumento. Una gara bellissima che gli si addice. Ma sì, poteva spingere un po’ di più, credo.

Un sorso per brindare al quarto Lombardia e alla fine di questa grande stagione
Un sorso per brindare al quarto Lombardia e alla fine di questa grande stagione
Dici che non vedi l’ora di andare in vacanza, ma non sei dispiaciuto che sia finita? 

C’è anche la vita fuori dalla bici, quindi non vedo l’ora di fare anche quello.

Nemmeno il tempo di finire i saluti che il campione del mondo è già fuori dalla stanza che scende le scale verso Piazza Giuseppe Verdi. La stagione è terminata. E se anche fosse vero che non ha avuto momenti particolarmente difficili in bici Pogacar ha comunque messo nel mirino e conquistato due Grandi Giri, due Classiche Monumento e un mondiale. Le vacanze sono largamente meritate, non resta che aspettare il 2025 insieme per scoprire quali saranno i nuovi obiettivi di cui ha parlato. 

Pomeriggio con Pogacar: tattiche, ricordi e parole chiare sul doping

11.10.2024
7 min
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CAVENAGO – Mezz’ora a cavallo fra i saluti di fine stagione e un viaggio indietro nei mesi. Tadej Pogacar ha lo sguardo sereno e parla con tono pacato. Si indurisce solo quando due francesi gli chiedono sui sospetti di doping, ma dopo una fiammata nello sguardo, gestisce le risposte con grande realismo. I giornalisti attorno sono pochi, quelli che lo hanno raccontato per tutto l’anno e fanno domande mirate. Ne viene fuori mezz’ora che sarebbe impossibile da sbobinare alla lettera, ma che consegna una serie di risposte davvero piene di contenuti. Domani a quest’ora il Lombardia entrerà nel vivo, per ora fuori dall’Hotel Devero i ritmi sono blandi. Non c’è l’elettricità di inizio stagione, la consapevolezza permette di vivere ogni cosa con il giusto distacco.

Per il Lombardia, Pogacar ha due bici iridate, quella decorata per il mondiale e la quarta sarà una Colnago nera
Per il Lombardia, Pogacar ha due bici iridate, quella decorata per il mondiale e la quarta sarà una Colnago nera
Siamo alla fine di una stagione molto ricca per te e l’Italia questa volta è stata uno snodo speciale. Che rapporto hai sviluppato con il nostro Paese?

Mi sono divertito molto in Italia quest’anno. Ho iniziato con la Strade Bianche e molti allenamenti lì intorno. Mi sono preparato per il Giro e anche il Tour è iniziato da qui. E domani ci sarà il Lombardia. Devo dire che l’Italia mi ha trattato bene e mi sono divertito. Spero che nei prossimi anni potrò fare qualcosa di simile.

Finora hai puntato a vittorie che non avevi mai centrato, mentre il Lombardia lo hai già vinto per tre volte. Gli stimoli sono uguali?

Di sicuro voglio prefissarmi obiettivi diversi. Ma a questo punto della stagione, il Lombardia è il Lombardia e non ci sono molte altre gare simili da fare. E’ una bella corsa da fare ogni anno e se riesco a vincerne il più possibile, a me sta bene. Sono stato qui tre volte e per tre volte ho vinto. Vedremo domani. Se ci riesco, sarò felice. Se non ci riesco, mi sarò divertito ugualmente.

Tutti ti vedono come il grande favorito, forse la vera sorpresa sarebbe se non vincessi…

Penso che nel ciclismo non sia mai facile vincere, quindi non sarei sorpreso di non vincere. Però sono pronto a dare tutto un’ultima volta. La cosa principale sarà godermi la giornata. Spero nel bel tempo e poiché non ci sono molte gare di un giorno belle come il Lombardia, vorrei godermi il percorso e la giornata, qualunque cosa accadrà.

Alla Tre Valli Varesine, Pogacar si è esposto nel nome della sicurezza è ha ottenuto lo stop della corsa per maltempo
Alla Tre Valli Varesine, Pogacar si è esposto nel nome della sicurezza è ha ottenuto lo stop della corsa per maltempo
Dove trovi la motivazione alla fine di una stagione così?

E’ qualcosa che scopri dentro di te, per la squadra e per rispettare i programmi che sono stati fatti. Se fai un cambiamento alla fine della stagione, se scegli di non partire, tocca a un altro e non lo troverei corretto. D’altra parte, queste sono belle gare e io sono in buona forma. Mi sento bene in bici, quindi perché non continuare a correre finché non posso? E soprattutto avendo la maglia di campione del mondo, penso che potrò godermi ancora di più la gara.

Vincere è bello ma non è mai facile. Nelle ultime occasioni hai scelto la fuga da lontano, nel tuo gusto come sarebbe vincere lottando con qualcun altro sino alla fine?

Andare da soli porta con sé un po’ di rischio, devi sapere come stai. Alla Strade Bianche, sin dall’attacco ero abbastanza sicuro di poter vincere. Ai mondiali ho rischiato restando fuori per due ore e mezza e non sapevo se ce l’avrei fatta. Se invece si tratta di arrivare in uno sprint ristretto oppure a due, c’è molta più adrenalina, più che correre da soli. E’ fantastico vincere una volata, ma non sono un esperto, quindi preferisco andare da solo e assicurarmi di poter vincere.

Quando attacchi da solo, come a Zurigo o all’Emilia, ti sorprende che nessuno ti segua?

