Campionati del mondo Kigali 2025, Tadej POgacar, cronometro individuale

E’ giusto dire che Tadej ha deluso? Forse sì, forse no…

22.09.2025
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L’attesa del duello tra Remco Evenepoel e Tadej Pogacar è stata per almeno tre anni il ritornello di ogni primavera, quando li si attendeva all’esame della Liegi. Poi per un motivo o per l’altro, solitamente per incidenti che hanno coinvolto uno dei due, il duello non c’è mai stato. Si è rinnovato al Tour 2024, sul terreno di Pogacar: il confronto non ha avuto storia, anche se il terzo posto di Remco faceva ben sperare. Nell’ultima Boucle invece, il belga è naufragato. Ed è per questo che la rivincita di ieri nella crono di Kigali, sul terreno di Evenepoel, ha il sapore di un’annunciazione. Se tutto andrà come deve, quel duello si vedrà domenica nella prova su strada. Non ci saranno soltanto loro, ma ne saranno i fari.

Il terzo posto di Van Wylder è forse il risultato che minimizza la prestazione di Tadej Pogacar?
Il terzo posto di Van Wylder è forse il risultato che minimizza la prestazione di Tadej Pogacar?

La spiegazione di Pogacar

Il sorpasso di Kigali ha davvero aperto una crepa nell’inscalfibilità di Tadej? In realtà il quarto posto di ieri, ad appena un secondo dal podio, è il miglior risultato di Pogacar in una cronometro iridata. Fu decimo nel 2021 (vincitore Ganna), sesto nel 2022 (vincitore Foss), ventunesimo nel 2023 (vincitore Evenepoel). Perché immaginare o prevedere che a Kigali avrebbe potuto vincere?

La crono secca ha ben poco in comune con quella di un Grande Giro. E al di là della specificità del gesto, per lo sloveno ci sono tutte le attenuanti possibili. Dal fuso orario del Canada ancora da recuperare alla più classica giornata storta, passando per qualche problema di salute durante la preparazione. La crepa tuttavia c’è e sta nel fatto che anche Van Wylder sia riuscito a fare meglio di Tadej, che oggettivamente è andato meno di quanto ci si aspettasse. Forse non basta chiamarsi Pogacar, serve anche che tutto fili alla perfezione.

«Ho dato il massimo – ha detto lo sloveno – ovviamente sono deluso che Remco mi abbia superato. Non è stata la mia migliore prestazione, ma prima del Canada non sono riuscito a terminare il mio blocco di allenamento sulla bici da cronometro. Sono stato malato, ma se volevo essere al 100 per cento per il mondiale, dovevo fare quelle corse, anche se avrebbe significato non dare il massimo nella cronometro. E’ incredibile quanto Remco sia forte in questa disciplina. Si è preparato al 100 per cento e sarà pronto anche per domenica prossima. Ho visto che ero a un secondo dal podio, se l’avessi saputo, nell’ultimo chilometro avrei potuto avere un po’ più di motivazione. Oggi ho dei rimpianti, ma domani è un altro giorno».

Le strade di Kigali sono piene di tifosi e curiosi: l’accoglienza è molto calorosa
Le strade di Kigali sono piene di tifosi e curiosi: l’accoglienza è molto calorosa

L’obiettivo del poker

Evenepoel contro Pogacar a cronometro sarebbe un confronto impari. Il belga ha conquistato il terzo iride consecutivo come Tony Martin e Michael Rogers e potrebbe puntare al poker consecutivo. Un risultato sfuggito anche a Cancellara, che ha vinto quattro mondiali ma non filati e anche un oro olimpico, come Evenepoel.

«Nella prima parte – ha spiegato Evenepoel – sentivo già le gambe lavorare molto bene. Ho mantenuto la velocità senza spingermi al limite. Sulla prima salita, la più dura della giornata, ho spinto davvero forte. Quando ho visto che avevo già un grande distacco, ho cercato di mantenere il ritmo. Il pavé sull’ultima salita a un certo punto l’ho odiato. E’ stato difficile tenere il passo, ma ci sono riuscito e ho vinto. In una giornata come questa, non importa chi superi. Quando ho raggiunto il pavé e ho visto che mi stavo avvicinando a Pogacar, sapevo che dovevo spingere. Ma non volevo esagerare, perché sapevo che gli ultimi 400 metri sarebbero stati duri. Ho avuto una giornata davvero buona e spero di riuscire a mantenere questa forma fino alla gara su strada della prossima settimana. L’anno prossimo però voglio diventare il primo corridore con quattro titoli consecutivi, ma per ora mi godo questo».

Evenepoel ora fa rotta sulla prova su strada, con una fiducia notevole
Campionati del mondo Kigali 2025, Remco Evenepoel, allenamenti su strada
Evenepoel ora fa rotta sulla prova su strada, con una fiducia notevole

Il record di Merckx

Il sorpasso di Kigali rimane una notizia e mette ancora di più l’accento sull’eccezionale prestazione di Evenepoel. L’unico corridore in attività con più vittorie a cronometro di Remco è Ganna, che ne ha collezionate 29. Kung, come il belga, ne ha 22. Roglic è fermo a quota 19. Il francese Jacques Anquetil ha 63 vittorie a cronometro, mentre Fabian Cancellara ne ha centrate 58. Il record assoluto di vittorie contro il tempo appartiene a Eddy Merckx, che ne ha vinte ben 69. Remco ha ancora 25 anni, ma forse certe vette non le raggiungerà mai più nessuno.

«Per superare mio padre – ha dichiarato di recente Axel Merckx, nel tentativo di fare finalmente giustizia – bisogna combinare Pogacar, Van der Poel, Evenepoel e Cavendish. Mathieu come specialista delle classiche di primavera. Tadej come corridore completo. Mark come velocista. E Remco come cronoman. Quattro campioni incredibili, ciascuno superiore nel proprio dominio, ma bisognerebbe unirli tutti per superare mio padre».

Rwanda Kigali 2025, crono mondiale, Remco evenepoel

Kigali, un sorpasso storico. Remco distrugge Pogacar a crono

21.09.2025
6 min
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Incredibile. Impensabile. Impronosticabile. Storico. E chi lo avrebbe mai detto che Tadej Pogacar venisse ripreso e staccato in una cronometro? Perché questo è quel che ha fatto Remco Evenepoel. Qualcosa che va oltre il miglior copione fantasy. E questo finisce quasi per mettere in secondo piano la notizia che il belga ha conquistato il suo terzo titolo iridato a cronometro.

Uno shock per il ciclismo, una goduria enorme per Remco. Uno smacco per Tadej. La giornata delle crono élite termina dunque con questo scossone. Qualcosa di così clamoroso che la memoria torna indietro alla crisi di Merckx sulle Tre Cime di Lavaredo nel 1968. A Indurain staccato da Pantani sul Mortirolo nel 1994. Cose che appunto avvengono ogni 30 anni. Chissà, forse questo momento sarà ricordato come il “sorpasso di Kigali”.

In mattinata era stata la svizzera Marlene Reusser a vincere il titolo. Un trionfo che per l’elvetica significa tanto, visto che spesso era stata favorita e poi aveva fatto cilecca.

Ecco l’immagine, storica e impensabile, che sta girando sui social. Il sorpasso di Remco ai danni di Pogacar quando mancavano 2 km all’arrivo
Ecco l’immagine, storica e impensabile, che sta girando sui social. Il sorpasso di Remco ai danni di Pogacar quando mancavano 2 km all’arrivo

Velo: senza parole

E dire che Pogacar è partito con grande determinazione. E’ uscito dallo stadio con un paio di curve tirate al limite, mentre Remco è stato ben più guardingo. Ma al primo intermedio, dopo 8,3 chilometri, di fatto la crono di Kigali era finita: 45″ di ritardo per lo sloveno dal belga. Crono finita sì, ma da qui a immaginare il sorpasso. Marco Velo, oggi tecnico della nazionale donne, ma fino al 2024 cittì delle crono azzurre, commenta così.

