Saronni su Roglic: «Gliel’hanno fatta pagare»

16.03.2021
4 min
Salva

Lo spettacolare epilogo della Parigi-Nizza non può passare in archivio senza una riflessione su quanto avvenuto nel weekend: prima la rimonta fin sul traguardo di Roglic sul carneade svizzero Mader, poi il giorno dopo le sue cadute e i conseguenti attacchi dei rivali in classifica, che hanno portato alla sconfitta finale. Due eventi strettamente connessi fra loro? E’ evidente che possono avere diverse letture. Abbiamo provato a rivivere il tutto con Giuseppe Saronni, chiamandolo in causa sia in qualità di ex corridore che di team manager proprio per approfondire le vicende da più punti di vista.

Nel 2001, Simoni vince il Giro con Saronni manager e Moser mentore. Non proprio facce da fair play
Nel 2001, Simoni vince il Giro con Saronni manager e Moser mentore.
Partiamo da sabato e dal sorpasso di Roglic su Mader a 30 metri dal traguardo: ha fatto bene?

E’ difficile dare una risposta secca: un corridore quand’è in gara vuole sempre vincere, se vede la preda l’agguanta, è nella sua natura. Ma è anche vero che se sei il numero 1 al mondo, se vieni da due successi consecutivi e sei in testa alla classifica, pensi anche a cercarti qualche amico lungo la strada. Nel mondo del ciclismo c’è anche questa sorta di “vivi e lascia vivere”. Capisco Roglic che come atleta è portato a cercare sempre la vittoria, ma il “politically correct” vorrebbe anche che, in certe situazioni, ci si possa pensare un po’ di più, perché chi vince tanto un po’ dà fastidio.

Guardiamo però il rovescio della medaglia: Roglic è un professionista stipendiato da un team, che giustamente pretende sempre il massimo risultato e per questo deve sfruttare ogni occasione…

E’ un ragionamento ovvio, ma fa parte di quelle riflessioni che appunto si fanno a freddo. Quando sei in corsa non fai i conti del ragioniere, è chiaro che in funzione della squadra, dello sponsor hai dei doveri, ma in quei frangenti conta solo il corridore, il suo istinto, il suo orgoglio. Aveva vinto già due tappe, poteva rinunciare? Forse sì, ma di dire che ha sbagliato non me la sento.

Roglic è caduto, ultima tappa della Parigi-Nizza: Astana e Bora attaccano
Roglic è caduto, Astana e Bora attaccano
Ragionando da team manager, come avrebbe dovuto comportarsi?

In queste situazioni il team manager, ma anche e soprattutto il direttore sportivo può molto poco. Sono situazioni che si vivono sugli istanti, lì come detto è tutto affidato all’istinto di chi corre. E’ chiaro che una vittoria è sempre bene accetta, ma non stai lì a suggerire che cosa fare, in quei frangenti chi corre è solo con se stesso.

Hai la sensazione che il giorno dopo gliel’abbiamo fatta un po’ pagare?

Dico la verità, qualche voce mi è giunta alle orecchie, ma a scanso di equivoci voglio essere chiaro: io al fair play in corsa non ci credo e non ci ho mai creduto, né quando correvo né da dirigente. Ci sono momenti nei quali ci si aspetta, ma quando la gara entra nel vivo è battaglia aperta, il fair play non ha senso, non lo capisco. Se devo aspettare il mio avversario allora aspettiamo tutti: appena cade uno, ci si ferma e allora che gara è? Poi se davvero c’è stato un accordo contro Roglic non lo sapremo forse mai. Sicuramente dominava e, come detto, chi vince troppo non ha molti amici nel gruppo. Diciamo che quel che è avvenuto il giorno prima ha acuito lo spirito di gara.

Pogacar a Castelfidardo ha messo VdP nel mirino. Secondo Saronni, se lo avesse visto prima, lo avrebbe ripreso
Pogacar a Castelfidardo ha ormai VdP nel mirino
Facendo un parallelo con la Tirreno-Adriatico e l’epilogo di Castelfidardo, Pogacar avrebbe raggiunto Van Der Poel se avesse potuto?

