JERAGO CON ORAGO – Era il 28 ottobre del 2022, esattamente un anno fa, quando Gusto apriva la sua pagina Facebook in lingua italiana, sancendo in qualche modo il suo ingresso ufficiale nel nostro Paese. Qualche giorno fa abbiamo avuto l’opportunità di incontrare Cosma Pironti, Account Manager Italia di Gusto, per farci raccontare qualcosa di più su un brand che si sta facendo conoscere rapidamente anche qui da noi in Italia e che attualmente è presente in Europa solamente nel nostro Paese e in Slovenia, dove si trovano il magazzino e la sede centrale europea guidata da Luke Zele (in apertura con Pironti).
Le bici Gusto erano presenti anche all’ultimo Italian Bike FestivalLe bici Gusto erano presenti anche all’ultimo Italian Bike Festival
La nostra chiacchierata non può che partire dal nome che sembrerebbe tradire un’origine italiana…
Tutti pensano che Gusto sia un marchio italiano, ma non è assolutamente così. Gusto nasce a Taiwan nel 2011 ed è l’acronimo di Game, Urban, Style, Technology, Original. L’unione di queste cinque parole riassume al meglio l’essenza del brand: rendere disponibili biciclette di qualità ad un prezzo accessibile.
Di che biciclette stiamo parlando e soprattutto a quali prezzi?
Ogni modello Gusto viene realizzato utilizzando lo stesso carbonio usato dai principali costruttori presenti oggi sul mercato. La componentistica è di primo livello. Quello che fa la differenza è il prezzo finale. Il nostro modello top di gamma, il Duro Evo DB Pro Legend, viene proposto al pubblico al prezzo di Euro 5.140. Monta il gruppo Shimano Ultegra Di2, ruote Campagnolo Shamal Carbon Disc, sella Prologo. Il prezzo così contenuto è dovuto anche al fatto che realizziamo direttamente noi i nostri telai, comprese ruote e manubrio firmati Attaque, marchio che fa parte della famiglia Gusto.
Nel 2018, Tadej Pocagar ha corso con le bici GustoNel 2018, Tadej Pocagar ha corso con le bici Gusto
Attualmente in quanti negozi in Italia è possibile trovare le vostre biciclette?
Siamo ormai prossimi a raggiungere i 50 punti vendita distribuiti su tutto il territorio nazionale. Un risultato credo ragguardevole visto che siamo in Italia da solo un anno.
A cosa è dovuto questo successo?
Sicuramente all’ottimo rapporto qualità/prezzo di ogni nostra bicicletta. Un fattore importante lo ha anche avuto il modo “spontaneo” con cui abbiamo scelto di di rivolgerci al pubblico attraverso la nostra pagina Facebook. Da subito abbiamo voluto utilizzare un linguaggio naturale e spontaneo. Rispondiamo in tempi estremamente brevi a tutte le domande che ci arrivano da chi è interessato alle nostre bici e può giustamente avere una certa diffidenza nei confronti di un marchio sconosciuto. Forniamo poi massima visibilità e supporto a tutti i nostri rivenditori.
Pogacar ha usato le bici Gusto quando correva nella Continental Gusto XaurumPogacar ha usato le bici Gusto quando correva nella Continental Gusto Xaurum
A Italian Bike Festival avete avuto il visto primo contatto con il pubblico. Come è andata?
Direi al di là delle più rosee aspettative, anche se avevamo la consapevolezza di aver seminato bene in questo nostro primo anno. Tanta gente che ci ha conosciuto tramite la nostra pagina Facebook è venuta a trovarci e ha avuto la possibilità di toccare con mano le nostre bici, ma anche di provarle. Abbiamo inoltre incontrato nuovi potenziali rivenditori che ci permetteranno di ampliare la nostra presenza in Italia.
Chiudiamo con una curiosità su Gusto che forse molti non conoscono e che è legata a Tadej Pogacar…
Prima di approdare nel mondo dei professionisti, Pogacar ha militato per due anni in quella che oggi si chiama Team Ljubljana Gusto Santic, formazione continental slovena. Nel 2018 Pogacar ha conquistato il Tour de l’Avenir in sella a una bicicletta Gusto: un successo che gli ha aperto le porte al mondo del WorldTour. Per noi è un bel biglietto da visita poter dire che un fuoriclasse come Pogacar ha pedalato sulle nostre bici. Il fatto poi che una formazione professionistica come il Team Ljubljana Gusto Santic corra con le nostre bici è una conferma della qualità dei nostri prodotti. Ogni nostra bici ha infatti la certificazione UCI, sinonimo quindi di garanzia assoluta.
Due giorni fa il ritorno dagli Stati Uniti, dopo la visita al quartier generale di Trek e un giro per Chicago, guardando partite di hockey e di basket NBA. Oggi la partenza per la Tanzania con la sua ragazza. E poco prima, la scelta di cambiare squadra e il secondo posto del Lombardia, forse non celebrato a dovere. Il fine stagione di Andrea Bagioli non è passato via in modo banale e proprio la decisione di lasciare la Soudal-Quick Step per approdare alla Lidl-Trekè il punto che abbiamo voluto approfondire con lui.
Nel primo ritiro fra il Wisconsin e Chicago, si è raccontata ai nuovi la Lidl-TrekNel primo ritiro fra il Wisconsin e Chicago, si è raccontata ai nuovi la Lidl-Trek
La benedizione di “Guerci”
Le parole di Luca Guercilena sulla voglia di dargli fiducia e farne un leader sono parse una consacrazione. La sua voglia a inizio 2023 di guardarsi intorno stava a significare che il valtellinese fosse pronto a spiccare il volo, uscendo dal cono di luce di chi aveva davanti.
«L’ambiente della nuova squadra – risponde mentre parcheggia l’auto – mi è parso molto buono. Mi ha sorpreso positivamente, sono stati super disponibili. Si capisce che sia un gruppo più internazionale, quindi c’è più apertura rispetto alla Soudal-Quick Step in cui comunque si percepisce forte l’anima belga. C’eravamo quasi tutti, tranne Consonni che negli stessi giorni si è sposato, poi Cataldo e Milan che sono venuti solo alla fine, dopo la corsa in Cina».
Prima del Lombardia, la marcatura fra Bagioli e Pogacar era iniziata ai mondiali, chiusi da Tadej sul podioPrima del Lombardia, la marcatura fra Bagioli e Pogacar era iniziata ai mondiali, chiusi da Tadej sul podio
Perché a gennaio dicesti che avresti valutato anche un cambio di squadra?
Non posso dire che non avessi il mio spazio, però dopo quattro anni cerchi qualcosa di nuovo. Alla fine fai sempre gli stessi ritiri, gli stessi allenamenti, vedi sempre le stesse persone, quindi magari diventa un po’ troppo monotono.
Alla Soudal-Quick Step sentivi di essere considerato un corridore importante?
Devo dire che anche durante le classiche, quest’anno partivo quasi come un capitano. A parte la Liegi, nelle altre avevo ruoli abbastanza importanti. Però qui già da inizio anno abbiamo fatto il calendario assieme, ho deciso io alcune gare che volevo fare e mi hanno ascoltato. Mi trattano un po’ più come un leader.
E’ stato difficile scegliere la squadra nel momento in cui hai deciso di andar via?
Non più di tanto, perché sono venuti subito con una buona offerta triennale e anche con un bel progetto, che mi ha ispirato subito. Poi parlandone con Quinziato (il suo agente, ndr), abbiamo valutato le varie opzioni e abbiamo concluso che la Lidl-Trek fosse la migliore. Avevano l’idea di prendermi e farmi crescere, non un progetto a breve termine, ma a lunga scadenza, per arrivare a vincere gare importanti.