In Svizzera, di sicuro c’erano corridori che potevano seguirmi, ad esempio Evenepoel. All’Emilia eravamo più vicini al traguardo, pioveva, quindi è stato un giorno piuttosto duro. Ho espresso una grande potenza, lì potevo immaginare che nessuno mi avrebbe seguito. Ma non direi, come ho letto, che ho la stessa forma del Tour. Stiamo correndo gare di un giorno, è diverso da un Grande Giro in cui devi essere performante per tre settimane. Se oggi mi mettessi sulla linea di partenza del Tour, non credo che potrei farcela. Siamo in bassa stagione (sorride, ndr), si pensa alle vacanze. Se guardiamo il singolo giorno, magari i numeri sono gli stessi del Tour, ma gli sforzi non sono paragonabili.

Arrivare in una volata ristretta o anche a due dà grande adrenalina, ma non garanzia di vittoria. Meglio arrivare da soli
Arrivare in una volata ristretta o anche a due dà grande adrenalina, ma non garanzia di vittoria. Meglio arrivare da soli
Qual è secondo te il miglioramento più grande che hai fatto quest’anno come corridore?

Non lo so per certo. Una parte importante di me sta crescendo. Di sicuro sto maturando, ho più esperienza rispetto agli anni passati. E ormai ho un approccio diverso con l’allenamento e anche fuori dalla bici. Devo dire che quest’anno mi sono sentito più a mio agio in bici e ho avuto degli snodi nella stagione che hanno fatto crescere la fiducia.

Quali snodi?

La prima iniezione di fiducia c’è stata al Giro. Mi sono sentito bene, non ho avuto una brutta giornata e l’ho vinto. Nel periodo dopo il Giro, non avevo molti impegni e non ci sono state persone che mi abbiano disturbato, quindi ho potuto riposare e allenarmi in quota con Urska. E’ stato un periodo piacevole e rilassante e allo stesso tempo, una buona preparazione. Quella è stata la seconda parte in cui ho capito che potevo fare molto bene il Tour. E quando mi sono presentato al via, già il secondo giorno a San Luca ho fatto uno dei migliori 5-6 minuti di potenza e da quel momento in poi, è stato un bel Tour. Niente è perfetto, ma più o meno è andato tutto come avevo pianificato.

Pensi che domani Evenepoel potrebbe darti del filo da torcere?

Questa settimana non è stata la migliore per lui. E’ stata davvero dura. Se non sei preparato mentalmente alla fine della stagione, anche per una gara sotto la pioggia o con quel tempo pessimo, non riesci a tenere duro. Se non c’è una grande motivazione per vincere gare, è difficile arrivare a giocarsela. Ma penso che per il Lombardia sia diverso. Penso che Remco sia pronto mentalmente più per la grande corsa, che per le più piccole. Quindi penso che domani proverà.

Pogacar si aspetta domani una reazione di Evenepoel, che secondo lui è arrivato al finale non troppo concentrato
Pogacar si aspetta domani una reazione di Evenepoel, che secondo lui è arrivato al finale non troppo concentrato
Dal 1998, c’è sospetto su chi domina in questo sport. In Francia ci sono media che hanno iniziato a dire che siccome sei molto dominante, allora aumenta anche il sospetto. Come reagisci di fronte a questo?

Il mondo oggi è così, si vedono dominatori in ogni ambito. Negli affari. Nel tennis, nel golf, nell’NBA, nel football, in qualsiasi altro sport vedi predominio dalle squadre o dei singoli atleti. Penso che ci sia sempre qualcuno che domina, finché arriva un nuovo talento, un giovane più affamato, una squadra migliore e ci saranno altri dominatori.

Cosa pensi di chi porta avanti sospetti sul tuo conto?

Il ciclismo è uno sport in cui in passato le persone facevano di tutto per ottenere dei risultati e hanno messo a rischio la loro salute. Molti ragazzi che non conosci nemmeno probabilmente hanno problemi di salute o mentali, per quello che facevano ai loro corpi 20-30 anni fa. Secondo la mia modesta opinione, penso che il ciclismo abbia sofferto molto in quegli anni. Non c’è fiducia e tocca a noi ciclisti riconquistarla. Non c’è niente che possiamo dire, se non fare la nostra gara e sperare che la gente inizi a crederci. Ma avrai sempre bisogno di un vincitore e il vincitore avrà sempre più occhi puntati addosso.

Fine stagione col sorriso: all’Emilia Pogacar ha regalato questa mortadella gigante a uno spettatore sloveno
Fine stagione col sorriso: all’Emilia Pogacar ha regalato questa mortadella gigante a uno spettatore sloveno
Con tanto di commenti sul suo conto?

Qualcuno penserà sempre o dirà che il vincitore è un imbroglione. Forse tra qualche generazione, la gente dimenticherà il passato, si dimenticherà di Armstrong e di quei ragazzi che facevano quello che facevano, e forse andremo avanti. Dalla mia esperienza personale, penso che il ciclismo sia uno degli sport migliori, il più pulito. Dove tutte le persone cercano di essere sane e non più malate nel nome della prestazione. Perché lo sappiamo che non puoi spingerti oltre il limite, che è meglio rimanere in salute. Se vuoi rischiare la tua salute e la tua vita per dieci anni di carriera, allora è solo uno spreco di vita ed è una cosa stupida. Ma ci saranno sempre persone invidiose e sospettose e non c’è niente che io possa fare al riguardo.

Ti capita di voltarti e guardare le vittorie di quest’anno?

Ho smesso di farlo. Al momento mi lascio trasportare dalla corrente, da una gara all’altra. Cerco di divertirmi con la squadra, ma non penso che questa stagione sarebbe potuta essere migliore di così.

