Pogacar saluta la compagnia, Vingegaard cresce ancora

15.07.2021
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Se qualcuno ha seguito la seconda serie Netflix sulla Movistar, vedendo scattare Enric Mas alla fine della tappa di oggi, avrà sicuramente ricordato le sue lacrime dello scorso anno, deluso per non aver saputo seguire i migliori. I compagni lo rincuoravano, ma lui non se ne faceva una ragione. Invece oggi sembrava fosse la volta buona, con quello scatto non violento ma deciso e dietro la sensazione che nessuno sarebbe andato a chiudere. La sua vittoria avrebbe fatto clamorosamente scopa con le parole lette stamattina nell’articolo di Ainara Hernando con Alejandro Valverde. Invece quando lo spagnolo si è voltato, ha visto spuntare il casco giallo di Pogacar poi quelli di Vingegaard e Carapaz, anche se stasera sarà meno triste dello scorso anno, ha capito di dover lavorare ancora parecchio.

Colbrelli e Mohoric: la Bahrain Victorious ha subito una perquisizione, il team si dice tranquillo
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Facce stanche

Pogacar non va più come nei primi giorni e si vede, ma neppure si può dire che gli altri siano cresciuti al punto di metterlo in difficoltà. E come già al pazzo Giro dello scorso anno, le differenze vere si sono fatte nella seconda settimana. Del resto la fisiologia è sempre la stessa e se parti ogni giorno a tutta, è difficile tu possa venir fuori alla fine. Meglio allora monetizzare la condizione nella settimana centrale e stringere i denti in quel che resta.

Enric Mas prova l’attacco, ma il sogno dura un soffio
Enric Mas prova l’attacco, ma il sogno dura un soffio

«Stavo bene – conferma lo sloveno – il Tourmalet è stato duro e anche se ho tanto vantaggio, dovrò cercare di fare del mio meglio domani e nella cronometro. Mi riservo un 50 per cento di possibilità di vittoria, ma so anche che ho un grande margine e difficilmente perderò sei minuti nella crono. Insomma, spero non finisca come con Roglic lo scorso anno».

La vera sorpresa

Chi in realtà è cresciuto nella terza settimana e ha corso tutto il Tour con un handicap di 1’21” per aspettare Roglic dopo la caduta è Jonas Vingegaard, messo nella squadra del Tour a primavera, quando il team si arrese al fatto che Dumoulin non ci sarebbe stato. Ce lo dissero proprio loro dopo la Settimana Coppi e Bartali: qualcuno avrebbero dovuto portare e il danese era quello che meglio si prestava all’uso.

«Jonas ha dimostrato di essere un grande talento per il futuro – ha detto il diesse Grischa Niermann – e ha fatto grandi passi avanti nel suo sviluppo come uomo da grandi Giri. Non ci aspettavamo che fosse già in grado di farlo. Lo spirito combattivo che ha mostrato per superare Carapaz è stato bello da vedere. Con la crono di mezzo, tutto può ancora succedere, dato che nella precedente proprio lui è stato terzo. Ma oggi abbiamo fatto un grande passo nella giusta direzione. Con Jonas, e anche con un talento come Tobias Foss, le cose si mettono bene per il futuro».

Grande scuola

Lui sorride beato, come del resto sta facendo anche Pogacar dall’inizio del Tour. Ovviamente si tratta di espressioni diverse. Tanto è appagato e in controllo Tadej, per quanto si mostra ogni giorno più stupito e grato Vingegaard.

I Pirenei sono la solita cornice spettacolare, il gruppo soffre
I Pirenei sono la solita cornice spettacolare, il gruppo soffre

«Non è stato il mio giorno migliore – dice comprensibilmente stanco – ho sofferto tanto, come credo tutti. Ma era il secondo giorno duro di montagna alla fine del Tour e sono contento. Ero venuto per aiutare Roglic e imparare, ma devo dire che sto vivendo un grande processo di apprendimento. Se sopravvivo alla tappa di domani (ride, ndr) e la crono va come spero, tornerò a casa con il secondo posto».

In questo ciclismo di prodigi, la tentazione di dire quali e quanti campioni siano arrivati secondi al Tour a 24 anni ce la rimettiamo prontamente in tasca, davanti a uno come Pogacar che l’anno scorso e al primo assalto lo ha vinto. Ma considerando lo sloveno un grandissimo e una grandissima eccezione, vale la pena sussurrare a Vingegaard che non molti sono riusciti nel suo stesso record.

Cavendish arriva in tempo e professa la sua avversione per il Tourmalet
Cavendish arriva in tempo e professa la sua avversione per il Tourmalet

E ora tocca a Cavendish

Chiudiamo questo taccuino quotidiano dopo aver sentito il mal di gambe di Cavendish fluire attraverso le sue parole smozzicate più del solito.

«Potevo sentire nelle gambe – ha detto – la fatica della tappa prima del Tourmalet. Abbiamo avuto alcune salite brevi ma pungenti, su cui gli scatti mi hanno reso la vita abbastanza difficile. Poi c’è stato lo sprint intermedio, in cui ho speso un po’ di energia. Il Tourmalet è la salita che detesto di più al Tour, è semplicemente terribile. L’ho fatto dieci volte e ogni volta è stato lo stesso. Sono così grato ai ragazzi per essere stati al mio fianco in questa giornata così difficile. Alla fine mi sono emozionato un po’ perché i miei compagni mi hanno aiutato molto a questo Tour de France. Non posso dirvi quanto sono orgoglioso e felice di essere in questa squadra».

In quel grandioso film che è stato il suo ritorno al Tour de France, potrebbe starci a questo punto la sconfitta domani ad opera di un cagnaccio della terza settimana come Van Aert o Colbrelli. Poi però, nell’iconica volata dei Campi Elisi, siamo tutti pronti a vederlo piangere ancora.

La scalata del Col du Portet nella testa di quei tre

14.07.2021
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Vincere in maglia gialla al Tour de France, avere un distacco abissale sul secondo e al tempo stesso essere in fase “calante” con due virgolette grosse così. Pensate quanto è forte Tadej Pogacar.

Prima di addentrarci nella tappa di oggi con arrivo sul Col du Portet, chiariamo questo discorso della “fase calante”. Non vorremmo essere fraintesi!

Tadej non ha più quella netta superiorità mostrata nei primi dieci giorni del Tour, quando spingeva rapporti diversi rispetto a tutti e faceva differenze mostruose con apparente facilità. Tuttavia va fortissimo lo stesso. E come lui stesso ha fatto capire l’altro ieri in conferenza stampa, Ventoux a parte, quando arriva in soglia “stacca”. In pratica non vuol correre rischi. Attenzione, questo non vuol essere un processo allo sloveno, tutt’altro. Al contrario ci dice del piglio e del carattere del corridore della Uae. Gambe, testa e attributi.

Ma riviviamo la scalata mettendoci nei panni dei tre protagonisti nella scalata finale. Immaginando cosa sia passato nella loro testa.

Lo sloveno vince sul Portet e mostra il logo della sua Uae in segno di gratitudine
Pogacar vince sul Portet e mostra il logo della sua Uae in segno di gratitudine

Pogacar, vittoria tanto cercata

Io Tadej Pogacar oggi voglio vincere. Ho la maglia gialla da 10 giorni ma ancora non ho alzato le braccia al cielo. Ho vinto la crono ma non è la stessa cosa: voglio vincere sul campo. La mia squadra ha sempre lavorato ed anche oggi è stato così. Appena si sposta Majka parto. Non m’importa quanto manca.

