Pogacar, la crono del Tour con ruote Campagnolo

26.07.2021
3 min
Salva

Tadej Pogacar, sempre più forte anche nelle prove contro il tempo. Nel Tour appena conquistato, il fuoriclasse sloveno ha vinto 3 tappe, tra cui la numero 5, la Changè–Laval Espace Mayenne: cronometro di 27,2 chilometri. Mentre nella prova del penultimo giorno ha preferito non rischiare e ha corso col freno a mano tirato.

Posteriore lenticolare

Campagnolo, che fornisce ruote e gruppi al UAE Team Emirates, è da sempre attenta ai dettagli. Così per le ruote lenticolari, nonostante il grande dislivello e i continui saliscendi, le nuove Bora Ultra TT di Campagnolo forniscono un’elevata resistenza all’aria con un guadagno di peso di ben 111 grammi. Una differenza notevole se si pensa al fatto che un guadagno di peso sulla massa rotante influisce di più rispetto allo stesso su una parte differente della bicicletta. Il prezzo di questa ruota lenticolare è di 3.433 euro.

Anteriore da 77

La ruota anteriore per Tadej sarà la Bora WTO 77 di Campagnolo, un profilo da 77 millimetri che permette il distacco del flusso d’aria. Con questa scelta tecnica si garantisce una maggiore velocità al corridore, il suo design studiato nei minimi dettagli permette di mantenere un livello di guidabilità del mezzo estremamente elevato.

Nonostante i tanti metri da scalare Campagnolo ha escluso l’utilizzo di ruote con un profilo minore, i tratti in salita, infatti, sono per lo più dolci. La ruota è in vendita al prezzo di 2.114 euro.

Al Tour de France, Pogacar a crono ha usato pneumatici da 25 (foto Campagnolo-Getty Images)
Al Tour de France, Pogacar a crono ha usato pneumatici da 25 (foto Campagnolo-Getty Images)

Occhio ai pneumatici

Altro dettaglio da non sottovalutare, la scelta di Campagnolo per il suo pupillo è presto fatta, coperture da 25 millimetri. Questo tipo di pneumatici rendono il sistema cerchio-copertura un tutt’uno.

E’ stato studiato come questa misura di copertoncino abbassi al minimo la resistenza da rotolamento grazie alla sua minor flessione.

campagnolo.com

La gioia di Carapaz (e Pogacar), la delusione di Van Aert

24.07.2021
4 min
Salva

Un podio regale per la corsa ai cinque cerchi. Con una cornice da favola come quella del Monte Fuji, che ha fatto capolino tra le nuvole proprio al termine della sfida olimpica, non poteva non essere una gara da ricordare. Non lo è stato, ahinoi, per l’Italia, ma per Richard Carapaz che si è goduto il primo boato dei Giochi di Tokyo 2020.

All’autodromo Fuji Speedway, infatti, le porte erano aperte per gli spettatori giapponesi, che hanno popolato le tribune del rettilineo finale, per gustarsi la seconda medaglia d’oro di sempre dell’Ecuador (la prima nel ciclismo) grazie all’acuto della Locomotiva del Charchi. 

L’arrivo di Carapaz fra il pubblico: l’oro olimpico è il suo. Ecuador in festa
L’arrivo di Carapaz fra il pubblico: l’oro olimpico è il suo. Ecuador in festa

Carapaz nella storia

Ecco la sua emozione, una volta che se l’è messa al collo: «È stata una giornata un po’ pazza. Una corsa dura, io ho avuto pazienza e aspettato il mio momento, poi ho trovato sulla mia strada un buon compagno di fuga (lo statunitense McNulty, ndr) e le gambe dei giorni migliori. Quando siamo arrivati ad avere 20” di vantaggio sugli inseguitori, sapevamo che erano in ballo le medaglie così ho dato il massimo. Una volta entrato nell’autodromo non mi sono mai voltato. C’erano tanti corridori buoni dietro, quindi ho pensato solo ad andare a tutta. In Ecuador saranno impazziti». Una festa destinata ad echeggiare fino al suo ritorno il patria.

E una festa che è già iniziata, almeno sui social. Il presidente dell’Ecuador, Guillermo Lasso, si è subito complimentato su Twitter esprimendo un senso di grande orgoglio. E anche le altre zone ecuadoriane lo hanno fatto: dal Charchi (la sua provincia) al Macará, dalle Ande all’Amazzonia e persino alle Galápagos.

Van Aert è stato colui che più di tutti ha lavorato per chiudere su Carapaz e McNulty
Il belga Van Aert ha lavorato più di tutti per chiudere su Carapaz e McNulty

Van Aert, ancora secondo

Al traguardo della prova in linea, situato nella prefettura di Shizuoka, si è respirata finalmente aria olimpica, dopo giorni in cui il pubblico era stato costretto a vedere le competizioni solamente in tv. In questa zona, infatti, il numero di contagi è decisamente più basso rispetto all’area di Tokyo e così si sono potute aprire le porte agli spettatori locali. Sorrisi nascosti dalle mascherine, bambini che corrono felici nel lungo corridoio antistante alle tribune: immagini che restituiscono uno sprazzo di normalità in questa situazione d’incertezza che ormai ci avvolge da più di un anno e mezzo. Un regalo del ciclismo all’Olimpiade.

Applausi per tutti, anche per i corridori più attardati, anche a meritare le urla più calorose, insieme, al trionfatore in solitaria, sono stati altri due grandi protagonisti del Tour de France, che si sono dati battaglia fino all’ultimo millimetro, a suon di colpi di reni. A spuntarla è stato il belga Wout Van Aert, arrabbiatissimo al traguardo per un altro argento proprio come lo scorso anno al Mondiale vinto da Julian Alaphilippe.

«Corro sempre per vincere – ha detto il belga – ma sono molto più felice che a Imola. Ho sempre un argento al collo, ma una medaglia olimpica ha un peso decisamente più importante di una mondiale. Oggi ho trovato sulla mia strada un ragazzo più forte, io ho fatto del mio meglio, fino allo sprint finale».