«Sinceramente – attacca Velo – pensavo che Remco stesse bene e che si potesse giocare la vittoria. E farlo anche con 20”-30” su Pogacar non sarebbe stato poco, ma così…», Velo fa silenzio per qualche istante. «Così non ho parole. Quello che ha fatto Evenepoel è qualcosa di fenomenale. Eccezionale sarebbe riduttivo.

«Pogacar – continua Velo – magari oggi non era al top. Non era quello d’inizio Tour de France. Anche in Canada è andato forte, però dopo lo scatto si sedeva, non continuava l’azione col rapporto. E certo che adesso le cose cambiano anche in vista di domenica».

Una prestazione che spariglia gli equilibri attesi per la prova in linea. Ma di questo ne parleremo più avanti. «Ora Pogacar e il suo staff analizzeranno la prova. Magari non ha avuto sin da subito le sensazioni migliori e ha deciso di non spingere a tutta, ma queste cose le sa solo lui».

Percorso complicato

Velo ha seguito dalla macchina prima Soraya Paladin, poi Matteo Sobrero e ribadisce la durezza del tracciato e la difficoltà anche tecnica nell’interpretarlo. Era un percorso da cronoman, quindi da specialisti, ma serviva tanta gamba.

«Anche nella scelta tecnica – riprende Velo – non era facile. Bisognava sia gestirsi che spingere forte. Dopo il primo intermedio, come tanti qui, anch’io ho pensato che Remco fosse partito troppo forte e invece… Era tosta perché bisognava spingere duro e recuperare nel breve tempo delle discese, le quali erano sì veloci ma richiedevano di pedalare. Era importante anche la scelta giusta dei rapporti».

E qui Velo fa un’analisi totale, specie quando gli facciamo notare che tra i primi cinque ci sono due Soudal-Quick Step e tre UAE Team Emirates. Vedere Van Wilder sul podio la dice lunga sull’interpretazione tecnico-tattica della crono. Per carità è bravo, ma chi se lo aspettava così in alto? Di contro gli uomini UAE, sempre schiacciassassi contro il tempo, sono apparsi “duri” nella cadenza.

«In UAE tutti fanno sempre a tutta le crono -dice Velo – e non stupisce vederli così avanti. Per quanto riguarda la scelta dei rapporti, ho notato che in tanti, anche tra le donne, avevano la monocorona, ma a mio avviso non era questo il percorso per usarla. Okay che nel finale c’era lo strappo in pavé, ma si cambiava prima dello sconnesso e poi con salti così ampi degli ingranaggi posteriori era facile piantarsi (o non trovare il rapporto, ndr). Un conto è fare le prove quando sei fresco e un conto arrivare sotto al muro dopo 40 o 50 chilometri. Io, da ex cronoman, non avrei mai montato una monocorona su un percorso simile».

I due azzurri impegnati oggi. Cattaneo (a sinistra) ha chiuso 15° e Sobrero 13°
I due azzurri impegnati oggi. Cattaneo (a sinistra) ha chiuso 15° e Sobrero 13°

Casa Italia

A Kigali, dice Velo, si sta bene: 26 gradi, umidità giusta e, aggiungiamo noi, anche una buona cornice di pubblico. Mentre Remco si gode il suo titolo e forse ancora più la sua prestazione, che sa di rivincita dopo Peyragudes quando a sorpassarlo fu Jonas Vingegaard, c’è spazio per un pensiero anche sui nostri.

«Alla fine i ragazzi e le ragazze – spiega Velo – hanno fatto la crono che ci si aspettava. Sì, forse dagli uomini ci si attendeva una top 10 ma siamo lì. Non possiamo dire che stiano male. E lo stesso vale per le ragazze. Paladin rientrava dopo la frattura della clavicola e non le si poteva chiedere troppo di più. Il suo sforzo è stato funzionale soprattutto in vista della staffetta mista e per la prova di domenica in supporto a Elisa Longo Borghini. Monica Trinca Colonel invece è partita un po’ in sordina, poi ha detto di stare meglio. Bisogna considerare che le nostre non sono poi così abituate a crono di tale livello e lunghezza. Sono esperienze che servono».

I dubbi di Tadej

A Kigali suona l’inno belga, ma a rimbombare è il sorpasso subito da Pogacar. Una batosta simile cambia tutto e inevitabilmente il pensiero scivola alla prova in linea.

«Pogacar è un fuoriclasse e magari questa batosta l’ha già superata – dice Velo – ma è indubbio che sia un po’ destabilizzante. E lo è perché non è stato battuto da uno specialista che non c’entra niente con la corsa in linea, ma da uno dei rivali più accreditati che adesso diventa ancora più favorito. Uno che fa una crono del genere non sta bene: sta a mille, e su queste salite un Pogacar così non lo stacca. Poi magari domenica mi smentirà… ma la sensazione è questa. Diciamo che Tadej una bottarella l’ha presa. Ma una cosa è certa, non dovranno lasciargli neanche 30″, altrimenti si rischia un Australia bis con Remco che scappa e vince il titolo».

Non si può dire che Pogacar ricorderà al meglio il giorno del suo ventisettesimo compleanno. Però è anche vero che l’ultima volta che ha preso una batosta, seppur molto più piccola come al Delfinato di questa estate, poi si è vendicato con ferocia inaudita. Insomma, guai a stuzzicare la belva ferita. Ma questo lo scopriremo strada facendo. Per il momento, onore assoluto al mostruoso Remco Evenepoel.

Grand Prix Cycliste Quebec 2025, Julian Alaphilippe vince

La zampata di Alaphilippe è un’idea per i mondiali?

20.09.2025
5 min
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Adesso il mondiale. Il cielo ha cambiato colore ed è come se ora Julian Alaphilippe si fosse fermato sulla cima del colle con il tempo finalmente per guardarsi indietro. Il passaggio alla Tudor sembrava non aver prodotto i risultati che sperava. Il Tour era andato avanti con più bassi che alti, al punto da aver richiesto un recupero più lungo e la rinuncia a San Sebastian. La vittoria di Quebec City è stata una scarica elettrica auspicata e inattesa, probabilmente l’eccezione che finirà con il confermare la regola del ciclismo dei giovani cannibali. Solo che questa volta il ragazzo di 31 anni ha trovato il modo di far scattare la trappola ed è tornato a casa con il bottino pieno.

«Volevo davvero finire la stagione nel miglior modo possibile – ha raccontato – ho lavorato tanto per la squadra, ma come leader, era importante che riuscissi a vincere. E arrivarci in questo modo è stato ancora meglio. Abbiamo dovuto giocare d’astuzia. Mi è stato ordinato di mantenere la calma, è stato un po’ innaturale, ma fa parte del gioco saper gestire le proprie riserve di energia».

Grand Prix Cycliste Quebec 2025, Julian Alaphilippe in coda al gruppo di fuga
Dosare le energie: per questo a Quebec, Alaphilippe è stato spesso a ruota, ma non gli è piaciuto
Grand Prix Cycliste Quebec 2025, Julian Alaphilippe in coda al gruppo di fuga
Dosare le energie: per questo a Quebec, Alaphilippe è stato spesso a ruota, ma non gli è piaciuto

Prendi e porta a casa

Ha fatto il furbo, c’è forse qualcosa di male? Per una volta non è stato lui quello che ha acceso la miccia, ma ha lasciato che a sfinirsi fossero i compagni di un’avventura iniziata a 73 chilometri dall’arrivo. Come si usa adesso, come anche lui aveva mostrato di saper fare prima che l’incidente della Liegi del 2022 lo costringesse al lungo stop dal quale tutto è cambiato.