Bene, il primo scatto è andato. Siamo in tre, Carapaz e questo Vingegaard che non molla un metro. Riparto, ma sono ancora tutti qua. Adesso gli chiedo il cambio. Alla fine il mio tirare va bene soprattutto a loro due che stanno guadagnando su Uran. Però mi ridanno subito la testa della corsa.

Cinque chilometri. Adesso riprovo. Nulla da fare. Questo Vingegaard c’è sempre. Sin qui è stato l’unico a staccarmi in salita quel giorno sul Ventoux. E questa cosa non mi piace. E poi quando passa a tirare si risparmia. 

Scatta Carapaz. Allora bluffava, aveva ragione Jonas. Però Vingegaard è rimasto dietro. Allora faceva fatica anche lui. Bene. All’improvviso torno ad essere sicuro. Carapaz sta calando e lui sta rientrando. Adesso li sistemo…

Per Vingegaard sul Portet una sola piccola defaillance nel finale
Per Vingegaard sul Portet una sola piccola defaillance nel finale

Vingegaard, effetto sorpresa

Sono Jonas Vingegaard e mi sto giocando il podio del Tour. E dire che se Dumoulin non avesse alzato bandiera bianca non sarei qui. Oggi è chiaro che Tadej vuol fare la tappa. La Uae sta tirando, però è rimasto solo Majka. E Castrovejo cosa vuole? Vedrai che Carapaz sta bene e poi si va sopra i 2.000 metri. Dovrò tenere d’occhio anche lui. Ma sto bene.

Otto chilometri e mezzo all’arrivo e “questo” già scatta? Okay ci sono. Sto bene. Molto bene. Seguo Pogacar e nel finale se ho le gambe faccio come sul Ventoux. Il ritmo di Tadej è ottimo. Sto guadagnando su Uran. Però continuo a voltarmi e Carapaz fa tante smorfie, troppe. Lo sussurro anche a Pogacar. Mentre ci diamo un cambio gli dico che per me bluffa. Non mi convince il sudamericano.

Guardo dietro, ma anche Tadej guarda dietro verso di me. Quando scatta chiudo bene. Mi teme. Ma devo restare tranquillo. E poi Carapaz là dietro non ci ha dato un cambio. E infatti eccolo… Che botta. Non riesco a seguirlo. Le “spie sono tutte accese”. Meglio sedersi e andare di passo. 

Sono lì. Non scappano. Sono sempre 20 metri. Dai Jonas, dai… Rientro. Forse Richard mi ha fatto perdere la tappa, ma lui l’ho ripreso. E infatti ecco che parte Pogacar. Tadej è il più forte, ha tirato più di tutti. Ma Carapaz lo devo passare. Colpo di reni. Sono secondo!

Poco più di un chilometro al termine, ecco il temuto attacco di Carapaz
Poco più di un chilometro al termine, ecco il temuto attacco di Carapaz

Carapaz: una cartuccia ad alta quota

Sono Richard Carapaz e oggi non sarà come le altre tappe. Troppe volte in questo Tour ho attaccato e poi mi hanno ripreso. Stavolta non dò un cambio. Pogacar vuole vincere, si è capito da come ha tirato la Uae. 

Però ora Majka è calato. Castrovejo è con me. Adesso lo faccio tirare un po’ e vediamo cosa succede. Cavolo, 8,5 chilometri all’arrivo e Pogacar è già partito! Siamo in tre e Uran si è staccato. Il mio podio passa da lui. Devo staccarlo il più possibile. A crono è più forte di me.

Cosa? Questi due ragazzini vogliono il cambio? Non se ne parla. Sono a tutta e non vedo l’ora di prendere quota e arrivare “a casa”, sopra i 2.000 metri di questo Col du Portet. Continuano a girarsi. Mi guardano. Penseranno che stia bluffando, ma io sono a tutta. Guarda loro invece come vanno agili. Mi chiedono ancora il cambio. Piuttosto andassero regolari che così stacchiamo Uran.

Adesso sto meglio. Siamo tra le nuvole, manca poco più di un chilometro. Ho resistito anche dopo l’ultimo affondo di Pogacar. Vingegaard sta bene, ma non deve essere super. Non ha fatto neanche uno scatto ed è stato tutta la salita a guardarmi. Adesso ci provo. Scatto io.

Questi ultimi 900 metri non finiscono più. Sono totalmente fuorigiri. Vingegaard è rientrato. Però è finita. Per ora il podio è mio. Uran è dietro.

A fine tappa Vingegaard va da Pogacar e probabilmente gli dice: «Visto che Carapaz bluffava?»
A fine tappa Vingegaard va da Pogacar e probabilmente gli dice: «Visto che Carapaz bluffava?»

Una sfida ancora da vivere

Il resto è storia: a 100 metri dall’arrivo Pogacar accelera e in volata va a prendersi la tappa numero 17 di questo Tour. Adesso siamo certi che lo sloveno sarà più libero ti testa, più tranquillo. Voleva vincere e ce l’ha fatta. Una tranquillità che deriva anche dal fatto che Vingegaard si sia staccato un po’. Visto il suo nervosismo lungo la scalata del Portet, siamo certi che nella testa dello sloveno c’era il “tarlo del Ventoux”. Quei pochi metri di distacco di Vingegaard hanno rimesso le cose al loro posto. A volte gli equilibri su cui si regge un corridore, sono molto sottili. Anche per un campione della tranquillità come Pogacar stesso. Per questo chapeau a Tadej. Vincere quando si è nettamente più forti è facile, vincere lottando è cosa ben più difficile. E il fatto che dopo l’arrivo per la prima volta lo abbiamo visto stremato a terra vuol dire molto.

Pogacar, Vingegaard e Caparaz sono i primi tre della generale, coloro che hanno mostrato di essere i più forti. E domani potremmo vederne ancora delle belle. Specie tra l’ecuadoriano e il danese, che si stanno giocando i gradini del podio.

Secondo riposo alle spalle, Pogacar affila le armi

13.07.2021
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Ultima settimana, ultime domande, ultime spiegazioni da dare. Pogacar racconta, il giorno di riposo è alle spalle, trascorso con un’oretta di sella per allontanare la tensione e godersi i panorami di Andorra. Dopo tanta fatica sembra in effetti brutale avere davanti altri sei giorni di corsa, con tre tappe di alta montagna che potrebbero ancora riscrivere la storia. Ma questi sono i grandi Giri, è solo cambiato il modo di correrli.

Tadej racconta, di nuovo in una videoconferenza, questa volta dal pullman del Uae Team Emirates, e guardandolo fai fatica a capire quanto sia provato, ma non possono essere certo i segni sul volto il termometro della stanchezza. Molto meglio mettersi a studiare le espressioni e gli sguardi, per capire che è dura anche per lui.

Sei stanco anche tu?

Sono stanco e accaldato. Anzi, sono proprio scottato e negli ultimi due giorni non ho dormito granché. E’ un lavoro pesante, che impone il suo prezzo. Però tutto sommato sto bene, penso che il giorno di riposo sia servito a dovere. Siamo tutti stanchi e c’è ancora una settimana con tre giorni duri. Sono al mio terzo grande Giro, dopo la Vuelta e il Tour dello scorso anno. Ogni volta ho avuto diverse sensazioni, ho imparato cose nuove. Perciò anche la sfida sui Pirenei sarà interessante, metterò alla prova le gambe per la terza settimana.