Questa la volata con cui Bagioli ha preceduto Roglic e Vlasov, strappando il secondo posto al LombardiaQuesta la volata con cui Bagioli ha preceduto Roglic (a sinistra fuori inquadratura) e Vlasov, arrivando 2° al Lombardia
Che cosa ti manca ancora per arrivare a vincere la classica con la C maiuscola?
Al Lombardia ho trovato un Pogacar di troppo, che mi ha impedito di vincerlo (Bagioli è arrivato secondo, ndr). Cosa mi manca? Secondo me, più che altro, la fiducia in me stesso. Anche se, già a fine stagione, qualcosa è cambiato e infatti i risultati sono arrivati. Invece a inizio anno partivo un po’ svantaggiato perché non ero molto sicuro e alla fine andava male. Se non sei sicuro e vedi gli altri che vanno forte, se hai la testa da un’altra parte, è molto più difficile che arrivi il risultato.
Che cosa è cambiato a fine stagione? Perché c’è stata questa svolta?
Non lo so neanch’io, mi sentivo in modo diverso, più rilassato e più sicuro di me stesso. A luglio avevo deciso di cambiare squadra, quindi magari anche quell’aspetto ha fatto la differenza. Se non devi pensare al contratto per il prossimo anno, sei tranquillo. Ti concentri al 100 per cento sulla bici, sugli allenamenti, l’alimentazione e tutto viene più facile.
Secondo te la fiducia in se stessi viene anche dalla squadra?
Sì, sicuro. La squadra deve essere la prima che ti dà fiducia. Se parti senza la fiducia della squadra, è difficile anche per te stesso. Se invece sai che puoi contare sull’appoggio dei tuoi compagni e dei direttori e, sai che nella determinata gara sono lì tutti per te, allora è diverso. Certo, avrai più pressione addosso, però è una pressione positiva che ti carica ancora di più.
Il finale di stagione ha visto un Bagioli più sereno e sicuro: qui vince il Gran PiemonteIl finale di stagione ha visto un Bagioli più sereno e sicuro: qui vince il Gran Piemonte
Che cosa porti via dalla Soudal-Quick Step?
In questi quattro anni sono cresciuto tanto, al primo anno da professionista ero molto inesperto sotto tutti gli aspetti. Quello che ho imparato meglio forse è la capacità di affrontare le gare lunghe, le classiche ben oltre i 200 chilometri. Su quello sono migliorato molto. Infatti anche al Lombardia, che erano sei ore di corsa, nel finale ero lì. Si tratta di imparare ad alimentarsi per risparmiare il più possibile, perché alla fine conta ogni watt che risparmi e poi te lo trovi alla fine della corsa.
Hai parlato di pressione positiva: ti è mancata in questi anni oppure è giusto arrivarci adesso perché hai le spalle più larghe per sostenerla?
Forse è giusto che arrivi adesso. Se arrivasse appena passi professionista, non sarebbe semplice da sopportare, a meno che tu non abbia un motore alla Remco, con il quale viene tutto facile. Invece adesso che ho fatto i miei quattro anni di esperienza, sono più consapevole dei miei mezzi e fin dove posso arrivare. Quindi è un bene che la pressione arrivi adesso.
Presentazione Soudal-Quick Step, a Popsaland: sia De Clercq sia Bagioli dal 2024 saranno alla Lidl-TrekPresentazione Soudal-Quick Step, a Popsaland: sia De Clercq sia Bagioli dal 2024 saranno alla Lidl-Trek
Sai già quale sarà il tuo nuovo preparatore? Ti intriga o ti allarma il fatto di cambiarlo?
Non so ancora con chi lavorerò, penso sarà uno spagnolo in arrivo nella squadra. Un po’ mi è dispiaciuto di lasciare il mio vecchio preparatore: Vasilis, il greco. Con lui in questi quattro anni ho lavorato veramente bene, secondo me è uno dei migliori al mondo. Ti segue, vedi che ha passione in quello che fa, quindi quel lato un po’ mi preoccupava. Però alla fine qualche cambiamento magari serviva, ci sta che magari a certe cose Vasilis non ci arrivasse, mentre saranno possibili col nuovo preparatore. Devo solo avere fiducia e andrà bene di sicuro.
Il prossimo appuntamento con la squadra sarà il ritiro a dicembre?
Sì, a Calpe. Adesso si va in vacanza in Tanzania, prima un safari e poi al mare a Zanzibar. E al rientro si ricomincia con una nuova maglia, una nuova bici e una nuova squadra.
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All’epilogo del 2023 su strada manca pochissimo, col calendario che prevede gli ultimi impegni di classe 1.Pro e World Tour. In questi giorni si sta correndo ancora in Turchia, in Veneto, in Cina e in altri angoli più isolati del mondo. Tutte gare che per qualche corridore potrebbero riequilibrare (parzialmente o meno) l’annata ma che non andrebbero a stravolgere la graduatoria di chi ha convinto o di chi è stato al di sotto delle aspettative.
Abbiamo voluto interpellare Luca Gregorio (che ci ha anticipato ciò che ha detto nel suo podcast) e Francesco Pancani, rispettivamente le prime voci delle telecronache Eurosport e Rai Sport, per conoscere i loro personalissimi “top&flop” della stagione. Un compito forse meno scontato del previsto.
Il rischio di trovarsi di fronte all’imbarazzo della scelta, sia in positivo che negativo, nell’esprimere i propri verdetti c’era eccome.
Sia per Gregorio che per Pancani, Pogacar e Vingegaard sono stati indubbiamente due top del 2023Sia per Gregorio che per Pancani, Pogacar e Vingegaard sono stati indubbiamente due top del 2023
I promossi
Sentiamo che nomi ci hanno dato, motivandoli con il loro stile e non necessariamente in ordine di importanza. E partiamo dai promossi.
GREGORIO: «Inizio da Tadej Pogacar. E’ semplicemente il migliore. Numero uno della classifica mondiale, sempre sul pezzo da febbraio a ottobre. Protagonista nelle classiche e nelle corse a tappe. Vogliamo dirgli qualcosa? Fiandre e Lombardia (il terzo di fila come Coppi e Binda) nello stesso anno. Pazzesco».
PANCANI: «Filippo Zana. Parto con i cosiddetti top sotto un’ottica diversa, inserendo due nomi italiani. Il primo è il veneto della Jayco-AlUla. Personalmente ero molto curioso di vederlo in un team WorldTour e penso che abbia dimostrato grande personalità. La vittoria a Val di Zoldo al Giro d’Italia è la ciliegina sulla torta della sua stagione, oltre alla generale allo Slovenia. Però più che questi successi, mi è piaciuta la regolarità con cui ha lavorato alla grande per i suoi capitani».
GREGORIO: «Il secondo nome che faccio è Mathieu Van der Poel, un cecchino infallibile. Anno magico per lui e per questo merita il premio, per me, di migliore del 2023. Sanremo, Roubaix e un Mondiale da leggenda nel giro di sei mesi. Fenomenale».
Senza dubbio Filippo Zana è stata una delle belle conferme (o sorprese?) della stagione, specie per PancaniSenza dubbio Filippo Zana è stata una delle belle conferme (o sorprese?) della stagione, specie per Pancani
PANCANI: «Dico Filippo Ganna perché secondo me anche il giorno che non correrà più sarà sempre un top. Ha fatto un grande inizio di stagione con un bellissimo secondo posto alla Sanremo e pure durante la stagione, specie nel finale alla Vuelta, si è riscoperto anche velocista. Poi, anche se non parliamo di strada, non posso dimenticare quello che ha fatto in pista ai mondiali di Glasgow nell’inseguimento individuale».