«Sono generoso nei miei sforzi – ha raccontato Alaphilippe nella conferenza stampa dopo la vittoria – ma visto il livello del gruppo attuale, se avessi collaborato fin dall’inizio, sicuramente non avrei avuto l’energia per impormi. Per anni non ho contato le mie pedalate. A volte sono stato troppo generoso e non ho ottenuto risultati. Non era previsto che fossi in testa così lontano dal traguardo, mi hanno chiesto perché non tirassi e ho dovuto rispondere che stavo eseguendo gli ordini. Non l’avevo mai fatto prima, non posso dire che mi sia piaciuto. Ma alla fine, anche i corridori che mi avevano detto qualcosa, sono venuti a congratularsi con me. Non ripeterò più una scena del genere».

LIegi-Bastogne-Liegi 2022, Alejandro Valverde, Julian Alaphilippe
Partenza della Liegi 2022, con Valverde c’è Alaphilippe campione del mondo. Di qui a poco una caduta minerà il seguito della sua carriera
LIegi-Bastogne-Liegi 2022, Alejandro Valverde, Julian Alaphilippe
Partenza della Liegi 2022, con Valverde c’è Alaphilippe campione del mondo. Di qui a poco una caduta minerà il seguito della sua carriera

Il gruppo non aspetta

Il copione è lo stesso di altri che hanno detto basta. Il livello del gruppo si è alzato così tanto che il tempo per recuperare da un brutto infortunio diventa un intervallo irrecuperabile. E quando torni, ti accorgi che tutto è cambiato, che nessuno ti aspetta. Che non hai più il passo di prima e la testa va giù. Marta Cavalli per questo ha smesso di correre, Alaphilippe lotta ancora.

«Volevo dimostrare che sono ancora qui – ha raccontato – che posso ancora vincere una delle corse più dure. Ho visto la gioia dei miei compagni di squadra e del mio staff. E’ per questo che continuo ad andare in bici. Se avessi pensato di essere finito, avrei smesso e non avrei firmato per una nuova squadra. Sentivo di avere ancora qualcosa da dare e ora voglio concludere la stagione alla grande. I miei due mondiali non sono così lontani, ma sembrano di un’altra epoca. Sono uno degli ultimi corridori ad aver vissuto il ciclismo pre Covid. I giovani corridori sono robotizzati in termini di allenamento, alimentazione, sonno e allenamento in quota. Tutto è più preciso e calcolato. E per loro è normale. Anche se sono molto professionale, non aspiro a questo. In squadra, con Matteo Trentin, siamo gli ultimi due rappresentanti di questa generazione».

Trentin e Alaphilippe, i due corridori più esperti della Tudor in un ciclismo di ragazzini terribili
Tour de France 2025, Parigi, Campi Elisi, Matteo Trentin abbraccia Julian Alaphilippe
Trentin e Alaphilippe, i due corridori più esperti della Tudor in un ciclismo di ragazzini terribili

Lo spirito francese

Adesso il mondiale, con la suggestione di un viaggio esotico per sfidare quel tiranno spietato e simpatico di nome Pogacar, che da cinque anni monopolizza le cose del ciclismo.

«Dobbiamo tenere conto della sua superiorità – ha spiegato il tecnico francese Thomas Voeckler – ma lo spirito della nostra squadra non è per questo diminuito. Ho formato il gruppo con corridori che sanno capire l’orgoglio di essere francesi. Non posso fare a meno di dire che punteremo alla vittoria, che correremo per diventare campioni del mondo. Potreste pensare che io non sia lucido, eppure lo dico con la massima umiltà. Sono convinto che ci sia una finestra di tempo molto limitata che possiamo sfruttare. Non siamo nel 2020 o nel 2021, dove avevamo il miglior attaccante del mondo su percorsi per attaccanti. Eppure preferisco provare a fare qualcosa rischiando anche di finire al 45° posto, piuttosto che aspettare di entrare nella top 10, cercando di sopravvivere».

Alaphilippe, qui con il ct Voeckler, era arrivato ai mondiali di Zurigo 2024 forte del terzo posto a Montreal dietro Pogacar
Alaphilippe, qui con il ct Voeckler, era arrivato ai mondiali di Zurigo 2024 forte del terzo posto a Montreal dietro Pogacar

L’orgoglio del campione

Battuti da uno che è più vicino alla fine che all’inizio. Chissà se la battuta nella conferenza stampa lo ha fatto davvero sorridere. Ma certo l’ultima riflessione di Julian Alaphilippe, che due giorni dopo si è fermato nella gara di Montreal, è quasi l’invito (purtroppo vano) lanciato ai più giovani perché si fermino finché sono in tempo.

«Il ciclismo di vecchia scuola – ha detto – non è finito. Sono ancora in grado di vincere senza seguire un piano preciso. Mi alleno duramente, ma non potrei condurre la vita di questi ragazzi. Ho bisogno della libertà e della gioia di vivere, che per me è una delle forze trainanti. Sono papà da quattro anni e questo mi ha cambiato la vita. Voglio mantenere questo lato semplice, pur continuando a essere un corridore. Devi vivere, non dimenticare mai che stai solo andando in bicicletta e che c’è una vita anche fuori di qui».

Il ritorno di Pogacar in Canada: sorrisi e fame. L’analisi di Moser

18.09.2025
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Lo smartphone sul tavolo del ristorante, la pizza in arrivo, la compagna di fronte (immaginiamo la sua espressione) e il GP Cyclistique de Montréal da seguire… anche se non doveva commentarlo. Ebbene sì, Moreno Moser è riuscito in tutto ciò! Ma noi siamo contenti: primo perché questa è passione pura, secondo perché Moser è riuscito a vedere la corsa di Tadej Pogacar.

Con il suo occhio tecnico parliamo appunto del rientro del campione del mondo. Un rientro tanto atteso dopo il Tour de France. L’asso del UAE Team Emirates non gareggiava da 47 giorni.
Come è andata dunque la due giorni canadese di Pogacar? Che cosa ci hanno detto Quebec e Montreal?

Moreno Moser (a sinistra) con Luca Gregorio ai microfoni di Eurosport (immagini tv)
Moreno Moser (a sinistra) con Luca Gregorio ai microfoni di Eurosport (immagini tv)
Moreno, che ti è parso questo ritorno di Tadej nelle due corse canadesi?

Mi è parso alieno, come sempre. L’ho visto fare lo stesso percorso dell’anno scorso. Nel senso che anche l’anno scorso a Québec ha fatto un po’ fatica, ha attaccato sì, ma non era superiore. Quest’anno è uguale: che sia per una questione di fuso orario, che magari alla prima corsa arrivi un po’ scombussolato, che di gambe forse non rodate.

Lui ha ai detto di essere era stato male durante la settimana…

Esatto, la settimana è stato male. E questa è la dimostrazione, anche all’80 per cento Tadej è un fenomeno. A Québec è andato così così, e comunque ci ha provato, però ha fatto la gamba. E 48 ore dopo a Montréal già volava. Quindi secondo me è lo stesso identico percorso dell’anno scorso.

Avevamo lasciato un Pogacar un po’ meno sorridente del solito, come ti è parso?

Probabilmente aveva proprio bisogno di scaricare, di ricaricare le batterie, di cambiare aria. Lo stress portato da un sacco di fattori al Tour de France l’aveva un po’ spento. Secondo me ha inciso anche lo stress dei fischi. Fischi che non si sarebbe mai aspettato, per il fatto di andare troppo forte, i dubbi sulle sue performance… quella cosa lì gli ha fatto male. Però ha ricaricato le batterie ed è tornato anche a divertirsi. A Montréal mi è sembrato un corridore che aveva voglia di divertirsi, non solo di vincere. Per vincere avrebbe potuto aspettare l’ultimo giro e andare via. Invece aveva voglia di disintegrare tutti, anzi secondo me voleva proprio smorzare le voci disintegrando la corsa, anche per come l’hanno impostata come squadra.