«Non so se Roglic darà dei buoni consigli a Vingegaard, ma lo vedremo presto»
«Non so se Roglic darà dei buoni consigli a Vingegaard», ma lo vedremo presto
In che modo hai gestito lo sforzo nella tappa di Le Grand Bornand, con quell’attacco da lontano?

Con la squadra quel giorno abbiamo fatto subito un ritmo forte sin dall’inizio della penultima salita. Con i miei compagni, prima con McNulty e Rui Costa, poi con Formolo. Mi sentivo davvero bene, eravamo intorno alla soglia. Quando ho attaccato, per qualche minuto sono andato fuori soglia e raggiunta la cima ho un po’ rallentato, perché so che non posso tenere certe frequenze tanto a lungo. Poi è venuta la discesa, che è servita per recuperare un po’, sapendo che restava ancora una salita molto lunga come La Colombiere. L’ho fatta in soglia, cercando di guadagnare il massimo sulla cima, per vedere quale sarebbe stato il vantaggio. Ma in discesa ero vuoto, tanto che Dylan Teuns che avevo quasi ripreso, ha ricominciato a guadagnare in modo netto e per arrivare al traguardo ho dovuto fare il massimo sforzo.

Adesso sembri più accorto, è il momento di fare calcoli?

Vado avanti giorno per giorno e se trovo l’occasione per guadagnare, la coglierò. Non si può sapere cosa accadrà negli ultimi giorni e basta una crisi per perdere tanto terreno, anche 10 minuti in una sola tappa. Ho corso alcuni giorni in difesa, perché non potevo attaccare.

Credi che in gruppo ti temano?

Non credo abbiano paura, non so cosa pensino. Ho il mio vantaggio, vado tutti i giorni a tutta, mi piace andare in bici. Questo è il mio modo di correre e se capiterà, coglierò altre occasioni.

Ti è stato chiesto di pubblicare i tuoi dati per fugare i dubbi, pensi che lo farai?

Mi è stato chiesto un paio di volte e magari un giorno lo farò, ma non so perché questo dovrebbe cambiare qualcosa. Per vincere il Tour si devono spingere buoni watt, come tutti gli altri. Se condividessi oggi i miei dati, sarebbe falsata la tattica. Potrebbero vedere i miei valori di soglia, la capacità di resistenza, quindi non vedo perché condividere questi numeri.

«Sul Ventoux ho raggiunto il mio limite», così Pogacar nel secondo riposo, spiegando il giorno più duro
«Sul Ventoux ho raggiunto il mio limite», così Pogacar nel secondo riposo, spiegando il giorno più duro
Ti scoccia che ogni cosa venga messa in dubbio?

Non sono arrabbiato o scocciato per certe domande. Sono scomode, ma capisco che vengano fatte perché il passato è stato davvero brutto. Non ho risposte che mi sono preparato, posso solo pescare nei miei sentimenti. Mi piace correre sulla mia bici. Ho alle spalle una buona famiglia e penso che mi abbiano cresciuto come un ragazzo onesto, insegnandomi a non prendere scorciatoie.

Quindi si riparte, pensi che Roglic potrà dare a Vingegaard dei buoni consigli?

Non so – sorride – Primoz mi conosce sicuramente meglio di Jonas, ma non so cosa potrà dirgli. Vedremo nei prossimi giorni.

Ha confermato che se potrà guadagnare ancora terreno, di certo attaccherà
Ha confermato che se potrà guadagnare ancora terreno, di certo attaccherà
Ci sarà una tappa più dura delle altre?

Non so dirlo. Secondo me la più dura sarà la 17ª oppure la 18ª a Luz Ardiden, ma anche domani (oggi per chi legge, ndr) può essere pericolosa. Se hai una giornata no, ogni tappa può essere drammatica. Quella del Ventoux ad esempio è stata tremenda. Caldo e ritmo forte dall’inizio. Era mercoledì, quindi si è corsa dopo il giorno di riposo e la prima tappa con il grande caldo. Ero cotto. Quel giorno ho toccato con mano il mio limite. Quando Vingegaard ha attaccato e ho provato a seguirlo, ho capito che sarebbe stato meglio limitare i danni. Nei giorni successivi invece sono stato meglio.

La crisi è uguale per tutti, si potrebbe concludere, ma se sei in super condizione, riesci a gestirla. Se invece qualcosa si inceppa, sei nei guai. Sino ad ora tuttavia, a incepparsi sono sempre stati gli altri. Dal secondo giorno di riposo della maglia gialla è tutto, passo e chiudo.

Van Aert, il Ventoux, l’appendicite e un pensiero per Vdp

07.07.2021
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Solo ieri aveva sgomitato con Cavendish sul traguardo di Valence ed era chiaro che non gli potesse bastare. Dove lo trovi uno che fa le volate con i velocisti e appena l’indomani va in fuga sul Ventoux? Nei giorni precedenti, Van Aert si era complimentato a bocca stretta con Van der Poel. L’olandese aveva vinto una tappa e indossato a lungo la maglia gialla e neanche questo poteva andare giù al campione belga. Poi Mathieu è andato via e della loro presenza assieme in questo Tour rischiava di rimanere soltanto la fuga verso Le Creusot, quando gli obiettivi li avevano ritratti all’attacco con il gusto della sfida nel sorriso. Ma era chiaro che anche questo non potesse bastargli. E così oggi il campione del Belgio, deputato per fare il gregario di Roglic e frenato nella preparazione da un’operazione di appendicite, si è inventato un altro giorno da gigante decidendo di sfidare il Mont Ventoux. Il gigante del Belgio contro il gigante della Provenza. E ha tirato fuori dal cilindro una giornata che non dimenticherà tanto facilmente. Che ha definito la più bella da quando corre in bici. Mettendola davanti ai mondiali di cross, le classiche e tutti gli altri successi di una carriera portentosa.

Non ha tralasciato nulla, comprese le ruote Metron Vision senza scritte. Il ritardo dovuto all’appendicite è alle spalle
Non ha tralasciato nulla, comprese le ruote Metron Vision senza scritte. Il ritardo dovuto all’appendicite è alle spalle

La più bella

«Sono senza parole – ha continuato a ripetere dopo la vittoria – all’inizio del Tour non avrei mai osato sognare di vincere questa tappa. Invece ieri improvvisamente ho sentito di volerci provare. Ho chiesto alla squadra se potevo infilarmi nella fuga di giornata. Sapevo di non avere le caratteristiche per sfidare una montagna come questa (Van Aert è alto 1,90 e pesa 78 chili, ndr). Invece è venuta fuori quella che potrebbe essere la mia migliore vittoria di sempre, perché il Mont Ventoux è una delle salite più iconiche del ciclismo. Ci ho creduto lungo la strada e con la fiducia tutto è possibile. Anche il supporto del pubblico è stato travolgente. E’ stato un onore salire sul Ventoux con la maglia di campione nazionale».

Pogacar in difesa

Doveva essere la tappa dei ribaltoni, eppure l’unico che ha provato a fare qualcosa è un altro ragazzino terribile, che avevamo scoperto alla Settimana Coppi e Bartali. Quando il Team Ineos ha finito il lavoro e Carapaz ha capito di non avere le gambe per dare un senso alla fatica dei compagni, Vingegaard ha fatto quello che ci si aspetta da un corridore di 24 anni in buona condizione. Ha attaccato, incurante delle conseguenze. E almeno in salita ha fatto il vuoto.

