La solitudine del numero uno. Altra impresa di Pogacar

05.03.2022
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Cinquantuno chilometri all’arrivo. Tadej Pogacar è di nuovo solo, in fuga verso Siena stavolta. Alla Strade Bianche stupisce tutti, tranne se stesso. Persino Mauro Gianetti, il team manager della sua UAE Team Emirates si chiede: «Ma dove va? Manca tanto e in gruppo non sono 7-8. Sono tanti e certe squadre hanno anche tre, quattro atleti. Si possono organizzare».

Ma lui è Tadej Pogacar. Quando scatta neanche sembra faccia fatica. Cancellara, che qui ha vinto tre volte, quando attaccava si contorceva, faceva smorfie. Lui invece niente. Accelera quasi banalmente, eppure apre il vuoto

«E’ così scatta e sembra non fare fatica – dice Matxin tecnico della UAE che lo ha seguito in ammiraglia al fianco di Andrej Hauptman – Tadej è Tadej, non somiglia a nessuno».

Cavalcata solitaria

Ripercorriamo questi 50 chilometri in solitaria. Settore di Monte Sante Marie, uno dei più importanti. Pogacar forza e se ne va. Inizia la sua cavalcata. Ben presto prende vantaggio.

«L’attacco – riprende Matxin – non era stato programmato. Almeno non così… Sapevamo che quello era un punto decisivo e volevamo forzare. Ne avevamo parlato con Tadej, ma molto dipendeva dalla situazione della corsa. Poi si è ritrovato da solo. Tanto che ad un certo punto ci ha chiesto cosa doveva fare.

«Gli abbiamo detto: provaci, fidati di te. La corsa dipende da te, non da quello che fanno dietro. Se hai un minuto è perché dietro non sono brillanti. Ed è andato».

La fuga solitaria tutto sommato, da come racconta Matxin, è passata in fretta. «Andrej (Hauptman, ndr) lo ha gestito alla stragrande. Si parlavano in sloveno. Tutto è più facile così. Curva a destra, curva a sinistra, sterrato fra 300 metri, tratto al 3 per cento… gli fai compagnia, lo aiuti a far passare il tempo».

«Come si gestisce di testa una fuga del genere? Mi ricorda molto quella che fece nella sua prima Vuelta, quando partì a 46 chilometri dall’arrivo. Aveva già vinto due tappe, non aveva il podio, né la maglia bianca: gli dissi di “pensare solo avanti”, a sé stesso. Allora come adesso quindi non aveva nulla da perdere, doveva solo guardare avanti».

Al via 147 atleti. Giornata bella ma fredda. Solo in 90 sono arrivati a Siena, ma tre fuori tempo massimo
Al via 147 atleti. Giornata bella ma fredda. Solo in 90 sono arrivati a Siena, ma tre fuori tempo massimo

Pressione zero

Dalla Tv tutto sembra facile per Tadej. Ma tutti si chiedono se senta o meno la pressione. Se ha avuto almeno un dubbio quando Kasper Asgreen ha forzato e si è creato un drappello che aveva quasi dimezzato il suo vantaggio.

«Pressione? La pressione – dice Maxtin – ce l’ha chi sta in Ucraina. Chi deve arrivare a fine mese con 1.000 euro. Quella è pressione. Questo è un privilegio. Essere un ciclista professionista ed entrare in Piazza del Campo da solo e tutti che urlano il tuo nome: che pressione è? Questo deve essere orgoglio, prestigio».

A queste parole fa eco lo stesso Pogacar. «Avevo pressione zero stamattina – spiega lo sloveno – Se non me la mette il team, e in squadra nessuno me la mette, di quello che succede fuori, di quello che si aspettano gli altri non mi interesso».

Semmai un pizzico di nervosismo, Pogacar ce lo aveva prima di arrivare in Europa, visto che era rimasto tre giorni in più negli Emirati Arabi Uniti per determinati impegni. Non si era allenato come voleva (anche se ci dicono si sia “scornato” per bene con Joao Almeida nel deserto) e aveva ancora il fuso orario addosso. Ma come sempre lui guarda il bicchiere mezzo pieno.

«Alla fine – dice Tadej – mi sono riposato un po’ dopo il UAE Tour e non è stata una cattiva idea visto che la corsa è stata dispendiosa».

Anche Tadej soffre

La sua cavalcata continua. Passa uno sterrato, poi un’altro ancora. Pogacar alterna pedalate potenti in pianura ad altre più “agili” in salita (nel senso che gira velocemente rapporti duri per altri). Nel finale però mostra che è umano. Appena c’è una discesa, si stira la schiena, sgranchisce le gambe. Ha qualche dolore.

«Guardate – racconta lo sloveno – che ho sofferto molto anche io. E’ stata una volata di 50 chilometri. Già poco dopo che sono partito ero affaticato. Non ho potuto certo godermi i panorami. Però a quel punto ero fuori. Passavano i chilometri e io restavo concentrato su di me. Ero concentrato sul traguardo».

Matxin ci dice che Pogacar era sempre informato sui distacchi, che ha gestito questo sforzo da solo. La solitudine tipica del campione ciclista, dell’uomo solo al comando. «Ha la testa vincente», aggiunge Matxin.

L’ingresso in Piazza del Campo è un tripudio. Ci sono i suoi tifosi con le sue bandiere e c’è la folla comune. Ormai Pogacar inizia ad essere un nome anche oltre il mondo ciclistico. Tutti gli addetti ai lavori battono le mani. Lui si siede alle transenne. Ha faticato davvero.

E dire che era anche caduto. «Tadej – dice Covi – neanche lo devi aiutare. Fa tutto da solo!».

