ZURIGO (Svizzera) – «Ho capito che Tadej stava arrivando – dice Tratnik – perché quando con la fuga abbiamo iniziato la salita, avevamo un vantaggio di circa due minuti e mezzo. Poi improvvisamente è sceso a un minuto e mezzo: un minuto in meno in pochissimo tempo. A quel punto la moto passando mi ha detto che avevano attaccato. E poi, qualche minuto dopo, ho visto sulla tabella che il numero 22 aveva 20 secondi di vantaggio sul gruppo: il numero 22 era Tadej. Da lì ho capito che era da solo e in quel momento ho deciso di aspettarlo per cercare di fargli risparmiare un po’ di energia».
Restiamo ancora un po’ sul mondiale. Le parole di Vanthourenhout hanno riportato l’attenzione su Jan Tratnik. Averlo visto nella prima fuga, ha raccontato il tecnico del Belgio, faceva pensare che Pogacar si sarebbe mosso. E sia pure con imprevedibile anticipo, così è stato. A quel punto i belgi si sono ritrovati con l’inseguimento sulle spalle, mentre Tadej davanti scriveva la storia. Ma non era solo, con lui c’era il compagno di nazionale.
Tratnik, 34 anni, era al via del mondiale in supporto per Pogacar o RoglicTratnik, 34 anni, era al via del mondiale in supporto per Pogacar o Roglic
Attacco a sorpresa
Tratnik era là, solido e pronto. La sua è stata finora una carriera a metà fra il protagonismo e la generosità. E’ stato capace di vincere un europeo U23 a crono, poi una tappa al Giro e anche l’ultima Omloop Het Nieuwsblad. Ma ha anche scortato capitani come Caruso, Roglic, Kuss e Vingegaard verso grandi risultati. E questa volta si è ritrovato davanti al mondiale con il più giovane connazionale che a suo modo era partito verso un’impresa leggendaria.
«Sono venuto a Zurigo – racconta – solo per aiutare Tadej e Primoz. Non ho mai nemmeno pensato alle mie possibilità personali. Sapevamo che loro due erano i nostri capitani e siamo andati lì solo per aiutarli. Però non mi aspettavo di vederlo arrivare così presto. Quando sono andato in fuga, sapevo che in qualche modo Tadej avrebbe avuto un vantaggio dalla mia presenza, ma pensavo che si sarebbe mosso nel giro successivo. Mi ha davvero sorpreso che abbia attaccato così presto, il piano non era assolutamente questo».
Un giro dopo aver lasciato Pogacar, Tratnik si è fermato e lo ha atteso al traguardo col resto della squadra (foto Vid Ponikvar)Un giro dopo aver lasciato Pogacar, Tratnik si è fermato e lo ha atteso al traguardo col resto della squadra (foto Vid Ponikvar)
A tutta fino alla cima
Immaginate la scena, oppure riavvolgete il nastro e andate a rivederla. Tratnik è nella fuga in cui viaggia anche Cattaneo. Sembra tutto normale, come può essere normale essere inseguito da un gruppo così pieno di campioni. Eppure di colpo si rialza e smette di collaborare. Gli altri lo guardano e qualcuno capisce.
«Quando i ragazzi della fuga hanno visto che non tiravo più – sorride – hanno capito che forse stava succedendo qualcosa dietro. Quando poi mi sono staccato e mi hanno visto rientrare con Tadej, hanno smesso immediatamente di collaborare. Sapevano esattamente cosa stavamo facendo. Tadej non mi ha chiesto niente. Io invece gli ho detto di stare seduto alla mia ruota e di non fare niente. Ci avrei pensato io fino alla cima della salita, poi però avrebbe dovuto cavarsela da solo. Il mio compito era quello e poi vederlo andare via a tutto gas.
«Le poche cose che ci siamo detti sono state per dirgli di stare calmo, che avrei tirato io. E una volta sulla cima, gli ho augurato il meglio possibile e gli ho detto che speravo che sarebbe diventato campione del mondo. Io invece dopo un altro giro mi sono fermato e ho chiuso lì il mio mondiale».
Tratnik assicura che anche il lavoro di Roglic è stato prezioso per la conquista di PogacarTratnik assicura che anche il lavoro di Roglic è stato prezioso per la conquista di Pogacar
Il lavoro di Roglic
Dal prossimo anno, Tratnik tornerà con l’amico Roglic alla Red Bull-Bora. Eppure in nazionale ogni rivalità sparisce. Soprattutto quando, come quest’anno, tutta la squadra sa di poter portare in patria la maglia iridata, che per ultimo Mohoric era riuscito a conquistare nel 2013 da under 23.
«Con Tadej siamo buoni amici – dice Tratnik – ci alleniamo insieme a Monaco, a volte andiamo a cena insieme. Siamo amici ed è un tipo che mi piace. E’ davvero rilassato e un vero campione. L’atmosfera della nazionale attorno ai nostri leader era davvero buona. Anche Primoz ha fatto un lavoro incredibile. Forse non si è visto, magari la televisione non lo ha inquadrato, ma praticamente ha lanciato lui l’attacco di Tadej. Si è molto impegnato. Abbiamo vinto la maglia e chiaramente Tadej è stato il più forte, ma Primoz lo ha aiutato molto. E’ stato anche lui una parte importante di questa vittoria.
«La sera la squadra era felice. Abbiamo festeggiato davvero bene e non importa in quale team corriamo. Eravamo semplicemente felici che questa nuova maglia fosse in Slovenia e che tutti abbiano lavorato per portarcela. A partire dai corridori, tutti hanno fatto un lavoro incredibile e tutti si sono impegnati. C’era davvero una bella atmosfera anche da parte dello staff e delle persone che ci hanno aiutato. Posso dire che è stato davvero bello».
Sul pullman, anche per Tratnik la foto ricordo della fantastica avventura iridata di Pogacar (foto Vid Ponikvar)Sul pullman, anche per Tratnik la foto ricordo della fantastica avventura iridata di Pogacar (foto Vid Ponikvar)
Orgoglio sloveno
Il tempo di tornare a casa e mettere nella valigia i capi con i colori della Visma-Lease a Bike e Jan Tratnik tornerà a lavorare per la sua squadra. Per festeggiare il mondiale, ne siamo certi, ci sarà tutto l’inverno, prima di andare magari nel raduno di Soelden con cui la sua nuova squadra tedesca è solita aprire la stagione.
«Dal prossimo anno – ammette – sarò di nuovo in squadra con Roglic. Penso che Primoz sia una persona adulta e sappia che questa volta Tadej era il più forte ed è anche per questo che lo ha aiutato. Qui non ci sono rancori, alla fine, siamo tutti amici. Forse non è neanche questo. Siamo sloveni, quindi se possiamo aiutarci a vicenda, lo facciamo. Poi però nelle gare normali, gareggiamo l’uno contro l’altro. Quindi nessun rancore o risentimento per aver aiutato un rivale. Avevamo un obiettivo chiaro. Volevamo vincere questa maglia, volevamo farlo e tutto ha funzionato alla perfezione. E io sono davvero felice di averne fatto parte».
La prima presenza al mondiale per Antonio Tiberi ha portato tanta pressione, soprattutto dopo la vittoria al Giro di Lussemburgo, ma anche un’esperienza nuova. Ce lo aveva detto lo stesso corridore della Bahrain Victorious a fine gara.
«Fare corse di un giorno – ha detto alla fine della prova iridata – è sempre una fatica un po’ diversa dal solito. Ci sono degli sforzi che non si fanno abitualmente nelle gare a tappe, poi in un mondiale dove tutto si amplifica è veramente dura. La prima gara di un giorno che ho disputato quest’anno è stata la Liegi. Il mondiale, invece, è stata la seconda».