Pogacar ha ceduto. Va bene che aveva ed ha ancora un vantaggio pazzesco. Va bene che dice di non essersi stupito per l’attacco del danese, che segue con interesse da tutto l’anno. Eppure per qualche chilometro ha provato il gusto amaro della fatica e quello più sottile dell’ansia.

«Non ho potuto seguirlo – ha detto a caldo – è partito super forte. Ha messo il rapportone, troppo anche per me. Ho ceduto negli ultimi chilometri, per cui ho cercato di arrivare il più velocemente possibile in cima, ma visto anche il caldo è stata davvero una giornata durissima. Per cui alla fine sono soddisfatto. Quanto alla Ineos, credo che volessero la vittoria di tappa, ma la fuga aveva ancora troppo vantaggio per sperare di prenderli».

Pogacar da solo ha gestito lo sforza: il caldo non gli va giù
Pogacar da solo ha gestito lo sforza: il caldo non gli va giù

Appendicite galeotta

La fuga era Van Aert, che per questa giornata sul filo della follia le ha studiate davvero tutte, compreso l’uso di una coppia di ruote non autorizzate, come del resto aveva fatto anche Van der Poel per salvare la maglia gialla a cronometro. E così, facendo girare molto in fretta la coppia di ruote Metron by Vision, il belga ha staccato anche Elissonde e nonostante la sua stazza, ha addentato il Ventoux con una cadenza prossima alle 85 pedalate.

«E’ stato difficile per me iniziare questo Tour ai massimi livelli – ha raccontato quando l’emozione lo ha in parte mollato – a causa dell’operazione all’appendicite (l’intervento si è svolto a metà maggio e gli ha impedito di correre il Delfinato, ndr). Inoltre nella prima settimana abbiamo avuto davvero tanta sfortuna. Con Primoz Roglic abbiamo perso il nostro leader e con Robert Gesink il nostro super gregario. Oggi purtroppo abbiamo perso anche Tony Martin. Per fortuna in finale tutto è andato a posto. E’ una questione di andare avanti ed essere in grado di individuare nuovi obiettivi ogni volta. Questo mi motiva di più. Continuerò ad aiutare Vingegaard, proprio come tutta la squadra. E’ molto forte, ma oggi è stato il mio giorno».

Cattaneo assieme a Valverde: il bergamasco si è difeso bene. Ora è 11° in classifica
Cattaneo assieme a Valverde: il bergamasco si è difeso bene. Ora è 11° in classifica

Cavendish ce l’ha fatta

Nel caldo torrido di Malaucene, anche oggi la sfida del tempo massimo ha tenuto in ansia i velocisti. Cavendish, questa volta scortato da tutta la squadra è entrato ampiamente nel limite, tagliando il traguardo con 7 minuti di anticipo. Non ce l’ha fatto invece Luke Rowe, dopo aver tirato forte per Carapaz. Altri sette si sono ritirati. E’ un Tour esigente. Chissà se Roglic è riuscito a guardare la tappa o sia ancora in casa a maledire la sfortuna che lo ha tolto di mezzo. Per la sua sfida contro Pogacar, anche senza Dumoulin, avrebbe avuto dei compagni superlativi. Lo dice Van Aert salutando. E intanto si chiede se anche Van der Poel abbia visto la corsa. A modo suo, questa vittoria è anche per il rivale di sempre.

Il riposo, Pogacar, l’orgoglio e i soliti sospetti

06.07.2021
5 min
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E alla fine, un po’ te l’aspetti e un po’ non più, salta fuori la velata domanda sul doping. Viene da una giornalista francese de L’Equipe, che la prende alla larga. Pogacar ha appena finito di dire che la sua squadra è forte ed è stato orgoglioso di poter dimostrare a tutti che così fosse, quando lei gli chiede se questa puntigliosità gli sia sempre appartenuta. Lui risponde di sì. Che fin da bambino, se qualcuno non gli credeva, si metteva d’impegno per dimostrargli che si sbagliava. Che non è una persona orgogliosa a prescindere, ma su certi punti sì. E a questo punto, lei cala la domanda: che cosa diresti a chi nutre dei sospetti sulle tue prestazioni?

«A chi ha dei sospetti – risponde Pogacar – dico che ci sono tanti controlli a provare che si sbagliano. Solo ieri ne ho fatti tre: due prima della tappa e uno dopo».

Zoom conference

La conferenza stampa di Pogacar del giorno di riposo si svolge su Zoom. Il covid sarà pure mezzo debellato, ma le squadre non ne vogliono ancora sapere di riaprire le porte e non voglia Dio che l’andazzo proseguirà anche quando la pandemia sarà definitivamente alle spalle. Nella schermata c’è un bel numero di giornalisti, compresi quelli che non hanno ancora spento il microfono e ci propongono spaccati di vita domestica. C’è anche David Walsh, quello che in un giorno di tanti anni fa prese di petto Armstrong.

Verso Tignes ha difeso la maglia gialla prima con la squadra e poi attaccando. «In risposta ai sospetti – dice – ho fatto tre controlli»
Verso Tignes ha difeso la maglia gialla prima con la squadra e poi attaccando

Numeri in ordine

Pogacar ha la solita faccia angelica, seduto di tre quarti in una stanza con le pareti in legno, con il back drop del Team Uae Emirates a ricordarci tutti gli sponsor.

«Sono contento della mia forma – dice – vedo i miei numeri. Questo Tour sta costando a tutti tante energie ed è già una fortuna non essere incappati in cadute. Io ne ho avuta solo una molto piccola il primo giorno e mi basta quella. Il giorno in cui sono stato meglio finora è stato quello de Le Grand Bornand. Non era freddissimo come sabato».

Le storie del Ventoux

Chissà se gli azzurri del calcio che vanno a giocare a Wembley, sia pure nello stadio ricostruito, sanno che cosa significhi quel posto nella storia del pallone. La domanda arriva anche a Pogacar, quando gli viene chiesto se conosca le vicende del Mont Ventoux, che il Tour affronterà per due volte mercoledì.

«E’ una salita storica – risponde il giovane sloveno, che nel giorno di Pantani contro Armstrong aveva un anno e mezzo – so qualcosa, ma non troppo. Ho fatto la ricognizione, posso parlare di come sia fatta e voglio vincere, ma non per lasciare il segno nella storia».

Il tempo che passa. E se al Giro d’Italia scoprimmo che Gino Mader non sapeva nulla di Bartali, come pretendere che Pogacar sappia di Simpson e di Merckx? Sospetti che certi nomi li conosca, non ti meravigli del contrario. E’ forte, è un bravo ragazzo, ha la faccia d’angelo, qualche difetto dovrà pur averlo. Cosa sanno i nostri figli di Piazza Fontana?

Prima ancora che in salita, ha dimostrato la sua forza nella crono di Laval
Prima ancora che in salita, ha dimostrato la sua forza nella crono di Laval

Il suo recupero

La conferenza va avanti con una sorta di conto alla rovescia: scaduto il tempo in lingua inglese, toccherà agli sloveni e a quel punto potremo anche dire addio. Si parla dunque di recupero: del suo portentoso e quello degli altri un po’ meno.