In realtà la squadra lo ha coperto e bene. Ed è stata anche rispettosa nel non infierire dopo la caduta di Alaphilippe. «Massimo rispetto – dice Matxin – oggi tocca a loro, domani a noi. Non è in questo caso che bisogna attaccare. Noi abbiamo solo coperto Tadej».

E gli altri?

Chissà cosa deve essere passato nella testa di Alejandro Valverde, secondo, che potrebbe quasi essere il papà di Tadej. Secondo come la sua compagna di squadra Van Vleuten. Al mattino il patron del Movistar Team, Eusebio Unzue, ce lo aveva detto: «Vedrete Annemieck e Alejandro come andranno. Sono sempre agguerriti. Alejandro non come Annemiek, perché lei è sempre “cattivissima”, ma andrà forte».

E non si sbagliava. Il murciano ha gestito lo sforzo alla perfezione. Probabilmente è stato colui che ha speso meno energie di tutti in gruppo. Come un gatto si è lanciato alla ruota di Asgreen nel contrattacco. E quello è stato l’unico momento in cui, per un istante, la corsa è sembrata riaprirsi. Contro Pogacar ci si deve accontentare di questo.

Attaccare Pogacar? Persino Chiappucci ha qualche dubbio, ma…

27.02.2022
5 min
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L’arrivo di Jebel Hafeet al UAE Tour non ha fatto altro che confermarci la pressoché inattaccabilità di Tadej Pogacar. Lo sloveno in questo momento è su un altro pianeta. Forse solo i bestioni alla Van Aert o un Ganna potrebbero metterlo in difficoltà su percorsi estremamente veloci. Forse… E quindi dove si potrebbe attaccare?

Una situazione del genere scoraggerebbe chiunque. Anche il lottatore più tosto, il samurai della situazione. Persino El Diablo, il mitico Claudio Chiappucci potrebbe avere le sue difficoltà.

E sì che Chiappucci aveva a che fare con un certo... Miguel Indurain, che non era propriamente l’ultimo arrivato. Lo spagnolo dominava le crono e controllava in salita, dando la sensazione che, volendo, avrebbe potuto staccare tutti anche lì. E in qualche caso lo fece pure. Claudio lo attaccava sempre. Anche quando non ne aveva, anche quando sapeva che con grande probabilità si sarebbe schiantato contro un “muro”. A volte in quel muro aprì una crepa. Una crepa che in qualche occasione divenne crollo.

Claudio Chiappucci ha corso dal 1985 al 1999. Infiammava il pubblico con i suoi attacchi (spesso) folli
Claudio Chiappucci ha corso dal 1985 al 1999. Infiammava il pubblico con i suoi attacchi (spesso) folli
Claudio, come si attacca oggi Pogacar? Come lo attaccheresti tu?

E’ difficile dirlo adesso. Dovrei stargli di fianco, studiarlo, conoscerlo… Perché un conto è vederlo dalla tv e un conto dal vivo. Tadej dà l’impressione di poter fare quello che vuole. E anche tutta la squadra sembra ormai sulla sua rotta. Anche ieri ho visto che vanno forte tutti in UAE Team Emirates. Tirano, scattano e lavorano per lui. E quando è così non è facile.

Ci sono delle analogie tra Pogacar e Indurain?

Sono fortissimi entrambi! Scherzi a parte, è una situazione diversa. Miguel i numeri li aveva anche in salita, anche se non li mostrava. E aveva dalla sua le lunghe cronometro individuali che oggi non ci sono più. Mettetevi nei miei panni: due crono lunghe e un prologo, che era quasi come una crono attuale. Indurain partiva già con un bel distacco su tutti. Per me quindi era un istinto naturale dover attaccare. 

E quindi lo attaccavi comunque…

E cosa potevo fare? Come detto, partivo da “tre tappe in meno”. Quando scattavo facevo una fatica immane, ma pensavo che anche gli altri la facevano e tante volte riuscivo a prendere terreno. Ho sempre pensato che la miglior difesa fosse l’attacco. Mi dicevo: vediamo che succede. Preferivo anticipare, metterli in difficoltà e soprattutto creare confusione per rompere schemi e strapotere delle squadre.

Questa sarebbe un’ottima strategia d’attacco: rompere lo strapotere delle squadre, il loro controllo e “aprire” la corsa. Ma è ancora possibile?

Mmm – esclama scettico Chiappucci – c’è troppa, troppa tecnologia. Le radioline, le tv in ammiraglia (più auto di assistenza lungo il percorso, ndr), i computerini coi watt… Il corridore è un automa. Così si limita l’istinto e non c’è l’atleta che emerge. Il corridore emerge quando è solo, quando va al di là della tattica impostata dalla squadra. Quando durante la corsa si inventa una soluzione, anche se non fa in tempo a parlare con compagni e il diesse. E poi c’è un’altra cosa.

Per il Diablo Pogacar va isolato. Ciò accadde nel 2021 verso Le Gran Bornand ma lo sloveno per tutta risposta prese la maglia gialla
Per il Diablo Pogacar va isolato. Ciò accadde nel 2021 verso Le Gran Bornand ma lo sloveno per tutta risposta prese la maglia gialla
Cosa?

Oggi le corse sono più brevi. Corse più brevi e squadre più organizzate: è davvero difficile fare la differenza. E’ difficile dire dove attaccare. Oggi ci sono 5-6 fenomeni. Davvero non sai come fare. Prendiamo Van Aert. Vince dappertutto: a crono, in salita, in volata, nel cross. E lo stesso Pogacar va forte a crono, nelle classiche… e pure nel cross. Tra l’altro fanno tanto tutto l’anno. E a me – Chiappucci si toglie un sassolino – rompevano le scatole perché dicevano che facevo troppo, che d’inverno facevo “persino” il ciclocross…

Prima, Diablo, hai parlato di crono. Se tornassero ad essere più lunghe ci sarebbe più spettacolo? Magari anche un Van Aert davvero potrebbe lottare per un grande Giro e attaccarlo…

Non so se le crono più lunghe aumenterebbero lo spettacolo, di certo qualcosa andrebbe cambiato. Almeno a me non appassiona molto questo ciclismo così tecnologico. Più che le crono lunghe toglierei gli auricolari. Sarò fuori coro, ma sono completamente lontani da me. Guardiamo il mondiale come cambia.

