EDITORIALE / Forza, talento e determinazione non si insegnano

07.08.2023
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GLASGOW – Quando si trattò di distribuire i suoi doni, madre natura diede a Mathieu Van der Poel talento, forza fisica e determinazione. A Van Aert una testa da schiacciasassi, tanta forza e meno talento. Infine a Pogacar diede indiscutibilmente talento e testa, ma meno forza rispetto agli altri due. Ovvio che ogni percorso faccia risaltare una caratteristica tecnica rispetto all’altra, ma la sintesi del mondiale di ieri è tutta qui. Quando le situazioni sono estreme o lo scontro è particolarmente elevato, vince chi ha tutte le doti al posto giusto. Van der Poel ha vinto a Glasgow perché più di Van Aert ha avuto il talento per indovinare l’attacco giusto e più di Pogacar, che un’azione del genere avrebbe potuto anche pensarla, la forza per realizzarla e portarla a termine.

Quando si dice che il podio del mondiale sia il più bello degli ultimi anni, forse ci si riferisce proprio a questo. Non tanto al palmares dei tre occupanti, quanto alle doti grazie alle quali li hanno riempiti di successi.

Bettiol non avrebbe potuto reggere il confronto diretto con i primi e ha fatto bene ad anticipare
Bettiol non avrebbe potuto reggere il confronto diretto con i primi e ha fatto bene ad anticipare

Gli azzurri di Bennati

Che cosa avrebbe potuto fare l’Italia di Bennati per infilarsi nel mezzo? Tentare la carta della superiorità numerica, come detto tante volte nell’avvicinamento al mondiale. Dato che anche i fenomeni a volte commettono qualche errore o si mostrano stanchi (anche Evenepoel ha dovuto alzare bandiera bianca), avere più uomini per approfittarne poteva essere il modo per portare qualcosa a casa. Altrimenti, nel confronto diretto chi dei nostri avrebbe potuto mettere sul tavolo talento, forza fisica e determinazione per battere Van der Poel, Van Aert e Pogacar?

Bettiol ha talento e forza fisica, ma si perde spesso dietro ai suoi ragionamenti. Trentin ha forza e testa, ma forse gli manca il guizzo risolutore o gli anni se lo sono portato via. Bagioli ha talento e una serie di altre fragilità che speriamo vengano superate dal passare degli anni. Forse Baroncini potrebbe mettere sul tavolo doti all’altezza, ma è troppo giovane per pretendere che possa già farlo.

Allora bene ha fatto Bettiol, perso il supporto di Trentin, a giocare la carta solitaria. Sarebbe arrivato ugualmente decimo, staccato inesorabilmente quando Van der Poel avesse deciso di partire. Attaccando, ha se non altro inseguito il sogno di vincere.

Una pioggia di watt sul percorso di Glasgow: a certe andature la cilidrata è comunque decisiva
Una pioggia di watt sul percorso di Glasgow: a certe andature la cilidrata è comunque decisiva

Il miglior Nibali

Una cosa però è certa: corridori come quelli che stanno dominando la scena saranno anche il prodotto di una scuola che funziona, ma sono essenzialmente delle splendide eccezioni. Quei watt nelle gambe li ha messi la natura.

Van der Poel è nato così forte magari anche per i geni di famiglia. Il Van Aert ragazzino non godeva di una grandissima considerazione: ricordano però tutti quanto fosse volitivo e capace di lavorare su se stesso. E Pogacar, corridorino già noto da junior, ha avuto la fortuna di essere gestito bene, ma tutto quello che scarica nei pedali viene da sua madre e suo padre.

Questo per dire che se ieri nel gruppo ci fosse stato il miglior Vincenzo Nibali, l’ultimo italiano al top di gamma, sul piano del talento e della forza fisica avrebbe avuto poco da invidiare agli altri tre, della determinazione invece si sarebbe potuto parlare.

Ganna avrebbe potuto ben figurare su strada? Ha preferito vincere l’oro in pista: non male
Ganna avrebbe potuto ben figurare su strada? Ha preferito vincere l’oro in pista: non male

Lo sport dei social

La scuola italiana è in crisi, ha detto qualche giorno fa Bettini in un’intervista su Tuttobiciweb, ma sarebbe riduttivo ridurre il tutto a un problema del ciclismo. E’ la società italiana che ha perso l’orientamento e fa sembrare il ciclismo uno sport troppo faticoso rispetto al giocherellare sui social. Avete provato a chiedere a un ragazzo di 17 anni di aiutarvi a fare un lavoro minimamente faticoso?

I governi si fronteggiano su decine di temi, ma dello sport nelle scuole non si parla, dello sport come palestra di vita non si parla, di borse di studio per meriti sportivi non si parla. Lo sport è ai margini. Lo sport è il calcio, per il resto non c’è posto.

Siamo certi che da qualche parte in Italia non ci sia un Van der Poel o un nuovo Nibali? Nessuno dei presenti si sente di escluderlo. Dice Bettini che abbiamo solo Ganna e forse ieri Pippo, visto il quinto posto di Kung, avrebbe potuto fare la sua parte anche su strada. Ha preferito correre in pista e vincere il mondiale dell’inseguimento. Non ci pare che sia andata tanto male, insomma. Quanti hanno nelle loro bacheche quei titoli e quel campione? Ma a noi non basta, forse il problema in qualche modo ce l’abbiamo anche noi. Quanto alla strada, bene insistere sulle scuole, soprattutto per il reclutamento dei talenti. Ma scordiamoci che possa essere una scuola di ciclismo a tirar fuori certi mostri. Non si può dare a nessuno la colpa per il sole che tramonta né il merito per quando sorge.

Van der Poel li stronca tutti: è lui il campione del mondo

06.08.2023
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GLASGOW – Dice con gli occhi chiari che conosceva esattamente il punto in cui avrebbe attaccato. Non perché lo avesse provato prima, ma perché se ne è accorto col passare dei giri. Così Mathieu Van der Poel riconduce a una tattica apparentemente logica la sua vittoria che sfugge a ogni definizione. Ha saputo aspettare, diverso dal cavallo pazzo che alla Tirreno del 2021 rischiò di mandare tutto in malora a Castelfidardo, per la crisi di fame conseguenza di un attacco scriteriato. Ha lasciato che fossero gli altri a mettere nel mirino Bettiol. Van Aert, Pedersen e Pogacar: la crema del ciclismo mondiale. Evenepoel invece si era già staccato, come tutti gli altri, in questo giorno di battaglia strappo dopo strappo, curva dopo curva. Chi aveva valutato il mondiale di Glasgow come corsa per passisti veloci, davanti all’ordine di arrivo avrà i suoi begli spunti di riflessione.