GREGORIO: «Proseguo con Jonas Vingegaard, a mio parere il più forte corridore attuale nei grandi giri a tappe. Dominante in salita, efficace a crono, sempre sul pezzo e con attorno una squadra super. Ha vinto anche Baschi e Delfinato e avrebbe potuto prendersi pure la Vuelta. Ice-man».
PANCANI: «Ovviamente Tadej Pogacar. E’ un corridore che vince da febbraio ad ottobre e non si tira mai indietro. Ha vissuto una primavera fantastica vincendo Parigi-Nizza, Fiandre, Amstel e Freccia. Solo una caduta alla Liegi lo ha messo fuori gioco compromettendogli la preparazione al Tour. Nonostante tutto in Francia ha ottenuto il suo quarto podio finale. Ha fatto secondo, un piazzamento che pesa. Ha chiuso poi alla grande col Lombardia».
GREGORIO: «Aggiungo Primoz Roglic. Ha vissuto la stagione dei sogni. Il suo peggior risultato è un quarto posto, ovviamente non considerando i piazzamenti nelle tappe parziali di un grande giro. Può piacere o meno come stile e modo di correre, ma è quasi infallibile. Giro d’Italia, Tirreno, Catalunya, Emilia, terzo alla Vuelta. Il modo migliore per salutare i calabroni. Garanzia».
Uno splendido Roglic sfila in rosa sulle strade di Roma. E questo non è stato il suo unico grande risultato, ha ricordato GregorioUno splendido Roglic sfila in rosa sulle strade di Roma. E questo non è stato il suo unico grande risultato, ha ricordato Gregorio
PANCANI: «Un altro che non può mancare è Mathieu Van der Poel. Credo che sia veramente l’unico corridore che riesca ad entusiasmare il pubblico col suo modo sfrontato anche più dello stesso Pogacar. VdP quest’anno ha centrato tutti gli obiettivi che si era prefissato. Sanremo, Roubaix e mondiale. Già queste valgono una carriera, figuratevi una stagione. E come le ha vinte. Caro Mathieu, per me sei il top del 2023».
GREGORIO: «Infine dico Wout Van Aert. Questa quinta menzione dovrebbe essere per Evenepoel (cifre alla mano), ma scelgo Van Aert perchè è una benedizione per questo ciclismo. C’è sempre. Comunque e dovunque. E’ vero, ha vinto poco e non corse di primo piano, ma nello stesso anno ha fatto secondo al Mondiale e all’Europeo, terzo alla Sanremo e alla Roubaix, quarto al Fiandre e ha regalato una Gand a Laporte. Commovente».
PANCANI: «Il mio ultimo nome è Jonas Vingegaard. Forse è il meno personaggio fra tutti i suoi rivali e personalmente mi piace moltissimo questo suo essere naturale, con atteggiamenti apparentemente distaccati. E’ andato forte da inizio stagione. Al Tour ha cotto a fuoco lento Pogacar e gli altri. La crono di Combloux è stata qualcosa di incredibile. Si è meritato una menzione anche perché è andato alla Vuelta, correndola da protagonista e finendola col secondo posto. Per me ha preso ulteriore consapevolezza dei suoi mezzi».
Tanto impegno non è bastato a Carapaz, a dire il vero anche sfortunato. Richard è tra i bocciati di peso di PancaniTanto impegno non è bastato a Carapaz, a dire il vero anche sfortunato. Richard è tra i bocciati di peso di Pancani
I bocciati (o rimandati)
Si passa poi alle note dolenti. E qui non mancano le sorprese, come Vlasov per esempio, ma anche i giudizi concordi. Scopriamoli…
GREGORIO: «Enric Mas. il primo anno del post-Valverde sarebbe dovuto essere quello della consacrazione per il maiorchino. Zero vittorie e un sesto posto (anonimo) alla Vuelta ci hanno raccontato il contrario. Eterno incompiuto».
Tra i bocciati di Gregorio figura il russo Vlasov. Un potenziale non espresso del tutto, come MasTra i bocciati di Gregorio figura il russo Vlasov. Un potenziale non espresso del tutto, come Mas
PANCANI: «Wout Van Aert. Inizio andando controcorrente. Sembrerà quasi un’offesa perché parlo di un grandissimo atleta ed uno dei fenomeni di questi anni. Il belga della Jumbo-Visma però sta allungando la sua lista di secondi e terzi posti che lo rendono sempre più una sorta di “Paperino” del ciclismo. E onestamente mi fa molto male vederlo così. Diciamo che lo definirei un flop di stimolo».
GREGORIO: «Alexander Vlasov. La Bora lo aveva preso nel 2022 per puntare almeno al podio in un GT. Quest’anno, come sempre, ha chiuso in crescendo. Ma non basta. Stesso discorso di Mas. Buon potenziale, ma resa non all’altezza. Vorrei ma non posso».
PANCANI: «Voglio esagerare in modo un po’ provocatorio e dico Remco Evenepoel. E’ vero che ha vinto la Liegi, pur con la fuoriuscita di Pogacar qualcuno potrebbe dire, ed il mondiale a crono ma in altri appuntamenti ha steccato. Al Giro, per tanti motivi. Alla Vuelta è andato fuori classifica subito e al Lombardia, sempre complice anche una caduta, non ha fatto risultato. E’ uno dei tanti talenti attuali e forse quest’anno sui piatti della bilancia pesano più gli obiettivi mancati che i successi».
GREGORIO: «Fabio Jakobsen. Sette vittorie all’attivo (solo la tappa alla Tirreno, però, pesa), ma da uno dei primi 2-3 velocisti al mondo era lecito attendersi molto di più. Cambierà aria (Dsm) e speriamo gli faccia bene».
PANCANI: «Fabio Jakobsen. Sono completamente d’accordo con Luca. Anch’io da un velocista come lui mi aspettavo tanto ma tanto di più».
Chiudiamo con un bocciato in comune: Jakobsen. Nonostante tutto ha messo nel sacco 7 corseChiudiamo con un bocciato in comune: Jakobsen. Nonostante tutto ha messo nel sacco 7 corse
GREGORIO: «Julian Alaphilippe. Mi piange il cuore perché è il mio idolo indiscusso, ma vedere Loulou confinato a gregario di lusso a 31 anni mi fa sanguinare. Due vittorie appena e ormai nemmeno mai in gara per un buon piazzamento nelle classiche. Fine della storia?».
PANCANI: «Richard Carapaz. Diciamo che è stato bravo a nascondersi fino a luglio cogliendo solo una vittoria a fine maggio. Al Tour è stato sfortunato con una brutta caduta alla prima tappa ma forse aveva sbagliato ad improntare la sua stagione solo con la gara francese. E’ stato buono il recupero di condizione nel finale di stagione con alcuni bei piazzamenti ma potevamo aspettarci qualcosa di più».
GREGORIO: «Hugh Carthy. Il terzo posto alla Vuelta del 2020 ci aveva fatto pensare a un corridore potenzialmente in crescita. Ma il britannico ha bucato anche questo 2023. Mi viene da pensare solo a una cosa. Meteora».