Ci riproverà tra tre anni a Parigi, qualunque sarà il percorso, considerata la sua poliedricità. D’altronde, Wout ha già dimostrato che la capitale francese e i suoi Campi Elisi gli piacciono proprio. Prima però l’attende la prova contro le lancette: «Per mercoledì penso di avere buone possibilità. Dopo il Tour de France, ho recuperato, mi sono adattato al fuso orario e al caldo, quindi anche nella prova contro il tempo punto al massimo risultato possibile». Top Ganna è avvisato.

Al termine della volata, Pogacar allunga il braccio verso Van Aert (che risponde all’abbraccio). Sono stati i più attivi
Al termine della volata, Pogacar allunga il braccio verso Van Aert (che risponde all’abbraccio). Sono stati i più attivi

Dal giallo al bronzo

Si è arreso al fotofinish, ma era contento del bronzo conquistato, invece, il padrone degli ultimi due Tour, Tadej Pogacar. L’incredibile sloveno ha corso come sempre all’attacco, dando spettacolo ed è stato ripagato, dimostrando di essere sempre più anche un uomo da corse di un giorno.

«Sono felicissimo per il terzo il posto – ha detto Pogacar – perché ho dato il massimo. Sono super, super contento di essere stato in grado di salire sul podio dei Giochi Olimpici. Ho attaccato da lontano perché mi sentivo bene, sono scattato senza pensarci troppo e un attimo dopo mi sono pentito. Ho pensato: ma quando finisce questa salita? Ad ogni modo non ho rimpianti, con il mio forcing ho selezionato il gruppo dei migliori con cui me la sono giocata fino alla fine, quindi va bene così».

Casa Colnago, tre giorni dopo la fine del Tour. Nasce tutto qui

22.07.2021
7 min
Salva

Tre giorni dopo la fine del Tour, mentre Pogacar aveva appena messo piede sul suolo giapponese per la sfida delle Olimpiadi, le bici della conquista francese varcavano nuovamente i cancelli di Cambiago da cui erano partite circa un mese prima. Che cosa rappresenti per Colnago la conquista di quel simbolo giallo è il motivo della nostra visita, in un misto di curiosità professionale e stupore infantile nella fabbrica dei balocchi. E così, in una mattina torrida come ogni santo giorno da qualche settimana a questa parte, anche noi abbiamo varcato quell’uscio di metallo che immette direttamente nell’officina dell’azienda lombarda.

Ad accoglierci, Alessandro Turci, che da anni lavora in Colnago nel settore delle comunicazioni, e il Brand Manager Alessandro Colnago. Manolo Bertocchi, Direttore Marketing dell’azienda, arriva con un fantastico cappellino da ciclista ben calzato sul capo, mentre poco più tardi ci raggiungerà Nicola Rosin, il nuovo Amministratore Delegato.

Le tre bici di Tadej

La possibilità di… giocare con le tre bici rientrate da Parigi è un privilegio cui non rinunciamo, per cui la prima parte della visita se ne va toccandole, inquadrandole, respirandole, ammirandone i dettagli. Sono tre V3Rs, la bici con cui stanno correndo tutti i corridori del Team Uae Emirates, di cui vi abbiamo già raccontato in varie occasioni, anche chiedendo un parere a Matteo Trentin che l’ha usata e la userà ancora per le battaglie d’un giorno. Ma queste portano i colori delle maglie del Tour indossate dal principe sloveno. La bianca, la gialla e quella a pois, realizzata ma mai utilizzata a causa della sovrapposizione dei primati.

Nell’officina, in un angolo dedicato, stanno prendendo forma invece le V3Rs ufficiali del Tour, nere, gialle e con le grafiche della Grande Boucle. Pare che appena sia uscita la news che le annunciava, le prenotazioni siano esplose. Ne saranno realizzate soltanto 108, avrebbero potute farne ben di più.

Poche ore dopo la fine del Tour a Parigi, lo sloveno era sulla via di Tokyo
Poche ore dopo la fine del Tour a Parigi, lo sloveno era sulla via di Tokyo

Progetti e scaramanzie

Questa volta era tutto pronto. La previsione che Pogacar potesse farlo ancora era nell’aria, di conseguenza Colnago ha chiesto uno sforzo ai partner tecnici affinché fornissero i loro componenti per allestire bici con livree diverse. Anche per mettere in produzione la V3Rs Capsule Collection, la raccolta delle tre bici che abbiamo avuto il piacere di incontrare venendo in azienda e che saranno in vendita per i tifosi del campione sloveno, prodotte prima ma svelate soltanto a fine Tour: non poteva essere altrimenti.

«L’anno scorso – dice Bertocchi – la vittoria fu inaspettata. Noi non c’eravamo ancora, ma il fatto che Tadej prese la maglia alla fine, nell’ultima crono, impedì di studiare chissà quali strategie. Quest’anno dopo la prima settimana invece si è capita l’aria e abbiamo iniziato a programmare le nostre strategie, pur facendo le dovute scaramanzie. Se al posto di Roglic fosse caduto Tadej, saremmo qui a parlare di niente. E volendo fare un’annotazione su di lui, è incredibile quanto fosse calmo, nonostante avesse vinto il Tour. Era lui che versava da bere agli altri. Avendo vissuto gli anni di Armstrong e dei suoi comportamenti, Pogacar è davvero un altro mondo».

Un ciclo di interesse

Rosin entra e viene a sedersi. Proviene dal mondo delle selle, la sua nomina in Colnago circolava, ma è stata a lungo tenuta riservata, in quella fase di acquisizione dell’azienda a parte del Fondo Chimera, per evitare speculazioni e permettere alla nuova dirigenza di entrare bene nel ruolo. Nei primi minuti osserva, lascia parlare, poi si unisce al discorso con il piglio del dirigente e la passione del tifoso che anima o dovrebbe animare chiunque faccia parte di questo mondo fantastico che è il ciclismo.

«Vincere il Tour – dice – avrà una ricaduta importante, anche se almeno per i prossimi 12 mesi il business sarà limitato dal Covid. Questo non ci impedirà di mettere in atto strategie di branding, perché ci siamo resi conto che questo personaggio acqua e sapone piace e costituisce un trend molto interessante. La stagione finora è veramente piaciuta a tutti. C’è gente che è tornata a seguire le corse grazie a questi giovani portentosi. Io per primo, che magari prima seguivo nelle occasioni principali, mi sono ritrovato a segnarmi gli orari della Tirreno-Adriatico, per osservarli all’opera. Si è aperto un ciclo di interesse e noi siamo avvantaggiati».