Sforzi lattacidi, cosa sono e come si migliora?

08.10.2024
5 min
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Uno degli aspetti sul quale si deve migliorare per essere performanti nelle corse di un giorno è riuscire a esserlo quando la fatica ti morde le gambe. La differenza si fa nel momento in cui gli altri mollano, mentre i migliori riescono a tirare fuori ancora qualche sprazzo di energia. Ce ne siamo accorti al mondiale di Zurigo, quando Pogacar ha attaccato a 100 chilometri dal traguardo con un allungo che sembrava innocuo e poi si è trasformato nel capolavoro che tutti abbiamo ammirato. In quel frangente l’unico che ha avuto il coraggio di prendere le sue ruote è stato Andrea Bagioli. L’azione del corridore della Lidl-Trek, che vi abbiamo raccontato ha aperto in noi uno spiraglio di curiosità. Come si migliorano le proprie prestazioni nel momento in cui è richiesto quel qualcosa in più per fare la differenza? In allenamento si tratta di fare dei lavori lattacidi. Per capire in che modo si migliorano queste prestazioni ci viene in soccorso un preparatore: Paolo Artuso

«Si tratta di un discorso più ampio – esordisce il preparatore della Red Bull-Bora Hansgrohe – perché la prestazione nel ciclismo è data da due variabili: la fase aerobica e quella anaerobica. La seconda riguarda il nostro sforzo massimale, ed è rappresentata dalla VlaMax, cioè la massima potenza anaerobica o potenza glicolitica (la massima energia che un ciclista o atleta può esprimere attraverso il sistema energetico anaerobico lattacido). Per capire le le qualità anaerobiche bisogna fare dei test, uno degli ultimi visti è quello del VLA Max».

Artuso è approdato alla Bora-Hansgrohe dal 2023. In precedenza lavorava alla Bahrain
Artuso è approdato alla Bora-Hansgrohe dal 2023. In precedenza lavorava alla Bahrain
A cosa serve?

Si capisce che tipo di corridore si ha davanti. Innanzitutto ci sono due modi per calcolarlo: in laboratorio o su strada. In laboratorio si controlla il lattato basale prima di iniziare a pedalare, si fanno degli sforzi brevi massimali da 15-30 secondi e poi si misura di nuovo il lattato ogni minuto per un po’. Da questi valori si guarda il delta tra il valore basale e quello più elevato misurato per poi dividerlo per la lunghezza del test. Su strada è sicuramente più veloce e semplice e si utilizzano dei software di analisi.

Una volta terminato?

Si effettuano dei prelievi all’atleta ogni minuto. Per avere un valore si calcola il delta tra il lattato basale e quello massimale e si divide per il tempo. Da qui esce un numero compreso tra 0 e 1. Se il valore è vicino allo zero vuol dire che abbiamo davanti un corridore da corse a tappe. Viceversa, se il numero si appresta sopra lo 0,5 allora l’atleta che si ha davanti è adatto alle Classiche o alle volate.

Zurigo 2024: Bagioli ha provato a reggere l’accelerazione di Pogacar, ma l’ha pagato a caro prezzo
Zurigo 2024: Bagioli ha provato a reggere l’accelerazione di Pogacar, ma l’ha pagato a caro prezzo
Per un far sì che un corridore sia completo cosa bisogna fare?

Cercare di lavorare su tutti i parametri, ma serve attenzione, bisogna bilanciare le cose. Per esempio un ciclista con una VLA Max troppo bassa, potrebbe trovarsi in difficoltà in gara in determinate condizioni. Ad esempio: una tappa con brevi salite, una partenza a tutta o un prologo. Viceversa un ciclista con un valore più alto sarà in difficoltà su tappe con salite lunghe.

In che senso?

Partiamo dal presupposto che un atleta ha due picchi di forma durante la stagione. Facciamo un esempio: se l’obiettivo della prima parte dell’anno sono le Classiche allora si lavorerà sulla parte anaerobica. Al contrario, se nella seconda metà della stagione si vuol performare in un grande Giro si lavora sulla parte aerobica. 

Per Tiberi questo tipo di sforzi devono essere allenati, ma serve programmare la stagione in maniera diversa
Per Tiberi questo tipo di sforzi devono essere allenati, ma serve programmare la stagione in maniera diversa
Mettiamo il caso che un corridore voglia essere performante nelle corse di un giorno.

Si deve abituare il suo fisico a lavorare con alte scorte di glicogeno. Quindi dovrà fare degli sprint a tutta. Un esercizio che faccio fare spesso ai miei atleti è: tre sprint massimali di 30 secondi con un recupero di 8 minuti tra l’uno e l’altro. Il recupero è una fase fondamentale, perché il corridore deve essere il più fresco possibile tra una ripetuta e l’altra. In questo modo aumenta la glicolisi, quindi l’energia nella parte anaerobica. 

Cambia qualcosa quando ci si avvicina alle gare?

Il tempo di recupero si accorcia, in modo da tollerare al meglio il lattato. Il tempo tra una ripetuta e l’altra diventa di 30 secondi, così da abituare il fisico a lavorare in fase lattacida. 

I test del VLA Max e del VO2 Max si possono effettuare sia in laboratorio che in strada (foto Iens’Art content&agency)
I test del VLA Max e del VO2 Max si possono effettuare sia in laboratorio che in strada (foto Iens’Art content&agency)
Lo sforzo fatto da Bagioli dietro Pogacar quindi cos’è?