PANCANI: «David Gaudu. Dopo il secondo posto alla Parigi-Nizza era lecito aspettarsi qualcosa in più da un corridore che è una promessa da un po’. Di fatto ha costretto Demare a lasciare la Groupama-Fdj per avere la squadra al suo servizio al Tour, dove ha chiuso nono nella generale. E anche nelle classiche non ha inciso. Al momento non sembra essere lui il primo francese che potrebbe rivincere il Tour. In ogni caso, nel 2024 deve fare il definitivo salto di qualità».
BERGAMO – Un affondo apparentemente banale, in un punto non cruciale della corsa, e Tadej Pogacar si è portato a casa il suo terzo – consecutivo – Giro di Lombardia. Lo sloveno è riuscito a trasformare in poesia quei 30 chilometri finali.
Un affondo drammatico, sul limbo dei crampi. Con il tuo connazionale, Primoz Roglic, che vuol chiudere con una vittoria il suo viaggio nella squadra che lo ha reso grande. Con quei chilometri che sembrano non passare mai e con la consapevolezza di non essere il più forte. O almeno il solito “schiacciasassi”.
Altro che classica d’autunno: il 117° Giro di Lombardia si è corso con temperature quasi estiveAltro che classica d’autunno: il 117° Giro di Lombardia si è corso con temperature quasi estive
Tattica 10
«Questa mattina Tadej non stava bene – confida il manager della UAE Emirates, Mauro Gianetti, dopo il traguardo – aveva un po’ di tosse. “Ma vedrai che che col caldo passerà”, gli dicevamo… Non era il più brillante? E’ vero, ma ha fatto un capolavoro.
«La tattica era di fare forte quel tratto. Ha visto che Roglic era un po’ dietro e, visto che tirava da un po’, ci ha provato. Ha pensato che stando a tutta da diversi minuti avrebbe fatto fatica ad inseguirlo subito. Però quando ha avuto quel crampo abbiamo tremato».
Ecco perché dicevamo che era uno scatto banale solo in apparenza. Altroché. C’era acume tattico, una freddezza glaciale. Pogacar oggi non era il più forte. Conoscendolo, se lo fosse stato, al primo scatto sul Ganda avrebbe salutato tutti. E invece non è successo.
Rifornimento galeotto: ai -11 km Pogacar ha i crampi. Marzano lo affianca e gli passa un gel. Gianetti: «Felice di pagare la multa»Rifornimento galeotto: ai -11 km Pogacar ha i crampi. Marzano lo affianca e gli passa un gel. Gianetti: «Felice di pagare la multa»
Pogacar l’umano
Però non ha mollato e dove non sono arrivate le gambe è arrivata la testa. Ci tornano in mente le parole di Hauptman, il direttore sportivo che meglio lo conosce: «Vedrete che Tadej si farà trovare pronto per il Lombardia». Non aveva sbagliato.
E’ sicuramente un dato di fatto che la sua stagione dopo la caduta della Liegi abbia subito una piega diversa da quella prevista. Dopo quello stop Pogacar ha vinto, ma non ha più convinto. Al Tour de France ha salvato la piazza d’onore grazie anche alla squadra e in queste gare di avvicinamento all’ultimo Monumento non ha alzato le braccia al cielo, né “giocato” come era solito fare.
Evidentemente anche i supereroi pagano dazio in questo ciclismo al limite. Ma questo non fa altro che elevare il mito di Pogacar. Un Pogacar umano. E questo piace. Piace tanto. Il boato quando è salito sul podio di Bergamo è stato più forte persino di quello di Andrea Bagioli, che giocava in casa.
Poche volte abbiamo visto lo sloveno soffrire così. Eccolo nel bagno di folla (splendido) di Bergamo AltaPoche volte abbiamo visto lo sloveno soffrire così. Eccolo nel bagno di folla (splendido) di Bergamo Alta
Più testa che gambe
Dopo il traguardo lo abbiamo visto insolitamente commosso. Lo sloveno ha festeggiato come mai prima. Braccia al cielo. Abbracci forti. Forse un accenno di commozione dietro agli occhialoni. Tutti elementi che ci dicono che la vittoria oggi era affatto scontata.
«Ho provato ad attaccare in salita – ha detto Pogacar – ma non sono riuscito a fare la differenza. Quando passava in testa Vlasov faticavo. Credo che oggi lui sia stato uno dei più forti in salita. Io però credevo nella vittoria di questo Lombardia, mi ero allenato bene in queste settimane.
«Sull’ultima salita, che conoscevo davvero bene, ho tirato fino in cima perché speravo che io e Alexander saremmo arrivati insieme al traguardo. Poi, all’inizio della discesa, quando gli altri erano ancora lì e ho visto che c’era un piccolo buco, mi sono buttato. Ricordavo la discesa. Di certo meglio di due anni fa quando fu un disastro!».
Pogacar racconta poi quanto sia stata dispendiosa proprio la discesa. La planata dal Ganda, che poi è Selvino, richiedeva un grande impulso vista la scarsa pendenza. Era un continuo rilanciare se si voleva fare velocità.
E infatti lo stesso Tadej ha detto: «Stavolta è stata dura finire l’attacco da così lontano. In pianura poi ho avuto i crampi. Prima un crampo a destra, poi uno a sinistra. Pensavo che fosse tutto finito, così ho calato un po’ il ritmo e la potenza. Ho cercato di essere più aerodinamico possibile, di chiudermi con le spalle. Ma ormai ero in ballo e mi sono concentrato su come salvarmi per lo strappo finale. Fortunatamente dietro non hanno collaborato al meglio. E in quel momento ci speravo».
«Alla fine, anche se doloroso, mi sono goduto gli ultimi chilometri. Questa è stata la vittoria più difficile delle tre, anche perché sono arrivato da solo. E’ stata una giornata bellissima, abbiamo anche vinto la classifica WorldTour a squadre e devo ringraziare tutti i ragazzi ancora una volta. Mi dispiace solo per Bax che si è rotto il femore. Un peccato perché stava benissimo».
Il podio con Pogacar, Bagioli e Roglic. Il drappello degli inseguitori è arrivato a 52″ dallo slovenoRoglic felice e sereno dopo l’arrivo. Era l’ultima gara con la maglia della Jumbo-Visma. Ha ringraziato i compagni uno ad unoSe Roglic ha utilizzato una corona da 54 denti, sulla Colnago di Pogacar ce n’era una da 54. Cassetta posteriore 11-34 Bravo Marcellusi! Martin è stato tra i più attivi della fuga di giornata e vincitore del premio del GhisalloIl podio con Pogacar, Bagioli e Roglic. Il drappello degli inseguitori è arrivato a 52″ dallo slovenoRoglic felice e sereno dopo l’arrivo. Era l’ultima gara con la maglia della Jumbo-Visma. Ha ringraziato i compagni uno ad unoSe Roglic ha utilizzato una corona da 54 denti, sulla Colnago di Pogacar ce n’era una da 54. Cassetta posteriore 11-34 Bravo Marcellusi! Martin è stato tra i più attivi della fuga di giornata e vincitore del premio del Ghisallo
Roglic senza rimpianti
Dietro non hanno collaborato al meglio. Il rivale numero uno Primoz Roglic, a cui tutti guardavano, piomba sull’arrivo di Bergamo in terza posizione. E’ stanco ma ride. E mentre gira la bici per andare al podio dice: «No rimpianti, no rimpianti».
«Semplicemente – ha detto Primoz – non avevo le gambe, ma ho dato tutto. E’ stata una lotta molto, molto lunga. Ma quando Pogacar è scappato non potevo fare nulla. Non avevo scelta.