Made in Italy, ecco come

Con Manolo si era già parlato di quanto si volesse far passare il concetto di biciclette Made in Italy, ma ora il passo è ulteriore: «C’è tanta Italia in queste biciclette – dice – la visione del progetto è italiana al 100 per cento e non starei a parlare di rivincita del Made in Italy, semmai di riaffermazione. E quando da dicembre vedranno la luce i nuovi prodotti, si vedrà quello di cui parliamo da un po’».

Il concetto viene ripreso da Rosin, con un’annotazione che spazza via provvidenzialmente un certo modo di fare affari e apre la porta sul nuovo che necessariamente avanza.

«Siamo in un business molto esigente – dice – in cui il prodotto deve essere di alta qualità. Ci sono stati anni in cui in nome del Made in Italy sono state vendute produzioni che non ne erano assolutamente all’altezza. Il tempo dello “story telling” è stato sostituito dalla necessità dello “story being”: più sostanza che forma. E sopra all’alta qualità, ci appoggiamo il fatto che sia Made in Italy. E a quel punto queste tre parole assumono il significato di un lusso aggiunto».

Ricerca di verità

La chiusura è con Manolo Bertocchi, che ribadisce parole che sentirete anche nella video intervista di Rosin: la ricerca di verità.

«Dobbiamo raccontare le cose come stanno – dice – far capire che è nato tutto fra queste mura. I prodotti di Cambiago sono studiati e realizzati o assemblati a Cambiago. Questo Tour e ogni altra conquista sono il frutto del lavoro di tutti, dalla segretaria che risponde al telefono per finire sul gradino più alto del podio di Parigi con Pogacar. Per questo ieri sera siamo stati a cena tutti insieme. C’erano tutti gli uomini della Colnago. Il Tour lo abbiamo vinto tutti. Tutti abbiamo fatto i salti mortali. E quella bici gialla, che è proprio quella di Parigi, alla fine della stagione andrà a casa di Tadej. E’ giusto che alla fine un pezzetto di questa storia rimanga con lui per sempre».

Colnago celebra Pogacar con la V3Rs Capsule Collection

19.07.2021
4 min
Salva

L’edizione 2021 del Tour de France ha visto il trionfo di Tadej Pogacar capace di conquistare per il secondo anno di fila non solo la maglia gialla, simbolo del vincitore del Tour, ma anche la maglia bianca di miglior giovane e quella a pois di leader degli scalatori. E lo ha fatto in sella ad una Colnago V3Rs.

Con Pogacar vince anche Colnago

Come detto, con lo sloveno sugli Champs-Élysées ha trionfato per il secondo anno di fila anche Colnago, eccellenza italiana conosciuta in tutto il mondo. Per celebrare questo nuovo prestigioso trionfo, l’azienda di Cambiago ha presentato proprio oggi la V3Rs Capsule Collection formata da tre biciclette ispirate alle tre maglie conquistate da Tadej Pogačar al Tour de France.

Da oggi è possibile acquistare la stessa bicicletta utilizzata sulle strade di Francia dall’ultimo vincitore della Grand Boucle scegliendo fra una delle seguenti tre versioni: con livrea giallo-nera dedicata alla maglia gialla simbolo del leader della classifica generale e vincitore della corsa; con livrea bianca a pois-nera, ispirata alla maglia a pois di miglior scalatore della Grand Boucle; con livrea bianco-nera, ispirata alla maglia bianca di miglior giovane della corsa a tappe francese.

Al momento dell’acquisto, a seconda della versione scelta, si riceverà in dono la maglia originale corrispondente autografata da Tadej Pogacar, completa di loghi UAE Team Emirates e degli altri sponsor della squadra. 

Un binomio vincente

Tadej Pogačar, fresco vincitore per il secondo anno di fila del Tour, ha voluto sottolineare il forte legame che lo lega a Colnago: «Una delle cose che mi piace di più quando ottengo buoni risultati al Tour sono le bici speciali che Colnago prepara per me. L’attenzione ai dettagli è davvero unica. Corro in sella a Colnago da quando sono passato professionista. Quando ripenso ad alcune delle mie più grandi vittorie mi vedo sempre in sella a una Colnago. Sono felice di far parte della straordinaria storia di questo marchio e che altri ciclisti possano condividere la mia esperienza con queste tre bici speciali che celebrano tre maglie altrettanto speciali».

Nicola Rosin, amministratore delegato Colnago, esprime così la sua soddisfazione per il recente trionfo al Tour: «Quale occasione migliore che la celebrazione di un trionfo come quello di Tadej e della UAE Team Emirates al Tour de France per il lancio di una collezione esclusiva e unica di biciclette bellissime. La chicca della maglia autografata rende l’esperienza dell’acquisto di queste Colnago ancora più speciale».

Pogacar in maglia a pois sui Campi Elisi. Lo sloveno è stato anche il re della montagna
Pogacar in maglia a pois sui Campi Elisi. Lo sloveno è stato anche il re della montagna

V3Rs, il top Colnago

Effettuando l’acquisto si potrà entrare in possesso di una versione davvero unica della V3Rs, top di gamma firmato Colnago. Si tratta di un monoscocca ultraleggero e aerodinamico dal peso di appena 790 grammi in taglia 50s versione disc grezza (con le parti metalliche collocate e incollate). L’integrazione totale dei cavi, che passano all’interno dell’attacco manubrio e del pivot della forcella, conferisce all’intera bicicletta un look esteticamente impeccabile.

Come ogni Colnago che si rispetti, anche la V3Rs si caratterizza per un montaggio di assoluta qualità a partire dal gruppo Campagnolo Super Record Eps Disc a 12 velocità. Sempre di Campagnolo sono anche le ruote Bora Ultra WTO db con finitura C-LUX abbinate al copertoncino Vittoria Corsa. Deda Elementi firma la piega manubrio con il modello Alanera, un monoscocca in fibra di carbonio. Chiude la componentistica tutta made in Italy la sella Prologo Scratch M5 Nack. Chicca finale il portaborraccia in carbonio firmato Colnago.

Il prezzo suggerito al pubblico è di 14.090 euro.