Al Giro di Lussemburgo Tiberi ha mostrato ottime qualità negli sforzi brevi richiesti dagli strappiAl Giro di Lussemburgo Tiberi ha mostrato ottime qualità negli sforzi brevi richiesti dagli strappi
Piccoli passi
Tiberi ha poi espresso la voglia di migliorare in questo tipo di competizioni, dichiarando la volontà di inserirne altre nel calendario della prossima stagione. Riflessioni giuste e ambiziose di un ragazzo di 23 anni che solo nel 2024 ha mostrato di poter fare i passi giusti per entrare nella cerchia dei corridori di primo livello. Con lui, quando è entrato a far parte della Bahrain Victorious, lavora Michele Bartoli. Il preparatore toscano è la figura giusta da interpellare per analizzare al meglio il mondiale di Tiberi e parlarne apertamente.
«A Zurigo – spiega Bartoli – Tiberi ha corso la seconda gara di un giorno della stagione, era logico potesse soffrire in qualche modo. E’ un tipo di sforzo al quale non è abituato ma, come in tutte le cose, se vorrà dedicarsi anche a questi appuntamenti dovremo prepararli con le giuste modalità. A seconda degli obiettivi si devono poi impostare allenamenti diversi».
La Liegi è stata la prima e unica corsa di un giorno disputata da Antonio prima del mondialeLa Liegi è stata la prima e unica corsa di un giorno disputata da Antonio prima del mondiale
Lo stesso Antonio ha detto di essersi accorto che gli manca l’esplosività per affrontare certi percorsi.
Innanzitutto vorrei dire che di questo mondiale ognuno ha dato la sua interpretazione. Si era partiti con l’affermare che fosse per scalatori, ma se arriva terzo Van Der Poel non mi viene da pensare a un percorso per scalatori. Penso sia stato un mondiale opposto alle sue caratteristiche di base.
Quali sono?
Lui è un atleta da corse a tappe, considerando che nel 2024 ha disputato solo questo genere di appuntamenti è difficile immaginarlo in gare di un giorno. Poi può migliorare. Anzi, sono sicuro che se un domani dovesse correre di nuovo il mondiale, Antonio sarebbe in grado di competere con i più forti. Alla fine è arrivato terzo O’Connor. Però va tutto preso con calma, non dimentichiamoci da dove è partito Tiberi.
Il ciociaro si è reso conto che anche in un grande Giro serve avere tanta potenza per rispondere agli attacchi dei più fortiIl ciociaro si è reso conto che anche in un grande Giro serve avere tanta potenza per rispondere agli attacchi dei più forti
Ovvero?
Nel 2024 ha dimostrato di poter ricoprire il ruolo di leader per un Grande Giro in una formazione WorldTour. Il suo quinto posto al Giro potrebbe entrare di diritto nelle più belle prestazioni dell’anno, se non ci fosse stato un certo Pogacar. Però arrivare in una squadra come la Bahrain e al primo anno dimostrare di poter fare il capitano, a soli 22 anni, non è poco.
Come ha detto lo stesso Tiberi le corse di un giorno possono aiutare nel migliorare anche nelle gare a tappe?
Sicuramente. Anche perché gli sforzi anaerobici, come i lavori sui cinque minuti, alla soglia lattacida, VO2 Max e interval training sono entrati in pianta stabile nelle tabelle di lavoro anche dei corridori da corse a tappe. Chiaro che la differenza arriva a seconda del tempo che dedichi a questi allenamenti. Alla fine credo che si vinca con la prestazione.
Tiberi ha programmato la stagione puntando su due grandi corse a tappeTiberi ha programmato la stagione puntando su due grandi corse a tappe
Spiegaci.
Le gare le vince chi riesce ad avere la miglior prestazione massimale, chi è abituato a soffrire. Anche per staccare gli altri in salita sei costretto a fare sforzi molto intensi e se non sei in grado di replicare alla prima risposta ti fanno fuori. I lavori lattacidi, come i cambi di ritmo, sono quel tipo di allenamento che migliora questo genere di prestazioni. Tiberi ha una caratteristica che lo può rendere un grande corridore.
Cioè?
La gestione del proprio sforzo. Riesce a non andare fuori giri mantenendo una prestazione altissima. Per altri corridori amministrarsi vuol dire abbassare tanto l’intensità dello sforzo. Antonio riesce a fare una prestazione massima senza mai subirla.
Al mondiale le premesse c’erano e secondo Bartoli, il suo preparatore, in futuro Tiberi potrà fare bene in questi appuntamentiAl mondiale le premesse c’erano e secondo Bartoli, il suo preparatore, in futuro Tiberi potrà fare bene in questi appuntamenti
Un po’ come Pogacar, con i dovuti paragoni?
Per me guardare il super campione diventa controproducente. Pogacar può fare tutto, anche sbagliando, e non subire conseguenze. Gli basta un chilometro per recuperare totalmente e poi ripartire. Magari altri corridori un errore lo pagano e devono riposare una notte intera per recuperare pienamente. Tiberi per me è un super atleta e ha delle qualità che per la sua giovane età possono portare a tanto: un gran motore e ascolta bene il proprio fisico.
Quindi si può pensare a un Tiberi protagonista nelle corse di un giorno?
Tanto dipende dal calendario. Se fa come nel 2024 dove ha corso Giro e Vuelta, è più difficile perché la programmazione ti porta a lavorare in un determinato modo. Se dovesse saltare il Giro potrebbe concentrarsi sulle Ardenne e prepararle al meglio. Oppure, se si sceglie di fare la corsa rosa dopo lo stacco di metà stagione, potrebbe lavorare in ottica San Sebastian e Lombardia. Questo lo deciderà lui insieme alla squadra.
L’altra monumento corsa in carriera è stato Il Lombardia, nel 2021 con la Trek e nel 2023 con la Bahrain (qui in foto)L’altra monumento corsa in carriera è stato Il Lombardia, nel 2021 con la Trek e nel 2023 con la Bahrain (qui in foto)
Era comunque la prima esperienza a un mondiale.
Una volta si diceva che per essere competitivi in gare come Fiandre o Liegi servissero due o tre anni. Ora solo perché uno o due corridori fanno bene subito, sembra che non ci debba essere il tempo di adattamento. L’opinione pubblica cambia con l’attualità dei fatti, ma non sempre questa è la regola. Le cose si costruiscono un mattone per volta, Bennati, che di ciclismo ne sa, ha già detto che Tiberi deve vivere certe gare per abituarsi e capirle.
Quella era una corsa vicina agli sforzi che trovi in una gara di un giorno. Sforzi massimali sui 3 minuti e rilanci in cima allo strappo. Ero il primo a essere fiducioso in vista di Zurigo, poi però le giornate difficili capitano. Comunque va considerata l’emozione di vestire la maglia della nazionale e di correre un mondiale. Rimango della mia idea: se domani dovessero correre ancora Antonio lo metterei nuovamente tra quelli che possono fare bene.
Il trionfo della squadra slovena nella gara maschile su strada ai Mondiali di Ciclismo di Zurigo 2024, grazie alla straordinaria prestazione di Tadej Pogacar, ha portato ulteriore lustro alla collaborazione tra il team sloveno e Alé, un marchio noto per la grande qualità produttiva in ambito abbigliamento per il ciclismo. Questa partnership, iniziata nel 2022 tra Alé e la Federazione Ciclistica Slovena (KZS – Kolesarska zveza Slovenije), ha “vestito” alcuni dei più grandi ciclisti del mondo, come appunto Tadej Pogacar, Primoz Roglic e Matej Mohoric, nelle competizioni più prestigiose, tra cui mondiali, europei e Giochi Olimpici.