«Se penso a come ho iniziato la mia stagione e all’infortunio da cui venivo, non posso che essere soddisfatto di questa annata. Voglio ringraziare la mia squadra. Siamo stati uniti fino alla fine».
E anche la Jumbo-Visma ha ringraziato lui. Dal team manager Plugge ai compagni, fino al personale che lo attendeva al bus con delle pizze fumanti.
«Abbiamo lavorato al massimo per lui fino alla fine, con la massima serietà. Primoz è il nostro campione. Dopo otto anni non poteva essere diversamente», ci ha detto Ard Bierens, addetto stampa del team olandese.
SAN LUCA – Le terribili rampe che dall’Arco del Meloncello conducono alla Basilica di San Luca sono come quelle delle scale di casa sua per Primoz Roglic. Le conosce a memoria e non sbaglia mai, o quasi. Il capitano della Jumbo-Visma vince il Giro dell’Emilia per la terza volta (su quattro partecipazioni) ed anche il derby sloveno, anticipando Tadej Pogacar poco prima del traguardo, mentre terzo arriva Simon Yates.
Con il successo numero 15 in quella che è già la sua migliore annata in termini di risultati, Roglic ha aperto il trittico di sfide al suo connazionale della UAE Emirates (rivincite martedì alla Tre Valli Varesine e sabato prossimo al Lombardia) e ha iniziato a chiudere i conti con la sua attuale formazione. Il vincitore del Giro di quest’anno, per sua stessa ammissione prima del via, lascerà la Jumbo-Visma dopo otto stagioni e vuole farlo nel migliore dei modi.
Terzo Emilia per Roglic dopo i trionfi del 2019 e 2021. Quindicesima vittoria stagionale, ottantesima in carrieraTerzo Emilia per Roglic dopo i trionfi del 2019 e 2021. Quindicesima vittoria stagionale, ottantesima in carriera
Testa a testa emiliano
La ristretta zona dietro al palco delle premiazioni è un porto di mare. Chiunque si infila oltre le transenne per strappare un autografo o un selfie con i primi classificati. C’è anche una ragazzina emiliana che nella notte ha fatto un cartellone in sloveno per il suo idolo Roglic. D’altronde con due campioni come lui e Pogacar diventa praticamente impossibile arginare questa ondata di persone con buona pace di massaggiatori, stampa e chaperon. Il botta e risposta a distanza lo inizia Pogacar che scende le scale del podio con in braccio la classica mega-mortadella ed un’espressione che tradisce delusione. L’impressione è che Tadej dal Tour in poi non riesca o non sappia come battere i Jumbo. Forse è più questo stato d’animo che lo affligge piuttosto che il secondo posto in sè.
«Ho provato ad attaccare – spiega Pogacar in mezzo alla folla – ma non è stato sufficiente. Avrei dovuto affrontare il pezzo più duro ad una velocità molto più alta, ma non sono ci sono riuscito. Alla fine eravamo tutti stanchi all’ultimo giro. Sapevo che si sarebbe deciso negli ultimi 400 metri perché eravamo in tanti. Però ci ho provato lo stesso e Roglic ci ha infilati nel finale. Sì, è stato un bell’uno-due sloveno ma preferivo a posizioni invertite».
Pogacar si avvia verso il podio-premiazioni con un pizzico di amarezza. Ma la gamba è migliore di quella dell’anno scorsoPogacar si avvia verso il podio-premiazioni con un pizzico di amarezza. Ma la gamba è migliore di quella dell’anno scorso
«Vincere sul San Luca – racconta Roglic con un sorriso disteso mentre è anche lui circondato dalla gente – è sempre una sensazione incredibile. Amo tantissimo questa gara, credo che lo possiate capire. Questa salita è ricca di storia e rende la gara iconica, ecco perché mi piace. Il finale è stato comunque molto duro, San Luca è doloroso. Quindi se sei in grado di soffrire puoi vincere qua in cima. Quando ho sentito di stare bene, ho deciso di dare il massimo nell’ultimo chilometro. Se non ci provi non puoi mai saperlo. Così sono partito, ho visto che avevo preso margine ed ho tirato dritto. E poi sono felice di aver vinto anche per il tifo, che è sempre incredibile».
Rivincite lombarde
I due sloveni sanno che ci sono ancora il secondo e terzo atto del loro personale derby, e che non sono corse semplici. Se Roglic ha vinto tre volte l’Emilia e Pogacar ha raccolto solo due secondi posti, è anche vero che Tadej ha conquistato due Lombardia mentre Primoz non è mai andato a podio. Ecco perché anche quest’anno la classica delle foglie morte sarà la portata principale con la Tre Valli Varesine (vinta da Pogacar nel 2022) a fare da gustoso antipasto.
Il cartello con dedica di una ragazzina emiliana scritto appositamente in sloveno per il suo idolo RoglicIl cartello con dedica di una ragazzina emiliana scritto appositamente in sloveno per il suo idolo Roglic
«Sicuramente partirò per le corse lombarde – aggiunge Roglic – con più serenità sapendo di aver vinto una bella gara come l’Emilia. Però non posso rilassarmi più di tanto perché al Lombardia non sono mai stato altrettanto bravo come qua o come volevo (miglior piazzamento un quarto posto nel 2021, ndr). Adesso ho una buona condizione e stavolta ci terrei a fare una grande gara».
«Ogni anno al Giro dell’Emilia miglioro sempre un po’ di più – analizza Pogacar – ma non abbastanza per vincere. Anche se non è arrivato il risultato pieno la squadra ha dimostrato di andare forte facendo un gran lavoro, quindi sarà importante fare la stessa cosa anche prossima settimana. Tuttavia vedremo come andrà ora il finale di stagione. Chi arriva in forma quassù significa che sarà davanti anche alle corse lombarde. L’anno scorso sono arrivato stanco al finale di stagione. Quest’anno mi sento un po’ meglio ma sarà tutto da vedere».
Adam Yates e la UAE hanno lavorato molto per Pogacar, ma lo sloveno non è riuscito a fare la differenzaAdam Yates e la UAE hanno lavorato molto per Pogacar, ma lo sloveno non è riuscito a fare la differenza
Toto-squadra per Primoz
Forse non è un caso che Roglic abbia scelto il Giro dell’Emilia per annunciare che nel 2024 correrà per un’altra squadra. E’ la gara di fine stagione che preferisce di più e svelando questa notizia probabilmente è come se si fosse liberato di un piccolo peso. Ovvero, attirare le attenzioni su di sé con questa novità per nascondere eventualmente un cattivo risultato. Ed invece il leader della Jumbo-Visma è stato ben nascosto in corsa lasciandone il peso alla UAE per poi colpire come sa fare lui. Mentre lo accompagnano all’antidoping, ne approfittiamo per le ultime considerazioni sul suo futuro. I rumors lo hanno avvicinato a Ineos Grenadiers, Lidl-Trek, Bahrain, Jayco e negli ultimi giorni anche a Movistar. Tutti lo vogliono – e ci mancherebbe pure – ma lui glissa divertito.
«Quante squadre – conclude il 33enne sloveno arrivato ad 80 vittorie in carriera – che sento dire! Al momento posso solo dirvi due cose. La prima è che era giunto il momento di cambiare squadra. Lo abbiamo deciso assieme con i manager. Sono pronto per nuove sfide. La seconda cosa invece è che comunque davanti a me ci sono ancora due obiettivi importanti come Tre Valli e Lombardia. Voglio provare a centrarli per onorare fino in fondo un team come la Jumbo-Visma in cui ho trascorso un periodo fantastico. Dopo di che la stagione sarà finita e penseremo al resto».