Colnago

Il Tour di Pogacar: motore, fame e testa da campione

19.07.2021
6 min
Salva

Ieri Tadej Pogacar ha vinto il Tour de France. Ovviamente doveva essere una notizia importante, eppure quasi non lo è sembrata, dando più l’idea dell’ufficialità formale di un qualcosa che era già assodato per tutti. Già, perché il Tour è stato veramente in mano a Pogacar fin dalle Alpi, anzi, da prima ancora, dalla crono vinta nella quinta tappa, ormai 20 giorni fa, praticamente da quando si è iniziato a fare sul serio per la generale. Tutto sotto controllo, tutto liscio. In fondo il grande campione fa sembrare semplici delle vere e proprie imprese, ma vincere la Grande Boucle in realtà non è mai scontato. E una vittoria così, con questa supremazia, merita sicuramente un approfondimento per tentare di analizzarne le radici, i meriti e le colpe, se ce ne sono, dei rivali. Per farlo ci avvaliamo di un campione olimpico che al Tour ha partecipato per ben 4 volte, Silvio Martinello, con il quale abbiamo condiviso… il viaggio francese ogni giorno su Facebook.

Dopo la caduta del terzo giorno, il Tour di Roglic ha preso una china discendente, fino all’inevitabile ritiro
Dopo la caduta del terzo giorno, il Tour di Roglic ha preso una china discendente, fino all’inevitabile ritiro

Nessuna sorpresa, tanti meriti

Andiamo dritti al punto: Martinello come ce lo spieghi questo dominio dello sloveno al Tour?

Innanzitutto era il favorito principale avendo vinto il Tour dell’anno scorso e arrivando a questo con una stagione strepitosa. Poi stiamo parlando di un corridore che ha i connotati del fuoriclasse con molte stagioni di grandi soddisfazioni davanti a sé, quindi non si può certamente considerare un vincitore a sorpresa.

Quindi solo merito suo?

Principalmente sì, ci tengo a sottolinearlo. C’è da dire che è rimasto avvantaggiato dal fatto che il suo principale rivale, ovvero il connazionale Roglic sia stato tagliato fuori da una caduta. Avevano entrambi iniziato molto bene il Tour. Ripensando alle prime due frazioni, quelle vinte da Alaphilippe e VdP, i due sloveni arrivarono uno secondo e l’altro terzo insieme. Si pensava che una volta iniziate le grandi montagne, la situazione sarebbe stata Roglic-Pogacar davanti e il terzo in classifica a 7′. Poi c’è stato il ritiro di Primoz e quindi Pogacar è rimasto solo. Per cui certo l’assenza del più grande rivale ha aiutato Tadej, ma non sapremo mai quanto. Anche perché sotto un certo punto di vista il forfait del connazionale gli ha creato pure delle difficoltà.

In che senso?

La Jumbo-Visma si sarebbe presa le sue responsabilità nel controllo della corsa, condividendole con la squadra rivale. Responsabilità che invece così nelle ultime due settimane sono state quasi esclusivamente sulle spalle del UAE Team Emirates, tranne che per il grande lavoro fatto in alcune frazioni dalla Ineos per cercare di mettere in difficoltà Pogacar.

La Ineos secondo Martinello ha fatto bene a mettere Pogacar sotto pressione. Tadej ha poi risposto da campione
La Ineos ha fatto bene a mettere Pogacar sotto pressione. Tadej ha poi risposto da campione

Avversari impeccabili…

Ecco parliamo anche delle altre squadre, c’è stato qualche errore degli avversari che ha spianato ulteriormente la strada al vincitore?

Secondo me no. La Ineos ha fatto bene a provare a mettere lo sloveno alle corde e infatti l’unico momento difficile che ha attraversato è emerso dopo l’atteggiamento che aveva assunto la Ineos Grenadiers, isolandolo ed esponendolo all’attacco di Vingegaard sul Mont Ventoux. Poi lo abbiamo detto da subito che le due squadre con la struttura per condizionare la corsa erano la Jumbo-Visma e la Ineos ed è evidente che quanto sia accaduto abbia dimezzato la loro potenza di fuoco.

Potenza di fuoco?

Soprattutto la Ineos era partita con 2/3 capitani e senza la caduta di un campione come Thomas poteva muoversi diversamente. Errori comunque non ne ho colti e ribadisco che non sono d’accordo con chi pensa che la Ineos abbia sbagliato ad essere aggressiva. Non potevano rinunciare a provarci e allo stesso tempo con la classifica corta tra i primi 10, attaccare aiutava anche a staccare gli altri pretendenti per il podio. Ogni formazione, quindi, ha fatto il suo dovere.

Mont Ventoux: Vingegaard attacca e si volta, Pogacar è con lui, ma sta per cedere. Unico suo giorno di crisi
Mont Ventoux: Vingegaard attacca e si volta, Pogacar sta per cedere. Unico giorno di crisi

…ma Tadej di più!

Tornando su Tadej, perché ha trasmesso a tutti questa sensazione di dominio assoluto?

Perché ha avuto solo il passo falso del Ventoux, poi ha fatto praticamente ciò che voleva, dominando sulle Alpi oltre ogni pronostico e vincendo sui Pirenei entrambe le tappe con una gestione perfetta degli avversari. Ha vinto meritatamente il suo secondo Tour consecutivo, correndolo senza sbavature. Veramente non riesco a trovarne neanche una. Anche sul Mont Ventoux ha gestito la situazione delicata con intelligenza da campione, dimostrando di avere quella maturità mentale ed esperienza che serve in quei momenti, nonostante la giovane età. Poi certo uscire dalle Alpi con quel vantaggio lo ha aiutato a non andare nel panico.

Che cosa dici della gestione delle energie? C’è stato un calo?

E’ stato molto bravo anche in questo. Era prevedibile un calo e in effetti sui Pirenei non ha staccato Vingegaard e Carapaz, ma non sapremo mai se sia dipeso solo da una loro crescita o anche da un suo cedere un po’. Anche queste tappe sono state terreno di conquista per lui, ma non ha fatto il vuoto come sulle Alpi. Forse è più corretto dire che è rimasto sempre costante, regolare.

Quindi anche l’avvicinamento è inattaccabile?

Certo, cosa vuoi dire ad uno che ha vinto ovunque abbia corso tranne praticamente al campionato nazionale? La preparazione e l’assalto alla vittoria del secondo Tour consecutivo sono stati straordinari, i risultati sono lì a testimoniarlo.