«Quando ero più piccolo – sorride – non conoscevo i miei dati. Sapevo solo che se c’erano corse in serie, stavo meglio nell’ultima che nella prima. Le corse a tappe ho cominciato a farle da junior e lì mi sono reso conto che non avevo mai grossi cali. Sapevo di poter avere ogni giorno lo stesso livello. Ho avuto molti allenatori e tutti mi dicevano la stessa cosa».

Il suo orgoglio

Ma quando si diventa grandi e si arriva al Tour, quelle stesse caratteristiche le trovi anche in altri. E’ l’elite del ciclismo mondiale. I migliori talenti si ritrovano nello stesso posto, portando le loro doti allo scontro finale.

«E io che l’anno scorso l’ho vinto solo grazie alla crono finale – dice – ho avuto per un anno la motivazione di tornare e dimostrare che non fu per caso. Volevo provarlo al mondo e a me stesso. Per questo in ogni corsa ho fatto del mio meglio. Per questo la mia squadra fa ogni giorno del suo meglio. Siamo tra i più forti di questo Tour e lo rivendico con orgoglio. Stanno correndo al 100 per cento in mio aiuto, mentre nel 2020 semplicemente fummo sfortunati. Quest’anno qualche caduta c’è stata, ma siamo tutti qui per difendere la maglia gialla. Dopo le critiche di venerdì, sabato abbiamo voluto prendere in mano la corsa per dimostrarlo».

Ancora una volta, Pogacar ha rivendicato la forza e l’unita del Uae Team Emirates, qui con Formolo e Rui Costa
Pogacar ha rivendicato la forza del Uae Team Emirates, qui con Formolo e Rui Costa

Il Tour riparte

E qui ci riallacciamo alla scena iniziale di questo articolo. L’orgoglio è sul tappeto. E quando l’addetto stampa Luke McGuire passa la parola alla bionda giornalista francese, il discorso va come vi abbiamo già raccontato. Il sorriso ineffabile di lei, davanti al sorriso ineffabile di lui. I sospetti di lei, la calma di lui.

Inizia oggi la seconda settimana del Tour. Pogacar indossa la maglia gialla con 2’01” su O’Connor e 5’18” su Uran. Alle loro spalle tutti i più forti. Con la sensazione che presto il racconto diventerà una raccolta di episodi sulla via di Parigi, avendo il Tour già un vincitore e una lunga schiera di vinti. Ma siccome la storia insegna che nulla nel ciclismo è mai sicuro, ci accingiamo al viaggio con altre pagine bianche da scrivere.

La Uae voleva tenerla, altroché. Lo dicono Formolo (e Pogacar)

04.07.2021
6 min
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Nel giorno dell’impresa di Ben O’Connor l’attenzione era ancora una volta tutta “dietro”: cosa vuol fare il reuccio di questo Tour de France? Pogacar attaccherà? O se ne starà buono, buono a passeggio con la sua nuova Colnago gialla sulle Alpi? Eh sì, perché ad un certo punto sembrava che lo sloveno e la sua Uae Emirates volessero perdere la maglia gialla conquistata il giorno prima. Per carità, lui non è tipo da calcoli, ma… il dubbio ci è venuto. E allora come hanno gestito questa tappa Tadej e la sua squadra?

Ben O’Connor vince a Tignes: formidabile la sua scalata finale
Ben O’Connor vince a Tignes: formidabile la sua scalata finale

Gialla sì o gialla no?

Ma come si può volutamente perdere qualcosa per la quale il giorno prima si è lottato strenuamente? In effetti può sembrare assurdo, in realtà ha una sua logica.

Indossare la maglia del leader in un grande Giro significa arrivare in hotel almeno un’ora, anche un’ora e mezza, dopo i compagni. Ci sono da fare le premiazioni, la conferenza stampa,  l’antidoping… e nel frattempo spunta sempre qualcuno che vuol parlare con te, stringerti la mano, fare un selfie. Spesso gente importante alla quale non puoi voltare le spalle: convenevoli. In pratica un’ora di riposo in meno tutti i giorni.

La tappa numero nove, la Cluses-Tignes, che parte senza Roglic il quale sul traguardo della Val d’Isere è quasi di casa visto che è la sua sede dei ritiri, scatta sotto la pioggia. Dopo il dominio assoluto di ieri mostrato da Pogacar, ma anche dalla sua Uae, tutti gli altri big non si muovono. Ma più che lasciare l’onere della corsa alla squadra della maglia gialla, sembrano più non voler svegliare il can che dorme. E l’attacco di Carapaz nel finale era più rivolto agli altri che al leder sloveno. Che infatti non appena è stato pizzicato ha salutato tutti e ha guadagnato un altro mezzo minuto. Facile, facile…

Sulle Alpi il Tour ha trovato giorni di vero maltempo. Verso Tignes temperature intorno ai 10 gradi
Sulle Alpi il Tour ha trovato giorni di vero maltempo. Verso Tignes temperature intorno ai 10 gradi

Gialla sì!

Il vero punto di oggi era la Uae. Cosa volevano fare? Cosa si sono detti al mattino? E soprattutto: questa squadra è abbastanza forte per scortare Pogacar, visto che era stata additata?

La Uae è in testa, controlla, riduce il distacco e poi ad un certo punto, forse anche complice la sgasata di O’Connor che è maglia gialla virtuale lascia scorrere i chilometri. Se dovesse sfilargliela uno così (con tutto il rispetto per l’australiano della Ag2R-Citroen) non sarebbe un gran problema.

Però i compagni di Tadej sono (quasi) tutti lì. C’è persino Bjerg, che tutto è tranne che scalatore, c’è Rui Costa, c’è Majka e c’è Davide Formolo. Colui che ieri aveva lanciato Tadej verso le stelle.

Ma a fare chiarezza ci ha pensato Pogacar stesso: «Il tempo è stato davvero terribile oggi anche peggio di ieri. Oltre alla pioggia faceva anche freddo. Sono sicuro che molti corridori hanno sofferto (come a dire: io no, ndr). Da parte mia, non volevo mollare la maglia gialla ed è proprio per questo che ho accelerato negli ultimi chilometri. Non volevo passare il giorno di riposo senza averla sulle spalle».

Davide Formolo in testa a tirare per il suo capitano e amico Pogacar
Davide Formolo in testa a tirare per il suo capitano e amico Pogacar

I sassolini di Formolo

Una cosa è certa: chi diceva che Pogacar non aveva compagni all’altezza si sbagliava. La polemica era nata dopo la tappa numero sette, quella di 250 chilometri vinta da Mohoric.

Ma non si poteva far riferimento a quella frazione, nella quale c’era stato un grande sparpaglio e la Uae aveva lavorato molto nei “primi” 150 chilometri. Memori dei ventagli dell’anno scorso i ragazzi della Uae avevano fatto quadrato subito attorno al proprio capitano, spendendo molto all’inizio. E se si va a rivedere, Ineos-Grenadiers a parte, nessuno aveva più molti uomini davanti. Poi ieri sin dal mattino tutti gli Emirates erano sui rulli prima del via. Segno che avevano intenzione di attaccare o quantomeno che avevano le idee chiare. E hanno zittito tutti sulla strada.

«Siamo una bella squadra – ha detto Formolo a fine tappa – altroché. I media ci attaccano, ma noi ci siamo. E siamo anche un bel gruppo di ragazzi che si diverte ad andare in bici. Oggi l’ultimo uomo è stato Majka. Stava bene ed è rimasto lui al fianco di Pogacar. Segno che possiamo scambiarci senza problemi. E se a Tadej non è successo niente sin qui – facciamo gli scongiuri – forse un po’ di merito è anche il nostro».