Roglic è scattato nel finale alla sua maniera dopo che ci avevano provato Vlasov, Pogacar e Carapaz.Roglic è scattato nel finale alla sua maniera dopo che ci avevano provato Vlasov, Pogacar e Carapaz.
«Primoz sarà sempre nel mio cuore come un nostro re – ha dichiarato il general manager Richard Plugge – gli siamo molto grati per aver trovato insieme la strada verso il trionfo. A livello personale lo ammirerò sempre. Sappiamo tuttavia che arriva sempre un momento in cui è meglio separarsi. Lui recentemente aveva chiesto il trasferimento. Abbiamo capito la sua richiesta e siccome abbiamo troppo rispetto l’uno per l’altro per ostacolarci a vicenda, gli abbiamo dato il via libera».
Vingegaard ripercorre il 2025 e spiega la fatica per tornare al top. La vittoria della Vuelta ha fatto bene. Farà il Giro? Di certo non salterà il Tour
Nonostante la forma non sia ancora al meglio, è arrivato terzo alla Coppa Sabatini, Tadej Pogacar non si smentisce. Ventiquattro ore prima aveva corso al Giro di Toscana ed erano questi i primi appuntamenti dopo il mondiale di Glasgow. Lo sloveno ha deciso d’iniziare il suo fine stagione dall’Italia. Anzi, è probabile che correrà solo nel Belpaese. Con Andrej Hauptman, uno dei direttori sportivi della UAE Emirates, facciamo il punto della situazione sul giovane campione.
A Peccioli il ciuffo fuori dal casco ancora non era ben visibile, ma il diesse sloveno fa intendere che presto il suo connazionale tornerà a sfoggiarlo. Un simbolo che ormai è un po’ come la bandana del Pirata.
L’umore è buono, anche se quello in apparenza non è mai venuto meno. Il podio iridato, agguantato in quelle condizioni, è davvero un perla. Una perla da cui ripartire.
Hauptamn e Pogacar, entrambi sloveni, quest’invernoHauptamn e Pogacar, entrambi sloveni, quest’inverno
Riecco Tadej
Con Hauptman partiamo dalle gare recenti. Lo avevamo lasciato nel post gara di Glasgow, dove avevamo visto un Pogacar davvero stanco, provato… tanto da avere anche un mancamento prima delle interviste di rito. E lo ritroviamo sorridente sulle strade della Toscana.
«Sicuramente – spiega Hauptman – è stato un anno particolare per Tadej. Nella preparazione frenetica per il Tour de France ha speso molto, ma adesso è di nuovo motivato, pronto e con la sua voglia di correre.
«Vero, dopo il mondiale era stanco, ma veniva da un Tour tiratissimo, dalla rincorsa alla maglia gialla nei mesi precedenti, dalla sua voglia di essere sempre davanti… alla fine il corpo dice no, dice basta. A Glasgow Tadej era stanco fisicamente, ma io credo che fosse stanco anche mentalmente. Come ho detto lui vuole sempre fare bene, vincere… ma non è così. Per radio tante volte lo dobbiamo frenare, dobbiamo dirgli di aspettare!».
Un bagno di folla e un grande calore per Tadej in queste prime uscite toscaneUn bagno di folla e un grande calore per Tadej in queste prime uscite toscane
Calendario in itinere
Hauptman dice che dopo il mondiale tutti quanti insieme hanno concertato un periodo di recupero per Pogacar. Era necessario, poi hanno valutato il suo stato e solo allora Tadej ha ripreso a correre. Durante la prima settimana post-Glasgow Pogacar non ha toccato la bici: riposo assoluto. Poi è ripartito con molta, molta calma. In questa fase non ha fatto altura.
«Piano, piano sta andando meglio – spiega Hauptman – queste prime corse italiane servono per capire come sta. Sono gare di avvicinamento ad ottobre, al Giro di Lombardia che è il primo obiettivo. Non conosco ancora il suo calendario di preciso, perché appunto volevamo vedere queste due prime gare. Il Giro dell’Emilia? E’ un’opzione certo».
Pogacar terzo a Peccioli. Il giorno prima era rientrato in gara al Giro di Toscana, 33 giorni dopo la prova a crono di GlasgowTadej terzo a Peccioli. Il giorno prima era rientrato in gara al Giro di Toscana, 33 giorni dopo la prova a crono di Glasgow
Obiettivo Lombardia
Ricapitolando: Pogacar s’infortuna alla Liegi (fine aprile), salta un bel pezzo di maggio poi inizia la sua rincorsa frenetica verso il Tour. I programmi perfetti chiaramente sono saltati e nel ciclismo di oggi e con avversari come quelli della Jumbo-Visma non puoi permetterti certe variazioni neanche se ti chiami Pogacar.
Questa sua stanchezza estiva ha nome e cognome: infortunio della Liegi.
«Osservare il periodo di stacco quando si sta bene è certamente meglio che farlo quando si è stanchi – dice il diesse sloveno –ma c’erano degli appuntamenti importanti come Tour e mondiale e non ci si poteva fermare prima chiaramente. Dovevamo fare i conti con la situazione. Io sono convinto che Tadej abbia pagato tanto e sia arrivato così stanco ad agosto a causa l’infortunio di aprile. Il problema nasce tutto da lì».
Però ora lo sloveno sta bene. Alla Coppa Sabatini si è mostrato in ripresa. Era già diverso dal Giro di Toscana di appena 24 ore prima. Durante lo stop non ha fatto grandi lavori. Sono queste gare i suoi “primi fuorigiri”.
«L’obiettivo – conclude Hauptman – come detto è il Lombardia. E state tranquilli che per quel giorno Tadej ci sarà».
Pogacar è imbattibile e il Giro è già chiuso? Crediamo di no, così come forse si erano immaginati altri scenari. Forse si puntava alla sfida Tadej-Remco
C’era una luce particolare negli occhi di Tim Wellens, mentre ritirava sul podio la maglia di vincitore del Renewi Tour. La luce della rivincita. Alla sua prima stagione alla Uae Emirates, dov’era arrivato non senza clamori, come uomo capace di dare quella spinta in più a un team da sempre ritenuto “Pogacar-dipendente”, il belga aveva sì vinto una gara, ma sembrava non essere più né carne né pesce, quasi schiacciato dalla preponderanza dello sloveno, in cerca di vittoria appena sale su una bici. L’infortunio del Fiandre e il conseguente stop di quasi due mesi e mezzo non hanno agevolato il suo cammino.
Non è stato un anno facile per Wellens e quella vittoria, sulle strade di casa, se l’è goduta nella tranquillità della famiglia. Mentre tramite WhatsApp si parla attraverso migliaia di chilometri di distanza, emerge chiara in sottofondo la voce di suo figlio nato nello scorso inverno, che richiama al caos famigliare che in certi casi è molto più ritemprante della calma piatta.
«Sono arrivato alla gara con tante ambizioni – racconta – ci tenevo a far bene e alla fine tutto ha funzionato perfettamente. Sapevo che molto si giocava nella cronometro dove ho chiuso 2° alle spalle di Tarling, mi ero allenato molto per quel giorno ed è stato davvero un buon inizio. Poi il giorno dopo ho sfruttato la gamba che avevo e solo Teunissen mi ha battuto. Lì ho preso la maglia per non lasciarla più. E’ stata davvero una bella settimana con la squadra, i compagni mi hanno aiutato perfettamente a difendere la maglia di leader e guardo indietro con la grande soddisfazione di aver vinto ancora. E’ un successo che significa molto».