Pogacar è tornato in gara dopo 47 giorni e si è subito mostrato in grande spolvero
Pogacar è tornato in gara dopo 47 giorni e si è subito mostrato in grande spolvero
Cosa ne pensi del gesto nei confronti del compagno di squadra McNulty?

Bellissimo. Giustissimo che l’abbia aspettato e che l’abbia lasciato vincere. Personalmente non sono per il pensiero per cui non si possano lasciare vincere le corse ai compagni in queste situazioni. Soprattutto uno come Tadej può permetterselo. Ha vinto e stravinto ogni cosa, quasi fino al punto di stufare, quindi può benissimo permettersi di far vincere una corsa a un compagno. Tra l’altro Montreal è una corsa che aveva già vinto due volte. Dal momento che vuole fare la collezione del palmarès, i doppioni non gli servono! Quindi quel gesto non mi ha stupito affatto. Mi avrebbe stupito il contrario. Stavo guardando la corsa con la mia ragazza, Valeria, e le ho detto: “Se non lo lascia vincere, butto via il telefono!”.

Quindi Pogacar è il tuo favorito per il mondiale?

Senza alcun dubbio…

Visto anche il percorso, visto il suo stato di forma o entrambe le cose?

Visto tutto! Il percorso è duro e quindi è difficile metterlo in mezzo. Su un percorso facile ci si può inventarsi qualcosa, vedi appunto Québec. O una Sanremo. Ma su un percorso duro contano le gambe e non puoi inventarti niente. Dove conta la scia, dove contano i tatticismi, può provare a fare qualcosa, ci possono essere più variabili ed incognite. Ma in un mondiale così sarà difficile.

A Montreal il campione del mondo ha lasciato la vittoria a McNulty. Di certo avrà un gregario ancora più devoto adesso
A Montreal il campione del mondo ha lasciato la vittoria a McNulty. Di certo avrà un gregario ancora più devoto adesso
I due giovani compagni, Del Toro e Ayuso, che si ritroverà contro secondo te proveranno a sfruttare il suo lavoro? Sono i più pericolosi?

Questa sarà forse la parte più interessante del mondiale. Di sicuro Juan Ayuso non gli darà una mano. Neanche Del Toro lo farà, però magari se si ritrovasse davanti e lui dietro potrebbe anche essere tra quelli che non tirano. Poi non sottovaluterei mai Remco Evenepoel.

A proposito di Remco, forse c’è più interesse per la cronometro?

Più interesse no, ma effettivamente è una sfida interessante, più combattuta. Certo che se la crono è troppo dura la specializzazione di Remco va un po’ a farsi benedire.

Però abbiamo visto che Trinca Colonel, per esempio, userà una monocorona da 60 denti, quindi sarà anche scorrevole…

Meglio così allora. Aspettiamoci una bella sfida.

C’è qualcosa che ti ha colpito del rientro di Pogacar?

Una cosa che mi ha colpito in Canada non è stato tanto di Tadej, quanto la sua squadra. Non ho mai visto una superiorità del genere. Io Montréal l’ho fatta due o tre volte, arrivando anche secondo, e posso dire che è difficile fare la differenza su quel percorso. Almeno ai miei tempi.

Moser è rimasto colpito dalla solidità e dalla fame della UAE Emirates
Moser è rimasto colpito dalla solidità e dalla fame della UAE Emirates
Spiegati meglio…

A Montréal era impensabile partire prima dell’ultimo giro. E all’ultimo giro si arrivava con tre quarti del gruppo compatto. Quando feci secondo, dopo l’ultima salita rimanemmo in venticinque. Io andai via con una “mezza fagianata” negli ultimi 3-4 chilometri su quegli stradoni. Questo per dire che non è una corsa così dura e in gruppo si sta benone. Si risparmia tanto. Vedere una squadra che si mette davanti e con soli due uomini, Wellens e Sivakov, toglie di ruota l’80 per cento del gruppo, per me è stata una roba folle.

Chiaro…

Ma poi sono famelici. Mi sembrava davvero che volessero prendersi una rivincita di due giorni prima, quando comunque avevano fatto secondo proprio con Sivakov. E a me questa fame fa impazzire, mi piace da morire vederli così cattivi. Ovvio che le gambe buone ti fanno venire voglia di partire super determinato, anche a livello di mentalità sono inquadrati: sanno quello che vogliono. L’altro “Greg” (Luca Gregorio, ndr) mi chiedeva se, considerando che la Visma-Lease a Bike ha vinto due Grandi Giri e la UAE uno, la stagione migliore l’avesse fatta la Visma. Io gli ho risposto di no. La costanza che ha avuto la UAE in quest’anno, oltre al Tour de France che da solo vale di più di tutto, è spaventosa. A volte vincono anche su più fronti nello stesso giorno.

Majka sceglie la famiglia, ma non esclude di tornare (da diesse)

17.09.2025
6 min
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Nella sua storia di corridore, Rafal Majka ha corso per tanti capitani, ma tre sopra tutti. Contador, Sagan e Pogacar. Nulla in comune, ride il polacco che a fine anno lascerà il ciclismo, se non la determinazione nel vincere. Per loro a un certo punto ha messo via la voglia d’essere leader ed il suo è diventato il viaggio del più forte gregario del gruppo. Quello che dà la svolta alla corsa e costringe i rivali al fuorigiri. Quello cui un giorno Pogacar ha detto di calare un po’, che bastava anche meno. Tre sono state anche le squadre in cui Majka ha corso a partire dal 2011. La Saxo Bank di Bjarne Riis. La Bora Hansgrohe di Ralf Denk. Il UAE Team Emirates di Mauro Gianetti.

Da oggi, Majka è impegnato nello Skoda Tour de Luxembourg, dopo aver scortato Isaac Del Toro alla raffica di vittorie in Toscana, da Larciano a Peccioli, passando per il Giro della Toscana dedicato ad Alfredo Martini. Lo raggiungiamo prima di cena alla vigilia della corsa, con la curiosità di sapere perché ritirarsi, avendo dimostrato anche quest’anno un livello da assoluto numero uno.

Da oggi Majka è in gara al Tour of Luxembourg, dopo aver aiutato Del Toro in Toscana. Qui a Peccioli
Da oggi Majka è in gara al Tour of Luxembourg, dopo aver aiutato Del Toro in Toscana. Qui a Peccioli
Rafal, come mai?

Ho fatto una bella stagione (sorride, ndr). Anche in Polonia, Austria e le corse successive, sono sempre stato davanti. Però, ti dico la verità, avevo già deciso a gennaio e l’ho comunicato alla squadra. Avevo anche la proposta per l’anno prossimo, perché il grande Mauro (Gianetti, ndr) mi ha detto che il mio posto c’è sempre. La motivazione per andare in bici e allenarmi c’è, però la decisione è arrivata dalla famiglia, dalla voglia stare con i bimbi. Sono 24 anni che sono fuori e non è facile.

Siete stati a lungo separati?

In realtà no. A parte i primi tre anni che ho passato in Italia, poi sono stato in Polonia. Però sempre girando il mondo, più di otto mesi all’anno fuori casa. La routine normale di un corridore. Non sono ancora stanco, però voglio passare un po’ tempo con i bimbi. Vanno a scuola, hanno cinque e nove anni, il tempo passa veloce.

Ti stai abituando all’idea che sono le ultime corse?

Sto veramente bene. Dopo il Giro, abbiamo vinto ancora con Del Toro. Ho fatto il podio al Giro dell’Austria. In Polonia tutti sapevano che avrei smesso e ogni giorno è stato una festa. Poi abbiamo vinto in Toscana e Isaac volava. Adesso sono in Lussemburgo, con una squadra veramente forte. Sono contento di smettere con una squadra che è ancora prima al mondo e che vince tutto.