La caduta di McNulty scendendo dal Cormet de Roselend
La caduta di McNulty scendendo dal Cormet de Roselend

Il punto di Roccia

E dopo i massaggi, con maggior calma lo stesso veronese riprende a raccontare con quel pizzico di lucidità in più che si ha a mente fredda e con molti battiti del cuore in meno.

«Alla fine ogni giorno che passa è una piccola vittoria per noi – continua “Roccia” – Credetemi, se vi dico che siamo spensierati. E anche oggi abbiamo corso così. Non tenere la maglia non sarebbe stato un problema, ma alla fine meglio così.

«Oggi era una di quelle tappe in cui ti devi salvare. Il meteo è stato inclemente tutto il giorno. E quando è così è un attimo a congelarsi. Siamo partiti un po’ con la coda tra le gambe. L’imperativo era non correre rischi. Ciò nonostante Brandon (McNulty, ndr) è caduto nell’ultima discesa e così è toccato a me lavorare prima. Ho sopperito alla mancanza di un uomo in quel momento. L’ultima salita era davvero dura. Avere un uomo in meno ha cambiato davvero le cose. Però stiamo bene ed è andata bene.

«Abbiamo curato ogni aspetto contro il freddo. Avevamo disposto delle auto su ogni Gpm. Ci davano sempre delle mantelline asciutte. Pensate che Van Aert ad un certo punto mi è venuto vicino e mi ha detto: ma siamo al Tour o alla sesta tappa della Tirreno (quella terribile dei muri, ndr)?».

La Uae sfila alla presentazione di Brest
La Uae sfila alla presentazione di Brest

Serenità totale

Formolo parla poi della serenità che si vive nell’ambiente Uae. Ieri sera, per dire come certe cose con Pogacar avvengano naturalmente, non c’è stata chissà quale grande festa. Sì, qualche parola di ringraziamento, qualche abbraccio, ma tutto sommato è stata una serata molto “easy”.

«Per festeggiare – riprende Formolo – c’è tempo. Ma che giornata è stata ieri? Bellissima, credo che non solo noi, ma anche gli appassionati, se la ricorderanno a lungo. Ieri sera siamo arrivati in hotel molto tardi e siamo scesi a cena un po’ separati, ma quando c’è sintonia non c’è bisogno di chissà quali parole. Basta uno sguardo e ci capiamo. Questo gruppo nasce da lontano. Già a gennaio eravamo tutti insieme sul Teide e ci intendiamo al volo. Oggi per esempio non era facile controllare la corsa. C’erano tanti corridori che erano a 7′-8′ di distacco e ci sta che qualcuno potesse scappare. Così abbiamo fatto il nostro: senza dirci nulla li abbiamo tenuti lì, senza fargli prendere troppo vantaggio e ce l’abbiamo fatta».

Al resto ci ha pensato Tadej!

Pogacar si riprende tutto: visto che ieri non era in crisi?

03.07.2021
6 min
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«Pogacar? Quando ho visto come si metteva la situazione davanti – sorride Cattaneo, nono al traguardo – mi sono detto di rifiatare un attimo per provare a seguirlo quando fosse passato. Penso che l’ho visto e l’ho seguito per 5-600 metri e sinceramente credo che sia assolutamente imbattibile se va così. Perché è veramente di un altro livello».

La tappa si è conclusa da poco, corridori arrivano ancora alla spicciolata. L’ultimo sarà Demare a 35’34” con il tempo massimo fissato a 37’33”.

Sornione davvero

Brutto far notare che s’era detto, ma stavolta s’era detto sul serio. Più che altro si era visto. Avevamo scritto ieri che Pogacar fosse parso sornione nell’inseguimento ai primi. Perché dannarsi l’anima a inseguire una fuga in cui al massimo c’è Nibali (che però punta a Tokyo e non ha fatto una preparazione a livello Tour) hanno pensato nell’ammiraglia del Uae Team Emirates, se domani c’è la prima tappa di montagna e possiamo riprenderci tutto quello che eventualmente si lascerà per strada?

Per questo ieri all’arrivo lo sloveno non sembrava particolarmente avvilito. Stanco, certo, come si è stanchi dopo una corsa di 250 chilometri corsa col freddo e l’acqua, ma non troppo demoralizzato. Sornione, appunto, questa la sensazione che aveva trasmesso.

Van Aert è ancora secondo in classifica: è fortissimo, ma che fatica…
Van Aert è ancora secondo in classifica: è fortissimo, ma che fatica…

Tutto chiaro dal mattino

Così quando stamattina si è presentato al via della tappa da Oyonnax a Le Grand Bornand, Tadej ha scrutato il cielo e s’è detto che con quel tempaccio c’era forse il modo di riprendersi qualcosa. Ha tirato la lampo fin sotto al collo, ha infilato bene i guanti e ha preso il via.

«Ci eravamo detti di vedere come sarebbe andata la tappa – racconta – e alla partenza abbiamo visto subito che sarebbe stato un giorno super brutto per tutti. Io invece mi sono sentito bene con quel cattivo tempo e così prima delle ultime tre salite ho deciso che avrei provato. L’ho detto ai miei compagni e gli ho chiesto di fare un bel ritmo».

La squadra c’è

Ricordate quello che ci aveva detto sul Uae Team Emirates Cattaneo qualche giorno fa? «Dicono che non siano una squadra forte, ma non so quanti possano dire di avere in salita gente come Majka, Formolo e McNulty». La profezia del bergamasco si è avverata.

«Quando ho visto che tutti stavano soffrendo – dice infatti Pogacar – e visto che Formolo e Brandon (McNulty, ndr) stavano facendo davvero un buon lavoro, ho deciso di partire. Prima lo scatto con Carapaz e poi un altro da solo e a quel punto ho tenuto il mio passo fino all’arrivo. Stavano soffrendo tutti, probabilmente hanno pagato la fatica e il freddo di ieri. E così ora è arrivata la maglia gialla e sono tanto contento. Chi è il principale avversario di Tadej? Forse Tadej stesso, nel senso che non sarà facile proteggere questa maglia e tenere tutti a bada».

Van der Poel, resa eroica

Sul fronte degli uomini di classifica, con la solita fortuna cha aiuta i vincitori, per trovare alle sue spalle un avversario pericoloso, Pogacar deve scendere fino a Rigoberto Uran, il più vicino, ben oltre la soglia dei quattro minuti. Van Aert regge in seconda posizione, ma ha pure sempre perso 5’45”, mentre la favola gialla di Van der Poel si è infranta contro la gravità e il conto di una prima settimana di Tour corsa senza badare a spese. L’olandese (non più) volante è arrivato a 21’47” assieme a uomini di classifica come Miguel Angel Lopez e Vincenzo Nibali.

«Ho visto presto, sul palco del foglio firma, che non avrei tenuto la maglia. Ma sono contento di come mi sono sentito oggi, anche in salita. Il mio Tour de France è già stato un successo. Preferirei arrivare fino a Parigi, mi piace qui. Ma dobbiamo considerare anche gli altri miei obiettivi. Decideremo nel giorno di riposo».