Un mix tra fase aerobica e anaerobica. In quel caso Bagioli ha fatto uno sforzo massimale di cinque minuti. Quindi servono sia la fase aerobica e anaerobica. Serve avere un alto valore del VO2 Max, che si allena nella fase di preparazione. Poi quando ci si avvicina alle gare sistemi il VLA Max. 

E’ possibile allenare uno sforzo del genere in allenamento?

Io sono un preparatore che crede nel processo di crescita, ma allo stesso modo penso che nulla sia paragonabile alla gara. Servono mesi di lavoro e un insieme di fattori. Puoi perfezionare le diverse fasi ma nulla sarà mai paragonabile allo sforzo della gara. I numeri fatti da Pogacar sono talmente alti che non è detto che siano replicabili, nonostante ci si alleni al meglio.

EDITORIALE / Pogacar un gigante, ma non perdiamo lo stupore

07.10.2024
5 min
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Il giorno dopo la vittoria di Pogacar al Giro dell’Emilia, Van der Poel ha vinto un’altra Roubaix, anche se questa volta si chiamava mondiale gravel. Una corsa piatta, più corta dell’Inferno del Nord, in cui l’olandese ha fatto valere la sua capacità illimitata di andare forte in pianura. Visto il livello dei rivali e la comodità della bici da fuoristrada, si capisce che Mathieu abbia avuto vita (quasi) facile nel lasciarsi dietro Florian Vermeersch a 13 chilometri dall’arrivo, con Stuyven ed Hermans vicini alla soglia dei 4 minuti. Ben altra fatica è costata la vittoria a Marianne Vos, che il giorno prima ha dovuto vedersela in un arrivo allo sprint con Lotte Kopecky.

La solitudine

Nel ciclismo dei fenomeni, la solitudine è un luogo spensierato in cui far valere la propria superiorità. E’ così da qualche anno a questa parte. Ne abbiamo avuto la conferma nella Roubaix dell’olandese e la riprova ai mondiali di Zurigo e poi a Bologna, dove Pogacar ha polverizzato le velleità dei rivali, prima ancora di polverizzarne la resistenza. Un post di Adriano Malori su Instagram rende perfettamente lo stato d’animo dei rivali al via.

«Immaginate di essere Evenepoel, Roglic, Pidcock. Siete alla partenza del Giro dell’Emilia e guardando verso destra, sulla linea di partenza, vedete questo personaggio qui fresco reduce da un mondiale dominato dopo la doppia corona Giro-Tour. A quel punto le alternative sono due: sperare in una sua foratura a 500 m dall’arrivo (500 m non prima se no fa in tempo a rientrare e vincere). Mandare tutti a quel paese, imprecando perché lui sia anche qui, ed entrare nella classica osteriaccia bolognese e finire la stagione a tagliatelle col ragù e sangiovese. Qualsiasi decisione uno prenda…lui vincerà lo stesso!!».

Evenepoel, Roglic e in mezzo Pogacar: con quale spirito gli altri due erano al via dell’Emilia?
Evenepoel, Roglic e in mezzo Pogacar: con quale spirito gli altri due erano al via dell’Emilia?

Il solo fenomeno

Il giorno dopo la Strade Bianche prendemmo parole per il titolo di un altro editoriale: «Il fenomeno è solo uno, si chiama Pogacar». Lo sloveno era alla prima corsa 2024 e se la aggiudicò con 81 chilometri di fuga solitaria. Sette mesi dopo, avuta la conferma del teorema di partenza, ci troviamo alle prese con un’imbarazzante sensazione di troppo. Non perché sia troppo il vincere dello sloveno o troppo il gap rispetto agli avversari. I numeri ipotizzati giorni fa con Pino Toni, sia pure con criterio empirico che potrebbe essere ridimensionato dalla realtà dei dati, mostrano che contro uno così c’è davvero poco da fare. Contro lui e anche qualcun altro della sua squadra. «Siamo all’Agostoni per vincere – diceva ieri mattina Roberto Damiani – e per fortuna Pogacar non c’è. Il guaio però è che ci sono Hirschi e Christen».

Quando lo svizzero ha vinto la corsa, quelle parole sono risuonate profetiche. Hirschi il prossimo anno andrà via con destinazione Tudor Pro Cycling. Sarà interessante vedere se il cambio di ambiente e di allenatori lo rallenterà o se continuerà in questa meravigliosa scia di vittorie. Il UAE Team Emirates è più che mai la squadra numero uno al mondo ed è così evidentemente in ogni suo comparto.

Strade Bianche, 81 chilometri di fuga e vittoria: il portentoso 2024 di Pogacar era iniziato così
Strade Bianche, 81 chilometri di fuga e vittoria: il portentoso 2024 di Pogacar era iniziato così

Tadej come Binda

Il senso del troppo di cui parlavamo poc’anzi si è riverberato in un pensiero forse poco sportivo durante la cavalcata di Pogacar sul San Luca: lo abbiamo trovato noioso, come se ormai lo stupore si stia affievolendo. Ammettiamo che il suo non essere italiano potrebbe aver contribuito a quella sensazione. Se al suo posto ci fosse stato Piganzoli, saremmo stati per tutto il tempo a incitarlo. Ma forse dopo un anno intero di Piganzoli solo al comando, da amanti del ciclismo e non tifosi di qualcuno in particolare, avremmo avuto la stessa reazione (Piga, tu intanto provaci, poi con la noia facciamo i conti!). E allora c’è venuto in mente quanto accadde con Binda nel 1930.