La UAE Emirates è solo la terza squadra di una carriera molto lunga: come mai hai cambiato così poco?

Sono stato per sei anni alla Saxo Bank che poi è diventata Tinkoff perché stavo bene e avevo sempre la fiducia. Dopo quattro anni sono diventato capitano e potevo anche aiutare Contador. Con la Bora ero un po’ più stressato, perché ero il solo capitano per le corse a tappe e dopo quattro anni ho sentito il bisogno di cambiare. Alla fine è arrivata una squadra, la Uae Emirates, in cui sapevo che c’erano un giovane di nome Pogacar. Pensavo fosse un buon corridore che avrebbe vinto una o due corse, invece mi sono ritrovato a correre con uno che vince tutto e che diventerà una leggenda. Per me è un divertimento correre con il migliore del mondo e migliore della storia. E’ veramente come una famiglia e so che mi mancherà. Perché Gianetti mi ha dato fiducia e come lui anche Matxin. Sono stati davvero cinque anni speciali.

Tre squadre e tre grandi capitani. C’è qualcosa in comune fra Contador, Sagan e Pogacar?

Tutti e tre sono forti con la testa. Impressionante la loro capacità di puntare un obiettivo. Tecnicamente Sagan è diverso dagli altri due, ma quando stava bene, poteva vincere tutto. Tre mondiali di seguito non sono una cosa normale. Anche Alberto è stato un grande campione capace di dichiarare che avrebbe vinto il Giro, il Tour o la Vuelta e poi di vincerli davvero. E poi c’è Tadej, che non dice niente, ma vince tutto. Pogacar parla meno, ma vince tanto.

Era il Giro del 2020, nel giorno di riposo nella cantina di Robert Spinazzè, quando ci dicesti che l’anno dopo saresti andato alla UAE per fare il gregario. Che cosa ti fece scegliere questa strada?

Sapevo che stavano arrivando dei giovani fortissimi. Io avevo ormai trent’anni e capii che sarebbe stato meglio diventare un buon gregario che vincere solo una o due corse all’anno. Perciò decisi di firmare per una squadra come la UAE, pur non sapendo quanto sarebbe diventato forte Pogacar.

Rafal Majka, classe 1989, è passato professionista nel 2011. Ha vinto 3 tappe al Tour (2 volte la maglia a pois), 2 tappe alla Vuelta, il Giro di Polonia
Rafal Majka, classe 1989, è passato professionista nel 2011. Ha vinto 3 tappe al Tour (2 volte la maglia a pois), 2 tappe alla Vuelta, il Giro di Polonia
E’ paragonabile lo stress del leader con quello del gregario?

C’è stress ugualmente, perché per aiutare uno così, devi essere pronto nel momento in cui serve. Però diciamo che lo sopporti meglio, se il capitano può davvero vincere tutto. E’ uno stress diverso, mi viene meglio ed è più facile correre così. Per quello avrei ancora la motivazione di continuare, perché non sono ancora un atleta sfruttato.

Al Giro di quest’anno il meccanismo UAE si è inceppato e Del Toro ha perso la maglia rosa. Che cosa è successo secondo te?

Tutti pensano che possano essere state le gambe o la testa. Io penso a un corridore di 21 anni che ha indosso la maglia rosa fino al penultimo giorno. Ho grande rispetto per Del Toro, come è chiaro che possa essergli mancata un po’ di esperienza. Però è un ragazzo forte, andrà fortissimo ai mondiali e sono certo che nei prossimi anni vincerà anche un Grande Giro.

E a proposito di giovani: che consiglio di senti di dare ad Ayuso che lascerà la squadra?

Di andare forte, andare forte e basta. Allenarsi al 100 per cento e andare forte. Perché anche Ayuso ha un talento che può sfruttare veramente bene, ovunque andrà a correre.

Sestriere, Del Toro ha appena perso la maglia rosa: Majka lo abbraccia, non si può sempre vincere
Sestriere, Del Toro ha appena perso la maglia rosa: Majka lo abbraccia, non si può sempre vincere
Tutto questo ti mancherà?

Mi mancherà tutto. Se fai la stessa cosa da quando sei giovane, è inevitabile che ti manchi quando la interrompi. Però alla fine voglio anche godermi la bici in tranquillità. Non guardare i watt e guardare invece la natura, fare chilometri con uno spirito diverso.

E’ fuori luogo aspettarsi un Majka direttore sportivo?

Volete proprio saperlo? Vi rispondo fra quattro mesi (ride, ndr), perché adesso voglio recuperare bene dopo la stagione. Lasciare tutto per quattro mesi e dopo sicuramente parleremo del futuro in questo sport, perché non voglio abbandonare del tutto un mondo che mi piace così tanto.

Salvate il soldato Remco (che riparte dal Tour of Britain)

02.09.2025
5 min
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Woodbridge è un paese di undicimila abitanti della contea del Suffolk, in Gran Bretagna, che oggi darà il via al Lloyds Bank Tour of Britain. L’ultima corsa della carriera per Geraint Thomas, quella del rientro per Remco Evenepoel. Anche ieri pioveva, sembra che lo faccia ogni giorno. Per questo i campi e i giardini sono gonfi di un bel verde fradicio.

A volte i tasselli del puzzle si mettono a posto da soli. La riflessione fatta nell’Editoriale di ieri sull’estremizzazione delle preparazioni, già denunciato dalla signora Vingegaard, teneva conto anche del caso di Remco, smagrito e svuotato nel tentativo di rincorrere Pogacar. La sua storia recente avvalora la tesi. Magari non tutti, ma tanti stanno esagerando, avendo per riferimento un campione così speciale da rappresentare un’eccezione, cercando di farne la regola. Finirà che un giorno anche Pogacar dovrà arrendersi a se stesso, quando si renderà conto di non poter più reggere il confronto con le sue imprese.

Evenepoel e Pogacar si sono incontrati all’Amstel, in cui Remco è arrivato terzo. Ma già Freccia e Liegi hanno scavato il solco
Evenepoel e Pogacar si sono incontrati all’Amstel, in cui Remco è arrivato terzo. Ma già Freccia e Liegi hanno scavato il solco

Ritirato per sfinimento

Evenepoel era sparito dai radar ritirandosi dal Tour. Arrivò quasi ai piedi del Tourmalet e alzò bandiera bianca, dopo aver subito l’onta di essere ripreso da Vingegaard nella crono di Peyragudes. Va bene che il danese è più scalatore di lui e quella tappa aveva l’arrivo sul celebre muro, ma voi lo capite che cosa abbia significato un momento del genere per il campione che ha vinto mondiali e olimpiadi a crono?

Remco non aveva particolari malattie, se non l’essere spossato, svuotato, sfinito. Spiegandolo ai media alla vigilia della corsa britannica, ha detto di non essersi mai riposato del tutto prima della sfida del Tour.

Tour de France, 14ª tappa: a circa 100 km dall’arrivo, Evenepoel, sconsolato, si ritira (immagine tv)
Tour de France, 14ª tappa: a circa 100 km dall’arrivo, Evenepoel, sconsolato, si ritira (immagine tv)

Necessità di staccare la spina

Così si è fermato, come riesce a fare chi può scegliere. A fine luglio ha messo per due settimane la bici in un angolo e si è rifugiato a casa sua in Belgio. Il padre, intervistato da l’Avenir, ha spiegato come fosse completamente esausto e avesse la necessità assoluta di staccare la spina. Il suo allenatore Koen Pelgrim, che ha fornito ovviamente una versione edulcorata, ha detto che Remco ha ricaricato le batterie per essere pronto mentalmente e fisicamente per l’ultima parte della stagione. Sarebbe suonato strano se anche lui avesse ammesso che il campione è stato spinto oltre la sua capacità di sopportazione.