Uno dei podi più belli degli ultimi anni: con Van Aert, il vincitore Van der Poel e Tadej Pogacar
Uno dei podi più belli degli ultimi anni: con Van Aert, il vincitore Van der Poel e Tadej Pogacar

Il punto studiato

Mathieu ha fatto la sua parte e intanto studiava. Alla partenza aveva parlato chiaramente. Sapeva, lo sapevano tutti, che a meno di una clamorosa impresa, l’azzurro fosse destinato a spegnersi chilometro dopo chilometro. E quando finalmente se lo sono ritrovato nel mirino, non ci ha pensato due volte ed è partito secco in contropiede.

«Sapevo che il punto in cui avrei attaccato – racconta – sarebbe stato il punto più duro del mondiale, perché c’era subito la discesa e poi una nuova salita. Mi sentivo forte e ho notato invece che gli altri stavano soffrendo. Quando ho guardato indietro dopo il mio scatto e ho notato che non mi aveva seguito nessuno, mi sono spuntate le ali. Fino alla caduta, almeno. A quel punto ho davvero pensato che il bel gioco fosse finito…».

Caduta per caso

Quella curva a gomito verso destra aveva già tradito altri corridori. Ci si arriva velocissimi e si ha la pretesa di farla frenando il meno possibile. Pretesa impossibile anche per un mago della bici come l’olandese, che è finito pesantemente sull’asfalto. Il Boa dei suoi scarpini Shimano si è strappato via, per fortuna c’erano i lacci a tenergli chiusa la scarpa. E’ caduto, ha imprecato, si è rialzato, è ripartito. E degli altri non si vedeva ancora l’ombra. Quando li abbiamo visti passare ai piedi della penultima scalata a Montrose Street, avevano le facce spente e lo sguardo sbarrato.

«Non ho corso particolari rischi – ragiona – ma era super scivoloso. Non so ancora esattamente come abbia fatto a cadere, ero davvero furibondo con me stesso. Tutto quello che dovevo fare era restare sulla mia bici. Se quella caduta mi fosse costata il titolo mondiale, non avrei dormito per qualche notte».

Polemica Van Aert

La stretta di mano a Van Aert è stata più fredda di quella che lo stesso belga riservò al giovane Evenepoel lo scorso anno a Wollongong. Il grande belga ha fatto tutto alla perfezione, ma su quello strappo così duro ha dovuto arrendersi.

«Non faccio salti per la felicità – dice – ma devo dire che Mathieu è stato il più forte. Ero sulla sua ruota e non sono riuscito a tenerlo. Basta. Come ho conquistato il secondo posto? Ho notato che Pedersen non era molto sicuro in curva. Inizialmente avrei voluto prendere l’iniziativa sull’ultima salita e l’ho fatto, perché dopo c’erano solo curve fino al traguardo. Però non credo di averlo distanziato sullo strappo, quanto piuttosto nelle curve.

«Invece un aspetto su cui non riesco a restare tranquillo è l’assenza di comunicazioni nella corsa più importante dell’anno. Quando gli ambientalisti hanno fermato il gruppo, noi non sapevamo nulla. Eravamo lì su una strada in mezzo alla campagna, allo stesso modo in cui non ho mai saputo che Mathieu van der Poel fosse caduto».

Nello sprint per il terzo posto, Pogacar ha battuto Pedersen, non troppo a sorpresa
Nello sprint per il terzo posto, Pogacar ha battuto Pedersen, non troppo a sorpresa

Il malore di Pogacar

Pogacar è sfinito, durante le interviste è quasi svenuto e hanno dovuto portarlo via a braccia. Si aveva quasi paura nel pronosticarlo, pur sapendo che il biondino sia capace di tutto. E in effetti le sue accelerazioni si sono sentite. Proprio durante un suo scatto, si è verificata la caduta di Trentin, con il gruppo allungato allo spasimo.

«E’ stato uno dei miei giorni più difficili in bicicletta – spiega la medaglia di bronzo di Glasgow durante la conferenza stampa – e dopo l’arrivo, durante le interviste nella zona mista sono stato anche poco bene. Ho dovuto sdraiarmi e andare urgentemente in bagno, per fortuna ora le cose vanno meglio. Van der Poel è stato fortissimo, non siamo proprio riusciti a rispondergli. Aveva così tanto vantaggio, che la caduta non avrebbe potuto influire. Sul suo scatto, abbiamo dovuto tutti riprendere fiato. E’ sicuramente il giusto vincitore di oggi».

Mondiale cross, Sanremo, Roubaix e mondiale strada: il 2023 di Van der Poel è stellare
Mondiale cross, Sanremo, Roubaix e mondiale strada: il 2023 di Van der Poel è stellare

Vendicata Wollongong

Mathieu ringrazia, ma chi l’ha seguita con attenzione ha capito che mai e poi mai gli inseguitori sarebbero riusciti a riprenderlo. A meno che, chiaramente, lui fosse rimasto più a lungo contro quella transenna.

«Diventare campione del mondo – dice – era uno dei grandi obiettivi che mi restavano. Riuscire a vincere questa maglia iridata è fantastico. Non vedo l’ora di andare in giro indossandola per un anno intero. Penso che la mia carriera sia quasi completa ora. A cosa pensavo in quegli ultini chilometri? Penso che sia stata la rivincita dell’anno scorso (quando fu coinvolto in una rissa, ndr) e per questo provo una soddisfazione incredibile».

Crono col caldo e senza borraccia. Malori spiega come si fa

30.07.2023
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Si è detto tanto della crono di Combloux all’ultimo Tour de France. Dalla super prestazione di Vingegaard che ha aperto la crepa nella condizione di Pogacar, al cambio di bici, fino alla media oraria finale (oltre i 41 chilometri all’ora) considerando la salita conclusiva che portava al traguardo. Tanto, ma non abbastanza o tutto. Un particolare saltato subito all’occhio è che quasi tutti l’hanno disputata senza borraccia (in apertura Van Aert).

La prova contro il tempo misurava poco più di 22 chilometri, ovvero poco più di mezz’ora di sforzo. Tenendo conto che la classica “canicule” francese non ha mai mollato la morsa del caldo, come si può correre la crono decisiva del Tour senza avere nulla da bere? Qual è il limite che può raggiungere un atleta in gare simili senza borraccia? Queste e altre domande le abbiamo rivolte ad Adriano Malori, uno che di crono se ne intende. E come sempre, quando si parla con lui, arrivano tante risposte e considerazioni.