Pogacar sotto al traguardo di Zurigo diventa campione del mondo e con lui il suo kit Alé CyclingPogacar sotto al traguardo di Zurigo diventa campione del mondo e con lui il suo kit Alé Cycling
Momento storico
E il successo ottenuto ai recentissimi Mondiali di Zurigo rappresenta davvero il culmine di una collaborazione che ha già prodotto risultati di grande rilievo. La vittoria di Pogacar, supportato da un team a dir poco eccezionale, ha segnato un momento storico per il ciclismo sloveno, e Alé non ha tardato a congratularsi con il campione e con tutta la nazionale per la prestazione memorabile.
«E’ stato per noi un onore immenso vedere il logo Alé sul gradino più alto del podio ai mondiali di ciclismo su strada 2024 – ha commentato entusiasta Alessia Piccolo, Amministratore Delegato di APG, l’azienda che controlla il brand – collaborare con alcuni dei migliori ciclisti al mondo, grazie alla partnership con la Nazionale slovena di ciclismo, è un vero privilegio. Ringraziamo la KZS per questa grande emozione e ci congratuliamo con il vincitore e con tutto il team».
Alessia Piccolo con Tadej PogacarAlessia Piccolo con Tadej Pogacar
Partnership vincente
La partnership tra Alé e la Federazione Ciclistica Slovena non si limita solo alla fornitura di divise da gara, ma comprende anche l’abbigliamento tecnico sia per la stagione estiva che per quella invernale. I capi, inclusi i body utilizzati nelle competizioni, sono caratterizzati dal verde distintivo della Slovenia, conosciuto come “Slovenian Green”, abbinato a dettagli in blu scuro, creando un look elegante e riconoscibile. Questi capi appartengono alla collezione PR-S di Alé, una linea dedicata alle squadre professionistiche che utilizza le tecnologie più avanzate nel campo tessile per ottimizzare le prestazioni degli atleti. Ogni capo è difatti studiato nei minimi dettagli, con un “fit racing” pensato per migliorare l’aerodinamica e il comfort durante le gare più impegnative.
La collezione PR-S di Alé rappresenta il punto di incontro tra design all’avanguardia e performance, rendendo questi capi ideali per atleti di altissimo livello come quelli della nazionale slovena. La maglia indossata da Tadej Pogacar durante il suo trionfo è l’emblema di questa perfetta sinergia tra tecnologia e sport.
Con il primo posto ottenuto ai Mondiali di Zurigo, la partnership tra Alé e la nazionale slovena ha dimostrato ancora una volta di essere un connubio vincente, capace di portare i suoi atleti a dominare le competizioni più prestigiose del panorama ciclistico internazionale.
Lo scatto di Tiberi non cambierà la storia del Giro, ma forse inizia a scrivere quella di Antonio. Pogacar vince a Prati di Tivo, dietro qualcosa si muove
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E’ quasi una abitudine, come si fa tra amici, ritrovarsi all’indomani di una grande corsa a commentarla con Pino Toni. Accadde con la fantastica Roubaix di Van der Poel e più di recente con il Tour di Vingegaard e la suggestione della Vuelta per Pogacar. Questa volta, appena rientrati da Zurigo, il tema della chiacchierata con il preparatore toscano, che ha avuto fra i suoi atleti anche Alberto Contador, Peter Sagan e il cittì azzurro Bennati, è il mondiale dello sloveno. Quei 100 chilometri di fuga non sono stati per caso, questa almeno la nostra sensazione.
«Secondo me – dice sorridendo – non è andato a tutta per tutto il giorno. Però nel momento dello scatto, ha fatto quella menata con i suoi soliti 5 minuti a 700 watt che li ha smontati tutti. Bagioli si è fatto male da solo a stargli dietro. Avrebbe potuto anche riprendersi, buttarsi nel gruppo e tirare il fiato. Ma quella che fa male è proprio la mazzata morale. E’ come essere in un gran premio di MotoGP. Sul rettilineo arrivi in scia a uno che vuoi superare, lo affianchi e quello allunga di 150 metri. A quel punto cosa fai?».
Sivakov lo ha aiutato e per il resto lo ha seguito. Per stargli dietro in salita, ha espresso numeri da capogiroPogacar è appena scattato: sono i famosi 5 minuti a 700 watt. Dietro di lui Simmons e BagioliSivakov lo ha aiutato e per il resto lo ha seguito. Per stargli dietro in salita, ha espresso numeri da capogiroPogacar è appena scattato: sono i famosi 5 minuti a 700 watt. Dietro di lui Simmons e Bagioli
Cinque minuti a 700 watt?
Esatto. Secondo me, in un test di valutazione, lui nelle gambe ha 5 minuti a quasi 700 watt. E penso anche che potrebbe avere benissimo i 10 watt per chilo. Quando scatta ha la capacità di fare 700 watt per 5 minuti. Magari saranno stati 600 alti, ma comunque verso i 700. Del resto, Quinn Simmons che era dietro è stato staccato quando aveva un wattaggio medio di 743 watt. Magari li ha appena visti o li ha tenuti per 2 minuti, però vedendo i dati, per me Pogacar ha queste capacità. E una volta riportate in corsa, sono devastanti, perché gli altri sono lontanissimi da certi valori.
Se così fosse, saremmo davvero di fronte a un fenomeno.
Qui c’è una questione anche di forza, non soltanto di capacità fisiologiche. Forza e capacità di esprimere forza sui pedali. Quindi coordinazione, le leve giuste, i muscoli giusti. Questo ragazzo sembra una macchina perfetta. Dieci anni fa si pensava che i 500 watt sui 5 minuti fossero un numero già fuori dal seminato, lui però ha cambiato tutto. Magari un altro sulla salita lunga riesce a far valere il suo minor peso, le sue leve diverse, magari il suo miglior VO2 max. Però le differenze tra lui e tutti gli altri sono queste. Secondo me, per quello che posso intuire dall’esterno, Pogacar è uno che in una valutazione dei migliori 5 minuti, quindi non con la stanchezza addosso ma con un buon riscaldamento, ha una capacità che è più vicina a 700 Watt su 5 minuti che ai 600. Per me lui è uno che va vicino ai 10 watt/kg.
Questi i dati di Quinn Simmons, stimati da Knowledge is Watt, da cui si evince la potenza dell’americano prima di essere staccatoQuesti invece i dati di Sivakov, che non ha dovuto rispondere al primo scatto, ma ha tentato di resistere a un allungo a 70 km dall’arrivoQuesti i dati di Quinn Simmons, stimati da Knowledge is Watt, da cui si evince la potenza dell’americano prima di essere staccatoQuesti invece i dati di Sivakov, che non ha dovuto rispondere al primo scatto, ma ha tentato di resistere a un allungo a 70 km dall’arrivo
I dati degli altri
A conferma dei dati ipotizzati da Pino Toni arrivano i dati pubblicati su social molto aggiornati (in questo caso Knowledge is Watt), ripresi evidentemente dai file Strava dei diretti interessati. Risulta che Simmons e Sivakov per stare dietro a Pogacar avrebbero dovuto sottomettersi a dispendi energetici piuttosto brutali.
Per rispondere ai primi 41 secondi dell’attacco di Pogacar, prima di essere staccato, l’americano ha espresso una potenza media di 743 watt con una punta di 985 watt. Subito dopo di lui, lo stesso destino è toccato ad Andrea Bagioli.
Invece Sivakov, che Pogacar ha agganciato nella fuga, sullo strappo di Zurichbergstrasse è stato per 1’54” alla media di 641 watt (9,3 per chilo). Mentre sulla successiva salita di Witikon il tempo è stato di 4’38” a 483 watt (7 per chilo).