Remco era talmente svuotato da aver saltato per la prima volta dopo tre anni la R.EV. Ride, il raduno dei suoi fan che si tiene ogni anno al Castello di Schepdaal. «Dal punto di vista medico – ha detto ancora suo padre a l’Avenir – non era pronto a correre con tutti gli altri. Ed è anche positivo per lui resettarsi completamente. La gente capirà».

Prima del ritiro dal Tour, la resa nella crono di Peyragudes: Vingegaard, partito 2′ prima, lo riprende e lo salta
Prima del ritiro dal Tour, la resa nella crono di Peyragudes: Vingegaard, partito 2′ prima, lo riprende e lo salta

A Livigno, in silenzio

Allo stato di prostrazione fisica, luglio ha aggiunto la notizia del passaggio di Evenepoel alla Red Bull-Bora-Hansgrohe, che ha fatto parecchio rumore. Anche il modo in cui la Soudal Quick Step lo ha annunciato non ha contribuito a distendere gli animi. In ogni caso, quattro giorni dopo, Evenepoel è arrivato a Livigno per riprendere la preparazione, in vista di mondiali ed europei: cronometro e strada.

A parte il suo staff, nessuno sa in che modo il belga abbia lavorato. Contrariamente a quanto accade ormai per consuetudine infatti, Remco non ha condiviso alcuna attività su Strava. L’unica informazione è venuta dal suo allenatore che ha parlato di volumi di lavoro a bassa intensità.

Il tassello finale del puzzle, che fa capire come non si sia trattato di uno stop dovuto a un trauma o una malattia, lo ha fornito Lefevere, che è sempre stato il padre putativo di Evenepoel. Ha ammesso al podcast Derailleur di non aver avuto a lungo contatti con il ragazzo. «Mi ha detto che ci rivedremo – ha raccontato – quando la tempesta si sarà calmata. Non voglio disturbarlo in questo momento. Il cambiamento di squadra non lascia mai nessuno indifferente, porta sempre un po’ di stress».

Sfrontato, potente e spensierato: così Evenepoel con Lefevere dopo la prima Liegi vinta nel 2022 (foto Wout Beel)
Sfrontato, potente e spensierato: così Evenepoel con Lefevere dopo la prima Liegi vinta nel 2022 (foto Wout Beel)

La maledizione del Tour

In questa stagione che lo ha visto rientrare vincendo la Freccia del Brabante dopo aver sistemato le tante fratture dell’incidente in allenamento, Remco ha di fatto conquistato tre vittorie in altrettante cronometro: al Romandia, al Delfinato e al Tour. Prima della Grande Boucle, gli annunci sulla sua magrezza e gli ottimi valori si sono infranti su un’altra evidenza. Ora che (forse) si è capito che esiste un limite o in attesa che anche la Red Bull provi a fare di lui l’anti Pogacar, quello che sarebbe auspicabile per Remco sarebbe il ritorno alla spensieratezza. La stessa che gli ha permesso di ottenere le vittorie più belle e che è sparita da quando il Tour è entrato nella sua vita. Il podio del 2024 ha fregato anche lui. Il timore per chi lo conosce è che nel tentativo di cambiargli il dna, finiranno col cambiargli anche l’anima.

EDITORIALE / Due parole a chi vorrebbe cancellare i velocisti

01.09.2025
4 min
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Tre volate entro l’ottava tappa. La quarta (forse, perché il percorso proprio veloce non è) nella diciannovesima, la quinta a Madrid l’ultimo giorno. I velocisti alla Vuelta potrebbero sentirsi ospiti indesiderati. Dopo aver letto le parole di Thierry Gouvenou, direttore di percorso del Tour de France, ci si chiede se a disegnare le corse siano persone di ciclismo o piuttosto autori di videogame.

«Penso che le squadre dei velocisti – ha detto a luglio il francese, parlando delle tappe monotone con il finale destinato allo sprint – non si stiano facendo alcun favore. In futuro non potremo più avere questo tipo di spettacolo, non ci saranno più tappe veloci in futuro. L’anno scorso ne abbiamo avute otto o nove, alcune molto monotone. Quest’anno ne abbiamo avute circa cinque o sei. E questa sarà la consuetudine futura».

Pogacar è un’eccezione: giusto lottare, ma con la giusta prospettiva. In sua assenza, il ciclismo torna uno sport più aperto
Pogacar è un’eccezione: giusto lottare, ma con la giusta prospettiva. In sua assenza, il ciclismo torna uno sport più aperto

L’eccezione Pogacar

Il ciclismo che piace è quello degli scontri in salita. Pogacar e i suoi sfidanti sono stati capaci di confezionare duelli magnifici. Tuttavia, come ripete spesso Moreno Moser durante le cronache di Eurosport: quello di Tadej non è ciclismo normale. Godiamocelo, ma siamo consapevoli del fatto che sia uneccezione. Proprio la Vuelta sta infatti evidenziando che, tolti l’arrivo di Limone Piemonte e quello di ieri, possono essere soporifere anche le tappe di montagna in cui i leader non si danno battaglia. E non hanno neppure l’adrenalina della volata.

Si sta lavorando in maniera così estrema per spingere i corridori alle prestazioni più elevate che a breve potremmo accorgerci di aver esagerato. Altura a febbraio, altura ad aprile, altura a luglio e poi ancora altura ad agosto. Prima però i ritiri di dicembre e gennaio. Sei ritiri all’anno, quattro in quota, alcuni anche cinque: un carico notevole. Non serve essere dei fisiologi per capire che a un certo punto anche l’altura smetta di dare frutti e che, per contro, dal punto di vista psicologico, le conseguenze rischiano di essere pesanti. Vogliamo scommettere che in tante crisi inattese ci sia il rifiuto della fatica?

Smagrito, meno potente e meno vincente: fa bene Evenepoel a snaturarsi per rincorrere Pogacar?
Smagrito, meno potente e meno vincente: fa bene Evenepoel a snaturarsi per rincorrere Pogacar?

La ricchezza del menù

Chi disegna le corse dovrebbe inserire nel menù ogni specialità possibile. Come dovrebbero fare i giornali che per abitudine raccontano le imprese di un solo campione o di un solo sport. E poi, quando quello sparisce, scoprono di non avere altre cose da dire. A chi risponde che il pubblico vuole leggere soltanto di certi argomenti, rispondiamo che il pubblico va abituato alla varietà.

Come al ristorante. Se anche il piatto forte è quello che ti fa vendere di più, è sbagliato non prevedere altro nel menù. Perché il piatto forte può venire male. Perché gli ingredienti di colpo possono venire meno. Perché il gusto del pubblico potrebbe cambiare.

Così con gli scalatori e i velocisti. Ha senso ed è sostenibile in termini di sicurezza e salute pretendere ogni giorno uno show sovrannaturale? Se per arrivare allo sprint i corridori preferiscono un atteggiamento meno scoppiettante, il rimedio è non portare i velocisti oppure considerare che in certi giorni è utile che tirino il fiato?

Sabato il confronto fra Viviani e Philipsen ha offerto spunti tecnici a non finire: altro che noia…
Sabato il confronto fra Viviani e Philipsen ha offerto spunti tecnici a non finire: altro che noia…

La miopia e le conseguenze

Abbiamo ragionato sabato sulle dinamiche della volata tra Viviani e Philipsen. In quegli ultimi due chilometri ci sarebbe da raccontare il mondo. Invece chi organizza la corsa si lamenta per la mancanza di attacchi nei chilometri precedenti e banalizza lo sprint, quasi che in quei secondi di potenza, adrenalina, tecnica e tattica non ci sia nulla da raccontare.