Arrivato alla Uae sull’onda dei successi alla Lotto, il belga ha ridisegnato il suo ruoloArrivato alla Uae sull’onda dei successi alla Lotto, il belga ha ridisegnato il suo ruolo
Un cambio completo
Tim sa bene che in questa stagione era guardato col microscopio. 32 anni, considerato un grande interprete per le classiche, molti si attendevano di vederlo più volte sul gradino più alto del podio. Il belga però non si lamenta, è chiaro che questo successo ha spostato un po’ gli equilibri della bilancia delle sue aspirazioni.
«Il mio primo anno all’UAE Team Emirates è stato effettivamente migliore del previsto. Sono stato più di dieci anni nella stessa squadra, che era diventata un po’ una famiglia, quindi avevo un po’ di paura nel cambiare tutto, incontrare nuove persone, trovare nuovi equilibri. L’integrazione però è andata davvero bene, si sono tutti messi a disposizione e io ho fatto lo stesso.
Wellens ha avuto un grande aiuto dalla squadra, correndo da capitano al Renewi TourWellens ha avuto un grande aiuto dalla squadra, qui con Trentin a scortarlo
Il Tour mancato
«Bisogna capire che cambiare tutto a una certa età non è semplice. Io ho dovuto davvero voltar pagina, cambiare anche preparazione e all’inizio avevo molti dubbi. Come avrei reagito ai nuovi allenamenti? Sentivo che alcune volte durante la stagione avevo gambe che non sentivo da molto tempo, quindi ero molto soddisfatto delle mie prestazioni in gara e non stavo tanto a guardare i risultati, sapevo che sarebbero arrivati».
Molti si sono stupiti non vedendolo al Tour de France, pensando che quella fosse una bocciatura: «Non posso negare – dice – che uno dei motivi per cui volevo venire qui era fare un grande Giro con quello che è giustamente ritenuto il migliore del mondo. E penso che sia davvero speciale vincere un grande Giro come compagno di squadra. Con un corridore come Tadej, le possibilità sono alte… Quindi di sicuro sono rimasto molto deluso di non essere riuscito a entrare nella selezione, ma questa è stata una scelta giusta perché il mio livello non era tale da garantire un rendimento all’altezza, gli infortuni della prima parte di stagione avevano influito, ero indietro con la preparazione, quindi è stata una buona decisione. L’anno prossimo spero sicuramente di essere lì in buone condizioni per rendermi molto utile per la squadra».
Wellens al Tour 2022. la sua avventura alla Lotto è durata oltre 10 anni, con molte vittorieWellens al Tour 2022. la sua avventura alla Lotto è durata oltre 10 anni, con molte vittorie
Il nuovo ruolo nel team
Una cosa che bisogna riconoscere a Wellens è di essersi saputo mettere in discussione. Alla Lotto Dstny era un leader, alla Uae sapeva che un leader già c’era, un leader assoluto, che vuole e sa vincere in qualsiasi corsa e situazione. Cambiare ruolo che cosa ha comportato?
«Il mio ruolo ora è portare il leader al punto cruciale totalmente davanti al plotone – spiega – in modo che sia pronto senza aver speso energie e so come si fa proprio perché per anni sono stato un leader alla Lotto e qualcuno lo ha fatto per me. Ho avuto molte opportunità nella mia carriera di cui sono molto grato. Grazie a ciò ho potuto vincere molte gare, non avrei mai potuto pensare di vincerne più di 30, quindi sono super felice di quello che ho avuto. Ma ho notato che negli ultimi due, tre anni alla Lotto volevo cambiare.
Il sodalizio con Pogacar ha subito funzionato. Qui il lancio del famoso scatto dello sloveno all’ultima SanremoIl sodalizio con Pogacar ha subito funzionato. Qui il lancio del famoso scatto dello sloveno all’ultima Sanremo
I programmi per un dolce tramonto
«Non volevo più avere sempre tutta la pressione sulle spalle, che è bello, ma pesante se non sei al massimo. Volevo fare qualcos’altro, qualcosa con meno pressione sulle spalle e la Uae è ideale per questo perché ha tanti corridori vincenti, anche migliori di me. Ma ciò che è stato molto importante per me è che in alcune gare ho ancora la mia opportunità e non posso lamentarmi, perché vedo che la squadra apprezza gli sforzi che faccio».
Per questo Tim non ha particolari aspirazioni per la prossima stagione, sembra aver trovato la dimensione ideale per il suo finale di carriera, esattamente come voleva disegnarlo: «Quando faccio bene il mio lavoro, la squadra è felice e questo mi dà davvero stimoli anche per la prossima stagione. Siamo una squadra, abbiamo visto che se ognuno s’impegna e svolge il proprio ruolo, i risultati arrivano. Una volta sarà a sostegno di Tadej (beh, magari anche più di una…), un’altra a sostegno di un altro compagno e ci sarà anche la possibilità che in quella gara, in quel dato giorno si lavori per me. Per mantenere alta la motivazione. E comunque un obiettivo per il 2024 ce l’ho: essere parte integrante del team in un grande Giro».
MET realizza caschi da ben 36 anni. L’azienda di Talamona, situata alle porte della Valtellina, produce caschi che accompagnano in gara, in allenamento o anche nelle pedalate del fine settimana grandi campioni e semplici amatori. Dal 2008 ha ampliato al sua offerta al mondo off road con il marchio Bluegrass. Negli ultimi anni ha legato il suo nome ad uno dei fenomeni del ciclismo moderno. Stiamo parlando di Tadej Pogacar che fino ad oggi ha conquistato tutti i suoi successi indossando esclusivamente caschi MET. Di recente l’azienda valtellinese ha prolungato fino al 2027 il proprio rapporto di collaborazione tecnica con l’UAE Team Emirates, la formazione nella quale milita l’asso sloveno fin dal suo debutto nel professionismo.
MET ha allungato la sua collaborazione con la UAE Emirates fino al 2027MET ha allungato la sua collaborazione con la UAE Emirates fino al 2027
Stile di vita
MET non è solo caschi. E’ anche promozione della bicicletta come stile di vita sano e mezzo per una mobilità più sicura e sostenibile. A sostenerlo con forza sono gli stessi responsabili dell’azienda.
Per perseguire questi obiettivi lavorano continuamente a migliorare i loro prodotti e tutto ciò che ad essi è in qualche modo collegato. Ci riferiamo in particolare al tema dell’imballaggio dei caschi e alla loro spedizione. Non dimentichiamo infatti che i caschi MET sono venduti in ogni angolo del mondo.
Il nuovo imballaggio dei prodotti di MET permette di risparmiare peso e materiali: dimensioni ridotte, consumi ridottiIl nuovo imballaggio dei prodotti di MET permette di risparmiare peso e materiali: dimensioni ridotte, consumi ridotti
Meno cartone
Da sempre nella sede di Talamona si lavora per ridurre al minimo l’uso di cartoni in eccesso, risparmiando spazio ovunque sia possibile in fase di spedizione. Il motto da rispettare è il seguente: dimensioni ridotte, consumi ridotti.
Ultimamente in MET sono aumentati gli sforzi per ridurre l’impatto ambientale degli imballaggi utilizzati. Tutto questo non ha in alcun modo inficiato la qualità e la sicurezza in fase di spedizione. Tutti i caschi MET che lasciano i magazzini di Talamona diretti in ogni angolo del mondo sono garantiti da un imballaggio estremamente sicuro. L’utilizzo di meno cartone in fase di imballaggio ha solamente ridotto l’impatto ambientale generato dalla scatola in cui è inserito il casco.
