Red Bull dopo Roglic: due giorni per resettarsi e ora tutti in fuga

15.07.2024
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PLATEAU DE BEILLE (Francia) – Seduto in ammiraglia in attesa dell’evacuazione generale, Rolf Aldag ricompone i pezzi di una tappa che ha visto in fuga quattro dei sei corridori della Red Bull-Bora-Hansgrohe rimasti in gara (in apertura Jai Hindley). Per il team che aveva investito su Roglic perché diventasse il… terzo uomo, si è trattato di un atterraggio piuttosto pesante. Dopo aver perso il Tour del 2020 nell’ultima crono, lo sloveno non ne ha più finito uno. Sempre una caduta a rimandarlo a casa. Così anche nella Vuelta del 2022, al punto di farsi qualche domanda sul perché. Se sia per l’abilità in sella, il posizionamento in gruppo o una sfortuna cronica come raramente ci è stato dato di vedere.

Visto che il tempo non manca, con il capo dei tecnici della squadra iniziamo un viaggio nei giorni più recenti: quelli successivi alla caduta di Roglic. Aprendo prima una breve parentesi: c’era anche lui quassù il 22 luglio del 1998, quando Pantani per la prima volta in quel Tour piegò il suo capitano Ullrich in maglia gialla. Aldag aveva allora 30 anni, oggi ne ha 55 e adesso racconta.

«Ci sono voluti due giorni per ridefinirci – spiega – trovare nuovi obiettivi e poi andare avanti, perché il Tour merita molto rispetto come gara. E penso anche che per il lavoro svolto dai ragazzi in altura, i giorni e i mesi che trascorrono lontani dalla famiglia, valga la pena provare qualcosa. Non è facile, ma vale la pena provarci».

Roglic non riparte: Aldag si sottopone alle domande dei giornalisti che chiedono aggiornamenti
Roglic non riparte: Aldag si sottopone alle domande dei giornalisti che chiedono aggiornamenti
Come hai vissuto il giorno in cui Roglic è caduto?

Era vicino al traguardo. C’è sempre molta tensione in macchina e penso anche in bici. Di colpo l’ho visto cadere e quando è così, non va mai bene. Si vedeva subito che fosse un brutto incidente, per cui ero lì che speravo per il meglio. Quando però ho visto che c’è voluto del tempo per rialzarsi e ripartire, allora nella mia testa hanno iniziato a prendere forma tutti i tipi di scenario.

A cosa hai pensato?

Come prima cosa, ovviamente, ho sperato che stesse bene. A quel punto non era tanto una questione di tempo perso in classifica, ma riguardava davvero la persona. Speravo che non stesse soffrendo troppo, l’unica cosa che avesse importanza. Non era rilevante invece che perdesse 2-3 minuti.

Anche Sobrero verso Plateau de Beille ha recitato la sua parte: con Roglic avrebbe fatto un gran Tour
Anche Sobrero verso Plateau de Beille ha recitato la sua parte: con Roglic avrebbe fatto un gran Tour
Hanno detto che quel tratto fosse pericoloso.

Penso che non abbia senso iniziare adesso il gioco delle colpe. E’ un po’ come se mi chiedessi quanto sia difficile per gli organizzatori creare i percorsi. Se vuoi finire in un centro città, cosa che penso piaccia a tutti, come ci arrivi? Devi prendere una strada e adesso le strade sono costruite per rendere il traffico più sicuro. Avere isole spartitraffico va bene per 364 giorni all’anno, fanno davvero qualcosa di buono per il traffico. Ma per quel solo giorno del Tour de France non vanno bene. Quindi non è facile, ma non direi che sia stata una colpa di ASO. Penso che facciano del loro meglio.

Hanno parlato di segnalazioni imperfette.

Qualcuno ha detto anche questo, ma in realtà non è che qualcuno ci sia finito contro. Penso che, sfortunatamente, Lutsenko fosse già da una parte. Poi gli si è impuntata su quel cordolo la ruota anteriore ed è caduto dall’altra parte. Dovremmo sempre cercare la strada più sicura, non c’è dubbio, ma penso sia quello che fanno oggi.

Oggi Hindley e Sobrero in fuga nel finale: il programma per i prossimi sette giorni è questo?

Per un momento abbiamo avuto quattro ragazzi in fuga dei sei corridori rimasti in gara. Quindi penso che l’hanno interpretata in modo molto offensivo e aggressivo ed è quello che volevamo fare. Voglio dire, se aspettiamo il momento in cui oggi attaccherà Vingegaard, non vinceremo mai nulla. Questo è molto chiaro. Quindi cerchiamo di ottenere il meglio, mantenendo uno stato d’animo e un atteggiamento positivi. Ed è quello che hanno fatto i ragazzi oggi.

Nico Denz ha preso parte alla fuga, con il progetto di lanciare Hindley
Nico Denz ha preso parte alla fuga, con il progetto di lanciare Hindley
La fuga di oggi era pianificata oppure è venuta da sé?

Era tutto organizzato per lanciare Jai Hindley. Ad esempio, Nico Denz era lì, certamente non alla sua ruota, ma dando tutto per guadagnare vantaggio e far decollare la fuga. Poi Matteo (Sobrero, ndr) ha fatto ponte e si è ritrovato in fuga con Hindley e Bob Jungels. Nella vallata prima del finale si stavano assolutamente sacrificando per dare a Hindley un vantaggio consistente. Quindi ho grande rispetto per il lavoro che hanno svolto.

La decisione di fermare Primoz Roglic è stata presa dai medici, oppure è servito a salvargli le Olimpiadi?

No, noi come squadra non siamo realmente interessati alle Olimpiadi, ma siamo interessati alla salute della nostra gente e penso che questa abbia la priorità. Non conosco nemmeno la situazione delle Olimpiadi, non ho visto l’elenco con i nomi, ma per noi non era proprio questo l’obiettivo. Olimpiadi o no, per noi l’obiettivo era il Tour e ora è riaverlo sulla bici. Tenete presente anche quello che è successo dopo il suo incidente…

Jungels fra i più attivi della tappa di ieri per lanciare Hindley verso l’ultima salita
Jungels fra i più attivi della tappa di ieri per lanciare Hindley verso l’ultima salita
Cosa?

C’è stata una giornata intensa con vento di traverso, in cui devi avere tutta la concentrazione. Devi avere l’interruttore acceso e un corpo pronto. E con lui non era proprio così, perché rischiare? Non si trattava davvero di programmi futuri o altro. Penso che a Primoz e al suo team, a tutti noi il Tour sia piaciuto così tanto, che faremo qualsiasi cosa possibile per rimanerci.

E’ stato già fatto un programma per Roglic?

Non ancora, non siamo ancora in quella fase. Sono felice che adesso abbia un po’ di tempo con la sua famiglia. E penso che sia importante non prendere decisioni affrettate. In ogni caso, è importante anche per lui superare la delusione, avere un po’ di lucidità e poi cercare nuovi obiettivi. Ma ripeto: non è questo il momento.

Seconda settimana finita: Pogacar brinda, cosa trama Vingegaard?