Malori preparava le crono bevendo tanto tra sali, zuccheri e acqua. Un litro e mezzo al mattino poi due borracce nel riscaldamento
Malori preparava le crono bevendo tanto tra sali, zuccheri e acqua. Un litro e mezzo al mattino poi due borracce nel riscaldamento

Conoscere se stessi

«Innanzitutto – premette Malori – il corridore, anzi il cronoman in questo caso, deve imparare a conoscersi. Lo fai prova dopo prova, prendendo dei riferimenti. Quando inizi a capire che atleta sei, allora riesci a capire quale sia la tua autonomia. Anzi, lo devi sapere per forza quando sei ad alto livello. Fra le tante cose che il cronoman deve sapere, ci deve essere anche quella della idratazione pre-gara. E’ una delle componenti che si somma ai watt espressi o da tenere, al restare concentrati o alla posizione.

«Vingegaard, Pogacar, Van Aert, i gemelli Yates, per citare i protagonisti del Tour, ma anche tanti altri, ormai sono abituati a fare crono senza borraccia e il suo supporto. Non lo fanno per una questione aerodinamica perché è stato provato che la presenza di una borraccia anche vuota è sempre più aerodinamica del solo porta borracce. Infatti, se ci fate caso, quando la finiscono non la buttano mai. Diciamo che non la mettono perché sanno che sarebbe una “perdita” di tempo se così possiamo dire. Quando sei in posizione e in trance agonistica, bere può farti perdere il ritmo. Ma ci sono delle distinzioni da fare».

In stagione Vingegaard ha corso quattro crono. L’unica fatta con borraccia è quella al Delfinato
In stagione Vingegaard ha corso quattro crono. L’unica fatta con borraccia è quella al Delfinato

Idratazione e adattamento

La lunghezza delle crono è un segno del tempo che passa. E quindi delle abitudini o delle predisposizioni dello specialista. Nel 2010 al primo anno da pro’, Malori ha fatto crono da 50 chilometri abbondanti sia al Delfinato che al Tour. Vingegaard e Pogacar finora si sono confrontati con crono di circa 10 chilometri in meno, tuttavia alcune cose non sono cambiate.

«Fare una crono senza borraccia – spiega il 35enne vicecampione del mondo della specialità nel 2015 – si può fare benissimo. Lo facevo spesso anch’io: non c’è un vero e proprio limite. In primavera si possono fare anche 50 minuti senza bere. Però devi averlo fatto in modo abbondante sia nei giorni precedenti sia nel giorno della crono. Devi averlo già provato nei mesi prima, non puoi improvvisare. Si sa che nelle gare a tappe il muscolo ben idratato sviluppa più potenza. Solitamente io bevevo un litro e mezzo al mattino tra acqua, sali, zuccheri e bicarbonato per prevenire i crampi. Poi due borracce un’ora e mezza prima del via durante il warm-up sui rulli: una di sali e una di acqua. I team investono molto sull’idratazione, ma succedeva anche prima. Forse adesso c’è una cassa di risonanza maggiore attraverso i social, anche perché questi sono veramente dei grandissimi campioni».

Crono “a blocco” senza borraccia. Van Aert, terzo all’arrivo e stremato, recupera subito bevendo acqua fresca
Crono “a blocco” senza borraccia. Van Aert, terzo all’arrivo e stremato, recupera subito bevendo acqua fresca

«Possiamo aggiungere altri dettagli non trascurabili», prosegue Malori. «Una delle abitudini del cronoman è il sapersi adattare a vari fattori esterni. Quello che dicevo prima vale al netto delle condizioni meteorologiche. Ovvio che bisogna vedere se fa molto caldo o che temperature ci sono state prima. Oppure se sudi molto durante il riscaldamento. Attenzione però: non bisogna esagerare con i liquidi perché poi c’è il rischio di gonfiarsi troppo. E a quel punto arriva il bisogno fisiologico. Magari ti scappa proprio quando sei già in gara e cosa fai? Oppure c’è una giornata ventosa e ti finisce in bocca un moscerino. Avere una borraccia può aiutarti a sciacquarti. Insomma bisogna vedere tante situazioni».

Crono di Combloux. Per Malori, Pogacar poteva fare la salita finale con la bici da crono evitando di perdere tempo nel cambio
Crono di Combloux. Per Malori, Pogacar poteva fare la salita finale con la bici da crono evitando di perdere tempo nel cambio

Risultato giusto

Il verdetto della crono per Malori è comunque stato giusto. Lui lo aveva previsto. E l’idratazione conta fino a un certo punto.

«Vingegaard ha vinto meritatamente – conclude – e si è certamente adattato meglio di Pogacar alle condizioni pre-crono. Quando ho visto la foto dello sloveno nel giorno di riposo che aveva un principio di herpes, ho capito che non avrebbe potuto competere con la maglia gialla. Vingegaard è più specialista di Pogacar, soprattutto tra gli scalatori. Inoltre c’è stato anche il cambio di bici, non paragonabile a quello che abbiamo visto al Monte Lussari al Giro, che aveva un percorso totalmente diverso. Pogacar è stato l’unico a farlo tra i primi della classifica. Quando fai operazioni del genere, in crono di quel tipo, perdi il ritmo, la tua muscolatura si deve riadattare ad un’altra posizione. La salita finale non era troppo lunga e dura, figuratevi se campioni come loro non sanno farla con una bici da crono. Pogacar avrebbe perso lo stesso, ma lo avrebbe fatto in un altro modo».

Fino al 2027, MET al fianco di Pogacar

29.07.2023
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Il Tour de France non è solo l’evento ciclistico più importante del mondo, capace per tre settimane di catalizzare l’attenzione di tutti gli appassionati di ciclismo. E’ anche l’occasione per team e sponsor tecnici di stringere nuovi accordi oppure di prolungare quelli già esistenti. E’ questo il caso dell’accordo fra MET Helmets e UAE Team Emirates. In occasione del secondo giorno di riposo, mentre il Tour entrava nella sua settimana decisiva, quella del trionfo di Vingegaard, MET Helmets ha annunciato il prolungamento fino al 2027 della propria partnership tecnica con il team che ha in Pogacar la sua punta di diamante (nella foto di apertura lo sloveno con Majka dopo la vittoria a Le Markstein).

Da sempre insieme

MET Helmets ha accompagnato fin dalla sua nascita il UAE Team Emirates. E’ infatti dal 2017 che gli atleti della formazione emiratina possono contare sulla qualità dei caschi MET. In tutti questi anni sono arrivati successi prestigiosi come i due Tour de France conquistati grazie a Tadej Pogacar e tante altre corse, anche classiche monumento, sempre firmate da Pogacar.