A causa della sua superiorità, il campione di Cittiglio fu pagato dagli organizzatori per non partecipare al Giro. Gli promisero 22.500 lire, una somma che copriva la vittoria finale più alcune tappe. Binda accettò e ottenne anche il permesso di partecipare ad alcuni circuiti contemporanei al Giro. Così con gli ingaggi raddoppiò la somma ottenuta per non partecipare. Poi andò al Tour, il primo per squadre nazionali, ma dopo una caduta e due tappe vinte, si ritirò. Quando gli fu chiesto il perché, disse che non aveva ancora ricevuto i soldi del Giro. Glieli diedero alla vigilia del mondiale di Liegi, che Binda ovviamente vinse.

Alfredo Binda, 5 Giri, 3 mondiali, 4 Lombardia, nel 1930 fu pagato per non correre il Giro (foto Wikipedia/Mondonico Collection)
Alfredo Binda, 5 Giri, 3 mondiali, 4 Lombardia, nel 1930 fu pagato per non correre il Giro (foto Wikipedia/Mondonico Collection)

La superiorità di Pogacar non ricorda quella di Merckx, cui tanti lo stanno accostando, quando piuttosto quella di Binda. Al giorno d’oggi pare che il Giro paghi i corridori perché vengano al Giro, non certo per lasciarli a casa. Pur continuando a pensare che il fenomeno sia solo lui, speriamo anche che i rivali, da Vingegaard a Evenepoel, passando per Van der Poel, Van Aert e Hirschi, trovino gli argomenti per avvicinarsi un po’. Altrimenti più che di strapotere, sentendoci come quelli cui non va mai bene niente, con una punta di bonaria invidia per gli amici sloveni, bisognerà iniziare a parlare di una simpatica dittatura.

Dietro l’arcobaleno di Pogacar, dalla nebbia sbuca Piganzoli

05.10.2024
7 min
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BOLOGNA – Ventiquattro come le vittorie stagionali. Ventiquattro come le ore che noi comuni mortali impieghiamo a realizzare le imprese che compie ad ogni gara. Ottantasette come le vittorie in carriera. Ottantasette come i chilometri di fuga solitaria totalizzati nelle ultime due corse disputate (a Zurigo sono stati 100 quelli dell’attacco, circa 50 quelli da solo). In mezzo alla nebbia e alla pioggia del Colle di San Luca si staglia l’arcobaleno di Tadej Pogacar che trionfa al Giro dell’Emilia col suo marchio di fabbrica.

La classica bolognese era di fatto la rivincita del mondiale di Zurigo, ad eccezione di qualche assenza, ma per il leader della UAE Team Emirates non è cambiato nulla a parte la sua fiammante maglia iridata. Tutti gli avversari più accreditati sulla carta – su tutti Evenepoel e Roglic, che sul San Luca ci aveva già vinto quattro volte compresa la crono del Giro del 2019 – sono letteralmente spariti in mezzo alle nuvole basse. O schiacciati dal caterpillar sloveno, se preferite. A tenere alta con onore la bandiera italiana ci ha pensato Davide Piganzoli, terzo al traguardo a ruota di Tom Pidcock. Una soddisfazione enorme per il valtellinese della Polti-Kometa essere sul podio assieme al campione del mondo e al campione olimpico della Mtb.

Super Piganzoli

Nella prima sfida dopo la gara iridata, Piganzoli ha risollevato con una grande prestazione sulle strade emiliane le sorti di un’Italia invisibile a Zurigo. Un risultato che col passare delle ore riuscirà a metabolizzare. Lo intercettiamo due volte a cavallo delle premiazioni e sebbene sia loquace il giusto, si vede che dentro ha un uragano di emozioni.

«Sicuramente in Svizzera abbiamo fatto fatica – attacca Davide – però oggi tanti giovani italiani erano davanti. Oltre a me, c’erano Pellizzari, Calzoni, Fortunato. Oggi il livello era molto alto e noi italiani abbiamo fatto molto bene. Certo, essere sul podio con Pogacar e Pidcock mi fa uno strano effetto e so che stasera me ne renderò conto meglio guardando le foto della corsa. Questo podio è un sogno che sta coronando tutto il lavoro che abbiamo fatto. Anzi ieri Ivan Basso mi aveva detto che avrebbe firmato subito per una top 10 tenendo conto del livello altissimo di partecipazione. Oggi lui era in ammiraglia e credo che sia rimasto contento. Spero che mi dica qualcosa di bello (ride, ndr)».

Uno show in maglia iridata. Pogacar attacca al primo dei 5 passaggi sul San Luca e non lo vedono più
Uno show in maglia iridata. Pogacar attacca al primo dei 5 passaggi sul San Luca e non lo vedono più

Salto di qualità

«Pogacar credo che sia il corridore più forte degli ultimi tempi – racconta Piganzoli riferendosi alla gara – e quando è partito non l’ho neanche visto, ve lo dico sinceramente. Personalmente sapevo di avere una buona condizione e mi sono gestito al meglio. Già al secondo passaggio sentivo di stare bene. Ho provato ad attaccare, ma ho capito che non si riusciva a fare la differenza, perché ci si ricompattava subito. Ho deciso di tenere le energie per il finale, volevo fare un bel risultato. Infatti sull’ultimo San Luca ho capito che mi stavo giocando qualcosa di importante. Quando sono partito mi sono detto che era l’occasione perfetta per far vedere quello che valgo e sono riuscito a dimostrarlo».

Rispetto all’anno scorso Piganzoli ha fatto un salto in avanti che forse nemmeno lui pensava di fare. Ci congeda dicendoci che nel suo finale di stagione ci sono ancora Tre Valli Varesine e Lombardia. Ha voglia di togliersi qualche altra soddisfazione. D’altronde, come ci conferma lui stesso, finire con una buona condizione è una bella iniezione di fiducia perché significa aver lavorato bene, sapendo staccare la spina nel momento giusto.