14.07.2024
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PLATEAU DE BEILLE (Francia) – Le ha prese anche oggi, ma Vingegaard dimostra di avere due attributi grossi così. Sarebbe potuto restare passivo, pensando a difendersi. Invece ha fatto tirare la squadra per tutto il giorno. E quando a 10,5 chilometri dalla fine Jorgenson ha dato l’ultima strappata, il danese ha attaccato. Niente a che vedere con le “aperture” dello scorso anno, ma ha comunque chiamato Pogacar allo scoperto, anche se alla fine ha dovuto cedergli 1’08”. Per definire la differenza di livello fra Giro e Tour, basti osservare che alla fine della seconda settimana del Giro, Tadej aveva già 6’41” su Thomas. Qui il suo margine su Vingegaard è ora di 3’02”. Sempre tanto, ma pur sempre la metà.

Jonas arriva e sembra ben disposto. Noi indossiamo tutti la mascherina per disposizione del Tour. La sua grande educazione in certi giorni ti incanta, al confronto con altri sportivi sconfitti che rifiutano di parlare o lo fanno con tono risentito.

Nonostante il passivo di 1’08”, Vingegaard si dice soddisfatto della sua prova. E il Tour è ancora lungo
Nonostante il passivo di 1’08”, Vingegaard si dice soddisfatto della sua prova. E il Tour è ancora lungo
Ti ha fatto tanto male?

In realtà penso di aver fatto la prestazione della vita sull’ultima salita. Per cui posso essere super felice e orgoglioso di come ho corso, di come ha corso la squadra. Tadej è stato semplicemente molto meglio, quindi congratulazioni a lui. Oggi pensavo di poterlo battere, avevo ancora delle speranze, ma ha dimostrato quanto è forte. Io sono andato al top e lui ha guadagnato un minuto? Merita di vincere.

Come dire che sei pronto ad arrenderti?

Se riesce a mantenere questo livello sino in fondo, arrivare secondo non sarebbe un disonore. Ora non ho niente da perdere, sono un po’ nel mezzo, per così dire, e attaccherò ancora. Penso ancora di poter vincere, anche se sembra difficile. Può ancora avere una brutta giornata, lo abbiamo visto negli ultimi due anni (nel 2022 e nel 2023, in occasione dei due attacchi di Jonas, Pogacar perse più di 3 minuti in un solo colpo, ndr). Quindi penso che dobbiamo sperare in questo e lavorare perché accada. Non me ne andrò da questo Tour senza averci provato sino in fondo.

E’ sembrato che quando hai attaccato, lo stessi guardando. Volevi studiarlo?

Non stavo guardando indietro, stavo solo cercando di fare il massimo che potevo. E ho attaccato. Da quel momento ho spinto il più forte possibile fino al traguardo. Questo era un piano studiato da mesi, questa tappa andava corsa così. E non ho avuto dubbi, anche se ieri è andata come sapete. Abbiamo una buona strategia e negli ultimi due anni ha funzionato. Sappiamo che posso sopportare grandi fatiche e potrei farlo anche quest’anno.

Si pensa che potrai crescere, ne sei convinto anche tu?

Se ho fatto davvero la migliore prestazione della mia vita, non so se sia possibile crescere ancora. Il Tour si vince gestendo le giornate di crisi e non calando di condizione. Io penso di poter restare a questo livello sino in fondo. Vedremo alla fine.

Tadej terrà questo livello?

Il parcheggio dei team ha facce diverse. I pullman sono a valle, a Les Cabannes, per cui i corridori hanno ricevuto i loro bei fischietti e stanno scendendo. Arthur Van Dongen, direttore sportivo con Niermann della Visma Lease a Bike, era abituato a commentare altre situazioni. Finisce di scrivere un messaggio, mette su la mascherina e poi risponde.

«Visto come è andata la gara – dice – penso sia chiaro quale piano avessimo. Dare il massimo tutto il giorno e rendere la gara più dura possibile. Abbiamo fatto un lavoro molto, molto buono. Abbiamo ammazzato tutti. A inizio salita i corridori di classifica si sono staccati subito. Ci sono stati subito distacchi importanti. Solo un corridore ci è stato superiore e ha fatto nuovamente la differenza. Jonas si sente bene e noi abbiamo ancora fiducia in lui. Sappiamo che nell’ultima settimana possono succedere molte cose. Non rinunciamo a combattere, ma dobbiamo essere realistici. Ci sono ancora montagne e una crono. Diversa dallo scorso anno, come diversi sono l’avvicinamento di Jonas al Tour e la forma di Pogacar. Tadej ora è fortissimo, aspettiamo di vedere se rimarrà a questo livello».

Il miglior Pogacar di sempre

Gianetti invece non sta nella pelle. Il Team principal del UAE Team Emirates si è fatto il giro di tutti i microfoni e adesso ragiona con calma sullo show cui abbiamo appena assistito. E poi, con una punta di saggezza, invita a mantenere la calma.

«Avevamo visto la sua crescita già da quest’inverno – spiega – poi ha fatto un gran Giro d’Italia e soprattutto una bellissima preparazione per questo Tour. Chiaro che vedere la sua differenza in questo momento con il resto degli avversari è bello. Credo davvero che sia il miglior Tadej di sempre, ma questo non deve farci abbassare la guardia. Tre minuti sono un bel vantaggio, ma la settimana finale di questo Tour de France è veramente molto impegnativa, ci saranno tante difficoltà. Oggi non abbiamo dovuto lavorare, ma pur rimanendo a ruota, è stato un giorno duro. Quindi è chiaro che ci sarà il lavoro da parte delle squadre e degli altri corridori che proveranno a migliorare la loro classifica.

«Sarà una settimana molto impegnativa, sia sotto l’aspetto fisico che mentale. Io non ho mai fatto Giro e Tour nello stesso anno, non posso neanche immaginare cosa sia. E’ qualcosa che va al di là dell’immaginazione, però questo è l’obiettivo e non l’abbiamo ancora raggiunto».

Pogacar sui Pirenei: il piccolo principe con i denti di un lupo

13.07.2024
4 min
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PLA D’ADET (Francia) – Oggi ha l’espressione beata del Grappa e di tutte le volte al Giro in cui un piano pensato alla vigilia andava a buon fine. Certo la sensazione che questa vittoria Pogacar dovrà sudarsela secondo dopo secondo si fa largo ogni giorno. Quei numeri del Giro appartengono a un’altra dimensione, qui Vingegaard e anche Evenepoel sono avversari ben più cattivi di quelli incontrati in Italia. E forse nella scelta di puntare sul Giro s’è tenuto conto anche di questo. Però intanto Vingegaard oggi ha dovuto subire e tanto gli basta per andare a letto più sereno.

Yates gli ha permesso di respirare e di spiccare nuovamente il volo
Yates gli ha permesso di respirare e di spiccare nuovamente il volo

Lo sgabello della star

Pogacar è seduto sullo sgabello della mix zone con centomila microfoni puntati sulla faccia. Sorride e racconta, mentre dalla strada alle spalle del palco arrivano boati al suo indirizzo. Su questo il Tour non fa eccezioni rispetto al Giro: lo sloveno è idolo anche qui.