Carapaz ha risposto al primo scatto di Pogacar, poi ha pagato anche lo sforzo violento di ieri
Carapaz ha risposto al primo scatto di Pogacar, poi ha pagato anche lo sforzo violento di ieri

Ci salva Cattaneo

Nono all’arrivo, a 4’07”, giusto due secondi prima che arrivasse il gruppo dei più forti inseguitori, Mattia Cattaneo prosegue nel suo viaggio dentro il Tour e dentro se stesso. Miglior italiano di giornata anche questa volta e questa volta anche migliore della sua squadra.

«Dopo Pogacar è passato anche Carapaz – sorride ancora Cattaneo – e neanche con lui sono riuscito a stare. Quindi so che non sono un campione, però insomma… questo denota il fatto che Pogacar è di un altro pianeta. Adesso tutti saranno contro di lui e magari non avrà una squadra fortissima, però ha staccato tutti. Per quanto va forte, la squadra può sopportarlo alla grande. Insomma, forse è sbagliato dire che sia imbattibile, perché per l’amor di Dio il Tour finisce a Parigi e sicuramente proveranno a metterlo in difficoltà, però con la condizione attuale credo sia veramente difficile. Come sto io? Io sono contento del mio piazzamento, non era neanche facile andare in fuga».

Cattaneo nono al traguardo, migliore degli italiani e della Deceuninck-Quick Step. Alaphilippe è arrivato a 18’55”
Cattaneo nono al traguardo, migliore degli italiani e della Deceuninck-Quick Step. Alaphilippe è arrivato a 18’55”

Aspettando Bernal

Quello degli altri è stato un lento sprofondare. Eppure nel seguire la cavalcata di Pogacar, scattato quando mancavano ancora tre chilometri allo scollinamento della penultima salita, è difficile avere il senso dell’impresa eroica. Non una smorfia, il senso di un controllo perfetto. E’ vero che le smorfie e il mal di gambe vengono fuori respingendo gli attacchi di avversari più forti, ma è sorprendente come i piani di squadroni ben più attrezzati, celebrati e potenti del Uae Team Emirates si siano sgretolati sotto i colpi di un ragazzo di 22 anni che semplicemente apre il gas e spicca il volo. Manca il pathos, tutto qui. E forse soltanto il miglior Bernal, messa a posto la schiena, potrebbe metterlo alle corde o rendergli più difficile l’esistenza. Quelli che ci hanno provato finora, per quello che finora si è visto, non sono sembrati granché convincenti.

P.S. La tappa l’ha vinta Dylan Teuns, con il quale ci scusiamo per la poca considerazione. Per il belga del Team Bahrain Victorious un’altra vittoria al Tour dopo quella del 2019, quando castigò il nostro Ciccone. Dopo quella di Mohoric ieri, la squadra di Pellizotti e Volpi ne infila un’altra. E ha per giunta lasciato a casa Padun.

Tour show: Nibali rinasce, Mohoric vince, Pogacar fa il furbo

02.07.2021
6 min
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Giornate così ti riconciliano con il ciclismo, ma c’è da dire che sin dall’inizio tutto questo Tour è stato un tributo al bello dello sport. Così quando si è capito che la tappa più lunga si stava trasformando in un grande show, composto da storie più piccole incastrate fra loro, seguirla è diventato sorprendentemente bello.

Da dove cominciare è davvero difficile. Da Mohoric, forse, e le sue lacrime negli ultimi metri? Oppure da Nibali che s’è desto e s’è portato a spasso in salita la passione italiana? Oppure da Pogacar, messo in mezzo da ceffi più grossi e incapace di reagire? O forse da Van der Poel e Van Aert, che per qualche minuto è parso di vederli sfidarsi in una prova di Superprestige? Oppure da Roglic, sprofondato in quel fastidio che non passa e gli ha impedito di spingere? O ancora da Carapaz che ha tagliato il cordone ombelicale ed è andato a prendersi il ruolo di leader al Team Ineos?

E’ successo tutto nello stesso giorno e davvero non basterebbe tutta la notte per raccontare ciò che una tappa del genere ti lascia addosso.

In lacrime dopo la caduta del Giro: è un Tour di emozioni fortissime
In lacrime dopo la caduta del Giro: è un Tour di emozioni fortissime

Festa Mohoric

Mohoric ha vinto tappe al Giro e anche alla Vuelta. E il carico di emozioni che si è addensato nel suo petto durante quegli ultimi metri è stato più forte di lui. Avrà pensato alla paura dopo la caduta del Giro. Alla lenta risalita. E poi non ha capito più niente, crollando sotto il peso di un’emozione irrefrenabile.

«E’ incredibile – dice Mohoric – negli ultimi 20 chilometri, le mie gambe urlavano, ma non le ho ascoltate. Questa è stata la mia vittoria più bella. Prima di tutto perché siamo al Tour de France, la corsa più grande del mondo. In secondo luogo, sono arrivato in fondo alla fuga e ho battuto alcuni fra i corridori più forti del mondo. L’idea era di lottare per la maglia a pois infatti  ho preso i cinque punti, poi speravo che si sarebbero guardati l’un l’altro, permettendomi di vincere la tappa. E farlo indossando la mia maglia da campione nazionale è ancora più speciale».

Il Uae Team Emirates ha inseguito, ma lo sforzo non è servito a molto. Qui Formolo
Il Uae Team Emirates ha inseguito, ma lo sforzo non è servito a molto. Qui Formolo

Bentornato Squalo

Nibali, santo Nibali, da quanto ti aspettavamo così? E chissà da quanto anche tu aspettavi di poter giocare in corsa come quando gli altri annaspavano e a te riusciva tutto facile. L’ultima volta che hai vinto qui, ti lasciarono quasi andare, poi fosti bravo a resistere al ritorno del gruppo. Oggi invece sei partito da cattivo con quelli forti. Oggi è stata una vera azione da Squalo, bentornato!

«C’erano degli uomini importanti – dice – non si poteva guardare dall’altra parte. Le gambe nel finale erano buone. Van Aert e Van der Poel sono andati e io li ho seguiti. Domani ci sarà un’altra giornata dura e sono curioso di vedere come andrà. Per noi è arrivato il secondo posto. Sapevamo che non sarebbe stato semplice, ma comunque abbiamo provato a vincere».

Resta il dubbio del perché Skuijns non sia rimasto con lui a tirare perché potesse guadagnare ancora più terreno su Pogacar. Fra quelli davanti, tolti gli uomini delle classiche, il primo della classifica è ancora Pogacar, secondo è Nibali a 29 secondi.

Fra le belle notizie di giornata, la presenza di Nibali nel gruppo in fuga. Lo Squalo c’è ed è show anche questo
Fra le belle notizie di giornata, la presenza di Nibali nel gruppo in fuga. Lo Squalo c’è ed è show anche questo

Vdp oltre il limite

Già, Van der Poel è di quelli con le ore contate. Suo padre dice che ci ha abituati alle sorprese e forse non è nemmeno fuori luogo immaginare che possa superare la tappa di domani. Sognando parecchio, s’intende. Ma oltre sarebbe troppo anche per l’amore di suo padre Adrie.

«Non ricordo di aver vissuto altri giorni così duri – dice – sono andato al massimo per tutto il giorno. E’ stato chiaro stamattina che tanti corridori volessero andare all’attacco. Andavamo forte e siamo partiti in tanti.  Oggi Van Aert è stato davvero forte, ma io sono riuscito a battermi ugualmente per la maglia gialla. A questa maglia voglio dedicare tutto perché è la più bella. Sono andato al limite, vediamo come andrà la corsa domani. Proverò a tenerla, voglio divertirmi».