Come cambia?

Per me cambia la corsa. I corridori sono meno preparati all’imprevisto. Emergono gli istinti sul momento. E tutto può nascere senza averlo programmato. Il famoso tranello come l’attacco al rifornimento, il ventaglio… Lo potresti fare. Ma oggi come fai se c’è chi vede la corsa in tv dall’ammiraglia? 

Pogacar quindi si attacca a sorpresa?

Esatto.

Chiappucci in fuga verso Sanremo nel 1991, con Marino Lejarreta al suo fianco
Chiappucci in fuga verso Sanremo nel 1991, con Marino Lejarreta al suo fianco
Il Diablo contro Pogacar farebbe un’imboscata quindi?

Potrebbe essere, sì. Di certo non aspetterei la salita per attaccare. Cercherei di farlo su percorsi mossi, vari, tortuosi. Anche perché quando attacchi lui, devi pensare di attaccare anche la sua squadra. La prima cosa sarebbe quella di isolarlo e magari incoraggiare anche altri ad attaccare. Insomma, devi fare qualcosa di diverso dal solito. Io ho sempre saputo con chi avevo a che fare e mi adattavo al suo modo correre, cercando di capire dove attaccare appunto. Per esempio in discesa, soprattutto se pioveva.

Il tuo attacco più pazzo?

Milano-Sanremo 1991 – risponde secco Chiappucci – Io quell’attacco non lo avevo programmato. Non sapevo come sarebbe andata. Vedete quel che dicevo prima? Quando ho visto che pioveva e tutti avevano paura della discesa bagnata mi è venuto in mente. Ho capito che avevano paura perché prima della galleria del Turchino avevano iniziato a fare le volate per prenderla davanti. Tutti sapevano che potevo creare problemi e io volevo proprio fare sconquasso. Però anche l’attacco del Sestriere al Tour è stato abbastanza folle. Attaccai pensando semplicemente: vediamo un po’ che succede…

Serve quindi uno spirito un po’ folle per tentare di mettere in difficoltà Pogacar. Il che può sembrare doppiamente folle, vista la tecnologia del ciclismo. Ma se non si esce dalle righe con Tadej che è più forte, a meno che lui non abbia una giornata no, non lo batti. Semmai la questione non è tanto attaccare Pogacar in un momento inaspettato, ma essere disposti a rischiare di saltare…

Yates scatta ma piega (ancora) la testa. UAE Tour a Pogacar

26.02.2022
4 min
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Un deja vu, un copia e incolla, una replica. Chiamatela come volete, ma dopo un anno si è ripetuta la stessa scena, sulla stessa salita, tra gli stessi interpreti. Adam Yates che attacca, Tadej Pogacar che risponde, soffre, e poi vince.

L’epilogo del UAE Tour è andato più o meno secondo i programmi. I due uomini più in forma e forse più adatti a questa scalata, quella di Jebel Hafeet, hanno tenuto fede alle attese. Ma forse alla fine tutto è racchiuso nelle parole proprio di Yates: «E’ difficile staccare un doppio vincitore del Tour de France».

Adam Yates attacca forte, screma il gruppo, ma non stacca lo sloveno. L’inglese fu 2° nel 2021 e 3° nel 2020, sempre dietro a Pogacar
Adam Yates attacca forte, screma il gruppo, ma non stacca lo sloveno. L’inglese fu 2° nel 2021 e 3° nel 2020, sempre dietro a Pogacar

Errore Yates?

Però qualche errore c’è eccome da parte sua. E se è vera quella sua frase, anche la disamina che fa non convince del tutto.

«Oggi abbiamo lavorato duramente – ha detto il portacolori della Ineos-Grenadiers – come per tutto il giro. Al primo attacco sono andato a tutto gas fino a non averne più (e già qui c’è forse un piccolo errore tattico, ndr). Mi sono guardato dietro e speravo che Pogacar non fosse attaccato alla mia ruota, ma era piuttosto difficile. 

«Ho riprovato proprio alla fine e ancora non riuscivo a liberarmi di lui. Su un traguardo come questo è abbastanza veloce in volata. Tutto sommato, penso che possiamo essere contenti di come abbiamo corso».

Quel che dice l’inglese non è del tutto sbagliato, ma ci sono dei ma… Tu sai chi è il tuo avversario, sai che in volata è più veloce, sai come va su quella specifica salita perché ci hai già perso e ripeti lo stesso errore? Come si dice: sbagliare è umano, perseverare è diabolico.

Inizia la scalata verso Jebel Hafeet, scalata di 10,9 chilometri al 6,7% e che arriva a quota 1.030 metri
Inizia la scalata verso Jebel Hafeet, scalata di 10,9 chilometri al 6,7% e che arriva a quota 1.030 metri

L’assoluzione di Garzelli

Stefano Garzelli, che ha commentato la gara per la Rai, però in qualche modo tende la mano ad Adam. Anzi, lo assolve proprio.

«E che cosa poteva fare di diverso Yates? Ha provato a vincere la corsa – dice – e al tempo stesso a difendere il podio perché c’era anche Almeida. Il UAE Team Emirates si è rinforzata tantissimo. Ha fatto tirare Bennett, poi Majka e anche Almeida… oltre a Pogacar. Se avesse aspettato l’ultimo chilometro avrebbe rischiato tantissimo. Sarebbero rimasti in cinque con due UAE (Pogacar e Almeida, ndr) e si sa che su un arrivo così Joao è pericolosissimo ai fini del podio».