«Volevamo davvero correre in modo conservativo – sorride – ma puntavamo comunque alla vittoria di tappa, perché sapevo di poter arrivare con un buono sprint nel finale. Poi ho visto l’opportunità per Adam (Yates, ndr) di fare il vuoto e di arrivare anche alla vittoria di tappa, in più facendo lavorare la Visma. Di colpo però mi sono accorto visto che quando ha attaccato, il ritmo è addirittura calato, non tiravano poi così forte. E allora ho avuto la sensazione che forse avrei potuto provare a raggiungere Adam. Lui è il compagno perfetto, quello che vorresti avere sempre con te. Si è appesantito un po’, ma ha dato tutto quello che aveva. Io alla sua ruota ho potuto respirare per un paio di volte e questa oggi è stata, credo, una delle principali differenze. Il fatto che Adam fosse lì per me. E’ stata una splendida intuizione. Per questo stasera devo dire che grazie a tutti i compagni di squadra. Oggi hanno fatto davvero un lavoro incredibile, sono super felice».

Pogacar con Sivakov nella discesa del Tourmalet: la squadra sempre unita
Pogacar con Sivakov nella discesa del Tourmalet: la squadra sempre unita

Il record di Cavendish

Politt finché ne ha avuta. Poi Soler gli ha poggiato una mano sulla schiena, ringraziandolo e autorizzandolo a spostarsi. E quando lo spagnolo ha finito il suo lavoro, è stata la volta di Almeida, inatteso in questo ruolo, lui che spesso gioca da primo attore e ha il suo bel caratterino. Se ci fosse stato ancora Ayuso, forse, avrebbero potuto fare di più.

«Manteniamo questo slancio – dice Pogacar – e una buona energia nella squadra, buone gambe. Proviamo a mantenere questa mentalità in un’altra giornata, quella di domani, in cui tutti saranno nuovamente importanti. Vincere tante tappe è qualcosa cui non ho mai pensato, neppure quando ero più piccolo. Ad esempio, vedendo Mark Cavendish vincere così tanti sprint, ho sempre pensato che venisse da un altro pianeta e che non fosse raggiungibile. Ma se insegui i tuoi sogni, allora forse puoi reggiungerli. Non è il mio obiettivo raggiungere Cavendish (Pogacar finora ha vinto 13 tappe in 5 Tour, ndr), l’ho detto solo per far capire quanto io l’abbia ammirato e quanto fosse bello vederlo vincere con la sua squadra».

Pogacar lo ha detto chiaro: Almeida ha fatto gli straordinari, ma davvero bene
Pogacar lo ha detto chiaro: Almeida ha fatto gli straordinari, ma davvero bene

Correre d’istinto

In fondo è tutto molto semplice oppure tale lo fa sembrare. La realtà è che per un tipo orgoglioso come lui non è stato facile essere preso a schiaffoni. Attacco spettacolare, ma a vuoto sugli sterrati. Attacco spettacolare, ma a vuoto (e con la beffa della sconfitta) a Le Lioran. Un inverno di diete, studi sulla posizione e lavori di fino. Finché arriva Vingegaard dopo un infortunio come quello dei Paesi Baschi e ti sembra che nulla sia cambiato? Doveva riprovarci, senza meno…

«Mi sentivo davvero bene oggi – dice – le cose non sono andate secondo i piani sulla salita finale, perché ci mancava un uomo: Ayuso si è dovuto ritirare e quindi Almeida ha lavorato molto duramente già a 8 chilometri dalla fine. Ho attacato anche perché ho visto che nessun uomo di classifica stava provando qualcosa. Ho visto un’opportunità e sono partito. C’è ancora molta strada da fare fino a Nizza, ma oggi sono iniziate le vere tappe di montagna! La chiave è che abbiamo una squadra forte per supportare le mie opzioni. In ogni intervista mi dicono che devo risparmiare energie, ma amo correre d’istinto. A volte funziona, a volte no… ma a me piace così».

Vingegaard incassa il colpo e quasi gli manca il respiro

13.07.2024
5 min
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PLA D’ADET (Francia) – La fila per la funivia è interminabile e si viene quasi assaliti dal senso di colpa passandole accanto con passo svelto. Fra una cosa e l’altra, per arrivare in sala stampa servirà mezz’ora e intanto cerchiamo di riordinare le idee su quello che abbiamo appena vissuto e visto. In realtà c’è poco da ordinare. Tadej Pogacar ha fatto quello che gli bruciava nel petto da un paio di giorni e questa volta Vingegaard non è stato all’altezza. Dello sloveno vi racconteremo fra poco, ora ci concentriamo sul vincitore degli ultimi due Tour. Stamattina nel Villaggio era opinione comune che oggi si sarebbe visto il primo cenno di sorpasso. Che Jonas sia in forte crescita, mentre Tadej abbia già detto tutto.

Sosta al pullman Visma

Ecco perché prima di raggiungere la funivia ci siamo fermati al pullman della Visma-Lease a Bike, dove per tradizione Vingegaard parla con le televisioni danesi. Che aria tira da quelle parti? Quando siamo arrivati, lui era già lì che parlava con quel tono pacato e lo sguardo disarmato. Anche se questa volta nella voce c’era meno ironia, come ad aver accusato il colpo.

Alla partenza da Pau, Vingegaard con i vertici del Tour all’inaugurazione di un parco dedicato al Tour
Alla partenza da Pau, Vingegaard con i vertici del Tour all’inaugurazione di un parco dedicato al Tour

«Per la tappa di oggi – dice – dovrei essere più felice che triste, perché ho fatto una buona prestazione. Non penso di dover essere deluso, ma non so se posso presentarmi e dire una cosa del genere. Ovviamente è deludente perdere 39 secondi, per questo cerchiamo di prendere solo il buono di questa giornata. E il buono è che la prestazione, almeno per i numeri, è stata buona. E poi domani è un altro giorno, forse un giorno che mi si addice ancora di più…».

Il gruppo è convinto che tu stia crescendo, oggi Pogacar ti ha sorpreso?

Sappiamo bene che ha uno scatto pazzesco e poi forse gli ultimi tre chilometri di salita gli si adattavano un po’ meglio, con meno pendenza e un tratto di discesa. Quando è così, ha senso che mi attacchi, perché lui ha più potenza di me. Invece nella parte più ripida mi stavo riavvicinando. Ha riguadagnato tanto nell’ultimo chilometro.

Il traguardo è arrivato giusto in tempo oppure avevi ancora energie?

Ovviamente sono stato molto felice di vederlo, anche se non ho mai perso il controllo. Tadej ha meritato la vittoria oggi, quindi complimenti a lui. Il suo attacco è stato davvero esplosivo.

La sua Cervélo R5 in partenza, con il 39-52 x 10-36 e ruote differenziate: 42 davanti e 49 dietro
La sua Cervélo R5 in partenza, con il 39-52 x 10-36 e ruote differenziate: 42 davanti e 49 dietro
Domani è un altro giorno: cosa vuol dire?

Oggi non era un giorno da risparmiarsi pensando a domani, diciamolo chiaro. Però penso che il percorso verso Plateau de Beille sia a mio favore. Sarà una giornata un po’ più dura, mentre questa è stata molto breve, per così dire (la tappa è durata 4 ore 01’51”). Credo che più lunga sia meglio è per me.