I pochi dati usciti del campione del mondo riguardano la performance complessiva. Si parla della media di 42,410 in 6 ore 27’30” per un consumo di 5.439 calorie, con 92 pedalate al minuto.
Pogacar è arrivato al mondiale 68 giorni dopo il Tour, correndo nel mezzo le due gare canadesi (foto Slovenian Cycling Federation)Pogacar è arrivato al mondiale 68 giorni dopo il Tour, correndo nel mezzo le due gare canadesi (foto Slovenian Cycling Federation)
Non è andato a tutta, quindi secondo te si è gestito?
Ma diamine, certo: non è mica un ragazzo incosciente! Diciamo che è un esperto di fughe, pensate agli 81 chilometri con cui da solo ha vinto la Strade Bianche. E considerate che se fai 81 da solo su quelle strade, col rischio di bucare e di cadere e senza l’ammiraglia dietro per chissà quanto tempo, farne 100 di fuga al mondiale ti fa meno paura. Hanno parlato di rischio di suicidio tattico, per me è stato più rischioso quello che ha fatto per vincere a Siena. Non lo so, questo è così. Si diverte a fare certe cose, c’è poco da fare.
Stando da solo ha speso tanto più di quello che avrebbe speso con una condotta più accorta?
Molto di più, perché bene o male la sua media diventa molto più alta. Azzardo un numero, posso sbagliare chiaramente. Metti che uno va a 370 watt, quindi a 0,8 della sua performance, ha consumato comunque 200 grammi di carboidrati l’ora. A prescindere che avessero previsto un’azione come quella, lui una borraccia fatta bene ce l’ha sempre. Ci sta che abbiano anche delle cose un po’ diverse, nel senso che tramite la borraccia riescono a buttare dentro anche i 100 grammi, aggiungi un gel e sei già a 140 grammi. Quindi è un bel rifornirsi e secondo me gli sono serviti tutti. Alla fine, secondo me, era tanto stanco. Ha fatto un numero, dietro non sono mica arrivati riposati…
Un bel rifornirsi per sostenere un bel consumare, quindi?
Il problema dei consumi è che li calcoli prevalentemente sul lavoro delle gambe, perché quando fai test li fai da seduto. Invece nel caso della corsa c’è un consumo più generale, perché ci sono tante vibrazioni e quindi consumi di più. E’ anche un’altra andatura, come quando Van der Poel alla Roubaix fece da solo più di 47 di media. E comunque anche Pogacar alla fine ha chiuso oltre 42 all’ora, non poco…
Secondo Pino Toni, Pogacar ha controllato per tutta la durata della fuga. Solo nel primo attacco ha dato davvero tuttoSecondo Pino Toni, Pogacar ha controllato per tutta la durata della fuga. Solo nel primo attacco ha dato davvero tutto
A fine corsa ha detto che probabilmente era stata una mossa stupida, ma secondo te quando uno così parte, davvero non pensa di poter arrivare? Quanto rischio c’è a questi livelli?
Secondo me lui ha fatto un’accelerazione. E’ partito non con la convinzione di andar via solo, ma di ridurre il gruppetto a una quindicina di persone e che i migliori gli andassero dietro. Erano ancora in tanti e di squadre diverse. L’avevano già allungato, però non abbastanza. Invece si è ritrovato da solo e ha gestito anche questo, tenendosi vicino prima Tratnik e poi Sivakov. Questo l’ha anche aspettato dopo lo strappo duro, perché gli ha permesso di respirare. Magari gli ha dato solo due cambi, però lui intanto non era da solo.
E’ Pogacar. Ha già fatto 80 chilometri di fuga alla Strade Bianche. Ha vinto Liegi, Giro e Tour e quando attacca ai meno 100, Evenepoel e Van der Poel non lo seguono?
Secondo me hanno provato la carta del “si ammazza da sé: si ripiglia e lo troviamo stanco”. Però diciamo che un pochino di fatica ce l’avevano anche loro a quel punto della corsa, nel senso che erano ognuno nel suo. Avevano la loro tattica, avevano in mente sicuramente qualcosa di diverso e volevano aspettare un pochino più avanti a fare la vera selezione. Anche perché quando è andato via Pogacar, c’era ancora tanto tempo. Hanno pensato che lo avrebbero ripreso per strada e lui sarebbe stato stanco. Capite che qui cambia tutto?
Cosa cambia?
Uno di questi che è in giornata cambia quelle che sono sempre state le tattiche del ciclismo. Cosa gli dici nel bus? Quando parte Pogacar, gli vai dietro? Lunedì ho mandato un messaggio a Daniele (Bennati, ndr) per dirgli: “Ti ho visto un pochino rammaricato, ma stai nel tuo, hai questi corridori qui, non potevi fare una selezione diversa e portare qualcuno di diverso”. Di fatto ci siamo ritrovati nella stessa condizione della Spagna, che con Ayuso, Mas e Landa si dice abbia dei campioni. Idem la Danimarca e la Germania. Purtroppo contro questi c’è poco da fare. Quando Bettiol non è in forma o ti dice di no, tolto anche il Ganna della Roubaix o della Sanremo dello scorso anno, tanto altro non abbiamo.
Quello visto all’arrivo è stato un Pogacar molto più stanco che nelle precedenti occasioniQuello visto all’arrivo è stato un Pogacar molto più stanco che nelle precedenti occasioni
Tornando a Pogacar, nell’ultimo giro gli erano arrivati a 35 secondi, lui in salita ha dato una sgasata e li ha rimessi a 45…
Secondo me aveva tanti controlli cronometrici lungo il percorso. Ho visto la foto della borraccia, ma quella la preparavano e la davano lì al rifornimento. Però secondo me aveva persone sul percorso che gli davano i distacchi. Che poi bastava averne 5 o sei.
Secondo te è più sbalorditiva questa fuga o quella di Van der Poel alla Roubaix?
Sono entrambe belle cose, che però vengono in due momenti diversi della stagione. Secondo me è molto più apprezzabile questa del mondiale, soprattutto fatta da uno che quest’anno aveva già vinto la Liegi, il Giro d’Italia e il Tour de France. Prima del mondiale aveva già 22 vittorie. Trovare la forza per fare una cosa del genere è notevole.
Invece si può pensare che Evenepoel sia arrivato stanco al mondiale, avendo fatto e vinto dopo il Tour anche le Olimpiadi?
Allora, ho fatto un’osservazione. In tutti gli sport individuali, quello cioè dove conta tanto anche la testa, chi ha fatto le Olimpiadi ne è uscito martoriato. Nel tennis, i due che hanno fatto la finale sono usciti al secondo turno del torneo successivo. Secondo me anche mentalmente sono usciti tutti cotti. E poi, guardando il calendario del ciclismo, l’Olimpiade è quell’appuntamento in più che ti frega. E’ qualcosa che alla fine non riesci a metabolizzare. Tutte le stagioni hanno lo stesso schema, l’aggiunta delle Olimpiadi li ha stroncati tutti. E Remco a Parigi voleva fare bene.
Pogacar ha concluso la corsa consumando 5.439 calorie, pedalando a una frequenza media di 92 rpmPogacar ha concluso la corsa consumando 5.439 calorie, pedalando a una frequenza media di 92 rpm
Meglio di così, due ori in due gare…
E’ chiaro che è andato con grandi motivazioni, ma uno che vince due medaglie d’oro va giù anche di testa e di tensione. Qui si ragiona su percentuali minime che fanno grandissime differenze. E dopo il Tour, Evenepoel le Olimpiadi le ha dovute preparare: non c’è arrivato in scioltezza. Pogacar invece si è fermato ed ha avuto due mesi per recuperare e lavorare. Quindi forse anche la scelta di non andare a Parigi, se aveva già in testa il mondiale, gli ha permesso di arrivarci molto più fresco. Fermo restando, come ho già detto, che lui quest’anno poteva fare veramente tutto.