Van der Poel e Van Aert in caccia insieme, come nel cross, come al Nord
Van der Poel e Van Aert in caccia insieme, come nel cross, come al Nord

Van Aert rideva

Nella Jumbo-Visma s’è consumato il dramma. Con Roglic colato a picco e Van Aert secondo in classifica, si fa fatica a capire dove voglia andare lo squadrone olandese. A un tratto è parso che ciascuno facesse per sé e davanti a tutti, grande e grosso come un toro, Van Aert è parso divertirsi un mondo.

«Se non ci fosse stato quel pubblico e tanto caldo – ha detto – sarebbe sembrato davvero di essere al Superprestige di Ruddervoorde. Con Mathieu siamo rivali di lunga data e penso che sarà così per sempre, ma oggi ci siamo fatti qualche risata durante la tappa. Mi è piaciuto uscire dalla solita routine del Tour e andare in fuga. Il piano era quello, per puntare alla tappa e semmai alla classifica. Ero sicuro che anche Mathieu sarebbe stato pronto, è bellissimo vederlo correre così. Avremmo potuto farci la guerra, ma ci siamo detti che sarebbe stato meglio collaborare. Non avevamo fatto i conti con Mohoric, purtroppo. Ma adesso tengo duro. Sono curioso di vedere come recupererò domani dopo una tappa così dura. Ma di una cosa sono certo. Se domani Pogacar sarà forte e aggressivo, noi potremo fare ben poco».

Dal gruppo Pogacar, Carapaz è uscito come una fucilata: uno show nello show
Dal gruppo Pogacar, Carapaz è uscito come una fucilata: uno show nello show

Pogacar fa il furbo?

Già, ma Pogacar cosa fa? Come può essere che il campione che ha strapazzato tutti nella crono di colpo perda interesse nell’inseguimento e arrivi a più di 5 minuti da Mohoric? Che sulla sua ammiraglia possano aver davvero pensato che quelli davanti in prospettiva non fanno così paura e sarà meglio spendere meglio e bene nella prima vera tappa alpina?

«Abbiamo cercato di chiudere – dice – ma forse abbiamo commesso un errore e abbiamo dovuto lavorare tanto. Conosco la mia squadra, so che sono forti e che dopo un bel recupero saranno pronti per la tappa di domani. Si va avanti giorno per giorno, ma cercheremo di superare questo momento. Sono contentissimo per Mohoric, non so cosa sia successo a Roglic. Ma se guardo la classifica dico che non è successo poi niente di così grave da dover essere per forza preoccupati».

Il mondo addosso. Roglic arriva a 9’03” e in classifica scende al 33° posto
Il mondo addosso. Roglic arriva a 9’03” e in classifica scende al 33° posto

Come stia Primoz lo spiegano con una nota i medici del team: dopo la caduta Roglic non può sedersi bene sulla sella e di conseguenza non riesce a pedalare. Pare sia presto per valutare di lasciare la corsa, ma che malinconia quando si punta tutto su un traguardo e per uno stupido incidente di corsa si vede tutto sfumare nel nulla.

Bici di Pogacar a dieta: il manubrio Alanera perde 30 grammi

27.06.2021
4 min
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Anche se manca ancora la prova, cioè manca il riscontro delle tappe di montagna, pare che nel momento in cui il Uae Team Emirates avrebbe deciso di spostare tutti i corridori sulle bici con freni a disco, in Colnago si sia svolta una riunione fra tutti i fornitori di componenti, dal gruppo al manubrio, perché il peso finale della bici fosse il più vicino possibile a quello della bici con rim brakes.

Doppi freni

Una delle caratteristiche dello squadrone di Gianetti è infatti da alcuni mesi la possibilità per i corridori di adottare bici con entrambi i tipi di freno, in funzione del percorso. Il tema era saltato fuori al Tour of the Alps e poi anche al Giro d’Italia, con la necessità tuttavia per i meccanici di portare via il doppio delle ruote. Al Tour in apparenza si è optato per i freni a disco. Per cui se da Colnago fanno sapere che il telaio non è stato toccato, fra i componenti che di sicuro hanno subito una cura dimagrante (per la bici di Pogacar, il più fissato col peso) c’è il manubrio integrato Deda Alanera.

«Avevamo già in mente di fare qualcosa del genere – spiega Gianluca Cattaneo, direttore commerciale di Deda – ma facendolo prima del Tour siamo andati anche incontro alle esigenze della squadra. Abbiamo fatto ricorso a una fibra di carbonio ugualmente ad alto modulo, ma diversa, con una resina speciale che permette di compattare lo spessore. Dall’altra parte, abbiamo studiato una laminazione che potesse portare all’obiettivo di ridurre ogni grammo in eccesso».

L’Alanera di Pogacar pesa 30 grammi in meno nella misura 42 c/f (attacco da 12)
L’Alanera di Pogacar pesa 30 grammi in meno nella misura 42 c/f (attacco da 12)

Distribuzione dei pesi

Non si riduce il peso e basta, anche se il corridore in oggetto è leggerissimo e in tempi remoti, quelli in cui si bucavano i reggisella per risparmiare qualche grammo, si sarebbero messe a punto soluzioni anche più estreme.

«Il ragionamento – prosegue Cattaneo – è partito dalla distribuzione dei pesi e dalle parti in cui c’erano margini di miglioramento. Non è stato un percorso rapidissimo. La squadra sarebbe stata contenta di riceverlo prima, ma abbiamo voluto essere certi dell’affidabilità. In pratica il 7 giugno, che era di lunedì, è venuto Archetti a prendere il manubrio. Ha viaggiato. Il martedì lo ha montato sulla bici e Tadej ha cominciato così (e vinto) il Giro di Slovenia».

Orgoglio italiano

Cattaneo lo dice chiaramente e ne va fiero: s’è voluto fare un lavoro di questo tipo anche per dimostrare che il Made in Italy è ancora un valore aggiunto.

«Si sente dire che soltanto certi marchi americani – ammette – siano capaci di interventi del genere, abbiamo tenuto a farlo perché questa spinta del mercato non sia effimera e si traduca in una bella iniezione anche per le aziende italiane. Il fatto di prenderci il tempo per le verifiche era necessario, anche se di solito ci teniamo un 25 per cento sopra gli standard ISO, quindi i 30 grammi che abbiamo risparmiato su Alanera non inficiano minimamente la sicurezza e semmai accrescono il comfort, dato che il manubrio risulta essere leggermente più flessibile».

Nove esemplari

Per vedere in produzione il manubrio Alanera nella versione più… magra ci sarà da aspettare ancora un po’.

«Difficile dire quando – dice  Cattaneo – le attuali richieste di Alanera dal mercato eccedono di due volte la nostra capacità produttiva e non ci permettono a breve di introdurre in produzione la nuova versione. Ovviamente l’investimento e lo sviluppo fatti per il team porteranno benefici anche alla produzione di serie dei prossimi anni. Per ora sono stati realizzati 9 pezzi, tutti per Pogacar. Un manubrio dalle misure abbastanza standard, con attacco da 12 e larghezza da 42, che trattandosi di Deda è come avere un 40 centro/centro. La bici completa è di poco superiore ai 6,8 chili. Nel 2020 il Tour è andato alla grande. Vediamo come andrà a finire quest’anno».