La collaborazione con il UAE Team Emirates ha portato all’azienda di Talamona, in provincia di Sondrio, non solo trofei, ma anche feedback importanti da parte degli atleti. Tutto ciò ha permesso di aggiungere ulteriore qualità a prodotti già altamente tecnici. A confermarlo è Achille Montanelli, Marketing Manager MET Helmets. 

«Siamo molto orgogliosi ed entusiasti per questo rinnovo», ha dichiarato. «Creare un’alchimia così forte tra uno sponsor e un team non è comune, ma con UAE Team Emirates tutto è avvenuto in modo molto naturale. Siamo con loro sin dal primo giorno e la collaborazione si evolve e progredisce continuamente. Questo rappresenta l’impegno che tutti coloro che stanno dietro al nostro marchio mettono per consentire ai nostri prodotti di migliorare sempre. Sicuramente ne seguiranno altri!».

Durante il periodo delle classiche era arrivato il successo al Fiandre, ad opera di Pogacar
Durante il periodo delle classiche era arrivato il successo al Fiandre, ad opera di Pogacar

La gioia del team

Da parte sua lo staff della UAE Team Emirates non ha mancato di manifestare la propria soddisfazione per il prolungamento dell’accordo con MET Helmets. A confermarlo è lo stesso Mauro Gianetti, CEO e Team Principal UAE.

«Siamo felici di andare avanti con MET – racconta – è stato un partner fedele in questi anni e siamo cresciuti insieme. MET ha saputo investire il successo ottenuto insieme in prodotti e strutture all’avanguardia, che saranno davvero utili anche per il team. Sento che avremo nuovi importanti traguardi da raggiungere insieme».

Alle parole di Gianetti hanno fatto eco quelle di Andrea Agostini, Chief Operating Officer UAE Team Emirates: «Le operazioni con MET sono sempre facili e questo ci ha permesso di costruire negli anni un forte rapporto. MET ha un posizionamento del marchio di alto livello, in linea con la nostra visione e la strategia degli sponsor, senza dimenticare che i loro prodotti sono tra i migliori al mondo in termini di prestazioni e sicurezza».

MET

Infortuni, il buon recupero inizia dall’aspetto mentale

28.07.2023
6 min
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La vita dei ciclisti è legata strettamente a risultati e prestazioni ma, come in un grande iceberg, al di sotto della linea di galleggiamento ci sono tanti fattori che li determinano. Uno di questi sono gli infortuni ed il relativo recupero ma guarire non è solo una questione fisica. Prima c’è l’aspetto psicologico che è alla base della ripresa totale e forte dell’atleta (in apertura, Elisa Longo Borghini taglia il traguardo di Ceres al Giro Donne dopo una caduta, scortata e consolata da Shirin Van Anrooij. L’indomani non ripartirà).

Gli infortuni di Pogacar e Balsamo ci hanno dato lo spunto per capire come si procede appena succede un incidente e in quel momento saltano i programmi di mesi. Abbiamo approfondito l’argomento con Elisabetta Borgia, psicologa dello sport della Lidl-Trek e della nazionale italiana.

Prima la salute

Pogacar si presenta alla Liegi da grande favorito dopo le vittorie in sequenza di Freccia Vallone, Amstel, Fiandre e tutte le altre ottenute a marzo e febbraio. Al chilometro 85 però viene coinvolto in una rocambolesca caduta. Il 24enne della UAE Team Emirates capisce subito che qualcosa non va. Frattura dello scafoide sinistro in cinque punti. La preparazione al Tour de France subisce un grosso rallentamento.

A fine maggio va peggio a Balsamo. L’ex iridata della Lidl-Trek finisce a terra due volte nel giro di pochi chilometri nella prima tappa della Ride London. L’esito è crudo. Anche per lei frattura dello scafoide (destro) con l’aggiunta della frattura della mandibola sinistra e destra. Il suo programma di avvicinamento al mondiale si complica. Come si riparte il giorno dopo queste botte?

Elisabetta Borgia è la psicologa dello sport della Lidl-Trek. Il suo lavoro con gli atleti spazia su tanti fronti, compreso il recupero da un infortunio
Elisabetta Borgia è la psicologa dello sport della Lidl-Trek. Il suo lavoro con gli atleti spazia su tanti fronti, compreso il recupero da un infortunio

«E’ un percorso articolato – analizza Borgia – perché bisogna partire da molto prima. Ogni atleta ad inizio stagione fa un suo “goal setting” alla luce del calendario agonistico con la definizione di strategie e momenti di verifica che indicano se stai lavorando in maniera efficace. Si pianifica, si organizza e si cerca di dare prevedibilità al futuro definendo le mosse da fare. Nel momento in cui si presentano gli intoppi (infortuni, malattie o anche solo risposte inaspettate ai carichi di lavoro) viene valutata la situazione in ogni singolo punto. Non tutti gli infortuni sono uguali, lo abbiamo visto proprio con i casi di Pogacar e Balsamo. Di sicuro gli interventi chirurgici hanno facilitato il loro decorso, benché con tempistiche diverse.

«In quel momento il goal setting originale viene modificato ed il primo obiettivo, spesso dato per scontato, diventa la salute, assieme alle strategie più efficaci per raggiungerla (terapie, riposo, etc..). Il piano A, il più auspicabile, non esiste più e l’atleta deve rifocalizzarsi su un nuovo piano senza continuare a fare confronti con il vecchio piano ormai irrealizzabile. Questo è l’errore che si tende a fare anche per eccesso di volontà e voglia di rivincita. Bisogna ascoltare il proprio corpo e dargli il modo fisiologico di recuperare. Che poi il fisico di uno sportivo di alto livello ha sempre tempi più corti rispetto al normale però non bisogna forzarli».

Evenepoel Lombardia 2020
Uno degli incidenti recenti che ha richiesto il maggior tempo di recupero fu quello di Evenepoel al Lombardia 2020
Evenepoel Lombardia 2020
Uno degli incidenti recenti che ha richiesto il maggior tempo di recupero fu quello di Evenepoel al Lombardia 2020

Fase 2, il riadattamento

Nel frattempo sia Pogacar che Balsamo sono rientrati alle gare. Lo sloveno è arrivato secondo al Tour vincendo due tappe e pagando dazio in altrettante giornate nella terza settimana. La 25enne cuneese è in corsa al Tour Femmes e nella terza frazione si è fatta rivedere negli ordini d’arrivo con un incoraggiante quinto posto in volata. Il loro periodo lontano dalle corse come lo hanno vissuto?

«Appurato il proprio stato di salute – prosegue Borgia, dottoressa in psicologia – la seconda fase è riprogrammare tutto e riadattarsi mentalmente il più in fretta possibile. A parte il recupero fisico, gli obiettivi diventano altri e non necessariamente agonistici. Immagino che Pogacar abbia dovuto vedere come stava il polso nei gesti quotidiani. Poi in bici, sotto sforzo, nella presa del manubrio e via così. Elisa ha avuto una convalescenza molto più dura. Nella prima fase faceva fatica a mangiare cibi solidi e quindi ha dovuto modificare anche la sua alimentazione».