Sorriso e tutto sotto controllo, una vittoria parsa facile, che facile non è stata. Una vittoria da campione
Sorriso e tutto sotto controllo, una vittoria parsa facile, che facile non è stata
Si poteva pensare che andando già forte prima potesse arrivare un po’ corto al grande impegno…

Evidentemente siamo di fronte ad un ragazzo con un motore di altissima cilindrata e con una capacità mentale decisamente non comune. Ha 23 anni! Non è ancora sazio e mi auguro che con le soddisfazioni economiche non gli passi questa fame. Tanti fanno fatica a gestire fama e gloria e nel ciclismo ti aspettano al varco. Se fa un passaggio a vuoto alle Olimpiadi o al Tour dell’anno prossimo, qualcuno già inizia a pensar male.

Cosa deve fare ora?

Deve farsi passare velocemente la sbornia e mettersi a testa bassa a lavorare, anche se finora ha dimostrato di avere consapevolezza di ciò che vuole e di dove vuole arrivare. Auguriamoci che questo appetito gli rimanga a lungo perché ci farà divertire. Anche se non è dei “nostri”, chi è appassionato di ciclismo non può far altro che applaudire.

Sui Pirenei ha dimostrato di essere abbastanza…famelico?

Decisamente. Era chiaro che lui avesse il Tour in tasca dopo la prima settimana, al di là dei vari imprevisti che potevano capitargli, quindi li avrebbe potuto gestire. Invece è andato a cercare quei successi per vincere in maglia gialla, onorando così la grande corsa francese e anche gli avversari.

Forse troppo?

Certo il ciclismo è pieno di casi di “a te la tappa, a me la maglia”, ma questa occasione non si è mai presentata, perché sono sempre arrivati in 3 e a Luz Ardinen se non fosse partito lui, avrebbe vinto Enric Mas. Non ha umiliato gli avversari, anzi l’esatto opposto perché hanno perso contro il più forte. Ha mostrato la giusta fame! Se questo significa essere “cannibale” come lo ha etichettato qualcuno in senso dispregiativo, allora chiamatelo pure cannibale.

Campi Elisi per due. A Van Aert la tappa, a Pogacar la storia

18.07.2021
5 min
Salva

L’ultima volata del Tour de France è come l’ultima crono: non vince il più specialista, ma quello che ha recuperato meglio. Lo sa bene Daniele Bennati, ultimo italiano a sfrecciare su Campi Elisi nel 2007.

«E’ esattamente quello che ho pensato quando ha vinto Van Aert – dice il toscano – che deve anche dire grazie a un grande Teunissen, per come l’ha lanciato. La Deceunick? Forse stavolta si sentivano troppo sicuri».

“Cav” alla frutta

Quel rettilineo è infido e lunghissimo. Prima di partire ci hanno pensato a lungo. Teunissen ha portato Van Aert fino al punto in cui far esplodere la sua volata e a quel punto dietro non sono riusciti neppure a uscirgli dalla scia. Troppo più forte il campione belga. O semplicemente il film di Cavendish era destinato ad arrestarsi davanti a due evidenze. La prima è che il britannico in maglia verde si è trascinato su tutte le salite delle ultime due settimane, cercando di stare nel tempo massimo e senza grosse occasioni per recuperare. Come ieri Kung, specialista ma sfinito. Mentre Van Aert vincendo la crono ha dimostrato di essere ancora a mille. La seconda è probabilmente più legata alla cabala che all’evidenza scientifica. E dice che forse il record di Merckx ha voluto resistere per un anno ancora e forse, chissà, resisterà per sempre.

Subito a Tokyo

«In realtà, non posso crederci – dice Van Aert subito dopo aver ripreso fiato – questo Tour de France è stato fantastico. Un ottovolante pazzesco. Finire con tre vittorie in tasca è totalmente fuori dalle mie aspettative. Una vittoria come questa non ha prezzo e adesso dovrò correre all’aeroporto a prendere il mio volo per Tokyo. Devo dire grazie alla mia piccola squadra e soprattutto a Mike Teunissen, che mi ha messo in una posizione perfetta prima dello sprint. Era fondamentale ritrovarsi in una buona posizione dopo l’ultima curva a destra. Ero sicuro che Mike potesse farcela e lo ha fatto perfettamente».

I campioni fanno così. E adesso vai a capire se sia il cross che lo ha reso grande su strada o se sia semplicemente grande dovunque lo si metta. Se riuscirà a metabolizzare bene queste fatiche e ad assorbire il passaggio in Giappone, un oro da laggiù lo porta a casa di sicuro.

Passerella in giallo per il secondo anno consecutivosui Campi Elisi: il Tour è di Pogacar
Passerella in giallo per il secondo anno consecutivo sui Campi Elisi: il Tour è di Pogacar

Un’altra verde

Cavendish prima ha esitato nel prendere la ruota giusta, infilandosi nelle tasche di Morkov, poi non ce l’ha fatta a cambiare passo. Forse si è addirittura tolto un peso. Di sicuro la maglia verde e quattro tappe vinte sono più di quanto si sarebbe mai aspettato a febbraio, quando sgomitava nelle prime volate cercando di ritrovare il feeling.

«Dieci anni dopo, di nuovo con la maglia verde – dice – è fantastico, sembra di essere ringiovanito. Il supporto del pubblico è stato incredibile durante tutto il Tour de France. Tornare a Parigi è un onore. Sono tornato ed è un sogno. Il sogno di un bambino che diventa realtà dopo un sacco di duro lavoro. Se una delle mie vittorie può ispirare dieci bambini ad affrontare il ciclismo e magari correre il Tour de France in futuro, per me sarà la cosa più importante».

A chi diceva che fosse una squadra… leggera, la risposta: tutti a Parigi
A chi diceva che fosse una squadra… leggera, la risposta: tutti a Parigi

E adesso il Re

Non ce ne vogliano i tifosi di Pogacar, la cui vittoria non si dà per scontata, anche se rispetto allo scorso anno, abbiamo avuto tutto il tempo per abituarci. Nella pazzesca cornice di pubblico del circuito sui Campi Elisi, la maglia gialla ha girato come un metronomo, irraggiando i dintorni con il suo splendore. Il Uae Team Emirates ha chiuso a pieno organico, bella risposta a chi li dipingeva come un gruppo di poco spessore.