Ma cosa avrebbe fatto il Garzelli corridore? Non avrebbe giocato un po’ d’astuzia? Forse qualcosa di più o quantomeno di diverso si poteva fare…

«Più che in Yates, per caratteristiche mie mi vedo più nella parte di Pogacar – dice Garzelli – in una situazione del genere avrei pensato a difendermi per vincere poi in volata. Se proprio devo imputare qualcosa all’inglese dico che questa volta poteva gestire meglio la volata. Quello sì. Doveva anticiparla lui e non farsi trovare davanti in quel punto. Doveva sapere che partendo da dietro, l’altro gli prende quei cinque metri difficili poi da chiudere. E che doveva arrivare davanti all’ingresso dell’ultima curva.

«Ripeto – dice – Yates ha giocato bene le sue carte. La salita la conosceva bene. Ha attaccato nel punto più duro, per di più in un momento in cui la UAE Team Emirates tirava forte, dando una dimostrazione di grande forza. E credo anche che allo “scollinamento” Pogacar abbia sofferto. Ma lui è forte anche in questo: ha una grande capacità di tenere duro e di essere lucido quando è sotto pressione e a tutta. Sapeva che se avesse tenuto fino a quel punto poi lo sprint sarebbe stato dalla sua».

Pogacar re della quarta edizione del UAE Tour
Pogacar re della quarta edizione del UAE Tour

Anche Pogacar soffre

Ed è vero, ha ragione Garzelli: anche Pogacar ha sofferto. «E’ sempre un piacere vincere a Jebel Hafeet», ha detto soddisfatto lo sloveno a fine gara.

«La squadra aveva lavorato molto – ha proseguito – e dovevo ripagare questo sforzo. Tutti i miei compagni hanno tirato forte, soprattutto Rafal Majka che aveva attaccato: sarei stato felice di lasciarlo andare per la vittoria di tappa, ma non ci è riuscito.

«Poi ad un certo punto, Adam è andato all’attacco ed è stato uno degli affondi più duri che abbia mai visto. E’ stata davvero dura ricucire. Ho sofferto molto.

«Ho aspettato che Joao Almeida e Rafal Majka rientrassero. Ci ha provato anche Joao e quando anche lui è stato ripreso a quel punto ho pensato solo alla volata. Il UAE Tour è per noi il primo traguardo della stagione. E’ la nostra gara di casa. È importante per i nostri sponsor».

E anche su questo ultimo punto Garzelli ha la sua teoria: «Staccare Pogacar di questi tempi è pressoché impossibile, ma poi valutiamo una cosa. Per la sua squadra questo è l’appuntamento più importante dopo il Tour. Vincere questa tappa con la maglia di leader, vincere l’intero Tour… è un bel colpo per loro. E si è visto anche da come hanno festeggiato dopo l’arrivo i corridori, ma anche lo staff, a partire dallo sceicco, Gianetti e Agostini».

MET Trenta 3K Mips AIR Carbon, top di gamma per Pogacar

25.02.2022
4 min
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MET Trenta 3K Mips AIR Carbon è il casco più utilizzato dal Team UAE Emirates in quanto è particolarmente polivalente. Vincitore del Tour de France e delle classiche monumento Liège-Bastogne-Liège e Il Lombardia è anche il casco reso iconico dal simpatico ciuffo del campione Tadej Pogacar. 

Progettato per mantenere la testa fresca e risparmiare energia ad ogni pedalata, è il casco da ciclismo su strada più avanzato realizzato da Met. Ora aggiornato con l’aggiunta di Mips AIR, il sistema di gestione della rotazione più leggero e innovativo, disponibile sul mercato.

Il deflettore posteriore permette di estrarre efficacemente l’aria
Il deflettore posteriore permette di estrarre efficacemente l’aria

Linea aerodinamica

Perché sia un casco top di gamma, ogni aspetto deve essere curato nei dettagli. Una caratteristica imprescindibile è la linea aerodinamica. Scopriamo la struttura partendo dalla parte anteriore. Sviluppato originariamente da NACA, un precursore della NASA, la posizione di questa presa d’aria ha un effetto rinfrescante. Sfruttando la potenza dell’effetto Venturi, lo sfiato spinge fuori l’aria calda dall’interno del casco attraverso scarichi appositamente posizionati. Ciò garantisce un flusso d’aria costante attraverso il casco, senza catturare il vento e creare resistenza. 

La parte posteriore è dotata di un deflettore piatto inclinato di 25°, che consente di includere due ampi scarichi che ottimizzano il flusso d’aria quando si è alle alte velocità. La coda Kamm a basso profilo del casco ha uno scopo aerodinamico. Funziona in sinergia con lo sfiato anteriore NACA e il deflettore posteriore per guidare efficacemente il flusso d’aria. Il tutto è stato sviluppato attraverso test specifici nella galleria del vento nel laboratorio NEWTON di Milano.

Leggero e avanzato, Il sistema MIPS è integrato nell’imbottitura
Leggero e avanzato, Il sistema MIPS è integrato nell’imbottitura

Protezione premium

Il lato sicurezza del casco è un aspetto fondante della qualità del prodotto. Met ha deciso di potenziare il suo Trenta 3K aggiungendo Mips AIR. Infatti il più leggero e avanzato sistema di gestione della rotazione è integrato nell’imbottitura. Questo sistema è stato appositamente sviluppato e progettato per ridurre le energie rotazionali trasferite alla testa durante specifici impatti angolari

Il team di ricerca di Met ha dato alla luce un vero e proprio gioiello sotto l’aspetto costruttivo. Per lo sviluppo è stato sfruttato il modulo elastico del carbonio che ha consentito di ridurre la densità della schiuma EPS del 20%, senza influire sulla capacità del casco di assorbire energia. Il risultato è un guscio leggero ma con prestazioni migliori che stabilisce un nuovo standard per il design del casco ventilato. 