L’effetto Pogacar fra qualche anno svanirà. C’è da augurarsi che nel frattempo i vari tentativi di replicarlo non producano guasti irreparabili. Costringendo ragazzi giovani a innalzare l’asticella senza mai arrivare al livello necessario, ma sfinendosi nel farlo. Cercando di intercettare talenti precoci che si ritrovano di colpo a fare i conti con l’inadeguatezza e la depressione. Il ciclismo è un mondo dalle mille sfumature. L’appiattimento è miope e non conduce lontano. Può anche andare bene che lo chieda il pubblico, non va bene che si renda complice chi ha il compito di gestirlo.

La vita è bella (anche senza Pogacar): Vingegaard vuole vincere

23.08.2025
6 min
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TORINO – «Sono qui per vincere la Vuelta, direi che è abbastanza chiaro». Lo sanno tutti i suoi avversari che lo indicano come favorito numero uno nelle dichiarazioni della vigilia e ne è ben consapevole Jonas Vingegaard, da quando Tadej Pogacar ha cambiato i suoi piani. Ma il dualismo che ha accompagnato gli ultimi quattro Tour de France non si ferma neanche quando uno dei due contendenti è assente, perché il danese replica così sul fantasma che aleggia.

«E’ sempre bello correre contro Tadej – dice – ma al tempo stesso, qualche volta non è male anche non doverlo affrontare. Senza dubbio, è più bello vincere quando lui è al via però, in fin dei conti, la cosa più importante è vincere, al netto di chi c’è e chi no». Stuzzicato a chiarire meglio la stilettata un po’ ambigua, ecco che Jonas diventa di ghiaccio: «Penso di aver già detto abbastanza».

Le sfide contro Pogacar sono ricorrenti: non averlo intorno dopo le ultime sconfitte non è un male a detta di Vingegaard
Le sfide contro Pogacar sono ricorrenti: non averlo intorno dopo le ultime sconfitte non è un male a detta di Vingegaard

Favorito d’obbligo

A chi lo incalza sul fatto che, senza nemmeno Evenepoel, l’obbligo di vincere a tutti i costi possa diventare un peso, risponde sicuro.

«A dire la verità, non penso di avere più pressione in questa Vuelta, perché al Tour ci sono più media e più pressione, per cui non è la stessa cosa e sono abituato a ben di peggio. Certo, sono uno dei grandi favoriti, ma sono contento di essere qui e di poter puntare al successo finale. Possono sempre capitare delle brutte giornate, come al Tour, ma faremo di tutto per evitarlo. Abbiamo capito in parte cosa è successo in quelle circostanze, ma lo terremo come nostro segreto». 

Tutti per uno

La conferenza virtuale pre-Vuelta organizzata dalla Visma Lease a Bike è un attestato di fiducia al campione della scuderia, perché vicino al leader designato c’è il suo angelo custode, ovvero Grisha Niermann. Il diesse tedesco, reso una celebrità dalla serie di Netflix, mette in chiaro le cose rispetto alla Vuelta trionfale del 2023, in cui la squadra decise di premiare il gregario di lusso Sepp Kuss. Primoz Roglic e lo stesso Vingegaard dovettero così accontentarsi di far da scudieri sul podio. Lo scenario predefinito questa volta non ammette altre interpretazioni.

«Siamo qui per vincere con Jonas – spiega – e il fatto che al mio fianco sia seduto solo lui ne è la testimonianza. Per supportarlo abbiamo scelto ragazzi di grande valore come Sepp Kuss e Matteo Jorgenson, ma non solo».

Ci sono infatti anche le due novità Alex Zingle e Ben Tulett, che non avevano mai disputato un Grande Giro con la maglia giallonera né tantomeno la Vuelta in carriera. Il francese aveva corso due Tour con la Cofidis (2023 e 2024) e il britannico un solo Giro con la Ineos (2022). «Ognuno di loro sarà una pedina fondamentale per inseguire il successo con Jonas. Se li abbiamo selezionati è perché ci crediamo molto», ripete come un mantra Niermann, che stavolta non sarà in ammiraglia a supportare il suo pupillo come sempre avvenuto al Tour, ma avrà un ruolo più strategico e meno operativo. 

Il diesse Niermann, qui durante un allenamento con Van Aert nello scorso febbraio, è stato pro’ dal 1999 al 2012
Il diesse Niermann, qui durante un allenamento con Van Aert nello scorso febbraio, è stato pro’ dal 1999 al 2012

Morkov, diesse e… interprete

In corsa, infatti, ci saranno il danese Jesper Morkov e il belga Maarten Wynants. «Jesper – prosegue Niermann – mi ha fatto un’ottima impressione. Insieme a Maarten, si occuperà delle fasi di corsa, mentre io lavorerò più dietro le quinte: abbiamo molta fiducia in entrambi. Jesper è un ottimo allenatore, specializzato nello sprint, perché di solito lavora con Olav Kooij. E’ giovane, ma ha molta esperienza ed è anche bello che Jonas possa parlare danese con lui di tanto in tanto. E magari esprimersi senza filtri e senza che noi capiamo ogni sfumatura per forza». 

Il calendario all’osso

Vingegaard non ha paura che la Vuelta gli sfugga dalle mani, al punto da rivelare che, di fatto, rimane l’ultimo grosso obiettivo stagionale, fatto salvo per la corsa in linea degli europei in Francia. In un solo colpo conferma infatti l’intenzione di rinunciare sia alla sfida iridata sia ad altre importanti di fine stagione. Due appuntamenti che l’avrebbero messo quasi certamente ancora contro Pogacar.

«Non andrò al mondiale – spiega – perché quest’anno richiede davvero molto dal punto di vista fisico e ad oggi non so ancora dire come uscirò dalla Vuelta. Per questa ragione, punterò all’europeo, concentrandomi solo sulla corsa in linea e non sulla cronometro. Per il momento, l’idea è di non prendere parte nemmeno al Lombardia».

La moglie Trine e i bambini hanno seguito Vingegaard per tutto il Tour: questa volta non ci saranno
La moglie Trine e i bambini hanno seguito Vingegaard per tutto il Tour: questa volta non ci saranno

La famiglia resta a casa

Per le prossime tre settimane, invece, l’imperturbabile danese si sente al top: «Tra il Tour e la Vuelta ho potuto trascorrere un po’ di tempo con la mia famiglia. Al tempo stesso mi sono allenato ad Annecy, una bella zona, che mi piace e con delle salite stimolanti. Ho fatto tutto quello che volevo e credo sia stato il miglior avvicinamento possibile, al netto delle poche settimane a disposizione e di un piccolo stop perché non stavo bene, ma nulla di grave. Penso che la forma sia buona e sono pronto».

A chi gli chiede se la famiglia, suo grande caposaldo, lo seguirà nella cavalcata verso la roja, Jonas aggiunge: «Stavolta si riposeranno un po’ e mi tiferanno da casa».

Un ciclismo che logora

Sul tema burn-out causato dai ritmi eccessivi del ciclismo attuale, tirato fuori da Pogacar a fine Tour, Vingegaard è d’accordo.

«Il nostro sport è cambiato negli ultimi anni – dice – si arriva al top molto prima rispetto al passato. Io quest’anno compirò 29 anni e una volta questa era l’età in cui si cominciava a fare risultati nei Grandi Giri. In qualche senso è vero che è anche più logorante, per cui non si arriva più quasi fino alla quarantina come succedeva in precedenza. Si passa tanto tempo lontano da casa con i ritiri in altura e gli allenamenti in generale, ma fa parte del gioco».

Vuelta 2023: Kuss vince, Vingegaard e Roglic sono costretti a frenare. Anche per questo lo sloveno lascerà la squadra
Vuelta 2023: Kuss vince, Vingegaard e Roglic sono costretti a frenare. Anche per questo lo sloveno lascerà la squadra

Visma contro UAE?