Come confronteresti la forza della tua squadra e della sua squadra?

Penso che oggi avesse una squadra molto forte, ma penso di averla avuta anche io. Ero sempre circondato da qualcuno. Jorgenson tirava piuttosto forte e penso che avrebbe potuto anche andare di più quando Yates ha attaccato. Ci manca Sepp Kuss, questo è vero. Ma ce la caviamo lo stesso.

E’ ancora possibile vincere il Tour con due minuti di ritardo?

Sì, lo è di certo. Non bisogna buttarsi giù, ero più deluso dopo la tappa del Galibier, dove mi è mancato qualcosa. Oggi mi sono difeso con buoni valori.

Dopo l’arrivo hanno portato Vingegaard subito in direzione del pullman
Dopo l’arrivo hanno portato Vingegaard subito in direzione del pullman

Un colpo pesante

Il ritornello dei buoni valori convince a metà, ma sembra qualcosa cui il campione vuole aggrapparsi a tutti i costi. Intanto però dal pullman è venuto fuori Grischa Niermann, il direttore sportivo. E la sua versione arricchisce la storia.

«Ci aspettavamo che Pogacar attaccasse sull’ultima salita – dice – e questa volta Jonas non ha potuto seguirlo. Però penso che abbia fatto un ottimo lavoro, nel giorno in cui Pogacar è stato più forte. Dobbiamo solo accettarlo. Sapevamo dai giorni scorsi che quando lui accelera, Jonas fa fatica a seguirlo. Oggi lo schema era quello di rispondere gradualmente, invece rispetto ad altre volte, negli ultimi due chilometri abbiamo perso terreno ed è un peccato. Sicuramente è stato un colpo pesante, speravamo di non perdere tempo, invece siamo quasi due minuti indietro. È difficile da recuperare, ma certamente ancora possibile. E’ la prima volta che vedo Jonas davvero deluso in questo Tour, ma lui è un grande agonista e vuole sempre vincere. Ha fatto il suo meglio, ora deve accettare che un altro sia stato migliore».

Jorgenson ha tirato parecchio fino al momento dello scatto di Adam Yates
Jorgenson ha tirato parecchio fino al momento dello scatto di Adam Yates

Un altro piano

Né mani nei capelli né il tono della disfatta, il Tour è obiettivamente ancora lungo. Resta da capire che cosa abbia provato davvero durante la tappa. Se abbia gestito per salvarsi o se sia stato sul punto di crollare. Fra gli attacchi diretti subiti per mano di Pogacar questo finora è il più incisivo e siamo certi che stasera ne parleranno.

«Nonostante tutto rimaniamo ottimisti – prosegue Niermann – sul fatto che ci siano ancora possibilità di vincere questo Tour e sapevamo in anticipo che non sarebbe stato facile. Lo prendiamo giorno per giorno. E parlando di oggi, penso che abbiano fatto una bella mossa mandando Adam Yates all’attacco. Solo questo gli ha fatto guadagnare 10 secondi. Ma stiamo calmi, domattina faremo un altro piano e di sera saremo ancora qui per verificarlo».

Vingegaard getta la maschera: sui Pirenei sarà caccia a Pogacar

12.07.2024
6 min
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PAU (Francia) – Nell’immensa bolgia che ha accolto il gruppo a Pau, a un certo punto non s’è capito più niente. Eravamo al pullman del UAE Team Emirates a parlare con Ayuso, ritirato per il covid, quando s’è sparsa la voce che Pogacar fosse caduto prima della volata. Il tempo di capire che non fosse vero e ci siamo trovati davanti alla maglia gialla che invece lo sprint addirittura l’ha fatto. Certo alla larga dallo sgomitare dei velocisti, ma pur sempre una volata di gruppo. Già è abbastanza strano – ma emozionante – che corra in attacco infischiandosene delle astuzie e le cautele del leader, ma addirittura fare la volata di gruppo?

Domani Pla d’Adet, ma prima ancora il Tourmalet e Horquette d’Ancizan accenderanno il fuoco sotto il pentolone del Tour. Finora se le sono date, ma senza mai affondare il colpo. Domani potrebbe essere l’inizio di un nuovo viaggio. Oggi per qualche chilometro, Adam Yates li ha fatti tremare. La sua presenza nella fuga poteva significare ritrovarselo nuovamente in classifica. Per questo la Visma-Lease a Bike si è impegnata per chiudere.

Sprinter Pogacar

Eppure Pogacar se la ride. Sta facendo esattamente come negli ultimi due anni: fuochi d’artificio per tutti, ogni giorno, alla prima occasione. E domani che cominciano i Pirenei, Tadej si ritroverà senza Ayuso e con Vingegaard che vuole davvero capire a che punto si trovi.

«Il finale non era stressante – spiega la maglia gialla – ero nella mia zona sicura, la mia bolla ed ho evitato tutte le situazioni più frenetiche con la mente lucida. Alla fine però ho visto la possibilità di fare un piazzamento nei dieci e ho fatto la volata. Tranquilli ragazzi, non preoccupatevi. Semmai è più preoccupante l’abbandono di Ayuso, ma credo che abbiamo ugualmente una squadra fortissima. Soler e Politt stanno facendo un lavoro incredibile. Yates e Almeida in montagna sono due sicurezze. Sono tutti in forma per il lavoro che ci attende da domani. Sono le prime salite vere, finora non ce ne sono state, tranne forse nel giorno del Galibier. Considerata la situazione della classifica generale, ora possiamo correre un po’ sulla difensiva. Vorrei vincere la tappa, ma non spenderò troppe energie per quello».

Vingegaard parla di unità della squadra e di aver finito la tappa tutti insieme
Vingegaard parla di unità della squadra e di aver finito la tappa tutti insieme

Cecchino Vingegaard

Tanto è spavaldo Pogacar, per quanto è cauto e cinico Vingegaard. Il danese non ha l’appeal, il ciuffo e i modi telegenici dell’attuale maglia gialla, ma è un grande professionista. Cento giorni fa era messo davvero male, ora è qui con la sensazione che potrebbe nuovamente giocarsi il Tour. Pogacar l’ha capito e questa consapevolezza secondo noi ha reso meno rilassanti i suoi giorni. Forse il tanto sbandierare la serenità è la prima spia di qualche preoccupazione sorta nel frattempo?

«Entriamo in un terreno che mi si addice un po’ di più – dice Vingegaard – aspettiamo con ansia i prossimi giorni. Mi sento molto bene, oggi per noi è stata una bella giornata. Siamo arrivati tutti insieme, non abbiamo perso tempo con nessuno e adesso speriamo di poter recuperare bene fino a domani. Yates in fuga non era la situazione ottimale, non volevamo lasciarlo rientrare nella classifica generale, per questo abbiamo preferito riprenderlo. Da questo punto di vista è stata una giornata dura. Abbiamo provato anche a spaccare il gruppo con i ventagli, ma alla fine i principali avversari erano ancora lì e non avrebbe avuto molto senso continuare a spingere e suicidarsi.