A completare l’intelligenza costruttiva di questo modello sono le porte per occhiali da sole dedicate con impugnature gommate.

Specifiche e prezzo

Il peso è un altro pregio del Met Trenta 3K Mips Carbon, l’asticella infatti si ferma a 225 grammi (tg M).19 prese d’aria e un sistema di canalizzazione dell’aria interna per migliorare la ventilazione e il comfort. Cinghie Air Lite con divisorio regolabile per massimizzare l’aerodinamica e il comfort. Decalcomanie posteriori riflettenti per migliorare la visibilità in condizioni di scarsa illuminazione. 

La calotta è in policarbonato stampato con fodera in EPS.  Il sistema MET Safe-T Orbital Fit cintura la testa a 360° con regolazioni verticali e occipitali. Le taglie disponibili sono: S (52-56 cm), M (56-58 cm), L (58-61 cm). I colori selezionabili sono: bianco e argento metallizzato, grigio iridescente, nero, nero e blu metallizzato, nero e rosso metallizzato. Il prezzo consultabile sul sito è di 230 euro. 

Met

Marc Soler alla UAE per sposare il progetto Pogacar

24.01.2022
3 min
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Dopo sette stagioni corse nel Movistar Team si è chiusa l’esperienza di Marc Soler con la squadra spagnola. Il corridore catalano, nato ad una cinquantina di chilometri da Barcellona, inizia la sua nuova avventura nel UAE Team Emirates (foto apertura Fizza). Sarà il fido scudiero di Tadej Pogacar al Tour de France ed alla Vuelta di Spagna, i due grandi Giri su cui punterà il giovane talento sloveno.

L’ultima vittoria di Soler risale alla terza tappa del Giro di Romandia la scorsa stagione
L’ultima vittoria di Soler risale alla terza tappa del Giro di Romandia la scorsa stagione

Un’accoglienza calorosa

Marc Soler, 28 anni compiuti due mesi fa, si lancia in una nuova sfida in un team ambizioso, esigente e che vuole rimanere per molti anni al top. Marc prenderà il posto di gregario al Tour del nostro Davide Formolo, che si giocherà le sue carte al Giro d’Italia affiancando Joao Almeida

L’ex Movistar si è detto entusiasta e felice di questa nuova avventura. Anche se non ha mancato di sottolineare alla stampa presente al Media Day online del team di come voglia ritagliarsi le sue occasioni. Le corse per mettersi in mostra non mancheranno: partendo proprio dalla corsa di casa, la Volta Catalunya.

Negli anni alla Movistar Soler ha affiancato campioni del calibro di Valverde
Negli anni alla Movistar Soler ha affiancato campioni del calibro di Valverde

Trovare il feeling

Soler ha parlato più volte del voler uscire dalla “comfort zone”. «Era un cambio di cui avevo bisogno – ha dichiarato – per trovare nuovi stimoli ed una motivazione che mi facesse mantenere alto il livello».

A questa età è un buon momento per lanciarsi in nuove ed appassionanti sfide.

«Il mio debutto – continua Marc – sarà alla Volta a la Comunitat Valenciana, passando per Parigi-Nizza e Catalunya. Correrò anche Strade Bianche e Tirreno-Adriatico. Le prime gare serviranno per prendere le misure con le esigenze di Tadej. Quando l’ho visto correre la prima volta alla Vuelta del 2019 sono rimasto colpito dalle sue qualità. Il futuro è suo ed aiutarlo a raggiungere grandi traguardi è una motivazione in più per iniziare questo nuovo progetto».

Marc Soler, Enric Mas, Vuelta Espana 2020
Dal 2020, dopo l’addio di Quintana ha corso accanto a Enric Mas
Marc Soler, Enric Mas, Vuelta Espana 2020
Dal 2020, dopo l’addio di Quintana ha corso accanto a Enric Mas

Un carattere acceso

Marc Soler è uno di quei corridori che ha sempre fatto della costanza il suo punto di forza, un gregario “sempre presente” ma con la licenza di provare a vincere. La comfort zone di casa Movistar per lui si era fatta forse un po’ stretta.  Qualcosa si era già intuito alla Vuelta del 2019 quando alla nona tappa si rifiutò di aspettare i capitani Valverde e Quintana per cercare di vincere la tappa.

Quello fu il momento clou e nelle due stagioni successive, quando gli si è dato lo spazio che tanto desiderava, i risultati non sono arrivati. Davanti alle evidenti superiorità degli avversari Soler si è forse “rassegnato” a fare il gregario di uno di loro, sposando un progetto che potrebbe accompagnarlo per un altro pezzo della sua carriera.

Dennis, bordata alla Ineos e “guerra” a Pogacar

22.01.2022
4 min
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Chissà come l’avranno presa alla Ineos Grenadiers ascoltando le parole pronunciate da Rohan Dennis durante la presentazione della Jumbo Visma in cui l’australiano è approdato da quest’anno. A rileggerle anche a distanza di giorni, non devono essere suonate proprio bene.

«Quando ero con Ineos – ha detto – mi sono reso conto che stavano copiando la Jumbo Visma sotto parecchi aspetti. Così ho pensato: perché dovrei rimanere in una squadra che sta copiando quella dall’altra parte della barricata? Perché non entrare a far parte dell’originale ed essere davanti anziché inseguire?».