Ci sono voluti 26 anni esatti, oltre un quarto di secolo, per vedere realizzata quella che sembrava un’impresa, se non impossibile, quantomeno molto difficile da portare a termine: conquistare nella stessa stagione Giro d’Italia e Tour de France. L’ultimo a farlo era stato Marco Pantani nel 1998. Il Pirata di Cesenatico ha trovato quest’anno il suo degno erede in un altro fuoriclasse assoluto come Tadej Pogacar, fresco campione del mondo. L’asso sloveno ha conquistato entrambi i successi potendo contare sul supporto tecnico di Prologo. L’azienda lombarda ha infatti fornito a Pogacar il suo top di gamma: la sella Nago R4 147.
Ecco la Nago R4 147 di Prologo nella versione celebrativa per la vittoria del TourEcco la Nago R4 147 di Prologo nella versione celebrativa per la vittoria del Tour
Debutto vincente
La Nago R4 147 è il modello di sella che Pogacar ha scelto di utilizzare a partire dall’autunno dello scorso anno. Si è trattato di un debutto vincente con il successo de Il Lombardia. Da lì sono arrivate tantissime vittorie: Strade Bianche, Liegi-Bastogne-Liegi, Volta Ciclista a Catalunya, fino al doppio trionfo al Giro e al Tour.
l Giro d’Italia è stato vinto da Pogacar indossando la maglia rosa per 20 giorni consecutivi, con 6 vittorie di tappa. Ecco poi il Tour de France, il terzo conquistato insieme a Prologo, con altre 6 vittorie di tappa. In entrambi giri, le vittorie in linea sono arrivate sempre su sella Nago R4 147.
Ecco Pogacar al Giro dopo aver vinto la maglia rosa (foto Fizza)Ecco Pogacar al Giro dopo aver vinto la maglia rosa (foto Fizza)
Design esclusivi
Il doppio trionfo di Pogacar non poteva non essere celebrato da Prologo, che per l’occasione ha previsto due design esclusivi per la Nago R4 147. Le basi delle selle riprendono il rosa e il giallo della maglie vinte dal campione sloveno, arricchite su un lato con il suo monogramma con le iniziali “TP”, e sull’altro lato con la “Big Ó” di Prologo. Si tratta del segno distintivo del brand presente in esclusiva sulle selle utilizzate dai team e dagli atleti supportati.
Al centro della grafica spiccano la bandiera slovena e l’elenco delle principali vittorie conquistate da Pogacar nella sua eccezionale carriera insieme a Prologo: Giro d’Italia, Tour de France, Giro delle Fiandre, Liegi-Bastogne-Liegi, Il Lombardia, Strade Bianche, Amstel Gold Race, Freccia Vallone, Tirreno Adriatico e Parigi-Nizza.
Lo sloveno a Nizza mette a segno la doppietta Giro-Tour entrando nella storiaLo sloveno a Nizza mette a segno la doppietta Giro-Tour entrando nella storia
Prestazione e comfort
La Nago R4 147 è stata progettata a partire dalle esigenze dei team di professionisti supportati da Prologo, e perfezionata grazie ai test “Pressure Map MyOwn”, per soddisfare le esigenze di tutti i ciclisti alla ricerca delle massime prestazioni e del comfort anche per le lunghe pedalate. Dimensioni compatte con una lunghezza di 245 mm e forma T-shape, con un centro anatomico leggermente avanzato, per offrire una buona libertà di movimento in sella e massimizzare l’efficacia della pedalata in tutte le posizioni. La forma ergonomica semi tonda rende inoltre la nuova Nago R4 147 ideale per i ciclisti con una flessibilità media in termini di rotazione del bacino.
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ZURIGO (Svizzera) – Inutile dire che la folla di giornalisti arrivati in massa dal Belgio si aspettasse il duello tra il Remco baldanzolo della vigilia e il Pogacar venuto per conquistare la maglia che sognava da bambino. Il mondiale di Zurigo prometteva di essere il primo vero scontro al vertice in una grande classica, dopo la caduta di Pogacar nella Liegi vinta da Evenepoel nel 2023 e quella di Remco ai Baschi prima della Liegi vinta lo scorso aprile dallo sloveno.
Invece qualcosa non ha funzionato. E come pure lo scorso anno, vinta la cronometro su Ganna e Affini, Remco ha corso un mondiale sotto tono. Difficile dire se il motivo sia legato al recupero dopo gli sforzi della prova contro il tempo. Alle Olimpiadi, fra strada e pista c’erano comunque sette giorni e la cosa non gli ha creato troppi problemi. Oppure si potrebbe pensare semplicemente che nella prova su strada delle Olimpiadi non ci fosse Pogacar. Di certo però, Evenepoel visto a Parigi aveva un’altra sostanza rispetto a quello del mondiale.
Evenepoel e Alaphilippe, ritirato dopo 15 chilometri con la slogatura della spalla: Julian sarebbe stato un bell’ago della bilanciaEvenepoel e Alaphilippe, ritirato dopo 15 chilometri con la slogatura della spalla: Julian sarebbe stato un bell’ago della bilancia
L’attacco temuto
Sven Vanthourenhout, commissario tecnico uscente della nazionale belga, ha ammesso in un’intervista a Het Nieuwsblad di non essere rimasto troppo sorpreso per l’attacco di Pogacar al mondiale.
«L’ultima volta che Stuyven è venuto da me mentre la fuga con Laurens De Plus si stava allontanando – ha detto ripensando al mondiale – mi ha chiesto se avrebbero dovuto tirare. Gli ho detto di no, ma di stare attenti al tentativo successivo. Avevo visto che nella fuga non c’erano alcuni Paesi, soprattutto Olanda, Svizzera e Spagna. In teoria avrebbero dovuto tirare loro, invece non si muovevano. Allora ho pensato che avrebbero provato a scattare. E Tadej, con Tratnik là davanti, avrebbe potuto muoversi da solo. Infatti quindici minuti dopo ha attaccato e la sua mossa ci ha isolato. A quel punto infatti toccava a noi tirare, essendo dietro con Evenepoel. Eppure non pensavo che la gara fosse già chiusa e di fatto non lo è stata sino alla fine. Tadej non ha staccato il gruppo per due minuti. Ma quel momento è stato decisivo».
Quinten Hermans tira il gruppo alle spalle di Pogacar. Dietro ha Tjesi Benoot, ma il vantaggio non decresceQuinten Hermans tira il gruppo alle spalle di Pogacar. Dietro ha Tjesi Benoot, ma il vantaggio non decresce
Un tentato suicidio
Evenepoel ha deluso? Fra coloro che avrebbero potuto fare di più, il belga era annunciato come l’unica possibile alternativa a Pogacar. Invece alla resa dei conti è mancato, facendo capire sin dal momento dello scatto di Pogacar di non avere le gambe e di conseguenza l’ardire per seguirlo. Volete che il miglior Evenepoel non si sarebbe divertito ad accettare quella sfida?
«Forse è così – ha spiegato il campione olimpico di Parigi – forse anche no. A 100 chilometri dal traguardo bisogna essere onesti… Ho pensato che fosse un tentativo di suicidio. Ovviamente l’ho visto andarsene. Ero accanto a Van der Poel e abbiamo avuto entrambi la sensazione che fosse una mossa folle. Sicuramente avevo le gambe per scattare e l’ho dimostrato più avanti nella gara. Ma pensavamo che fosse ancora troppo lontano. Finirà che l’anno prossimo attaccheremo a 200 chilometri dal traguardo. Sono deluso? No, sono campione olimpico. L’argento o il bronzo sarebbero stati una bella medaglia, ma alla fine non sarebbe cambiato molto per la mia carriera. Tadej è stato eccezionale, ma un mondiale l’ho già vinto e l’anno prossimo ci sarà un’altra possibilità».