Baroncini, caduto alla Kuurne-Bruxelles-Kuurne, è rimasto fermo più di due mesi. Ha dovuto rivedere gli obiettivi ma ora la forma è tornata
Baroncini, caduto alla Kuurne-Bruxelles-Kuurne, è rimasto fermo più di due mesi. Ha dovuto rivedere gli obiettivi ma ora la forma è tornata

«Con lei – va avanti – fissavamo piccoli obiettivi settimanalmente. Si lavora in questo modo quando l’obiettivo finale sembra essere molto lontano. Quindi è importante inserire piccoli obiettivi sfidanti ma raggiungibili che rinforzano, motivano e aiutano l’atleta a sentire di avere controllo. Se pensiamo alla difficoltà di tornare a muovere la bocca normalmente, il Tour o il mondiale passano in secondo piano. O meglio, restano obiettivi che riprendono la scena nuovamente quando i tuoi continui step di crescita te lo permettono. Sappiamo che è difficile rifare una sorta di gerarchia e ripartire dai primi step specialmente per chi è abituato a prestazioni di alto livello. Ma è un sacrificio, se così vogliamo definirlo, che va fatto per tornare proprio ad alto livello».

Niente esagerazioni e rientro

Il ciclista per natura vuole sempre recuperare il tempo perso. Che sia per una foratura, magari con l’assistenza tecnica lontana. Che sia per una caduta o infortunio. Ma sono tutti casi non paragonabili fra loro.

«Gli uomini e le donne di sport – continua la psicologa piacentina –sono proiettati sul “problem solving”, ovvero sul cambiare una situazione non ideale o che non li fa sentire in comfort. Sono molto meno abituati invece, forse perché erroneamente viene visto come segno di resa, ad accettare, prendere atto di una situazione quando quest’ultima non può essere modificata. E’ importante tuttavia essere in grado di analizzare e contestualizzare ciò che è successo con lucidità, così anche da poter fare la prossima mossa correttamente.

«A volte la miglior mossa, anche se totalmente opposta a ciò che verrebbe impulsivo fare per non perdere terreno, è riposare ed ascoltarsi. A volte è prendere atto che, nonostante tutto, sarebbe potuto andare anche molto peggio. Guardate Longo Borghini al Giro Donne. Con quella caduta ha dovuto abbandonare la corsa e dire addio alle speranze di vincere il Giro. Però se fosse caduta ancora più in là c’era un muretto, poteva farsi molto più male e perdere il resto della stagione.

Sorride Pogacar nonostante la frattura dello scafoide alla Liegi. Un buon recupero passa da un buon morale (foto instagram)
Sorride Pogacar nonostante la frattura dello scafoide alla Liegi. Un buon recupero passa da un buon morale (foto instagram)

«Naturalmente – conclude Elisabetta Borgia – ci deve essere un lavoro di equipe perché altrimenti non si può riprogrammare nulla. Servono comunicazione e condivisione, come è successo nel caso di Balsamo, tra medici, diesse e preparatori. Tutto il nostro staff ha partecipato al suo rientro in bici. Ognuno ha fatto la propria parte, dal primissimo supporto morale, quando era difficile darsi tempi e modi di rientro, fino alla pianificazione dei nuovi obiettivi durante il recupero. Dopodiché le nuove valutazioni si fanno gara dopo gara, non limitandosi solo al risultato ma alla prestazione a 360 gradi, tenendo in considerazione sia le cose positive che le aree ancora da migliorare con lucidità e freddezza».

Quando Sky fece alzare l’asticella. Pogacar come Nibali?

28.07.2023
6 min
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Jonas Vinegaard e la Jumbo-Visma in questo Tour hanno curato ogni aspetto al millimetro, andando oltre il dettaglio. Il danese è un fenomeno, ma se alle prestazioni super si aggiunge la maniacalità, allora le performance assumono dimensioni enormi. L’esempio migliore è stata la crono di Combloux. E chi si è ritrovato a lottare con lui, Tadej Pogacar, ha avuto dei bei grattacapi.

Questa situazione ricorda quella che si verificò quando il Team Sky si rivelò al mondo con i suoi metodi più scientifici, i sopralluoghi ripetuti delle tappe più importanti, l’alimentazione futuristica, aprendo l’era dei marginal gains. Una situazione che ci ricorda anche Vincenzo Nibali. Lo Squalo doveva lottare con queste “macchine”: da Wiggins a Froome, passando per Thomas.

Qualche giorno fa chiamando in causa Sky nell’editoriale avevamo scritto: «Vincenzo si trasformò in una vera macchina da guerra. Non rinunciò alla sua imprevedibilità, ma è certo che si presentò al via tirato e allenato come mai fino a quel punto...». Partendo da questa frase abbiamo coinvolto proprio Nibali.

L’università di Messina ha insignito Nibali della laurea ad honorem in “Scienze e Tecniche delle Attività Motorie Preventive e Adattate”
L’università di Messina ha insignito Nibali della laurea ad honorem in “Scienze e Tecniche delle Attività Motorie Preventive e Adattate”
Vincenzo, quindi Sky ti fece alzare l’asticella? La situazione di Pogacar e della UAE Emirates ricorda la tua e quella del tuo team?

Io non farei dei paragoni con il passato, anche se non è troppo lontano. Quel che ho visto in questo Tour de France è che è stato dominato da due team, la Jumbo-Visma e la UAE Emirates chiaramente. E in molte occasioni ho visto la UAE più forte della Jumbo.

Più forte la UAE…

Sì, alla fine hanno fatto secondo e terzo. Adam Yates nonostante si sia messo a disposizione, è salito sul podio e questo non può che parlarci di un team che è andato forte e che ha lavorato bene. Mentre dall’altra parte non avevano un Van Aert al livello dell’anno scorso che dominava in ogni tappa. Sì, Wout è andato forte in diverse occasioni, ma l’anno scorso vinceva le volate e quando tirava in salita staccava Pogacar! E poi c’era Vingegaard che si è ripetuto. Rispetto alla passata edizione, Jonas ha avuto più sicurezza. Ha corso con grande intelligenza e con la consapevolezza delle proprie energie.

Consapevolezza delle proprie energie: cosa intendi?