Neppure Contador resiste alla tentazione di un selfie con Pogacar
Neppure Contador resiste alla tentazione di un selfie con Pogacar

«E’ semplicemente pazzesco essere tornati qui in giallo – dice Pogacar a margine del podio – e con una squadra incredibile. Oggi ci siamo divertiti e ora è il momento di festeggiare. Stamattina è stato bello prendersela comoda. Ci siamo divertiti a chiacchierare tra noi. Poi siamo arrivati qui sul pavé dei Campi Elisi ed è ricominciata la corsa a tutto gas, come ogni giorno. Non riesco a esprimere quanto sia felice. Rimarrò motivato nei prossimi anni, ma al futuro ci penseremo poi… L’anno scorso ho provato emozioni forti, questa volta sono ben diverse. Il nuovo Cannibale? Non mi piace paragonarmi ad altri corridori, ognuno ha il suo stile e la sua personalità. Ogni corridore è unico. E io sono Pogacar. Mi godo la vita, lavoro duro, amo andare in bicicletta. Sono queste le cose che contano».

Tutti contro Merckx, ma Merckx non si piglia

18.07.2021
4 min
Salva

Ci hanno provato tanti e in tutti i modi, ma finora Merckx non aveva mai immaginato di poter condividere la corona con un altro. Cederla mai. Quella con Lance Armstrong è stata un’amicizia, avendo visto crescere l’americano accanto a suo figlio Axel e certo nello strapotere del texano, il grande belga poteva aver visto la sua stessa protervia di certi giorni. Eppure dopo gli inizi, era stato chiaro che in ogni caso e pure senza le nefandezze che ne hanno spazzato la carriera, si sarebbe trattato di un dominio limitato al Tour de France e poco altro.

Al Tour del 1969, Merckx vinse sei tappe e le tre maglie, lasciando Pingeon a 18′ e Poulidor a 22′
Al Tour del 1969, Merckx vinse sei tappe e le tre maglie, lasciando Pingeon a 18′ e Poulidor a 22′

Remco si farà

Così ci hanno provato con Evenepoel, facendolo con troppa insistenza e per giunta alle spalle di Remco, che non ha mai avuto interesse a svegliare il leone addormentato. Ma in Belgio il ciclismo è religione e la cosa peggiore a un certo punto è l’integralismo di certe posizioni. Merckx infatti non l’ha presa bene. Essendo campione di scuola antica, sfrontato in bici ma rispettoso nel resto del tempo, si è sentito in dovere di rispondere.

«Dovrà migliorare su molti terreni – ha detto dopo il Giro d’Italia – ha vinto grandi classiche come San Sebastian, ma deve ancora imparare molto. A leggere certe interviste, sembra quasi che si senta arrivato, ma deve mangiare ancora molti panini. E’ andato al Giro d’Italia e forse lo ha sottovalutato. Non c’è niente di sbagliato, adesso l’ha capito: prima di correre, bisogna imparare a camminare. Ha detto bene Lefevere: miracoli non se ne fanno. Per me nel 1967 fu uno shock. Avevo corso la Parigi-Nizza e due volte il Midi Libre, ma nella terza settimana del Giro mi spensi, pur avendo vinto sul Blockhaus e uno sprint di gruppo. D’altro canto, mi piace molto Van der Poel. Secondo me, lui potrebbe diventare in futuro un corridore da Giri».

Evenepoel, da ragazzo intelligente qual è, non ha nemmeno provato a controbattere. «Eddy Merckx – si è limitato a dire, facendo l’inchino – ha il diritto di mettere chiunque al suo posto, visto il suo palmares».

Sul podio di Libourne, due giorni fa, Merckx ha applaudito Pogacar
Sul podio di Libourne, due giorni fa, Merckx ha applaudito Pogacar

Un sorriso per Cavendish

Questa volta… l’attacco è su due fronti. Da una parte c’è Cavendish, che oggi potrebbe battere il record delle tappe vinte al Tour. E poi c’è Pogacar che a 22 anni ha vinto la Liegi e il secondo Tour e dovunque vada, punta e vince. Lo sloveno non ha mai fatto proclami, stando alla larga dalla maestà belga. E forse proprio per questo, Eddy ha cominciato a guardarlo con occhi diversi.

«Non ho visto Cavendish per parecchio tempo – ha detto – ma ricordo che nel primo periodo alla Quick Step, durante i criterium a volte ha dormito a casa mia con alcuni altri corridori. Lui era l’unico che puliva la sua stanza. Non conosciamo molto del suo carattere, ma quello che mi è restato in mente è la sua grande gentilezza. Quanto al record, devo dire che dormo tranquillo e non ho incubi. Quel numero non è mai stato una fissazione, il ciclismo segue la sua strada. E’ tutto normale e persino divertente. Ciò che ha fatto è meraviglioso, il suo ritorno. Se può, deve divertirsi ancora. Però di certo non si possono paragonare le nostre vittorie. Lui potrebbe essere il più grande sprinter di tutti i tempi, ma le mie sono state ottenute in modo diverso, non ha senso neppure discuterne. Io ho fatto 2.800 chilometri in testa al gruppo, lui ne ha fatti sei».

La grandezza di Eddy fu anche in quella dei rivali: qui Gimondi. Per questo Pogacar ha bisogno di Bernal, Evenepoel e Roglic
La grandezza di Eddy fu anche in quella dei rivali: qui Gimondi. Per questo Pogacar ha bisogno di Bernal, Evenepoel e Roglic

L’abbraccio a Pogacar

La stilettata, portata col sorriso, introduce il discorso su Pogacar e questa volta Merckx è meno netto, forse perché ha riconosciuto uno sguardo vagamente simile e dei modi rispettosi che gli vanno a genio. E poi corre anche lui su una Colnago.

«Vedo in lui il nuovo cannibale – ha detto Eddy – se non gli succede niente potrà vincere certamente più di cinque Tour».

La maglia gialla, che si è ritrovato con il grande belga sul podio di Libourne, ha accettato di buon grado il complimento e poi ha fatto un passo indietro

«E’ un onore – ha detto – essere sullo stesso podio con Eddy Merckx. Lui è un eroe del ciclismo. Io non mi sento un eroe, ma spero di invogliare molti bambini a correre in bicicletta».