Evenepoel ha provato qualche scatto, ma non incisivo come quello di Pogacar. Tanto che non ha staccato nessunoEvenepoel ha provato qualche scatto, ma non incisivo come quello di Pogacar. Tanto che non ha staccato nessuno
Le gambe di Remco
Vanthourenhout prosegue nella sua disamina e conferma che, al netto del grande lavoro dei belgi, il capitano non sia stato nella sua giornata migliore.
«A un giro dalla fine sono andato accanto a Remco – ha raccontato – e non ho dovuto dire niente. Ho capito subito che era finita. Non penso che avesse le super gambe che voleva. Non c’è niente di sbagliato in questo, ma si è capito che a quel punto la gara fosse chiusa. Sarebbe stato meglio se Remco fosse andato con Pogacar, ma mancavano comunque più di cento chilometri. E comprensibile che non abbia risposto subito. Avevamo una buona squadra, venuta per vincere. Tutti hanno cercato di fare la loro parte, alcuni hanno avuto una giornata migliore di altri. E alla fine siamo finiti quinti. Per vincere, Remco doveva essere al 100 per cento e non credo che sia stato così. Eppure ugualmente, anche con questo scenario alla fine avrebbe potuto vincere il mondiale».
Dopo l’arrivo con Van der Poel, Evenepoel ricorda il momento in cui Pogacar è andato viaDopo l’arrivo con Van der Poel, Evenepoel ricorda il momento in cui Pogacar è andato via
Un mondiale estenuante
Al netto di definire la percentuale di forma di Evenepoel, quel che resta è lo stupore per il gesto di Pogacar, che ha sorpreso per coraggio e intensità. Va anche bene che nessuno lo abbia seguito sul momento, ma ha colpito che ogni tentativo di inseguimento sia naufragato.
«E’ speciale – ha concluso Evenepoel – davvero unico che sia partito a 100 chilometri dal traguardo. Noi eravamo completamente in fila dietro di lui, ma alla fine ci siamo avvicinati solo un po’. Anch’io avevo buone sensazioni, ma è stato un mondiale massacrante, molto difficile. Questo è tutto quello che potevo fare. A quattro o cinque giri dalla fine abbiamo iniziato a spegnerci, giro dopo giro. Ma non ho niente di cui lamentarmi. De Plus era in fuga ed è stato grandioso. Poi Wellens e Van Gils hanno provato a ridurre le distanze e poi ho iniziato a muovermi anche io. Quindi è iniziata una fase di scatti e momenti di stanca. Solo alla fine c’è stata un po’ di collaborazione e in volata più di così non potevo fare».
Stamattina in una riunione tecnica, la Soudal-Quick Step deciderà se Evenepoel correrà le prossime gare italiane. Lui avrebbe voglia e non a caso dopo il mondiale ha parlato di Emilia, Bernocchi, Tre Valli e Lombardia. Ma ancora i programmi sono sub judice. «E’ stata una stagione lunga e difficile, quindi sono un po’ stanco di allenarmi. E’ meglio correre ancora un po’. E poi concedersi un bel periodo di riposo».
Intanto in Belgio si sfoglia la margherita per trovare il successore di Sven Vanthourenhout. E pare che Philippe Gilbert avrebbe fatto sapere alla Federazione di essere interessato all’incarico.
Masnada è stato il solo capace di reggere il ritmo di Pogacar. Lo ha ripreso in discesa e ha provato a staccarlo a Città Alta. Un secondo che sa di vittoria
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ZURIGO (Svizzera) – Col suo berretto arancione in testa, Mathieu Van der Poel ha salutato i mondiali di Zurigo di ottimo umore. Lo davano tutti così spacciato sull’impegnativo circuito elvetico, che vederlo al terzo posto dietro Pogacar e un altro scalatore come O’Connor dà l’idea di una vera impresa. In proporzione paragonabile a quella dello sloveno nel cogliere l’iride.
«Che cosa ho detto a Tadej – dice Mathieu – dopo che gli ho fatto i complimenti? Gli ho detto che è un pazzo e che non credevo sarebbe arrivato. Ma per me è sempre bello quando il corridore più forte diventa campione del mondo e quest’anno il più forte è lui».
I due sono amici, perlomeno ottimi conoscenti. Fece scalpore la dichiarazione, vinta l’Amstel Gold Race del 2023, in cui lo sloveno ringraziava l’olandese per avergli indicato il punto in cui attaccare. Nulla di disdicevole, tantopiù che pochi giorni prima, al Fiandre, Pogacar lo aveva stracciato senza troppi complimenti. Van der Poel era lì quando Pogacar ha attaccato. Eppure, nonostante lo conosca così bene, ha pensato che l’altro fosse davvero impazzito.
L’iridato uscente al foglio firma: un saluto al pubblico e poi di nuovo nella mischiaL’iridato uscente al foglio firma: un saluto al pubblico e poi di nuovo nella mischia
Che cosa hai pensato?
Che non fosse il momento giusto, che fosse un attacco dettato dal panico, invece lui ha provato nuovamente quanto è forte. Dopo la sua vittoria del Fiandre dissi che era cominciata l’era di Pogacar, ora inizio a pensare che durerà a lungo (sorride, ndr).
Nel momento del suo attacco, sei stato inquadrato mentre parlavi con Evenepoel. Che cosa vi siete detti?
GlI ho detto che Tadej stava buttando via l’occasione di vincere il mondiale. Pensavo che lo avremmo ripreso e lui si sarebbe bruciato, ma mi sbagliavo.
Dicevano tutti che il percorso fosse troppo duro per te…
Invece ho fatto una buona preparazione e ho tirato fuori la miglior performance di sempre in salita. Posso essere molto contento di questo terzo posto, sono molto soddisfatto. Ma penso che quest’anno Pogacar sia più forte che mai e dopo la stagione che ha fatto merita di aver vinto. Penso che sarà un bel campione del mondo da seguire in ogni corsa che farà.
Van der Poel ha lottato per una medaglia, mostrando grossi passi avanti in salitaVan der Poel ha lottato per una medaglia, mostrando grossi passi avanti in salita
Terzo su questo percorso significa che puoi puntare anche a classiche più dure?
Questa è la mia idea e non è per caso che abbia provato a dimagrire di un po’. Non mi vedo a fare classifica nelle corse a tappe, mentre in futuro potrei mettere nel mirino la Liegi oppure il Lombardia. Intanto nel prossimo weekend farò il mondiale gravel, sul resto e sul fatto che arriverò al Lombardia ci sono solo voci e non so chi le abbia messe in giro.
Tadej è partito e non hai provato ad andargli dietro: perché?
Ero molto concentrato sul prendere una medaglia, facendo quindi la mia corsa. L’ho visto partire e da quel momento l’obiettivo è diventato salvare più energie possibili. Non pensavo che fosse in controllo, credevo più in un grosso rischio. Credevo che il Belgio avrebbe chiuso il gap e che avremmo potuto giocarcela ancora. Ho visto il distacco scendere fino a 36 secondi e abbiamo pensato tutti che la sua fuga fosse finita. Invece ha accelerato ed è tornato a 45 secondi. In ogni caso non rispondere è stata la scelta vincente.
Alla fine il terzo posto lo premia e gli fa capire di avere magine anche in classiche più impegnativeAlla fine il terzo posto lo premia e gli fa capire di avere magine anche in classiche più impegnative
Credi davvero che sarà un buon campione del mondo?