Ogni volta che Pogacar attaccava, lui gli faceva di no con la testa: non gli dava cambi. Gli lasciava appena qualche secondo e gli abbuoni senza sfinirsi troppo, consapevole appunto che con un’azione decisa gli avrebbe rifilato un minuto. Che poi è la stessa cosa che dicevamo con Martinelli quando facevamo i nostri grandi Giri. Oltre alla crono, individuavamo quel paio di tappe chiave… Se poi veniva qualcosa di più, tanto meglio. Ma ci si concentrava su determinate tappe. Sapendo di essere meno esplosivo di Tadej, penso che Vingegaard si sia fatto questo conto: Pogacar in dieci scatti (tra abbuoni e secondi) gli guadagnava un minuto, lui lo faceva con un solo attacco in salita. Io ero come lui, poco esplosivo. E quando lottavo con Contador, Purito, Valverde, il mio obiettivo era arrivare con loro ai 200 metri. A quel punto anche se perdevo erano pochi secondi.

Che Vingegaard avesse ben preparato la crono si vedeva anche da come guidava in curva e in discesa
Che Vingegaard avesse ben preparato la crono si vedeva anche da come guidava in curva e in discesa
Cosa dovrà fare Pogacar per invertire questa rotta? Più sopralluoghi, peso più al limite…

Più che questo, deve iniziare a rivedere la sua esuberanza, che però fa parte di lui. Ma deve cambiare in gara. Si sapeva che il vero rivale sarebbe stato Vingegaard, che forse è anche più forte in quel tipo di gara, quindi io avrei lasciato a lui la prima mossa. L’avrei aspettato, studiato… Insomma mi sarei dato un ruolo diverso. Poi è anche vero che la caduta della Liegi lo ha rallentato.

Lo sloveno è stato anche altalenante nelle prestazioni…

E questo mi ha lasciato perplesso, soprattutto nel giorno in cui ha pagato tantissimo (sul Col de La Loze, ndr), poi è andato di nuovo forte. Non è mica scontato che dopo certe crisi torni ad andare bene. Lui invece ha persino vinto una tappa. Magari nel giorno della crisi ha pagato anche l’aspetto mentale dopo la crono. E comunque non era la prima volta che Vingegaard andava fortissimo a crono, anche l’anno scorso fu strepitoso.

Il modo di correre di Pogacar è fantastico, ma forse almeno contro certi avversari va rivisto
Il modo di correre di Pogacar è fantastico, ma forse almeno contro certi avversari va rivisto
Quel giorno Pogacar non stava bene, ma anche la testa ha influito. In effetti qualche informazione sul morale basso dopo la crono è trapelato dal suo staff…

Pogacar sa che ha di fronte un avversario molto forte. Per me Tadej è più completo e se vogliamo mi piace anche di più, ma Vingegaard in salita è leggermente più forte, anche in virtù delle sue caratteristiche fisiche, è più piccolo. Jonas è più “killer”, è meno espansivo, anche sui social. Un po’ come me. Io pubblicavo poco, anche per non far sapere come stavo, non amavo magari mettere un sorriso di circostanza. Non si trattava di essere scontrosi o meno: Vingegaard è così. Così come non significa che Pogacar non si sappia focalizzare su un obiettivo perché è espansivo.

Van Dongen, diesse della Jumbo, ha detto che una crono così si prepara mesi prima, che bisogna arrivarci con le idee chiare e le scelte già fatte. Il tecnico aveva visto gli UAE fare le prove dei cambi bici durante le ricognizione del mattino. Anche da parte di Pogacar servirà lo stesso approccio?

Ogni team, specie a quel livello, ha del personale qualificato che sa quali scelte fare. Le uniche condizioni per cambiare sul momento, nel caso della crono, sono quelle meteo e del vento in particolare. Ognuno ha un suo protocollo. Per me il discorso non è tanto questo, quanto il fatto che sin qui Pogacar ha vinto con spensieratezza, mentre ora questo Vingegaard gli mette confusione mentale. Ma a lui e alla sua squadra non mancano le qualità e le dotazioni tecniche per vincere anche questa sfida.

Il Team Sky ha dominato la scena schierando formazioni monster tra il 2012 e il 2019. Solo Nibali nel 2014 ha rotto il loro dominio
Il Team Sky ha dominato la scena schierando formazioni monster tra il 2012 e il 2019. Solo Nibali nel 2014 ha rotto il loro dominio
Quindi questa situazione non ti ricorda un po’ la tua con Sky? Loro indirettamente non avevano fatto alzare l’asticella anche a te?

Io direi di no… Sapete qual era la vera differenza di Sky e perché era il riferimento? Il budget. Noi avevamo un budget alto, loro di almeno 10 milioni di euro in più. E questo comportava che avevano dieci corridori più forti. Corridori che ti sostengono e con i quali potevi interpretare la corsa in un certo modo: prendevano la testa del gruppo e tiravano per te e ti tenevano fuori da ogni rischio su ogni terreno. Sei più tranquillo. E quando hai dei compagni così forti, anche in allenamento cambiano le cose. E’ lì che semmai alzi l’asticella.

Insomma tu avevi dei gregari e loro erano nove capitani…

Sia chiaro, non dico che non avevo compagni all’altezza. Ho avuto gente come Scarponi, Agnoli, Vanotti… Ma quando hai dieci top rider, dieci corridori che vincono una Parigi-Nizza, una Liegi, una Tirreno che tirano per te, le cose cambiano. Loro avevano il miglior Boasson Hagen, Kwiatkowski, Poels… (Froome e Thomas che all’inizio tiravano per Wiggins, ndr). Noi, prima in Liquigas e poi in Astana, non eravamo a quel livello. Sì, c’era gente che poi è diventata fortissima, penso a Sagan o a Colbrelli quando ero in Bahrain, ma non erano i corridori che sono diventati poi. Quindi se parliamo di dettagli, dei sopralluoghi come dicevamo, è chiaro che contano, ma prima ci sono altre cose. E poi fare un sopralluogo a febbraio o a dicembre è anche rischioso per me. Non hai la stessa condizione che avrai poi a luglio e rischi di farti un’idea sbagliata.

La resa di Courchevel: l’analisi del dottor Magni

27.07.2023
4 min
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“I’m gone” (sono andato/finito) così Tadej Pogacar ha alzato bandiera bianca contro Jonas Vingegaard, mentre la strada saliva sotto le sue ruote in direzione Courchevel. Una frase semplice, ma che dentro di sé racchiude tante sfumature. Lo sloveno ha tirato troppo la corda in questo Tour de France. I primi scricchiolii sono arrivati nella cronometro di Combloux, mentre il suo vaso di Pandora è stato scoperchiato definitivamente poche ore dopo

La crisi che ha colpito il due volte vincitore della Grande Boucle ci ha fatto scaturire tante domande. Abbiamo così interpellato il dottor Emilio Magni, così da avere un parere autorevole in merito. 