«Da domani però non ci sarà spazio per nascondersi, ma vedremo come verrà gestita la tappa. Dovremo solo aspettare e vedere. Non ho intenzione di dire cosa faremo domani, ma abbiamo le nostre idee. E’ il fine settimana che mi si addice meglio, per cui spero in una corsa dura. Potrei anche attaccare. Finora abbiamo ragionato sul presente, anche perché non stavo benissimo: da domani inizieremo a lavorare per il futuro».

Nostalgia di Parigi

Philipsen della presenza di Pogacar in volata dice di non essersi accorto. Non che sarebbe cambiato qualcosa. Il belga, già primo a Saint Amand Montrond, ha fatto la sua traiettoria creativa, spostandosi dal centro sulla destra e resistendo poi alla rimonta di Van Aert. Al momento del cambio di linea, Wout non ha potuto fare altro che prendergli la ruota. Sarà perché convive male con il soprannome “Disaster”, quando gli chiedono che cosa pensi delle lamentele di qualche avversario, Jasper si indurisce e taglia corto. Hai qualche commento?

«No comment. Non mi piace questa domanda». Le domande dirette si possono fare, poi tutti pronti a ricevere risposte come questa. Il belga va avanti nel discorso dicendo che solo a fine Tour faranno un’analisi per capire che cosa non abbia funzionato nella prima settimana, ma che due vittorie non sono così male. Non vuole parlare di forma che non c’era e tantomeno di sfortuna, per paura che ne chiami altra. Poi con quel ghigno furbetto da velocista spiega che è impossibile prendere nuovamente la maglia verde. E che da velocista trova singolare che il Tour non finisca a Parigi.

«E’ davvero strano – sorride (penserà già al ritiro dopo la tappa di Nimes?) – manca lo zuccherino in fondo. Non è la sensazione più bella, ma è così e non possiamo cambiarlo. In pratica sappiamo che dopo la tappa 16 ne avremo altre cinque in cui soffriremo per arrivare in fondo. Dovremo restare forti, questo è il Tour del 2024».

Van Aert aiuterà Vingegaard, ma vuole soprattutto vincere una tappa
Wout Van Aert aiuterà Vingegaard, ma vuole soprattutto vincere una tappa

Van Aert diviso a metà

Chi si va mangiando le mani è Wout Van Aert, anche oggi secondo, come se gli mancasse la forza necessaria per volgere la volata a suo favore. Sempre alla ricasca degli altri, scegliendo traiettorie non sempre ideali.

«C’erano vibrazioni da vere classiche oggi – dice – un po’ di vento, terreno collinare e tappa a tutto gas dal colpo di pistola. Mi è davvero piaciuta, per questo è un peccato che non riesca ancora a vincere. Il gruppo era piccolo, tanti pensavano di potercela fare. Ho sbagliato ritrovandomi in testa troppo presto, per il vento che c’era. Quando è così, a volte sei troppo lontano e a volte troppo davanti. Ho dovuto aspettare un po’ ai 350 metri dall’arrivo, perché sarebbe stato troppo presto. Forse se fossi partito ai 200, avrei vinto, ma non dirò mai che non sono soddisfatto del lavoro di Laporte per me. Domani inizia di nuovo un’altra gara e daremo pieno supporto a Jonas. Spero di svolgere il mio compito, ma a questo punto spero anche di vincere una tappa. Nella seconda settimana mi sto sentendo bene, il grande risultato è nelle gambe, ma devo dimostrarlo anche sulla bici».

Pogacar sbaglia i tempi e adesso Vingegaard ci crede

10.07.2024
6 min
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Da dove iniziare? Dallo scatto di Tadej Pogacar o dal recupero di Jonas Vingegaard? O forse sarebbe meglio partire dalla volata? L’undicesima tappa, quella del Massiccio Centrale, è ancora superba. Ci ha riproposto il duello dei duelli: il danese contro lo sloveno.

Ha vinto Vingegaard e per di più sul terreno di Pogacar: lo sprint in salita. Questa frazione va scomposta, a nostro avviso in quattro grandi “fotografie”, quattro spunti tecnici determinanti sia per questo arrivo di Le Lorian che per il resto del Tour de France.

Analizziamoli passo, passo.

Sul Pas de Peyras forcing violento della UAE Emirates che forse si autoelimina anticipatamente anche Ayuso a Almeida
Sul Pas de Peyras forcing violento della UAE Emirates che forse si autoelimina anticipatamente anche Ayuso a Almeida

Lo scatto di Pogacar

Nelle salite del Pas de Peyrol e del Pertus, le più dure, Tadej Pogacar è davanti. In particolare sulla scalata del Peyrol scatta. Vingegaard in effetti non ci era sembrato super. Un paio di volte si era alzato sui pedali, cosa che fa rarissimamente, e aveva fatto qualche impercettibile smorfia.

Tadej scatta, fa il vuoto ma intelligentemente non è a tutta. Tanto che si soffia il naso come sul Grappa al Giro d’Italia, ma tiene una cartuccia per il falsopiano dopo il Gpm. Lì scava il vero vuoto. Perfetto… sin qui.

Vola via. Guadagna. Sembra fatta. Sul Pertus all’inizio ha un bel rapporto, la gamba è in spinta. Poi inizia ad andare un po’ più agile. Cerca la macchina: non c’è. Gli offrono l’acqua: non la prende. Fruga nelle tasche: nulla. Smette di guadagnare. Ma neanche perde terreno.

Sul Pertus Tadej non è più lo stesso. Lui lo sa e inizia a voltarsi. Dice di aver atteso Vingegaard
Sul Pertus Tadej non è più lo stesso. Lui lo sa e inizia a voltarsi. Dice di aver atteso Vingegaard

Il calo di Tadej

L’ammiraglia Visma-Lease a Bike se ne accorge. Vingegaard traffica con la radiolina e alza il ritmo. Toglie di ruota prima Evenepoel e poi Roglic. Si gasa e recupera molto. 

Jonas nella discesa dal Pas de Peyras aveva mangiato. Lo aveva fatto proprio al termine del falsopiano, mentre Pogacar spingeva come un forsennato. Ricordiamo che questa frazione è stata micidiale. Partenza folle per 80 chilometri. I corridori, sono arrivati in netto anticipo. Hanno bruciato più energie del previsto. A questo si aggiunge un dislivello di 4.300 metri.

Che nel finale si sarebbe arrivati stremati era quindi quasi una certezza. O quantomeno il rischio era altissimo.

Quante volte i nutrizionisti sentiti in questi anni ci hanno detto dell’importanza delle calorie spese nella prima parte di gara quando il fisico è pieno di zuccheri? Alla fine quel dispendio presenta il conto… 

Vingegaard rintuzza Pogacar. Il danese è andato forte, ma il ritmo dei due cala e infatti Remco recupera circa 30″
Vingegaard rintuzza Pogacar. Il danese è andato forte, ma il ritmo dei due cala e infatti Remco recupera circa 30″

Il recupero di Jonas

Sul Pertus, per la prima volta in questo Tour de France, Vingegaard va più veloce di Pogacar. Che sia l’inversione di tendenza tanto temuta dal clan della UAE Emirates? Questo lo scopriremo, ma è chiaro che qualcosa è successo.