C’è chi prova a scucire qualcosa sulle tattiche di squadra, ma Niermann fa catenaccio: «Ho una strategia ben chiara in mente, ma sarei uno stupido se vi rivelassi qualcosa. Dovremmo essere sempre pronti perché ci sono tanti arrivi interessanti, già dalla seconda tappa di domenica, fino ad arrivare alla penultima».

La sfida al tandem Uae è lanciata e a chi gli dice che nei Grandi Giri i sigilli per i rivali hanno portato tutti la firma di Pogacar, non si fa ingannare: «E’ vero che siamo stati bravi a vincere con corridori diversi di recente e siamo convinti di poter confermarci sul gradino più alto del podio, ma non penso che Ayuso e Almeida non siano in grado di vincere un Grande Giro. E lo stesso vale anche per Del Toro».

Una risposta che fa sorridere Vingegaard e invertire i ruoli, visto che è lui a complimentarsi con il suo diesse con una battuta: «Bravo, ti sei salvato!». Anche se non saranno fianco a fianco in corsa, il feeling si sentirà pure a distanza: il gruppo è avvisato.

Una chiacchierata con Froome, tra tifosi, consigli e futuro

14.08.2025
5 min
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RYBNIK (Polonia) – Riveste sempre un’aura particolare Chris Froome quando lo incontri. Non è più quello di qualche anno fa, la brutta caduta nella ricognizione della crono del Delfinato del 2019 lo ha introdotto in una parte di carriera che meritava di non arrivare in quel modo. Nonostante tutto, non è mancato per lui il calore della gente al Tour de Pologne (in apertura autografa un libro dedicato a Marco Pantani).

Ogni mattina al bus della Israel-Premier Tech c’erano sempre tante persone, bambini compresi, che aspettavano di poter chiedere una foto, un selfie, un autografo o anche un semplice saluto al 40enne keniano d’Inghilterra. E lui sempre disponibile nel concedersi e poi gentile nel ringraziare del loro interessamento. Anche al podio-firma era tanto acclamato. Per contro quando Froome si portava in linea di partenza tendeva a restare più per conto proprio, magari per dare un’ultima occhiata alla bici, che scambiare due battute di compagni e colleghi. Forse per qualcuno incute una certa soggezione o forse i suoi pensieri sono già rivolti altrove. Notando tutto ciò da vicino, abbiamo voluto fare una chiacchierata con Chris su alcuni temi.

Froome è in scadenza di contratto a fine 2025. Nel prossimo futuro vuole aprire una scuola di ciclismo in Africa
Froome è in scadenza di contratto a fine 2025. Nel prossimo futuro vuole aprire una scuola di ciclismo in Africa

Pogacar come Froome

Lo scorso 27 luglio Pogacar ha conquistato il suo quarto Tour de France, proprio come lui. Froome sa come si vivono quei momenti a partire da ogni piccolo dettaglio. Ad esempio nel 2013 iniziò a vincere con una certa regolarità le gare a tappe, anche le più brevi. Volle farlo anche per capire soprattutto quanto tempo gli avrebbe portato via il protocollo delle cerimonie dal recupero per il giorno dopo.

Un paio d’ore circa che avrebbe dovuto imparare a gestire nelle stagioni successive, specialmente al Tour. Prendere una maglia comporta certi obblighi e infatti non c’è da stupirsi se Pogacar in Francia abbia “lasciato” quella a pois a Wellens nei primi giorni o non si sia dannato più di tanto per difendere la gialla in alcune frazioni, per non spendere troppe energie psicofisiche. La stanchezza apparsa addosso allo sloveno è lo spunto per le considerazioni di Froome.

Per Froome è normale che Pogacar apparisse stanco a fine Tour. L’inglese sa come si vivono e gestiscono stagioni al top
Per Froome è normale che Pogacar apparisse stanco a fine Tour. L’inglese sa come si vivono e gestiscono stagioni al top

«Devo essere sincero – ci risponde – che non ho fatto caso più di tanto a come appariva Pogacar, però credo che fosse normale che sembrasse stanco. Lui sta correndo ad alto livello da sempre ed ogni anno di più. Anzi, ogni anno gli viene richiesto qualcosa in più. In un certo senso mi ci rivedo un po’. Ricordo che quando ho vinto di seguito Tour de France, Vuelta e Giro d’Italia tra 2017 e 2018, ero poi arrivato in Francia stanco e scarico psicofisicamente, nonostante avessi ancora una buona condizione (chiuderà terzo al Tour dietro Thomas e Dumoulin, ndr).

«In quel momento – prosegue Froome nel suo ragionamento – capisci che devi iniziare a dire “no” a qualcosa o comunque pianificare in maniera diversa la tua stagione rispetto a prima. Questo chiaramente è il mio punto di vista. Per me, per quella che è la mia esperienza, l’unica maniera per restare lucidi e attenti in tanti anni di lavoro schematico è la motivazione. Avere stimoli nuovi ti aiuta a non perdere di vista i tuoi obiettivi, però attenzione a quello che dicevo prima. Non bisogna forzare troppo dal punto di vista mentale, perché è molto dispendioso e diventa tutto più difficile.

In carriera Froome ha vinto 4 Tour, un Giro e 2 Vuelta e un totale di una cinquantina di gare. Dal 2020 è alla Israel
In carriera Froome ha vinto 4 Tour, un Giro e 2 Vuelta e un totale di una cinquantina di gare. Dal 2020 è alla Israel

Ciclismo in evoluzione

Che il ciclismo stia cambiando lo si vede ad ogni gara ogni anno e lo si dice da tempo. Froome è stato uno dei primi interpreti di un certo tipo di evoluzione metodologica, anche se è curioso vederlo sempre indossare pantaloncini e maglia anziché gli ormai tradizionali body da gara.

«E’ un ciclismo – sottolinea facendo un confronto generazionale – che è cambiato molto da almeno 5/6 anni. Adesso è estremamente programmato su tutto, molto calcolato al millesimo, specie su allenamenti, dati in corsa e alimentazione. Direi senza dubbio molto più dei miei tempi. Ora ci sono davvero tanti ragazzi giovani che vanno forte, ma è tutto il ciclismo moderno che va forte. Per me non è semplice, la differenza di età si sente, però finora mi è piaciuto correre in mezzo a loro e per il momento continuo».

Africa e futuro

Gli assist per le ultime domande ce le fornisce lui direttamente. A fine 2025 scade il contratto e ancora non si sa se l’anno prossimo lo vedremo ancora col numero sulla schiena. I giornalisti britannici presenti al Tour de Pologne dicono che questa sarà la sua ultima stagione, salvo ripensamenti. Chris glissa sull’argomento. L’impressione non è tanto perché non voglia dirlo, ma perché sa che alcune situazioni non bisogna mai darle per scontate. Tuttavia è già convinto di quello che farà quando non sarà più un corridore.

«Sono in scadenza di contratto – ci dice serenamente prima di salutarci – e non so se continuerò o meno, di sicuro quando smetterò, come avevo detto già da tempo, voglio aprire una scuola di ciclismo in Africa. Voglio permettere a tanti ragazzi di pedalare e poter inseguire una carriera. Credo che sia un Continente in crescita, soprattutto in quella parte di Africa. Penso ai maratoneti e mezzofondisti etiopi o keniani. Secondo me ci sono talenti del genere anche adatti al ciclismo, solo che non avevano la possibilità di poter correre in bici prima. Non correrò il mondiale in Rwanda ed è chiaro che mi sarebbe piaciuto essere al via, però non è un grosso problema perché non cambia i miei programmi. Il mio vero obiettivo è quello di sviluppare un bel progetto che sono convinto porterà nuovi corridori interessanti».