Con Emilio Magni, dottore dell’Astana, abbiamo analizzato la crisi di Pogacar a Courchevel
Con Emilio Magni, dottore dell’Astana, abbiamo analizzato la crisi di Pogacar a Courchevel
Dottore, cosa succede in una crisi del genere?

Questi momenti di crisi sono multifattoriali, Pogacar ha detto di aver sentito maggiormente il problema dell’alimentazione. Mangiava ma non riusciva ad integrare, ritrovandosi con le gambe vuote. Ma questo è solo un aspetto di una crisi più o meno improvvisa. 

In che senso più o meno?

Queste situazioni derivano da uno stato di affaticamento acuto. Si tratta di una risposta adattiva dell’organismo, il quale prende provvedimenti per salvaguardarsi. E’ un allarme per far sì che la situazione non peggiori ulteriormente. 

Cosa succede?

La prestazione si abbassa, il corpo riduce le prestazioni, in medicina si chiama meccanismo omeostatico. E’ la tendenza dell’organismo a mantenere le condizioni di partenza. 

Nonostante la grande prova, i primi segnali di cedimento sono arrivati nella cronometro di Combloux, lo sloveno ha pagato 1’38”
Nonostante la grande prova, i primi segnali di cedimento sono arrivati nella cronometro di Combloux, lo sloveno ha pagato 1’38”
Una causa potrebbe essere la preparazione non adeguata?

Come detto è una situazione multifattoriale, la preparazione non adeguata potrebbe essere una causa. Un altro fattore importante è il carico di prestazione che nel caso di Pogacar, magari, è stato eccessivo. Lo sloveno potrebbe averne risentito dal punto di vista muscolare, metabolico ed energetico. 

O ancora?

Un’altra causa si può trovare nell’insufficiente tempo di recupero. Quest’ultima causa in particolare impedisce al muscolo di ristabilire il livello di glicogeno, che è la sua benzina principale. A volte non bastano 24 ore, i ciclisti non hanno nemmeno quelle, visto che finiscono la tappa alle 18 e ripartono alle 12 del giorno dopo. 

Quindi la mancanza di una gara di avvicinamento, come il Delfinato, è un fattore?

Ci vuole una base di preparazione così che l’organismo si possa abituare ed incrementare la performance. Ci sono anche altri “campanelli” d’allarme. 

La maglia gialla se ne va, Pogacar arranca: il vaso di Pandora è stato scoperchiato
La maglia gialla se ne va, Pogacar arranca: il vaso di Pandora è stato scoperchiato
Quali?

Dal punto di vista sintomatologico vi sono dei segnali soggettivi come: la perdita di forza, di resistenza, il mal di gambe e dolori muscolari. Sono tutte cose che l’atleta avverte e che possono portare anche a dei sintomi mentali: difficoltà di concentrazione, mancanza di appetito e condizioni di sonno peggiori. 

Anche se poi nella tappa di Le Markstein Pogacar ha vinto, come lo spiega?

Si tratta di un corridore di qualità assoluta. Anche in una situazione di crisi mantiene delle prestazioni alte, anche più elevate di altri atleti che in realtà sono in forma. Pogacar ha fatto uno sforzo di testa, a mio modo di vedere. Le Markstein era l’ultima tappa, ha dato tutto, considerando che Vingegaard aveva un vantaggio rassicurante. 

Ci sono anche dei dati oggettivi che possono anticipare queste crisi?

Assolutamente. Uno di questi è la frequenza cardiaca a riposo, la quale quando si è stanchi tende ad essere più alta. Un esempio: se un atleta a riposo, appena sveglio, ha 40 battiti, magari passa a 48. La cosa si trasferisce anche una volta in sella, ma al contrario. Si riscontra una difficoltà ad aumentare la frequenza cardiaca sotto sforzo. Questo perché il muscolo rende di meno, dando meno forza, di conseguenza il cuore non sale di frequenza. C’è anche da considerare la variabilità cardiaca.

Pogacar si è allenato molto in altura, sono mancati i giorni di corsa persi a causa dell’infortunio? (foto Matteo Secci)
Pogacar si è allenato in altura, sono mancati i giorni di corsa persi a causa dell’infortunio? (foto Matteo Secci)
Ovvero?

La variabilità cardiaca offre ottimi riscontri dal punto di vista del recupero. Praticamente si controlla la variabilità tra un battito e l’altro. Dovete sapere che i battiti non sono ugualmente distanti a livello di tempo l’uno dall’altro, il tempo cambia. Ad esempio: una volta passano 1,2 secondi, quello dopo 0,8 e così via. Se la variabilità è alta vuol dire che il cuore è reattivo e “brillante”. 

Lo staff della UAE Emirates, con grande probabilità, era a conoscenza di questi dati…

Penso proprio di sì. Però a volte i dati si prendono ed analizzano, senza parlarne al corridore, per non condizionarlo psicologicamente.

Il piano segreto di Vingegaard? Vanotti l’aveva capito

27.07.2023
6 min
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Questo scambio di idee con Alessandro Vanotti è iniziato a metà Tour, dopo l’attacco di Pogacar sul Grand Colombier, ed è andato avanti tappa dopo tappa. Ogni giorno un pezzetto, dalla condotta dello sloveno a quella del danese.

«Avete fatto caso – chiese il bergamasco, al Tour con Santini di cui è testimonial – che quando Pogacar scatta, l’altro arriva a un certo punto di watt e poi non lo segue? Si mette al suo ritmo, non lo molla, ma evita il fuorigiri di tornargli sotto…».

Il giorno dopo, Pogacar attaccò sul Col de Joux Plane e Vingegaard fece proprio questo. Lo tenne davanti a 50 metri e sulla cima, complice il fattaccio delle moto, gli prese anche l’abbuono al GPM.

Vanotti ha scortato Nibali alla magia gialla del 2014. Qui alla partenza con Miguel Indurain, 5 Tour vinti
Vanotti ha scortato Nibali alla magia gialla del 2014. Qui alla partenza con Miguel Indurain, 5 Tour vinti
Alessandro, il Tour si costruisce un pezzetto per volta. Non puoi lasciare indietro niente…

Il Tour è la corsa più importante e difficile al mondo. Partecipano i corridori più forti, non lo dico io, ma le statistiche. Le tattiche diventano più complicate. Ci sono squadre forti che riescono a tenere la corsa e impostare il ritmo per renderla dura e gestire le fughe. Hanno uomini per ogni situazione. Tra loro si innesca una competizione, in cui qualcuno si espone troppo e qualcuno sta nascosto e non sai mai se sta soffrendo oppure non vuole mostrare le carte.