E a testimoniare il calo di Tadej, e contestualmente uno stato di adrenalina di Vingegaard, sono i distacchi nei confronti degli altri. Alla fine sono rimasti quelli. E lo stesso Vingegaard non ha avuto la forza di staccare Pogacar.

Ma attenzione, quello del danese resta un numero pazzesco. Ricordiamoci sempre dov’era a partire dal pomeriggio dello scorso 4 aprile… E non è un caso che i suoi occhi di ghiaccio abbiano perso delle lacrime.

«Siamo ormai a metà del percorso – ha detto il manager dei gialloneri, Plugge – e aver aver tagliato questo traguardo così ci dà molta fiducia. Ci aspettavamo l’attacco di Pogacar, lo avremmo fatto anche noi se avessimo avuto un corridore con caratteristiche tanto esplosive. Questa è la nostra prima vittoria di tappa e stiamo anche recuperando secondi. Alla fine conta chi arriverà in giallo a Nizza, ma certo questa è una grande spinta».

Dallo spettacolo del Massiccio Centrale è emersa una frazione corsa a ritmi folli che nel finale ha fiaccato tutti
Dallo spettacolo del Massiccio Centrale è emersa una frazione corsa a ritmi folli che nel finale ha fiaccato tutti

Lo sprint

Uno sprint a due in salita Tadej lo perde solo contro Van der Poel… forse. A Le Lioran sbaglia tutto quel che può sbagliare. Lancia la volata con il 38, quindi con la corona piccola. Chiaramente è troppo agile. Si risiede a passa al 55. Riperde quel metro. Si rilancia alzandosi, ma poi si risiede ancora. Segno di scarsa lucidità. E di fatica.

Più che in classifica questa tappa lascia risvolti nelle teste degli atleti. Il barometro di Vingegaard volge al bello, quello di Pogacar al nuvoloso. Certo, se si appurasse che per lo sloveno si è trattato di una crisi di fame le cose cambierebbero. La botta sarebbe nettamente attutita.

Il danese compie l’impresa: batte Pogacar allo sprint e torna al successo 97 giorni dopo la caduta ai Baschi
Il danese compie l’impresa: batte Pogacar allo sprint e torna al successo 97 giorni dopo la caduta ai Baschi

E ora?

Ora ci godremo la sfida, una sfida totale. Una lotta forse più sul filo di nervi che di gambe, che ovviamente serviranno. E basta riflettere sulle parole dei diretti interessati per capirlo. Uno non ammette la sconfitta e l’altro continua a parlare della sorpresa di sue certe prestazioni. 

«La nostra squadra ha fatto un ottimo lavoro – ha detto Pogacar, che ha anche indossato la maglia a pois – Mi sentivo bene durante la prima dura salita, quindi ho attaccato. Tuttavia, Jonas è tornato forte sulla scalata successiva. Ora possiamo davvero parlare di una lotta alla pari. Jonas è in ottima forma. Mi ha anche battuto nello sprint.

«Mi sentivo bene in discesa, ma poi la mia bici ha sussultato improvvisamente e da lì ho perso un po’ di energia. Non stavo male ma Jonas stava meglio così l’ho aspettato, a quel punto sapevo che sarebbe rientrato. Non penso di aver perso una battaglia mentale. Okay, lui ha vinto lo sprint, ma penso che siamo alla pari. Sarà una battaglia così fino alla fine. Nei Pirenei ci aspettano salite diverse, ma sono più preparato per quelle che non per queste scalate esplosive». E quest’ultima frase è la stessa che Matxin ha detto al microfono Rai di Silvano Ploner.

«Tutto questo non sarebbe stato possibile senza la mia famiglia – replica Vingegaard – Questa vittoria significa molto per me, dopo tutto quel che ho passato. Sono così felice della vittoria di oggi che non ci avrei mai creduto tre mesi fa».

«Quando è scattato Pogacar non riuscivo a tenere il passo. E’ stato davvero molto potente. Ho lottato e non pensavo di poterlo riprendere. Sono anche un po’ sorpreso di essere riuscito a batterlo nello sprint. Battaglia mentale a me? Non ci ho pensato. Ma ora arrivano le grandi salite», conclude sornione il danese.

Pedivelle più corte: secondo FSA l’onda è già partita

09.07.2024
6 min
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I professionisti aprono la strada e il mercato si mette a ruota. La difficoltà semmai è prendere la fuga giusta, ma quando a dettare il passo ci sono riferimenti come Pogacar, la direzione è obbligata. La tendenza a ridurre a lunghezza delle pedivelle ha nello sloveno uno degli sponsor di maggior convinzione, anche se probabilmente fra i big è stato Evenepoel a ridurre le leve già un paio di anni fa. Si pensò che fosse legato alla statura invece, come ha da poco confermato Alessandro Colò, è la nuova frontiera della biomeccanica. Ed è per questo che i tecnici di FSA-Vision si sono dovuti rimboccare le maniche e intensificare le lavorazioni su leve di lunghezza inferiore, come racconta Edoardo Girardi, quattro anni da professionista alle spalle, in questi primi giorni di Tour de France (in apertura foto FSA).

«Stiamo avendo una richiesta abbastanza importante di accorciare le pedivelle – spiega – perché ci sono sempre più corridori e squadre che sponsorizziamo orientati in questo modo. E adesso sembra che la stessa richiesta stia arrivando già anche a livello aftermarket. Diciamo ancora in modo timido, però sta arrivando. Fra le squadre invece è una tendenza quasi… prepotente. Fino a due anni fa, prevedevamo una cinquantina di braccetti di pedivelle da 165 per coprire tutti i team, la proiezione per l’anno prossimo è già di 300 pezzi. Non siamo noi in primo battuta a fare i test, ma raccogliamo il loro feedback tecnico. E il parere è univoco. C’è un miglioramento dell’efficienza meccanica della pedalata. Il muscolo lavora con un travel non nella massima estensione e questo permette di risparmiare energie, con un vantaggio misurabile in termini di watt».

Questo incide sulla biomeccanica più in generale ovviamente?

Assolutamente, non si riduce al mettere soltanto una pedivella più corta. Sicuramente c’è un lavoro con il biomeccanico, in cui si stravolgono le regole del gioco. Se si guarda anche l’arretramento della sella, in questi ultimi anni sono tutti a zero e anzi addirittura qualcuno è positivo, con la sella in avanti. E’ un insieme che si sta assestando in modo diverso. I manubri sono più stretti e gli attacchi si sono allungati, perché portando più avanti il bacino, hanno la necessità di allungarsi in avanti. Cambia tutta la posizione, cambia il dislivello fra sella e manubrio. Con la pedivella più corta, posso alzare la sella. Sono cose soggettive, ovviamente, ma a quanto ci dicono la variazione di altezza di sella non coincide con la misura della nuova pedivella. Si resta più bassi e questo pare che porti a una migliore efficienza.

Si tratta di riduzioni drastiche o graduali?

Anche questo è molto soggettivo. C’è chi passa da 172,5 a 170, si abitua e prosegue. E chi invece fa subito il passaggio da 172,5 a 165 o addirittura a 160. Per consentire di avere la giusta gradualità e per individuare misure che possano accontentare tutti, abbiamo in gamma anche le pedivelle da 167,5. Ci sono da parecchio, ma fino allo scorso anno nessuno ce le aveva mai chieste. L’anno scorso qualche squadra ha iniziato volendo fare delle prove sulle bici da crono e adesso sta diventando, non dico uno standard, ma una misura comune. Per questo pensiamo che le 160 e soprattutto le 165 possano diventare un trend forte.