Questo è il lungo video della presentazione virtuale della Jumbo Visma. L’intervista a Dennis inizia a 59’55”

Jumbo in testa

Dennis non è entrato nei dettagli, ma le sue parole hanno fatto pensare di certo agli investimenti tecnici del team, alla querelle sull’uso dei chetoni e hanno soprattutto ispirato una riflessione sul come vada il mondo del ciclismo. Quando il Team Sky arrivò con i suoi tanti soldi, fece subito la differenza anche nelle metodologie di lavoro e per anni non c’è stato spazio per altro. L’avvento di Jumbo-Visma e UAE Team Emirates, i soli due colossi che per potenzialità hanno la capacità di contrastare l’impero britannico, ha stabilito equilibri diversi. Gli investimenti hanno portato nuovi studi e, sia pure coperti da grande riservatezza, questi hanno fatto decollare le prestazioni degli atleti coinvolti.

«In questo sport – ha confermato Dennis – di solito ci sono una o due squadre che spingono seriamente per guadagnare quello 0,5-1 per cento di vantaggio che permette di vincere le corse e al momento la squadra in testa è proprio la Jumbo».

Con Roglic, Dumoulin e Vingegaard nel primo ritiro c’era anche Laporte, a sinistra
Roglic, Dumoulin e Vingegaard: Tom al Giro, gli altri due al Tour

Due anni in giallo

L’australiano, la cui storia è passata sia pure per un anno (il 2011) nella continental della Rabobank da cui anni dopo sarebbe nata la Jumbo Visma, non è nuovo a cambiamenti improvvisi, soprattutto dopo la chiusura della BMC in cui dal 2014 al 2018 sembrava aver trovato la giusta gratificazione. E’ durato nove mesi al Team Bahrain Merida vincendo da… isolato il mondiale crono di Harrogate e due anni con la Ineos Grenadiers, scrivendo le bellissime pagine del Giro 2020 vinto con Tao Geoghegan Hart. Ora è passato al… nemico olandese e per i prossimi due anni lavorerà per Roglic, Dumoulin e Vingegaard, potendo coltivare contemporaneamente la passione per la crono (sul podio di Tokyo, è stato terzo dietro Roglic e Dumoulin, entrambi atleti Jumbo Visma). Merijn Zeeman, tecnico del team lo ha definito un acquisto da sogno.

«Ma io – ha sorriso – cerco di non dare ascolto a queste etichette che si trasformano in pressione. Però mi fanno capire la mia importanza per il team. Non sono venuto qui per divertirmi, ma per fare il mio lavoro. Raggiungere delle prestazioni, quello che più mi piace. Ho lavorato per tutta la mia carriera da professionista e anche prima per arrivare a questo punto. Il mio obiettivo è sempre stato essere uno dei più forti al mondo. E fondamentalmente ho voluto trasferirmi alla Jumbo Visma perché tecnicamente è una squadra migliore. Sembra davvero una grande struttura».

Buona la prima

E l’inizio è stato dei migliori. Il 12 gennaio a Ballarat, Dennis ha conquistato il titolo australiano della cronometro (foto Jumbo Visma in apertura), battendo Durbridge e adesso proseguirà la sua preparazione in Australia, alla larga dai contagi che hanno costretto la nuova squadra a sospendere il ritiro in Spagna. Tornerà in Europa per l’inizio delle corse che lo riguardano, con il mirino sul Tour de France e più in avanti sui mondiali della crono che si svolgeranno proprio in Australia.

«Il Tour è un grande obiettivo – ha detto – un circus in cui voglio entrare con la squadra che potenzialmente potrebbe vincerlo. Voglio aiutarli a battere Tadej. Il ragazzo mi piace (ride, ndr), ma adesso è… il nemico!».

Leggerezza, determinazione e un pensiero al Giro. A voi Tadej…

16.01.2022
5 min
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A tutto Pogacar. Tadej è ripartito con la sua solita leggerezza. E’ incredibile come a questo ragazzo tutto venga facile. Riprende a pedalare e nel ritiro sigla il record su una salita, il Coll de Rates. Poche settimane prima, inforca la bici da cross e vince, quando solo qualche giorno prima se la spassava sugli sci da fondo. 

E anche coi giornalisti Pogacar sembra trovarsi a suo agio. Risponde alle domande con una facilità disarmante. Parla di Giro delle Fiandre, di Tour de France, di Vuelta. Tadej è davvero quel che si dice un leader naturale. 

Il 23enne di Klanec vince una prova dello Slovenian Cyclocross Cup a fine dicembre (foto Instagram – UAE)
Il 23enne di Klanec vince una prova dello Slovenian Cyclocross Cup a fine dicembre (foto Instagram – UAE)

Pogacar da classiche

Ecco dunque svelati i piani del re degli ultimi due Tour de France. Pogacar ha optato per una primavera alquanto intensa e se vogliamo anche innovativa. Infatti prenderà parte sia alla Milano-Sanremo che al Giro delle Fiandre.

«Di sicuro – spiega lo sloveno – farò la Sanremo, il Fiandre e la Liegi-Bastogne-Liegi. Se ci aggiungiamo più avanti anche il Lombardia correrò quattro classiche monumento su cinque.

«Però attenzione, questo non significa che io possa vincerle tutte, anzi. Per Sanremo e Fiandre i capitani saranno altri, come Matteo Trentin. Io sarò presente per fare esperienza e aiutare la squadra».

La Roubaix può attendere

Vista la tappa del pavè presente al Tour de France, sarebbe stato lecito attendersi Pagacar alla Roubaix. Ma questa resta evidentemente una classica un po’ troppo diversa dalle altre, un po’ troppo per specialisti. In squadra lo sanno bene e non vogliono rischiare nulla.

Tuttavia Tadej non si tira indietro neanche sotto questo punto di vista e rilancia: «Non farò la Roubaix quest’anno, ma un giorno vorrei mettermi alla prova anche sul pavé». Una dichiarazione che mostra tutto l’entusiasmo di questo vero fenomeno.