Pogacar non si è certo nascosto…

E quando lui attaccava, io guardavo Vingegaard. Non riuscivo a capire se fosse al limite, perché lui maschera bene la fatica. E’ sempre lì, con quel mezzo sorrisino. Quando scattava Pogacar, Jonas correva sulle ruote e per me quella è la tattica che hanno impostato dall’inizio. Ha cominciato a farlo dopo il minuto di vantaggio che ha preso sul Marie Blanque.

Perché?

Perché quel vantaggio gli ha permesso di avere un approccio differente alla corsa e di esporsi il meno possibile. Ha sempre fatto degli sforzi gestiti, senza andare al limite. Pogacar è un fuoriclasse e ha delle accelerazioni che nessuno ha. Ti porta completamente fuori giri, ti distrugge. Se rispondi alle sue 20 accelerazioni, sei finito. Con quel margine in tasca, Vingegaard ha potuto gestirsi: ha ammortizzato i suoi piccoli ritardi in quel minuto ed è arrivato alla crono con più forze rispetto a Pogacar.

Il piano di Vingegaard? Secondo Vanotti non rispondere a tutti gli attacchi di Pogacar, evitando pericolosi fuori giri
Il piano di Vingegaard? Secondo Vanotti non rispondere a tutti gli attacchi di Pogacar, evitando pericolosi fuori giri
Non sarà che il famoso piano mai spiegato era proprio questo?

Esatto, è stato intelligente e freddo. Non è facile, perché ogni giorno la stampa ti chiede perché non lo segui. Come mai non sei in condizione, invece era una tattica prestabilita. A maggior ragione la sua crono è stata così superiore. A mio avviso, Pogacar ha avuto quelle 2-3 giornate no, causate da tutto quello che ha speso, altrimenti il divario alla fine non sarebbe stato così ampio.

Sulla crono sono stati avanzati dei sospetti…

Io non so se la storia dirà cose diverse, ma penso che questo sia un altro ciclismo e loro sono campioni fuori categoria. Perché per forza pensare male? E mi chiedo anche perché a tirare fuori certi sospetti siano sempre degli ex corridori, cui piace così tanto farsi del male. Fino a poco tempo prima sospettavano di Pogacar. E allora? Vingegaard è andato forte, ma se poi sentiamo tutto il lavoro che hanno fatto e il modo in cui ci sono arrivati, dico che vorrei altri dieci Pogacar per il modo in cui corre, ma l’altro non ha sbagliato nulla, nonostante quest’anno avesse anche una squadra meno forte.

Perché meno forte?

Forse non meno forte, ma certo più bilanciata. Non hanno fatto gli errori dell’anno scorso, dove pure avevano Roglic, Kruijswijk e un Van Aert più incisivo. Noto intanto che la UAE Emirates è cresciuta come squadra, come gruppo di lavoro, quindi nei prossimi anni sicuramente avrà ottime possibilità.

Vingegaard è arrivato alla crono spendendo molto meno rispetto al rivale: Vanotti non ha dubbi
Vingegaard è arrivato alla crono spendendo molto meno rispetto al rivale: Vanotti non ha dubbi
Pogacar si trova in una posizione simile a quella di Nibali, che per contrastare Sky, nel 2014 fu costretto a sacrificare molto per il Tour.

Il Tour va preparato nei dettagli, ma Pogacar è un fenomeno e questo piace. Come detto, magari averne altri… Tadej avvicina i giovani al ciclismo, quindi benvenga uno che ha questa mentalità. Battaglia dalla Strade Bianche alla Sanremo, dal Fiandre alla Liegi. Vincenzo il Fiandre l’ha fatto a fine carriera, però anche lui correva le classiche e come Pogacar ci metteva la faccia. Tadej è uno che si espone, affronta tutto subito col sorriso e ti dice quello che pensa. «Sono morto, non stavo bene, ho dato tutto». E’ uno che si espone con i suoi scatti, si fa vedere, ma questa volta ha trovato un rivale vero. Quindi, dopo il secondo Tour andato storto, forse dovrà analizzare qualche dettaglio.

Di che tipo?

Dovranno chiedersi come fare per vincere. Deve diventare più meticoloso, fare un programma strutturato, nascondersi di più. Quando ci ritrovammo davanti al Team Sky, prima con Wiggins e poi con Froome, a un certo punto ci guardammo in faccia. «Invece di lamentarci – dicemmo – dobbiamo metterci sotto e lavorare nel modo giusto». Quando devi battere un avversario così forte, non devi lasciare nulla al caso. E Nibali in quel Tour fu perfetto, lo fummo tutti. Così forse anche Pogacar dovrà rivedere qualcosa nell’avvicinamento, perché ha trovato Vingegaard e la Jumbo-Visma.

A costo lasciar perdere gli altri obiettivi?

A quanto ho capito, lui non vuole snaturare il suo calendario e il modo di correre. Non vorrei che poi si andasse a toccare il suo modo di correre, com’era con Vincenzo che partiva, attaccava e spesso vinceva. Però anche lui piano piano si è aggiustato. Ha preso le misure e invece di fare 20 scatti, ne faceva 7-8 giusti. Per Pogacar non sarà facile, perché stiamo parlando di un fenomeno. Ha il suo istinto e il suo modo di correre. Visto come ha esultato quando ha vinto sabato? Immaginate cosa avesse dentro? Modificare questa cosa non è semplice, però forse limitatamente al Tour potrebbe essere necessario. Vingegaard non fa sconti, ma non dimentichiamo che aveva davanti un Pogacar reduce da infortunio.

Pogacar è arrivato al Tour senza aver corso per due mesi e ha sprecato molte energie con i suoi scatti
Pogacar è arrivato al Tour senza aver corso per due mesi e ha sprecato molte energie con i suoi scatti
Si è detto che potesse correre lo Slovenia per non arrivare al Tour digiuno dalle corse.

Però considerate che nell’incidente, oltre all’osso, si rompe anche qualche equilibrio. La paura di cadere non ti molla. Quando ho rotto il gomito, nelle prime gare niente era come prima. E allora forse, se hai davanti una gara, la salti volentieri perché non vuoi rischiare. E’ umano anche lui e per vincere il Tour, visti i mille dettagli di cui stiamo parlando, l’infortunio è un grosso guaio. Magari corri sulle scalinate, anch’io l’ho fatto. Ma intanto il corpo reagisce all’anestesia… Metti dentro tutto, ha fatto ugualmente un grande Tour. E’ arrivato secondo. Ma a mio avviso, se non avesse avuto quell’infortunio, lo sarebbe stato ancor di più. Magari non vinceva, ma se lo giocavano sino alla fine.