Ne sono certo, saprà cosa fare. Io mi sono divertito a portare la maglia iridata anche per più di un anno. Non dimenticherò mai il tempo da campione del mondo. Sarà per sempre un ricordo della mia carriera. Così come lo sarà questa corsa. Credevo fosse partito con l’ossessione della vittoria in corso, invece semplicemente aveva ancora tanto da dare.
ZURIGO (Svizzera) – La maglia verde della Slovenia e il ciuffo di capelli che esce dal casco che celebra la doppietta Giro-Tour. Pogacar accende le danze quando i chilometri al traguardo avevano ancora tre cifre: 100. Sulla salita di Witikon arriva l’affondo del fuoriclasse di casa UAE Team Emirates. Gli prende la ruota Quinn Simmons, l’americano con il barbone folto e due gambe massicce. La terza figura nella foto di apertura, che si intravede appena, è quella di Andrea Bagioli, che a differenza dello yankee ha il volto pulito e qualche chilo in meno: dodici per l’esattezza. Il buco tra la coppia formata da Pogacar e Simmons è di 30 metri, così il nostro portacolori ci si fionda. Per un momento sembra l’azione giusta, in cui la corsa prende una direzione chiara, con l’Italia che ha colto il momento perfetto.
Bagioli prima del via da Winterthur con alle spalle il suo fan clubBagioli prima del via da Winterthur con alle spalle il suo fan club
Tempismo giusto
La tempistica di Bagioli è corretta, le gambe sembrano reggere, anche se la bocca è spalancata a cercare ossigeno. Ma più di così i polmoni del valtellinese non ne riescono a immagazzinare, i muscoli allora cedono e un metro diventano presto due, poi tre e infine una voragine. Dopo questo sforzo brutale il numero 34 dell’Italia finisce al pullman anzitempo. Noi lo aspettiamo sotto, ma le forze spese sono tante, Bagioli ha bisogno di riposo. Esce solamente dopo la riunione con Bennati, più di un’ora dopo il nostro arrivo.
«In teoria – spiega il corridore della Lidl-Trek – ero uno di quelli che doveva muoversi un po’ più verso la fine, però quando scatta uno come Pogacar si segue sempre. Sentivo di stare veramente bene, mi sono detto “ci provo” però il ritmo che stava facendo era veramente troppo alto. Non tanto per la salita ma quando la strada spianava, non mi faceva recuperare. E alla fine sono saltato completamente».
Pogacar attacca, alle sue spalle si muove Quinn Simmons, a breve chiuderà BagioliPogacar attacca, alle sue spalle si muove Quinn Simmons, a breve chiuderà Bagioli
Hai speso troppo nel chiudere quel buco di 30 metri?
E’ stato faticoso. Però siccome ho un buono spunto veloce non ho sofferto tantissimo. Infatti mi sento di dire che l’ho chiuso abbastanza velocemente.
Poi Simmons, che era in seconda posizione nel terzetto, ha mollato praticamente subito.
Ha lasciato altri metri da chiudere e non mi ha dato una mano, ecco. Poi, come ho detto, quando spianava io speravo che Pogacar mollasse un attimo, così da riuscire a respirare. Invece spingeva sempre a gran ritmo.
Si vedeva fossi “a tutta” con la bocca spalancata nel cercare aria.
Ero al limite, avevo male ovunque: alle braccia, alle gambe. Insomma, mi bruciava tutto il corpo dallo sforzo. Ero al limite.
Dopo lo sforzo il valtellinese ha mollato il colpo, uno sforzo incredibileDopo lo sforzo il valtellinese ha mollato il colpo, uno sforzo incredibile
Sei riuscito a guardare i dati?
No, al momento niente (sorride, ndr) guarderò il file a casa per vedere che numeri ho fatto.
L’impressione?
Sicuramente avrò fatto un record su 5 minuti, probabilmente intorno ai 500 watt.
Quando siete scollinati, nella zona del rifornimento fisso, abbiamo avuto l’impressione che il peggio fosse passato.
Ero a tutta anche lì, nell’agguantare la borraccia dal massaggiatore e ho perso un metro, sono rimasto al vento e niente. E’ andato.
Ti è mancato proprio quel metro di scollinamento, perché poi lì iniziava una parte favorevole, giusto?
La strada iniziava a scendere, però c’è da dire che dopo ci sarebbe stata un’altra salita, quindi sicuramente avrebbe ancora spinto a tutta e mi sarei staccato lì.
Bagioli recuperate le energie scende dal bus e ci racconta com’è andataBagioli recuperate le energie scende dal bus e ci racconta com’è andata
Com’è provare a stare dietro a Pogacar e vederlo sereno?
In un certo senso è brutto, però penso che ci siamo abituati tutti da un po’. Non è la prima volta che fa questi numeri quindi non possiamo farci niente, è un gradino sopra tutti e chapeau a lui.
Cosa ti faceva più male? Le gambe? La testa nel pensare che quel momento non finisse più?
Riuscivo a pensare solamente al mal di gambe, l’acido lattico che circola e a nient’altro. Punti a stare con lui il più possibile, sperando che molli un pochino il colpo. Invece quasi aumenta. E’ stato un tentativo buono, ne ho parlato anche con Bennati, quando parte Pogacar è sempre un’ottima cosa seguirlo. Se ci ho provato e sono rimasto lì vuol dire che le gambe sono buone, è un segnale che fa sperare per le prossime gare in Italia, questo è sicuro.
Pogacar e Vingegard si punzecchiano. Adam Yates ha la maglia gialla. Matxin ragiona sui suoi, parlando di oggi e di domani. Il Tour è appena cominciato
ZURIGO (Svizzera) – E’ persino divertente sentire Tadej Pogacar definire «una mossa stupida» il suo attacco a 100 chilometri dall’arrivo del mondiale. Oggi abbiamo assistito a una di quelle imprese che i cantori di una volta avrebbero consegnato alla storia. Noi siamo qui allibiti davanti a un capolavoro come non ne abbiamo mai visti nei 28 mondiali seguiti finora. Cercando le parole per unire l’oggettività del gesto con il nostro stupore e seguire le orme dei nostri più illustri predecessori.
Tadej Pogacar è il nuovo campione del mondo. Ha fatto esattamente quello che Diego Ulissi aveva anticipato nell’intervista pubblicata stamattina. Se vede che qualcuno cerca di incastrarlo, questo il senso delle sue parole, Tadej attacca anche se manca tantissimo. Detto e fatto. Nella conferenza stampa in cui commentava soddisfatto il suo bronzo, Mathieu Van der Poel ha definito l’attacco di Pogacar come dettato dal panico. Lui ascolta divertito e stanco. Ha la maglia iridata che rende luminosi i contorni e il medaglione d’oro attorno al collo.
«Non era paura – dice – è stata davvero una mossa stupida. Ma a volte le mosse stupide danno grandi risultati. Non lo decidi, arriva il momento che sei stupido e lo fai. Ma quando ne fai una e poi vinci, all’improvviso non sembra più così stupida. Per impedirmi di partire avrebbero dovuto spararmi un proiettile in un ginocchio e poi uno nell’altro, ma ormai era tardi. E mi sono ritrovato in fuga a 100 chilometri dall’arrivo…».
Pogacar, poi O’Connor e Van der Poel: un podio inatteso, a capo di una corsa che sarà ricordata a lungoSotto il palco, un tributo di tifosi sloveni: il Paese ha scalato le classifiche del ciclismo coni suoi campioniPogacar, poi O’Connor e Van der Poel: un podio inatteso, a capo di una corsa che sarà ricordata a lungoSotto il palco, un tributo di tifosi sloveni: il Paese ha scalato le classifiche del ciclismo coni suoi campioni
Macchina Tratnik
Solo nella terra di nessuno alle spalle della fuga, Pogacar ha trovato Tratnik ad aspettarlo. Se non fosse che Tadej lo ha appena negato, ci sarebbe da pensare che la presenza di Jan in quella fuga sia stata organizzata prevedendo l’assalto.