Se Eddy fosse stato sul podio della crono di ieri però, forse una battuta gliel’avrebbe mollata. Lui avrebbe fatto di tutto per vincerla. Come nel 1969, quando al pari di Pogacar vinse le tre maglie, ma portò a casa sei tappe e rifilò 18 minuti a Pingeon e 22 a Poulidor. La sua ammissione tuttavia è quasi un’investitura.

Ultima crono, Pogacar sicuro, gli altri no. Parla Malori

16.07.2021
5 min
Salva

Domani si giocheranno il Tour a crono, anche se in realtà da giocarsi ci saranno la tappa e il resto del podio fra Vingegaard e Carapaz, poiché Pogacar là davanti ha poco da temere. Se infatti fra lo sloveno e il danese ci sono 5’45” incolmabili, fra il danese e l’ecuadoriano della Ineos ballano appena 6 secondi e a ben guardare il vero motivo di interesse sarà in questa sfida.

Quando si parla di crono, non c’è nome che tenga: un passaggio con Adriano Malori è il modo migliore per vederci più chiaro. Oltre ad essere stato uno dei migliori specialisti mondiali fino al dannato incidente del 2016, l’emiliano è attentissimo a ciò che si muove sotto il cielo del professionismo.

«E secondo me – dice – domani per la crono sarà un affare tra Pogacar e Van Aert. Ci sarebbe Kung, ma l’ho visto staccarsi in pianura il giorno che ha vinto Politt. Magari mi smentisce, ma non mi ha dato grandi sensazioni. In una crono di fine Tour non conta essere specialisti, ma aver recuperato bene. Pogacar in questo senso mi sembra il più fresco di tutti, mentre Van Aert lo vedo che si stacca sempre prima dei finali. Fa così dalla vittoria sul Ventoux, viene da pensare che non pensi ad altro che alla crono».

Nella prima crono del Tour, Vingegaard è stato 3° a 27″ da Pogacar
Nella prima crono del Tour, Vingegaard è stato 3° a 27″ da Pogacar
Se è un fatto di recupero, Pogacar ha già vinto…

La cosa incredibile è che sembra che giochi. Due giorni fa in salita ha allungato con due pedalate, ha una facilità che gli altri non hanno. Vingegaard non può insidiarlo per la tappa, almeno una ventina di secondi glieli concede. Gli unici che potevano metterlo in difficoltà sarebbero stati Roglic e Thomas. Ma Thomas non va. Tanti in passato sono caduti, poi però essendo in condizione, sono tornati su. Lui non si è mai ripreso, non credo stia così bene.

E’ una crono veloce di 30,8 chilometri.

La crono perfetta per Malori e Ganna (sorride, ndr). Sono curioso di vedere come se la caveranno i non specialisti.

Fra Carapaz e Vingegaard?

Bisognerebbe dire Carapaz che in teoria nella terza settimana ha più esperienza e recupera meglio, ma a vederli in salita in questi giorni, non ne sarei tanto sicuro.

Nella prima crono di 27,2 chilometri, Carapaz è finito a 1’44” da Pogacar
Nella prima crono di 27,2 chilometri, Carapaz è finito a 1’44” da Pogacar
Sei secondi li guadagni o li perdi anche grazie alla bici…

Ormai le bici sono come le auto. C’è sempre chi scopre qualcosa in più, ma è questione di tempo e arrivano anche gli altri. E’ come chiedere se sia meglio Audi o Mercedes. I livelli sono quelli, non so se Pinarello abbia fatto per Carapaz la stessa personalizzazione che ha fatto per Ganna. Parlando di pochi secondi, quella potrebbe essere una differenza interessante.

Ruote, rapporti… tutto come sempre?

Sì, non cambia niente. L’unica variabile di cui tenere conto anche nella scelta dei componenti è il vento. Che è determinante su due fronti. Quello della bici e quello della disidratazione. Se è frontale, rallenta gli atleti più grandi, per cui Vingegaard, che è più piccolo di Pogacar ma più o meno spinge gli stessi watt, potrebbe essere avvantaggiato. Mentre diventa causa di disidratazione, per cui è tassativo correre con la borraccia.

A Laval, Van Aert è arrivato 4° a 30″ da Pogacar
A Laval, Van Aert è arrivato 4° a 30″ da Pogacar
Come ci si scalda?

Altro fronte caldo, va fatto bene. La mattina, provando il percorso scioglierei le gambe dietro macchina. Poi al momento giusto farei 30 minuti di rulli con qualche progressione, senza esagerare. Il fisico è così stanco e i muscoli avranno memoria della tappa di oggi, che si scalderanno con un niente.

A causa di cosa Pogacar potrebbe perdere il Tour?

Di nulla, impossibile. Neanche una giornata stortissima ti fa perdere 5’45” in una cronometro. L’unico corridore che poteva contendere il Tour a Pogacar era Roglic, ma non alla fine. A questo punto sarebbe stato impossibile anche rivedere il film del 2020 a parti invertite. Roglic aveva meno vantaggio e non aveva dimostrato la stessa superiorità.

La caduta non ci voleva…

In un Tour in cui si va a 70 all’ora a 10 centimetri uno dall’altro, i freni a disco sono una condanna. I tempi di reazione sono diversi, basta che quello davanti sfiori il freno e gli finisci sopra. Non c’è margine di errore. In più è caduto nel giorno sbagliato, perché ritrovarsi a fare la crono con il body e la posizione aerodinamica deve essere stato tremendo. Per questo è un rischio puntare tutto su una sola corsa come ha fatto Roglic.

Kung nella prima crono è stato 2° a 19″ da Pogacar
Kung nella prima crono è stato 2° a 19″ da Pogacar
Il rischio di caduta va messo in conto?

Per forza, io non avrei mai fatto la scelta di Roglic. Passi settimane e settimane a pensare allo stesso obiettivo, che a un certo punto diventa quasi un’ossessione. E se cadi e vedi sfuggire tutto quello per cui hai lavorato, la testa se ne va. Ha fatto bene a ritirarsi e riprogrammarsi per le Olimpiadi e semmai la Vuelta. Gli sloveni sono freddi. Chiunque avesse preso la mazzata che ha preso lui l’anno scorso, avrebbe bevuto venti litri di birra e sarebbe sparito. Lui invece si è rimesso sotto, si è presentato bene ai mondiali, ha vinto la Liegi e poi la Vuelta. Pogacar ha fatto meglio.