Con la possibilità illimitata di fare test, ormai è abbastanza immediato valutare se la scelta dia buoni frutti…

Infatti ormai tutti sono in grado di valutare e comparare l’efficienza della pedalata, anche solo con un allenamento. Se faccio sempre le ripetute sulla stessa salita, è un attimo per un atleta di alto livello, che è sempre tirato con una corda di violino, capire se c’è un miglioramento e se il miglioramento è meccanico.

Da FSA segnalano l’aumento di richieste di guarniture con pedivelle più corte da parte dei team sponsorizzati
Da FSA segnalano l’aumento di richieste di guarniture con pedivelle più corte da parte dei team sponsorizzati
Quanto incide l’emulazione rispetto a quello che fanno i campioni?

E’ fondamentale. Sicuramente adesso è sotto gli occhi di tutti perché Pogacar le ha utilizzate in diverse corse ed è come uno spot in prima serata su un canale televisivo. Tutti aprono gli occhi. E anche se non è solo questo ad avergli permesso certi risultati, se uno del suo calibro fa una scelta del genere, vuol dire che qualcosa di oggettivo c’è per forza. Quindi tanti, incuriositi, ci provano e si buttano. Sarebbe diverso se lo vedessero in altri corridori, che magari hanno fatto la stessa scelta da anni, però sono lontani dalla luce dei riflettori. Noi da parte nostra indaghiamo e ci stiamo rendendo conto che questo orientamento tecnico stia portando davvero a dei miglioramenti. Per cui sappiamo che il mercato a breve prenderà la stessa direzione.

Dal punto di vista della produzione cambia qualcosa?

Cambia nel senso che abbiamo dovuto introdurre una misura di pedivella più corta, perché non basta semplicemente spostare l’inserto in alluminio nella pedivella in carbonio. Intervieni proprio sulla lunghezza del braccio, anche perché questo ti dà anche un vantaggio in curva. Il braccio più corto significa che puoi continuare a pedalare anche quando sei in piega, puoi giocarti 5 millimetri in meno. Può sembrare poco, invece significa un angolo importante. E a questi livelli non perdere la pedalata in discesa può fare la differenza.

Si può parlare anche di risparmio di peso?

C’è del materiale in meno, ma non è quello il motivo di maggior interesse, anche se è innegabile che fra una 172,5 e una 165 la differenza ci sia.

Una pedivella più corta di 5-7 millimetri permette di pedalare anche quando si è in piega
Una pedivella più corta di 5-7 millimetri permette di pedalare anche quando si è in piega (immagine FSA)
Hai parlato di nuova misura.

Avremo una 155 e il bello è che ce la chiedono anche atleti di grossa taglia, che vogliono estremizzare il gesto della pedalata corta. Resta ovviamente una misura più votata al ciclismo femminile o anche magari anche alle categorie giovanili, ma è singolare che ce la chiedano anche corridori di altezza medio/alta. E’ una tendenza generale che vediamo con le nostre squadre, ma sondando il terreno anche team che montano materiali di altri brand ci confermano che questo è l’orientamento più o meno marcato, sicuramente un trend forte.

I rapporti però non cambiano?

Avendo a disposizione diversi mezzi per fare analisi e approfondimenti, vediamo che mantenendo la stessa rapportatura, quindi senza intervenire sulle corone, le velocità in gruppo aumentano. Evidentemente riduci il braccio di leva, però cambiando posizione e tutto il resto riesci comunque ad esprimere una potenza superiore. Oppure mantieni lo stesso output a livello di potenza, compensi con la cadenza. Aumentando di qualche pedalata la frequenza, probabilmente esprimono la stessa potenza con qualche battito in meno. Ed è lì che fanno la differenza. Vanno alla stessa velocità di prima, tenendo però qualcosina in più da giocarsi nel finale. Oppure, al contrario, possono spendere di più al momento di fare selezione.

Le vostre squadre al Tour hanno ridotto la lunghezza delle pedivelle?

Abbiamo Bahrain, Ef Education e Israel e tutti hanno ridotto la misura delle pedivelle. Non so dirvi ora quali corridori abbiano deciso di provare, perché le squadre chiedono un tot di pedivelle e poi sono loro a gestire queste prove. Ogni corridore ha 3-4 bici e di volta in volta fanno qualche test. Quando poi alla fine la squadra ci fa i suoi report, abbiamo modo di approfondire con i casi singoli.

Derek Gee pedala più basso grazie alle pedivelle, mantenendo potenza con superiore frequenza
Derek Gee pedala più basso grazie alle pedivelle, mantenendo potenza con superiore frequenza
Credi che tutto questo arriverà anche sul mercato?

In parte sta già accadendo, sia pure a livello di aftermarket. Se poi ci sarà un cambiamento vero di abitudini lo scopriremo se domani un costruttore sceglierà di fare il primo montaggio con pedivelle da 179 o 165 piuttosto delle classiche 172,5. Questo significherebbe che lo standard delle misure è cambiato, come è successo con i manubri, che di serie ormai vengono montati più stretti e con attacchi mediamente più lunghi.

La lotta psicologica contro Tadej. Ma lui è una roccia

09.07.2024
4 min
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Come di consueto nei grandi Giri i giorni di riposo diventano i giorni delle conferenza stampa. E ieri ad Orleans, nel cuore della Francia, è sembrata andare in scena una sorta di sequel della frazione degli sterrati. Sono intervenuti tutti e tre i protagonisti: Tadej Pogacar, Jonas Vingegaard e Remco Evenepoel. Che in modo più o meno diretto si sono risposti l’un con l’altro.

Vingegaard ha mandato a dire ad Evenepoel che il suo non collaborare non era mancanza “di palle”, ma d’intelligenza tattica. Remco dal canto suo si è ricreduto da una parte, dicendo che è stato un peccato che il danese non abbiano insistito, ma ha aggiunto anche che avrebbero potuto guadagnare 3′-4′ se Jonas avesse contribuito all’azione.

E’ da Bologna che Pogacar, Vingegaard ed Evenepoel stanno dominando il Tour
E’ da Bologna che Pogacar, Vingegaard ed Evenepoel (che s’intravede in primo piano) stanno dominando il Tour

Parla Tadej

E poi c’è lui, sua maestà Tadej Pogacar. E’ sua la conferenza stampa più attesa. Pogi ha affrontato la giornata di riposo con grande tranquillità a quanto sembra. La sgambata, il caffè con i compagni… e uno stuolo di giornalisti e fotografi al seguito.

«Sono abbastanza contento – ha detto l’asso della UAE Emirates – di come sia andata sin qui. L’anno scorso dovevo colmare il gap in questo momento. Al massimo sono arrivato a 9” dalla maglia gialla, adesso ne ho 33” di vantaggio su Remco. Non è troppo. Ma stanno arrivando le grandi battaglie e anche Jonas e Primoz (Roglic, ndr) sono vicini e i distacchi faranno presto a cambiare con le tappe che ci aspettano, specie dalla quindicesima in poi».