Il suo debutto sui ciottoli e i muri avverrà un po’ prima del Fiandre, alla Dwars door Vlaanderen, antipasto della mitica Ronde. Segno che vuol fare le cose per bene.

A Denia, in Spagna, molti chilometri col gruppo degli scalatori (Photo Fizza)
A Denia, in Spagna, molti chilometri col gruppo degli scalatori (Photo Fizza)

Tour e Vuelta

Si apre poi il più importante dei capitoli, quello riservato ai grandi Giri. Chiaramente con due maglie gialle già nel sacco, una richiesta così forte e interessi tanto importanti, Pogacar non può prescindere dal Tour de France.

La UAE sa bene quanto sia vitale questo appuntamento e quanto ne ha ricavato. Non a caso ha rafforzato ulteriormente il team intorno allo sloveno. Majka, McNulty, ma anche Almeida, Bennett, Soler saranno loro a scortarlo nei momenti chiave della Grande Boucle. Questa volta non vogliono neanche le critiche, pensando a quel paio di volte che Tadej restò solo l’anno scorso.

«Spero – dice Pogacar – di fare due grandi Giri quest’anno, il Tour e la Vuelta. Dico spero perché non sai mai cosa può accadere nel corso della stagione. La Vuelta è stato il mio primo grande Giro. L’ho concluso al terzo posto. Ho bei ricordi e vorrei ripeterli.

«Ogni anno è sempre più difficile migliorarsi, ma è quello che voglio fare. Mettere più watt nelle mie gambe è il mio obiettivo. E l’idea di cimentarmi in due grandi Giri mi stimola. Voglio vedere come reagirò».

E a queste parole bisognerebbe aggiungere le considerazioni di Majka. Il quale ha detto: «Vedo Tadej ogni giorno: ha un talento incredibile e un grande futuro. Può vincere qualsiasi gara. A 23 anni può crescere ancora, ma anche se dovesse restare a questo livello potrà dominare il ciclismo per molti anni».

In allenamento Tadej si diverta e scherza, ma lavora anche sodo. Ecco giocare con Majka (Photo Fizza)
In allenamento Tadej lavora sodo e scherza con Majka (Photo Fizza)

Pogacar “mangiatutto”

Insomma, la UAE cresce, intorno a Pogacar ci sono sempre più campioni, ma tutti loro sembrano essere più che consapevoli di trovarsi di fronte ad un vero campione e in qualche modo tutti quanti sono disposti a mettere in secondo piano le proprie ambizioni personali.

McNulty sa che dovrà puntare tutto sulla Parigi-Nizza. Soler ha detto che passa da un fenomeno, Valverde, ad un altro ed è entusiasta di poterlo aiutare a vincere il Tour. E lo stesso Majka è consapevole che al massimo avrà un po’ di spazio per sé alla Vuelta qualora si creeranno le possibilità giuste.

Al momento perciò chi si “salva” dal ciclone Pogacar sembra essere solo Almeida. E tutto sommato ci sta, visto che è stato preso proprio per contribuire a rendere grande la squadra e a raccogliere più punti possibili in ottica WorldTour.

Gianetti stesso ci ha detto che per loro è più difficile fare tanti punti, visto che questi sono appannaggio delle squadre dei velocisti, come la Quick Step. E anche per questo è stato ingaggiato Ackermann senza mandare via Gaviria.

In estate la proposta di matrimonio alla sua ragazza, Urska Zigart
In estate la proposta di matrimonio alla sua ragazza, Urska Zigart

Pensando al Giro 2023

Ma torniamo a Pogacar. La cosa che più ci ha colpito è stata davvero la sua serenità. Se pensiamo ai campioni che hanno vinto il Tour in tempi recenti ci è sembrato davvero cordiale.

Chi lo conosce dice che una grande parte di questa serenità derivi anche dal suo rapporto con la fidanza (e ciclista professionista) Urska Zigart, tra l’altro promessa sua sposa.

Tadej si diverte a pedalare. «In ritiro ci siamo allenati molto – racconta lui stesso – e abbiamo avuto tanti impegni extra. Siamo andati a tutto gas qualche volta, ma è così se vuoi andare forte.

«Per esempio – ha detto a 24Ur, emittente slovena – a fine febbraio ci sarà l’UAE Tour (20-26 febbraio, ndr) e chiaramente per noi è una delle prove più importanti. Ma se vuoi essere tra i migliori in ogni gara, devi essere sempre in forma, devi prepararti al massimo e non puoi semplicemente “presentarti lì”. Per ora la mia condizione va bene. Sono dove vorrei essere».

A fine mese lo sloveno andrà a Sierra Nevada, meta sempre più gettonata, per il primo camp in altura. Tanto per essere al top…

Infine, prima di chiudere ecco una dichiarazione d’amore per il Giro e per l’Italia.

«In questa prima parte di stagione farò tre gare in Italia (oltre a Strade Bianche e Sanremo sarà presente anche alla Tirreno, ndr). Il Giro è sempre stata una delle mie gare preferite. E’ vicino alla Slovenia e a volte passa in Slovenia, come lo scorso anno. Voglio davvero correre in Italia, ma quest’anno è impossibile. Ho già in programma ben 97 giorni di corsa. Forse l’anno prossimo…».

Proviamo a capire meglio come lavora Pogacar

29.12.2021
5 min
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Un po’ di mistero, come quello dello chef che difficilmente svelerà nei dettagli la ricetta migliore. Così Inigo San Millan, preparatore di Tadej Pogacar (in apertura nella foto di Alen Milavec), accetta di parlare della preparazione del suo pupillo, evitando tuttavia di scendere nei dettagli. Lo strappiamo per qualche minuto alle vacanze di famiglia con le nostre domande. Così, in attesa di chiedere direttamente allo sloveno, ecco un primo assaggio del modo in cui si allena il vincitore degli ultimi due Tour, della Liegi e del Lombardia.