«Tratnik è una macchina – dice – ha tirato fortissimo. Era lì perché era in fuga, ma quando ci siamo ritrovati insieme, mi ha motivato tantissimo. Quando sono rientrato sulla prima fuga, non c’è stato modo di comunicare più di tanto. Sapevamo di dover tirare dritto, perché dietro il Belgio stava lavorando forte. Per cui siamo passati e abbiamo proseguito. Tratnik mi ha lasciato quando mancava ancora tanto e a quel punto ho gestito tutto con la mia testa. Poi ho trovato Sivakov. Io avevo bisogno di lui e lui aveva bisogno di me per provare a conquistare una medaglia. Mi dispiace che non ci sia riuscito, perché è andato fortissimo. Però ammetto che è bene trovarsi in fuga con degli amici».
Tratnik è stato un compagno di fuga eccezionale. Pogacar lo ha definito una macchinaSivakov lo ha aiutato per un giro: Pogacar sarebbe stato contento di una sua medagliaTratnik è stato un compagno di fuga eccezionale. Pogacar lo ha definito una macchinaSivakov lo ha aiutato per un giro: Pogacar sarebbe stato contento di una sua medaglia
Le montagne russe
La giornata è cominciata con un siparietto svelato dalla sua Urska, verso cui dopo l’arrivo Pogacar ha corso scansando fotografi e addetti ai lavori. Ha raccontato di averlo dovuto svegliare, tanto dormiva profumatamente. Tadej sorride, incuriosito per il fatto che la notizia sia venuta fuori.
«La verità – racconta – è che dovevamo svegliarci molto presto e io non sono il tipo che lo fa spesso. Per questo avevo puntato la sveglia, ma quando ha suonato l’ho spenta e mi sono rimesso a dormire. Così c’è voluta lei per tirarmi giù dal letto. Se non altro dimostra che non ero nervoso (sorride, ndr). Ero più provato dopo l’arrivo – aggiunge – e anche adesso, perché mi sembra di essere sulle montagne russe. L’ultimo chilometro è stato pazzesco. Il traguardo è stato pazzesco. E quando ho visto Urska è stato così emozionante che mi è venuto da piangere».
Nell’abbraccio con la compagna Urska, Pogacar ha sfogato le sue emozioni fortissimeNell’abbraccio con la compagna Urska, Pogacar ha sfogato le sue emozioni fortissime
Un vantaggio rassicurante
Ha gestito il vantaggio con la precisione di chi sa esattamente cosa stia succedendo alle sue spalle. Il margine saliva e scendeva. Mai oltre il minuto, mai sotto i 33 secondi del distacco minimo. Lui davanti intanto girava le gambe su una frequenza molto elevata, mentre gli altri dietro erano piantati su rapporti troppo lunghi e la prevedibile mancanza di coesione che nella maggiorparte dei casi fa la fortuna di chi attacca. Soprattutto se davanti c’è uno così forte.
«Avevo buone informazioni sui distacchi – spiega – grazie alla moto che ogni due chilometri circa mi davano i vantaggi. E poi grazie all’ammiraglia, cui chiedevo come stesse andando. E quando dopo 240 chilometri sai che dietro sono stanchi, allora 35 secondi non sono più un margine così piccolo. Quando ho visto che in cima all’ultima salita quello era il vantaggio, mi sono buttato giù per guadagnarne ancora, sapendo che nel tratto di pianura sarebbe stata dura, essendo ormai completamente vuoto. Non mi sono arreso e la squadra ha fatto un ottimo lavoro. E’ un peccato che corriamo insieme solo poche volte all’anno, perché ogni volta si crea un grande gruppo con una grande coesione».
Nei chilometri in cui è rimasto da solo, Pogacar ha dosato lo sforzo con grande luciditàL’ultima borraccia pronta per il campione. Acqua, gel e indicazioni dei distacchi (foto Alberati)Nei chilometri in cui è rimasto da solo, Pogacar ha dosato lo sforzo con grande luciditàL’ultima borraccia pronta per il campione. Acqua, gel e indicazioni dei distacchi (foto Alberati)
I sogni di bambino
L’arrivo è stato una serie di gesti che ricorderà per sempre. Ci ha messo un po’ per capire la portata della sua impresa. E’ passato dal soffiare via l’ultima fatica all’incredulità. E solo dopo aver passato la riga, la sua gioia è esplosa in un paio di urli che arrivavano dalle viscere e dalla sua storia di bambino.
«Sin da piccolo – ammette – sognavo di conquistare questa maglia e di vincere il Tour. Negli ultimi due o tre anni sono sempre stato preso dalla caccia alla maglia gialla o al Giro d’Italia e non ho mai potuto preparare il mondiale. Invece quest’anno era tutto perfetto. Ho potuto fare la giusta preparazione, il percorso era giusto per me. Ugualmente avevo paura di tutti là dietro. Per questo all’inizio dell’ultimo giro ho pensato di risparmiare un po’ di forze, ma obiettivamente era difficile. Lo strappo dopo l’arrivo ha richiesto una fatica brutale, ma alla fine è andata bene. E adesso non vedo l’ora di fare la prossima corsa, perché potrò mostrare questa maglia bellissima».
Tadej Pogacar è nato il 21 settembre 1998 a Klanec in Slovenia. E’ pro’ dal 2019. Ha vinto tre Tour, un Giro, 3 Lombardia e 2 LiegiCome rituale impone, ogni vincitore deve firmare un mucchio di maglieTadej Pogacar è nato il 21 settembre 1998 a Klanec in Slovenia. E’ pro’ dal 2019. Ha vinto tre Tour, un Giro, 3 Lombardia e 2 LiegiCome rituale impone, ogni vincitore deve firmare un mucchio di maglie
Tributo a Muriel
Ricorda di aver provato una fuga del genere anche a Imola 2020, quando rimase allo scoperto ugualmente a lungo, volendo e dovendo preparare l’attacco di Roglic cui aveva appena portato via la maglia gialla del Tour. Ma la serata è destinata a concludersi ancora con gli occhi lucidi, quando il discorso si sposta su Muriel Furrer. Quasi a sottolineare che è ingiusto esultare così tanto per una vittoria davanti a una ragazza che ha perso la vita facendo il suo stesso sport.
«E’ stata una settimana dura per tutti – dice Pogacar – e sulla linea di partenza ieri e anche oggi tutti abbiamo corso pensando a lei e omaggiandola con la nostra fatica. E’ difficile dire che cosa si potrebbe cambiare. Il ciclismo è questo, è uno sport pericoloso, ma sul web scopriamo che succede ormai troppe volte. Dobbiamo stare attenti. Prenderci cura gli uni degli altri. Serve rispetto quando corriamo. Il mondo del ciclismo è piccolo ed è una famiglia, per questo mando il mio abbraccio ai suoi cari e a quanti le hanno voluto bene».
Le ultime parole escono a fatica. Immaginiamo che la serata andrà avanti nel segno di una grande festa slovena, ma il tributo alla vita spezzata di Muriel Furrer è un altro gesto da campione. Il fatto che per la seconda volta oggi Pogacar abbia pianto ne ha mostrato un lato che i rivali, vedendolo sparire davanti a sé a 100 chilometri dall’arrivo, non avrebbero neppure immaginato. Speriamo con le nostre parole di avergli reso il giusto merito.