Gianetti non riesce più a trattenere lo stupore: con questo Pogacar è quasi impossibile restare delusi
Gianetti non riesce più a trattenere lo stupore: con questo Pogacar è quasi impossibile restare delusi

Pogacar show

Mancano poco più di cinque chilometri alla fine e Pogacar si è già involato tutto solo da un po’ verso l’ennesima impresa. Di fronte al megaschermo dopo il traguardo, c’è il general manager Mauro Gianetti che guarda il suo ragazzo sotto una fastidiosa pioggerella fine. Sfruttiamo quei minuti prima di poter essere travolti dal pubblico incontenibile.

«Qualsiasi maglia indossi – spiega Gianetti – Tadej va forte. Per lui è un momento magico. E’ andato in progressione da inizio stagione. E’ partito bene, poi al Giro ha alzato il livello e al Tour ha fatto un ulteriore passo in avanti. Dopo di che ha recuperato, si è messo sotto a lavorare con l’idea del campionato del mondo. Ed è riuscito a migliorare ancora qualcosina. Oggi non era in programma un attacco, ma le condizioni meteorologiche hanno fatto la loro parte. Ha seguito Evenepoel nel suo allungo, poi ha visto che erano tutti in difficoltà e che non riuscivano a mantenere il suo ritmo. Finirà con Tre Valli e Lombardia. Lui vuole sempre vincere, però è normale che non può fare il numero ogni volta. Le prossime sono gare diverse dall’Emilia, quindi vedremo come saranno. Oggi all’Emilia ci teneva molto perché negli ultimi due anni era arrivato secondo. E vincere con la maglia iridata è bellissimo anche per noi».

Dopo averlo atteso sotto la pioggia del San Luca, il pubblico si assiepa sotto al podio per Pogacar
Dopo averlo atteso sotto la pioggia del San Luca, il pubblico si assiepa sotto al podio per Pogacar

Il bagno di folla

Statisticamente Pogacar è il primo campione del mondo a trionfare in vetta al santuario bolognese perché nel 1992 quando vinse Bugno si arrivava ai Giardini Margherita ed anche questo fa parte del suo show. Tadej in conferenza stampa è rilassato, come sempre. Non tanto per le sue dichiarazioni che hanno riguardato la corsa di oggi – il difficile confronto tra il San Luca dell’Emilia e quello affrontato all’ultimo Tour – quanto più per saper gestire il seguito di gente che riesce ad attirare ogni volta che vince. Perché si sapeva che avrebbe vinto e come, ma i tifosi, principalmente ragazzini, impazziscono per lui. Siamo certi che le stesse scene si ripeteranno in Lombardia la settimana prossima.

Poker Longo

Se tra gli uomini il pronostico era scontato, anche nella gara femminile si può dire altrettanto. Elisa Longo Borghini sbaraglia la concorrenza centrando l’ottavo successo stagionale e il quarto in cima a San Luca.

«Oggi è stata una corsa bella – ci dice in mixed zone – rovinata purtroppo da un po’ di pioggia. Dopo Zurigo avrei voluto il sole, però è sempre bello correre in Italia con la maglia tricolore. Ci tenevo a vincere perché sapevo che Luca (Guercilena, il general manager, ndr) era qui e ha chiesto esplicitamente a tutta la squadra non di divertirci, ma di vincere. E ho eseguito l’ordine (sorride, ndr).

«Mi sono sentita bene in corsa, anche se ammetto di avvertire la stanchezza di tutta una stagione molto lunga iniziata a febbraio che terminerà fra circa una settimana. Il conto alla rovescia verso le vacanze è iniziato, però sono pronta a dare il mio supporto alla squadra anche nelle prossime corse, cercando di fare buoni risultati. Ho annunciato il mio cambio di formazione, ma fino al 13 ottobre correrò con la maglia della Lidl-Trek e sono molto felice di farlo. E fino al 31 dicembre sono sotto contratto con loro.

«Sicuramente – conclude – la prima vittoria qua al Giro dell’Emilia è stata bella perché era una della poche corse che vincevo all’anno e arrivavo dal quarto posto ai mondiali di Richmond. Questa è stata la più diversa perché di solito si risolveva sempre sull’ultimo muro verso San Luca, mentre stavolta sono riuscita ad allungare in discesa, cogliendo un’occasione. Come dicevo prima, ci tenevo a fare bene anche perché era l’ultima corsa con Ina Yoko Teutenberg. Spero di aver accontentato tutti».

Davide Cassani e il Giro dell’Emilia, una storia d’amore

04.10.2024
4 min
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Archiviato il mondiale di Zurigo, il gotha del ciclismo mondiale si sposta in Italia dove domani, sabato 5 ottobre, si correrà la 107ª edizione del Giro dell’Emilia. L’ex CT Davide Cassani quella corsa l’ha vinta ben tre volte, con la doppietta 1990-1991 e poi nel 1995 (foto in apertura). Lo abbiamo raggiunto al telefono per farci raccontare qualche aneddoto sull’Emilia e sulla mitica salita del San Luca, che sabato i corridori affronteranno 5 volte.