Inigo è basco e lavora all’università di Denver. Il suo ruolo è coordinare il lavoro dei preparatori del UAE Team Emirates, ma ha tenuto per sé Hirschi, Ayuso e appunto Pogacar.

Pogacar preferisce uscire da solo in allenamento (foto Alen Milavec)
Pogacar preferisce uscire da solo in allenamento (foto Alen Milavec)
Il lunedì dopo la corsa, che cosa prevede il suo programma?

Normalmente un giorno di riposo.

Come è organizzata la settimana di Pogacar? Ci sono lavori specifici ogni giorno?

Sì, strutturo gli allenamenti sugli obiettivi bioenergetici (parla dei fattori che influenzano direttamente la prestazione, come il massimo consumo di ossigeno, la massima potenza metabolica, il costo energetico, ndr).

Quindi?

Alcuni giorni alleniamo specificamente la capacità ossidativa che migliora l’ossidazione dei grassi (bruciandoli), la funzione mitocondriale e la capacità di eliminazione del lattato. Altri giorni stimoliamo la capacità glicolitica (il Turbo, le reazioni che aiutano a estrarre energia dal glucosio, ndr) che è fondamentale per il ritmo della competizione. In altri giorni infine stimoliamo la capacità anaerobica e in altri solo il recupero.

E’ previsto un giorno di riposo durante la settimana?

Normalmente sì, ma dipende dalla struttura di quella settimana e dal calendario delle gare che Tadej ha appena fatto o che stanno per arrivare.

Si allena con Urska Zigart, sua futura moglie, nei giorni di scarico (foto Instagram)
Si allena con Urska Zigart, sua futura moglie, nei giorni di scarico (foto Instagram)
Tadej ha la libertà di improvvisare la scelta dei percorsi o alla luce del programma di lavoro ci sono già dei percorsi individuati?

Di solito non improvvisiamo la struttura degli allenamenti, ma Tadej ha la libertà di scegliere le sue strade preferite.

Porta con sé qualcosa da mangiare o si ferma per strada?

La nutrizione è importante per l’allenamento. Abbiamo un grande nutrizionista, Gorka Pietro, e comunichiamo tutto il tempo. Quindi la dieta di Tadej è progettata specificamente in base al suo allenamento quotidiano. A volte ha bisogno di fermarsi e prendere del cibo extra in alcuni giorni specifici.

Pranza quando torna a casa, anche se si allena intorno all’ora di pranzo? Oppure mangia solo poche cose aspettando la cena?

Come già detto, la sua alimentazione è studiata appositamente per tutti i giorni, in base ai suoi allenamenti.

Gli capita di allenarsi con Urska, la sua compagna?

Sì, soprattutto nei giorni di scarico di entrambi.

Fa massaggi ogni giorno?

In gara sì, con Joseba Elguezabal, suo massaggiatore personale. Durante gli allenamenti normalmente no, solo quando necessario. Tuttavia, durante i ritiri anche Joseba è sempre con lui.

Pomeriggio in palestra oppure stretching a casa?

Abbiamo programmi specifici di core e stretching da eseguire dopo l’allenamento e più volte alla settimana.

Pogacar risiede a Monaco e si allena tra il Principato e la Slovenia (foto Instagram)
Pogacar risiede a Monaco e si allena tra il Principato e la Slovenia (foto Instagram)
Quante distanze fa durante la settimana? Quante ore?

Dipende dallo specifico sistema bioenergetico che vogliamo prendere di mira, dal tempo del macrociclo e dal calendario.

Usa solo il misuratore di potenza durante l’allenamento o viene controllato anche il consumo di glucosio nel sangue?

Riceviamo un’enorme quantità di informazioni dal misuratore di potenza e da numeri esterni ai misuratori di potenza, che uso per monitorare il suo allenamento, la sua progressione e l’assimilazione dei nutrienti.

Quante volte usa la bici da crono durante la settimana? In quali giorni?

Dipende. Ad esempio, quando si prepara per una crono, si allena per uno o due giorni sulla bici speciale.

Si allena anche dietro moto? Quante volte alla settimana?

Normalmente è lui la moto (ride e glielo concediamo, ndr).

Guardando i dati, si allena spingendo forte o non raggiunge mai il massimo?

Ho una metodologia specifica per comporre la sua specifica intensità di allenamento, in base ai suoi parametri metabolici e ai sistemi bioenergetici che vogliamo raggiungere. Ogni giorno è diverso e mirato in modo specifico.

Nonostante gli schemi, Pogacar è libero di… giocare. Qui vince il cross di Lubiana (foto Alen Milavec)
Tanti schemi, ma Pogacar può… giocare. Qui vince il cross di Lubiana (foto Alen Milavec)
Simula mai il passo gara in allenamento con i compagni?

Sì, durante i ritiri.

Preferisce allenarsi da solo oppure in gruppo?

Da solo.

La routine quotidiana assomiglia a quella delle gare?

Anche in questo caso, la gestione della giornata di allenamento è diversa e specifica per le singole necessità energetiche, sia per la nutrizione sia per il tipo di lavoro. A volte la sua alimentazione è simile a quella delle gare e altre sono diverse. Il nostro nutrizionista Gorka controlla sempre questi parametri e rimaniamo in contatto tutto il tempo per comporre sia l’allenamento che la nutrizione.

Ci sarebbero altre duemila domande, soprattutto di ordine pratico. Desta curiosità il continuo richiamo ai sistemi bioenergetici. Quello anaerobico alattacido. Il sistema aerobico glicolitico. E quello aerobico lipolitico. Il resto lo chiederemo magari a lui, per capire come si muova in questa routine e come essa venga tradotta in esercizi di più facile lettura. Di certo per continuare a veleggiare a certe quote, non c’è nulla che possa essere improvvisato.