Cioè?

Ha fatto come Roglic l’anno scorso, vincendo e preparandosi, arrivando al Tour con un bel bottino. Per me ha sbagliato solo ad andare al Giro di Slovenia, un rischio di troppo, ma a 22 anni la bici gli scappa di sotto. E poi lo vedete cosa fa? Arriva in cima a una montagna, con il vento e la pioggia, e si mette sui rulli senza neanche cambiarsi la maglia. Puoi farlo a 20 anni, dopo diventa più complicato…

La squadra c’è, poche storie. E Pogacar la difende

16.07.2021
5 min
Salva

Questa cosa che la squadra non lo assiste ormai sembra un ritornello stonato. Anche perché l’unica che al momento sembra superiore alle altre, il Team Ineos, manca in maniera evidente di un solista e il coro da sé può fare poco se non c’è quello che ne finalizza il lavoro. E poi ieri avere accanto una roccia come Majka ha permesso alla maglia gialla di stare coperto fino al momento in cui ha deciso di dare uno scossone alla corsa.

Difesa (non) d’ufficio

Pogacar ai suoi compagni ci tiene e non ne fa mistero. Lo scorso anno passò la tesi per cui avesse vinto da solo, restando nascosto fino al momento in cui affondò Roglic, ma non andò esattamente così. Facendo scorrere di nuovo il film della corsa, semplicemente con una ricerca per nome nel sontuoso archivio di BettiniPhoto, si nota che richiamando i loro nomi assieme, in tutti gli arrivi di salita i due sloveni sono sempre gomito a gomito.

Uomini come MvNulty, Majka e Rui Costa sono tre pilastri super affidabili
Uomini come MvNulty, Majka e Rui Costa sono tre pilastri super affidabili

«Voglio dimostrare che non è stata una mossa unica – ha detto lunedì nel giorno di riposo – in ogni corsa da allora, che sia la Liegi o la Tirreno-Adriatico, parto per dimostrare quanto valgo e che quella vittoria non è stata un caso. Se qualcuno mette in dubbio quello che faccio o quello che dico, in qualsiasi ambito, cerco sempre di dimostrargli che ha torto».

Forse per questo non sta lasciando niente a nessuno, anche se forse ieri un regalo a Vingegaard lo avrebbe forse fatto. Quando al mattino va a schierarsi con le altre maglie davanti a tutti, l’unico con cui parla è il giovane danese. Altrimenti Pogacar è un ragazzo riservato e preferisce stare con la squadra.

«So cosa fa per me ogni giorno ciascuno dei ragazzi – dice – e anche l’anno scorso non sono stato isolato come spesso sento dire».

Alla partenza, Pogacar parla volentieri con Vingegaard, meno con gli altri
Alla partenza, Pogacar parla volentieri con Vingegaard, meno con gli altri

Come da bambino

Una delle domande più esilaranti cui ha risposto ieri dopo l’arrivo è se si stia divertendo. Chi gliel’ha posta non si è reso conto che in effetti nella sua traiettoria, lo sloveno sta seguendo da anni lo stesso copione.

«Corro come un bambino a cui piace correre – ha risposto con quel suo sorriso – sono venuto al Tour per godermelo e mi rendo conto ogni giorno di quello che il mio allenatore e direttore sportivo Andrej Hauptman mi ha sempre detto di fare: divertirmi (la vera differenza fra lui e Roglic, a ben vedere, è che il secondo ha fatto del Tour quasi un’ossessione, ndr). Per me il ciclismo è un gioco. Quando sono in un finale come gli ultimi, se ho le gambe provo ad andare».

Formolo, vicino di casa a Monaco e amico di Pogacar, è stato un gigante in salita
Formolo, vicino di casa a Monaco e amico di Pogacar, è stato un gigante in salita

Per completare il discorso sulla sua coerenza… stilistica, vale la pena ricordare che anche quando da junior vinse il Lunigiana, la squadra slovena non fosse tra le più forti, ma Tadej seppe farsi valere rimboccandosi le maniche. Arrivò secondo il primo giorno a Bocca di Magra dietro Kazanov. Il secondo giorno a Fosdinovo vinse Pronsky su Battistella, ma Tadej conquistò la testa della classifica. Il terzo giorno, con il primato indosso, vinse la tappa e consacrò la maglia.

Hauptman ricorda

Il suo tecnico di nazionale Andrej Hauptman, oggi anche suo direttore sportivo al Uae Team Emirates, sta lavorando anche in prospettiva Tokyo e intanto ha ricordi e idee chiare, sin da quando lo vide vincere la prima corsa a 13 anni lasciando il gruppo e semplicemente andando al traguardo.

La squadra, rinforzata per il Tour, lo ha tenuto bene al coperto nelle fasi più calde
La squadra, rinforzata per il Tour, lo ha tenuto bene al coperto nelle fasi più calde

«Tadej è uno con gli attributi – dice – che osa e ci prova sempre. Però, non lo fa in maniera scriteriata e sa quando muoversi perché ha una grande capacità di leggere la corsa. E’ una caratteristica innata, che ha sempre avuto. Del resto da bambino era uno dei più piccoli e per tenere testa agli altri ha dovuto imparare a cavarsela con l’intelligenza. Ha sempre provato colpi da solista e questo gli ha permesso di sviluppare un ottimo senso della gara. Poi, va bene con tutte le condizioni e non patisce particolarmente il freddo».

In realtà le ultime tappe hanno dimostrato che lo sloveno in giallo se la cava meglio con il freddo che con il grande caldo, ma anche in questo caso è tutto relativo. Fatto salvo il Vingegaard del Ventoux, nell’unico giorno in cui Pogacar ha ammesso di aver raggiunto il suo limite, tutti gli altri sono stati peggio di lui. Sia col bello sia col brutto. La classifica ne è il riflesso diretto. I paragoni col passato non aggiungono molto alla sua storia. Vedremo come finirà domani la crono, poi inizieremo a raccontare la seconda vittoria di Pogacar al Tour.