Il Giro dell’Emilia partirà domattina alle 11,10 da Corso Mazzini a Vignola. Via ufficiale in località Due Ponti
Il Giro dell’Emilia partirà domattina alle 11,10 da Corso Mazzini a Vignola. Via ufficiale in località Due Ponti
Davide, domani si corre il Giro dell’Emilia, una corsa a cui tu sei particolarmente legato

Quella era proprio la mia corsa. L’ho vinta tre volte, poi un anno ho fatto secondo e un altro terzo. Vuoi per il percorso adatto a me, vuoi perché è vicino a casa, ma insomma ero sempre lì. Poi ai miei tempi non si arrivava in cima al San Luca, ma la salita si faceva lo stesso.

Parlavi delle tue vittorie, ce le racconti?

Quella del 1990 è stata certamente una delle più belle della mia vita. E’ stato un insieme meraviglioso di prime volte. Era la prima volta che mio figlio veniva a vedermi in gara, in più era il giorno del suo primo compleanno. E proprio quel giorno ho vinto per la prima volta la corsa di casa mia. Indimenticabile. L’anno dopo, nel ’91, ho battuto un giovanissimo Ivan Gotti. Allora si arrivava in via Indipendenza a Bologna, nel finale siamo rimasti solo io e lui e ho vinto in volata.

Mentre la terza?

Era il 1995 ed è stata molto particolare, perchè fu la mia ultima vittoria da corridore, pochi mesi prima di ritirarmi. Dovevo partire con la nazionale per i mondiali in Colombia, ma chiesi ad Alfredo Martini di poter spostare il mio volo di un giorno. Lui, con la sua saggezza, acconsentì. Quel giorno stavo talmente bene che dissi ai miei compagni di tenere la corsa fino ai 50 chilometri dall’arrivo, che poi ci avrei pensato io. E così è andata.

Il Giro dell’Emilia 2023 è stato di Roglic, che sul San Luca ha preceduto Pogacar e Simon Yates
Il Giro dell’Emilia 2023 è stato di Roglic, che sul San Luca ha preceduto Pogacar e Simon Yates
Veniamo ai giorni nostri. Come vedi la gara di sabato?

Sabato c’è un uomo da battere e sarà difficilissimo per tutti gli altri, viste le caratteristiche sue e del percorso. Penso proprio che possa vincere la sua prima corsa in maglia di campione del mondo.

Immagino che tu stia parlando di Pogacar. Quindi non vedi alternative?

Dopo quello a cui abbiamo assistito domenica a Zurigo la vedo dura, molto dura.

Però negli ultimi due anni non è mai sembrato al top in questa gara, ha perso da Mas e da Roglic. Quasi la prendesse come una rifinitura per il Lombardia. 

Ma tenete conto che non è mai stato così forte e solido come in questa stagione. Credo che possa divertirsi e farci divertire.

Va bene, allora facciamo un gioco. Cosa faresti se fossi il DS di uno dei suoi rivali? 

Bella domanda. Il problema è che può contare anche su una squadra fortissima a sua completa disposizione. Evenepoel o qualcun altro potrebbe anche cercare di anticipare, ma a quel punto lui potrebbe mettere i suoi a tirare e poi partire in contropiede in prima persona. Sempre che non decida di partire da lontano, o da lontanissimo, direttamente lui, magari a tre o quattro giri dalla fine. Con una corsa così di invenzioni se ne possono fare poche secondo me.

Nel 2022 è stato Enric Mas ad alzare le braccia, staccando Pogacar e un indomito Pozzovivo
Nel 2022 è stato Enric Mas ad alzare le braccia, staccando Pogacar e un indomito Pozzovivo
Sembri proprio escludere qualsiasi scenario che non sia la vittoria del neo campione del mondo.

Sai, poi ogni gara fa storia a sé. Per esempio bisogna vedere quanto ha speso al mondiale, se quello sforzo magari gli è rimasto nelle gambe. Gli altri dovranno essere bravi nel caso a cogliere il momento, se mai dovesse manifestare qualche segnale di difficoltà. Ma ripeto: per come la vedo io, in una corsa così, con un corridore del genere, gli spazi per la fantasia sono abbastanza limitati.

Allora torniamo a te. Qual è il più bel ricordo che hai del San Luca?

Forse il più bello è la prima volta che ci sono stato con mio padre, da bambino. Mi ricordo che mi emozionò vedere dall’alto lo stadio del Bologna che è proprio lì sotto e capii subito che era un luogo magico. Poi ho visto arrivare il Giro d’Italia e il Tour, momenti in cui il San Luca è diventato a sua volta uno stadio. Uno stadio verticale e bellissimo che ha accolto migliaia e migliaia di persone da tutto il mondo. Come succederà di nuovo, per l’ennesima volta, anche domani.

Saronni e il primo Pogacar. La Vuelta della sua esplosione

03.10.2024
5 min
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Passano i giorni, ma l’eco della straordinaria impresa iridata di Tadej Pogacar non si spegne, soprattutto per come essa è arrivata. Per la dinamica che ha esaltato da una parte la sua follia, dall’altra la sua clamorosa superiorità sulla concorrenza. Sono ripartiti i confronti con i grandi del passato e c’è già chi afferma che siamo di fronte al più grande ciclista di sempre.

Andando più in là in questi discorsi di confronto che lasciano sempre il tempo che trovano, noi abbiamo voluto rispolverare il Pogacar dei primordi nel mondo dei professionisti, quel ventenne sloveno che si rivelò al mondo alla Vuelta 2019 con un terzo posto condito da tre vittorie di tappa. Giuseppe Saronni, che contribuì al suo arrivo alla Uae Emirates, ricorda bene chi era allora e le differenze con quello attuale.