Sguardo rilassato, capello moderatamente spettinato… la semplicità e la naturalezza di questo gigante sono tutte qui.

Semplicità che resta intatta anche quando, inevitabili, arrivano le domande su Vingegaard.

«Io e Remco – ha detto Tadej – volevamo vincere verso Troyes, Jonas no. L’ho visto molto concentrato su di me. Quando si muoveva Remco, Jonas non si preoccupava. Penso che abbia un po’ paura. Vedremo come andranno le cose nelle tappe di montagna».

E poi la risposta delle risposte: «Se sento la sua pressione psicologica? Se provano a battermi mentalmente non ci riescono», ha tuonato laconico Pogacar con quella naturalezza di cui dicevamo, ma con una determinazione da far paura. Erano gli stessi occhi della mix zone dopo Valloire. Gli occhi di chi non è appagato.

«Gli altri stanno lottando anche per se stessi. Corrono contro di me. Ci sono abituato. Non mi fa male, io devo solo essere quello che posso essere».

Tadej Pogacar e a ruota Jonas Vingegaard: il film di questo Tour
Tadej Pogacar e a ruota Jonas Vingegaard: il film di questo Tour

Il piano di Vingegaard

Come ha scritto anche il nostro direttore domenica sera dopo la frazione di Troyes: “Pogacar attento, la trappola di Vingegaard è già scattata”, si parla di questo piano. Piano che lo stesso danese più volte ha menzionato. Un piano già iniziato probabilmente. Ed è quello dell’attesa. Attesa delle tappe giuste e di una condizione che, come ha ribadito lo stesso Vingegaard, va in crescendo.

«L’anno scorso i Visma erano fiduciosi per il finale – ha detto Pogacar – adesso stanno giocando la stessa carta. Puntano tutto sull’ultima settimana. La cosa non mi disturba. Ma quest’anno sono più fiducioso anche io. Ho la maglia gialla, di cui sono contento, e se tutto andrà come dovrebbe andare avrò buone gambe anche nella terza settimana e nelle ultime tre tappe in particolare». Le ultime tre tappe, quelle che dovrebbero far scattare il piano di Vingegaard e della Visma – Lease a Bike.

«Non sono affatto stupito della sua condizione- ha proseguito lo sloveno riferendosi a Vingegaard – Quando ho saputo che sarebbe venuto al Tour, mi era chiaro che sarebbe stato ben preparato. Poi ho capito dalla seconda tappa che era prontissimo. Abbiamo scalato il San Luca più veloce della storia, abbattendo il record di ben 20”. E Jonas ha resistito bene. Lui è molto concentrato e questo si vede quando siamo in gruppo».

Pogacar ed Evenepoel, tra i due sembra esserci un bel feeling
Pogacar ed Evenepoel, tra i due sembra esserci un bel feeling

Voglia di montagna

Più volte Pogacar ha parlato dell’attesa e della voglia di affrontare le montagne. Davvero sembra si diverta quando corre, nonostante le pressioni. Per esempio ha detto che parla spesso con Remco e che si sta divertendo a gareggiare con lui in questo Tour de France.

Come per il Giro d’Italia e come per gli altri Tour de France, qualcuno gli imputa che sta sprecando troppe energie. Ma è anche vero che sin qui l’unico scatto davvero “forzato” è stato proprio quello di Troyes. Ci stava che a Bologna volesse testare il grande rivale, che da parte sua oggettivamente poteva non essere al top in una frazione che richiedeva esplosività e che da tanto tempo non gareggiava. Tanto è vero che quando Tadej ha visto che Vingegaard era lì, non ha insistito fino alla fine. Ma a quel punto sapeva con chi aveva davvero a che fare. 

«Non ho visto tutte le prossime tappe – ha concluso Pogacar – ma conosco alcune delle salite che ci aspettano sui Pirenei. Pavel Sivakov vive lì e non vede l’ora di scalare il Plateau de Beille. E lo stesso Adam Yates. Anche io non vedo l’ora che arrivino i Pirenei, mi hanno sempre fatto bene. Si preannuncia un fine settimana davvero scoppiettante».

Dopo il 55, ecco il 38: il segreto dell’agilità di Pogacar

08.07.2024
3 min
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Sulla bici di Pogacar, assieme alla corona da 55 richiesta lo scorso anno per contrastare il 54×10 di Vingegaard, gira un ingranaggio interno da 38 denti. Una guarnitura 55-38 che permette allo sloveno di essere veloce nelle discese e agile come gli piace in salita. Eppure, tanto è semplice scriverlo, per quanto è difficile da mettere in atto.

La realizzazione delle due corone avviene ugualmente nelle officine di Carbon-Ti che al UAE Team Emirates fornisce anche dischi per freni (leggeri oppure aerodinamici), guarnitura monocorona per la crono e la doppia guarnitura a 4 bracci per la bici da strada.

«La lavorazione non cambia – spiega Marco Monticone – la progettazione per il 38 da abbinare al 55 è completamente nuova. Il know how di partenza è lo stesso, ma il prodotto è completamente nuovo. Le macchina al CNC sono state riprogrammate e anche in tempi rapidi, dato che la richiesta del 38 è arrivata abbastanza all’improvviso e di recente».

La proposta di Chiesa

Chiunque si sia divertito a riassortire la propria guarnitura sa che non tutti gli abbinamenti sono compatibili e certo il salto di 17 denti fra il 38 e il 55 è un bell’ostacolo da superare.

«Infatti il succo del discorso – prosegue Monticone – è far funzionare il 38 con il 55 e per questo c’è stato un grandissimo lavoro. Il deragliatore Shimano in uso alla UAE Emirates è progettato per il 54-40: se si vuole fare qualcosa di diverso, bisogna che il deragliatore continui a lavorare bene. Ci abbiamo lavorato e alla fine siamo riusciti a prototiparlo. L’idea di partenza era di usarla per i Grandi Giri nelle tappe di montagna, in modo che Pogacar possa mantenere il suo ritmo di 90-95 pedalate al minuto. Eppure quando Alberto Chiesa ce l’ha proposto (parla del capo meccanico del team, ndr), abbiamo pensato che fosse una follia».

Pogacar ha ricevuto il 38 nei giorni della Liegi ed ha subito voluto usarla, vincendo
Pogacar ha ricevuto il 38 nei giorni della Liegi ed ha subito voluto usarla, vincendo

Debutto alla Liegi

Eppure la sfida era stimolante e nei computer dei progettisti di Carbon-Ti le varie ipotesi hanno cominciato a prendere forma. Hanno fatto vari test, fino a vedere uno spiraglio.

«L’abbiamo costruita – sorride Monticone – e gliel’abbiamo consegnata. Pogacar ha chiesto di montarla e poi, come fa di solito, l’ha usata in gara. Nel 2023 gli avevamo fornito le guarniture in carbonio e lui le usò come prima volta per vincerci il Giro delle Fiandre. Non credevamo che l’avrebbe usata, invece alla Liegi ha fatto un test per sua iniziativa. Ha visto che funziona e da allora non l’ha più tolta. E adesso tutti la vogliono».