Riassumendo: meno inchiostro superfluo, meno plastica e più materia prima riciclata.
Meno plastica
A proposito di plastica, in MET si è lavorato per ridurre al minimo la quantità utilizzata in fase di imballaggio e nello stesso tempo minimizzando il più possibile la dimensione degli imballaggi stessi. Imballaggi più piccoli consentono spedizioni più efficienti e meno frequenti. Grazie a scatole più piccole è possibile infatti effettuare meno spedizioni e di conseguenza ridurre anche l’incidenza sull’ambiente circostante che si ha spedendo quotidianamente la merce.
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Qualcuno ha detto che quando Pogacar ha saputo che il prossimo anno Trentin cambierà squadra sia andato su tutte le furie. Matteo non ne sa nulla. Lui ha preso la sua decisione e dal 2024 al 2026 correrà con la maglia del Tudor Pro Cycling Teamin cui molto probabilmente approderà anche un altro Matteo come diesse. Professionista dal 2012, la carriera di Trentin è stata finora tutt’altro che banale e con pochi cambi di maglia. La Quick Step nei suoi vari cambi di nome, poi la Mitchelton-Scott, un anno con la CCC che poi ha chiuso e ancora adesso il UAE Team Emirates. Perché cambiare a 34 anni? Lo abbiamo chiesto a lui, nei giorni del Renewi Tour, il vecchio Benelux Tour, che fu prima BinckBank Tour e prima ancora Eneco Tour.
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Prima cosa: come sta la mano del mondiale? Alla fine niente di rotto…
No, non era rotto niente, ma c’è un ematoma su una delle ossa della mano, non chiedetemi il nome, non lo ricordo più. Quello c’è e ci vorrà del tempo prima che si riassorba. Se avessi preso una botta su una coscia, dopo una settimana o due al massimo si sarebbe riassorbita. Questo durerà almeno un altro mesetto.
Ti provoca qualche fastidio?
Meno di una settimana fa e molto meno di due settimane fa, però dà ancora fastidio. Un fastidio diverso dall’essere caduto nuovamente al mondiale, ma questa volta me la sono anche andata a cercare, non posso recriminare più di tanto su qualcuno o qualcosa. Ho fatto una mossa che semmai andava fatta negli ultimi giri. Se proprio devo andare a infilarmi da qualche parte, magari si poteva fare quando ne fosse valsa la pena. Però ormai è fatta, quindi…
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Come è maturata, al di là dell’offerta, questa idea di cambiare squadra?
In realtà mi hanno cercato molto presto, poi il tempo passa, ci sono cose da fare, però mi era piaciuto molto il progetto. Non è che fossi alla ricerca di un cambio o qualcosa del genere, però mi è piaciuto molto il fatto che cercassero uno della mia età, rispetto magari ad altre realtà dove un corridore di 34 anni viene messo in discussione, perché non si sa quanto durerà. Loro invece sono venuti proprio per la mia esperienza, per quello che posso dare alla squadra e anche con un intervallo di tempo importante. Insomma, un contratto di tre anni a questa età non lo trovi sotto i sassi.
Che cosa cercano da uno della tua esperienza: che aiuti i giovani o che dimostri di saper ancora vincere?
Tutte e due le cose, ma potete chiederlo a loro. Penso che quest’anno per me non sia stato un granché, sia al Tour che al mondiale. In Francia non ho potuto avere le mie chance, ovviamente, perché eravamo tutti per Tadej e lo sapevo dal principio. Quindi non sono andato neanche a cercarmele. Però ugualmente ho visto che nonostante abbia 34 anni, riesco a stare davanti quelle due volte in croce che posso giocarmi le mie carte. E al mondiale stessa storia. Sono caduto, ma sono sicuro che avrei fatto una gran corsa. Non so tradurlo in termini di piazzamento, ma stavo bene davvero.
Nella 19ª tappa del Tour, Trentin coglie il nono posto. La fuga è quella giusta, ma contro Mohoric c’è poco da fareNella 19ª tappa del Tour, Trentin coglie il nono posto. La fuga è quella giusta, ma contro Mohoric c’è poco da fare
Cosa ti piace del progetto Tudor?
E’ una squadra giovane, con un grande sponsor e una grande società alle spalle. Nomi molto importanti e il fatto che entrino aziende così altisonanti è una bella cosa per il ciclismo in generale. E poi mi piace la visione a lunghissimo termine, basta vedere che con Bmc hanno firmato per sei anni. Quindi contratti lunghi e un progetto a lunga gittata. Non guardano al prossimo anno o quello dopo, guardano già parecchio avanti.
Hai avuto contatti anche con Cancellara?
Ho parlato anche con Fabian, ma ho notato che ogni persona con cui ho avuto a che fare si è attenuta sempre al suo ruolo. Tutti sanno tutto ovviamente, ma nessuno sconfina nel ruolo altrui. Si parla di una cosa con uno e di una cosa con un altro, ognuno ha la sua responsabilità. C’è una settorialità comunicativa, non a camere stagne.
Qui con Froidevaux, Fabian Cancellara è il proprietario del Tudor Pro Cycling TeamQui con Froidevaux, Fabian Cancellara è il proprietario del Tudor Pro Cycling Team
Nella tua carriera hai cambiato poche squadre, resti parecchio: perché di volta di volta hai deciso di cambiare?
Quella in cui sono stato meno è la Mitchelton, ma non perché non mi trovassi bene nella squadra, anzi. E’ la squadra in cui a livello di ambiente mi sono trovato meglio, era un bellissimo gruppo in cui ho ottenuto i risultati migliori della mia carriera. Ho cambiato perché in quel momento non c’erano più le condizioni per lavorare serenamente. Ma non abbiamo litigato, ci salutiamo ancora. Diciamo che dove vado, cerco sempre di integrarmi nel gruppo e dare il mio contributo per quello che posso. Vedo che ha sempre funzionato. Tutti sanno che cambierò squadra, ma continuo a fare il mio lavoro al 100 per cento della mia professionalità. A me non è mai capitato, ma trovo che sarebbe poco furbo pagare uno e non farlo correre solo perché a fine anno andrà via.
Fra i tuoi obiettivi ci saranno ancora le classiche?
Diciamo di sì, anche se passando in una professional, molto sarà legato agli inviti ed è abbastanza presto per averne a determinate corse. Sinceramente voglio tornare a vincere e vincere bene: più due corse all’anno e questo sarebbe già il segnale che le cose funzionano. Tanto ormai si fa fatica in tutte le corse. Bello se vinci la prova monumento, ma non è che se vinci l’Omloop Het Nieuwsblad o Kuurne fatichi di meno.
Al mondiale, Trentin aveva una gran gamba. Qui scatta davanti a Pogacar, ma si ritirerà per cadutaAl mondiale, Trentin aveva una gran gamba. Qui scatta davanti a Pogacar, ma si ritirerà per caduta
Quanto è pesante per uno che ha velleità da vincente stare in una squadra in cui c’è un leader forte come Pogacar?
In realtà non tanto, perché quanti ne trovi di corridori così? Tadej è al di sopra di tutti, non puoi dire di essere più bravo di lui.
La decisione di cambiare è stata presa anche con tua moglie?
Abbiamo parlato un bel po’ anche a casa e poi mi sono orientato verso questa scelta. Cambiare dà nuovi stimoli, è una scelta di vita.
Come procede adesso la tua stagione?
Adesso il Benelux, forse Plouay e poi tutte le gare in Belgio e il finale in Veneto, a casa di Pippo Pozzato.