Una delle tre vittorie di tappa alla Vuelta 2019, dove molti scoprirono il talento dello sloveno
Una delle tre vittorie di tappa alla Vuelta 2019, dove molti scoprirono il talento dello sloveno

Il ragazzino che sorprese tutti

«Io andrei ancora più in là nel tempo, all’anno prima e alla sua vittoria al Tour de l’Avenir che è sempre stata la corsa più importante della categoria inferiore. Già allora ci arrivavano testimonianze su questo sloveno bellissimo nell’andatura, nella posizione in bici, anche nella faccia limpida anche sotto sforzo. Si vedeva che aveva qualità non comuni, in salita staccava corridori che erano già nelle professional.

«Chi era presente alla corsa francese – prosegue – ci raccontò di imprese che fecero strabuzzare gli occhi a tanti e di Pogacar si cominciò a parlare con molta frequenza. Noi lo avevamo già contattato e dall’anno successivo era sotto contratto con noi. Appena passato di categoria ci mise poco ad ambientarsi, a vincere anche fra i grandi, soprattutto nelle piccole corse a tappe, conquistando quelle dell’Algarve, della California, ma soprattutto lo faceva con una facilità disarmante, che lasciava attoniti i diesse delle squadre avversarie. Procedeva passo dopo passo, ma si vedeva che stava bruciando le tappe e quindi decidemmo che fosse già maturo per farsi le ossa in un Grande Giro. Così lo portammo alla Vuelta e lì sbocciò il campione che conosciamo».

Pogacar vincitore dell’Avenir 2018: per Saronni è stato quello il momento della sua rivelazione al mondo
Pogacar vincitore dell’Avenir 2018: per Saronni è stato quello il momento della sua rivelazione al mondo

L’azzardo di cambiare le regole

A quel tempo però Pogacar era solito aspettare la fine delle tappe, piazzare la sua stoccata nei chilometri finali, ma già allora c’era l’impressione che quel modo di correre quasi lo annoiasse: «E’ un’ipotesi, solo lui potrebbe dare una risposta esauriente. Il principio è che quando stai bene e hai un potenziale come il suo, ti senti portato a fare cose anche illogiche come quella di domenica. Sei talmente superiore che sei in grado anche di cambiare le regole di corsa. Un’azione come quella era azzardata, non potevi sapere che cosa sarebbe successo dietro, se si sarebbero organizzati, inoltre se avevi forze sufficienti per portarla a compimento. Ora sappiamo tutti com’è andata…».

Saronni nei suoi primi anni di carriera ha convissuto con Eddy Merckx, al quale tutti avvicinano lo sloveno con il Cannibale che addirittura ha detto che gli è superiore. Fare confronti fra epoche diverse è difficile, ma Beppe li ha conosciuti bene tutti e due, in che cosa differiscono? «Non possiamo metterli di fronte, troppo diversi i periodi, la tecnica, la scienza del tempo. Ai nostri tempi non si parlava di preparazione, tabelle di allenamento, alimentazione, tutti temi che oggi sono all’ordine del giorno. Io ho un paio di foto con Eddy, fatte al mondiale del ’76 vinto da Moser che custodisco gelosamente: allora Merckx non faceva più paura, eppure aveva un carisma, meritava un rispetto enorme per quello che aveva fatto.

La voglia di vincere sempre

«Possiamo confrontarli dal punto di vista caratteriale, questo sì: Merckx sappiamo tutti che voleva vincere sempre. Per lui il mondiale e la gara di quartiere avevano lo stesso valore e le correva con lo stesso obiettivo. Tadej forse è da allora il corridore che più lo ricorda da questo punto di vista, non partecipa mai per il solo gusto di partecipare, ogni volta che inforca la bici vuole fare qualcosa, farsi vedere, provarci, a prescindere da quale sia il percorso».

Nelle dichiarazioni del dopo mondiale, Pogacar ha ammesso che teme di avere un tallone d’Achille nella Sanremo, che pure Merckx vinse ben 7 volte: «La Classicissima di allora era ben diversa proprio per le ragioni esternate prima: tecnica dei mezzi a disposizione, differenze dei corridori, preparazione… Il percorso della Sanremo permetteva anche di fare quelle differenze che oggi sono impossibili, sia perché è un tracciato molto semplice, sia perché a inizio stagione i corridori sono uniformati, vengono dalla preparazione invernale, sono tutti pronti e al massimo. Ma attenzione: proprio perché è semplice, la Sanremo è una corsa difficilissima da interpretare perché anche uno come Tadej non sa come esprimere la sua superiorità, non ci sono appigli per farlo, anche il Poggio è troppo poco. Non è un caso se coloro che l’hanno vinta con la maglia iridata addosso si contano sulle dita di una mano…».

Pogacar chiuse terzo a 2’55” da Roglic e alle spalle anche di Valverde. La maglia roja è un altro suo obiettivo
Pogacar chiuse terzo a 2’55” da Roglic e alle spalle anche di Valverde. La maglia roja è un altro suo obiettivo

Meglio la Roubaix della Sanremo…

E la Roubaix? Tadej farà come Hinault, che la corse e la vinse una volta sola e poi non ne volle più sapere? «Tadej l’ha già corsa da junior, sa che cos’è e sa anche che per certi versi è addirittura più facile rispetto alla Sanremo per lui. Io credo che quando vorrà e la preparerà a dovere potrà anche vincerla, a maggior ragione con condizioni climatiche estreme come c’erano quasi sempre quando correvo io mentre ora sono diventate piuttosto rare. Ripeto: la Roubaix ha quelle caratteristiche che possono esaltare la sua superiorità tecnica e tattica, la Sanremo resta un rebus, per questo è affascinante e lo sarà ancora di più».