Io non l’ho sentito, ho preferito lasciarlo tranquillo, ma secondo me non pensava di andare a prendere l’olandese. Guardava più alla classifica, a guadagnare su Van Aert. Magari se lo avesse visto un chilometro prima, accorgendosi che Van Der Poel non ne aveva più, in quel caso l’istinto sarebbe stato di andarlo a prendere, perché il carattere del corridore è quello. Non si aspettava che VDP mollasse, sono sicuro che nel dopo gara si sia mangiato le mani per l’occasione persa…

14 marzo 2021, un giorno di grande ciclismo

14.03.2021
6 min
Salva

In questa domenica di marzo che introduce l’Italia in zona rossa, il dio del ciclismo ha messo in tavola una giornata di grande ciclismo e grandi riflessioni fra la Tirreno-Adriatico e la Parigi-Nizza. Un mix di leggenda e destino che ci ha mostrato da una parte la grandezza sfacciata di Van der Poel e quella più lucida di Tadej Pogacar, mentre sul fronte francese Primoz Roglic ha fatto la conoscenza di un insolito destino e del cinismo del gruppo.

Dopo 52 chilometri di fuga, Van der Poel arriva con 10″ su Pogacar
Dopo 52 chilometri di fuga, Van der Poel arriva con 10″ su Pogacar

Grazie Mathieu

Diceva bene Degenkolb alla partenza della Kuurne-Bruxelles-Kuurne.

«Quando c’è in corsa Van der Poel – diceva il tedesco – non si può mai stare tranquilli, perché è capace di stravolgere qualsiasi corsa».

La profezia che quel giorno si avverò in parte, si è attuata alla Strade Bianche e oggi a Castelfidardo.

L’olandese è partito a 52 chilometri dall’arrivo, con la stessa spavalderia di una gara di cross. Correre a quel modo è spettacolare e accende i tifosi, ma alla lunga anche VdP ha rischiato di non raccogliere nulla, vittima del freddo come ai mondiali di Harrogate. Infatti, quando a 17 chilometri dall’arrivo ha deciso che fosse arrivato il momento, Pogacar gli ha mangiato quasi tutto il vantaggio, arrivando ad appena 10 secondi.

Dopo l’arrivo, crolla stremato sull’asfalto: una fatica bestiale
Dopo l’arrivo, crolla stremato sull’asfalto: una fatica bestiale

Lucidità Pogacar

Van der Poel ha tagliato il traguardo. Si è avvicinato ai suoi uomini. Ha provato a sollevare la gamba per scavalcare le sella ed è franato sotto la bici. E’ rimasto disteso per qualche secondo poi si è seduto contro la transenna. Se a Siena il suo guardare gli altri con una Coca in mano era parso quasi un gesto da cowboy, questa volta neanche uno sguardo di fiamma.

«Avevo freddo – dice Mathieu – volevo attaccare già dal primo giro del circuito finale. Prima che decidessi di andare via da solo, eravamo un gruppo di circa venti corridori, ma non c’era troppo accordo tra di noi. In discesa mi sono messo davanti, stavo mangiando e a quel punto ho realizzato di essere da solo. Inizialmente stavo bene ma poi negli ultimi 20 chilometri ho iniziato ad avere molto freddo e mi sentivo svuotato. Non me l’aspettavo. E’ stato sicuramente uno dei miei giorni più duri in bici. Sono felice della vittoria, sopratutto perché sono riuscito a mantenere qualche secondo di vantaggio su Pogacar che stava recuperando velocemente».

«Quando ho visto Wout Van Aert in difficoltà – gli fa eco Pogacar, più leader che mai – ho attaccato per cercare di guadagnare più tempo in classifica. Non pensavo che sarei arrivato quasi a riprendere Van der Poel. Ora sono contento del vantaggio che ho su Van Aert in classifica alla vigilia della tappa di domani e della cronometro finale».

Van Aert ha pagato la giornataccia e forse il suo peso su certe pendenze
Van Aert ha pagato la giornataccia e forse il suo peso su certe pendenze

Dilemma Trek

Alle spalle dei due, Van Aert ha subito infatti un passivo di 49″ dal vincitore e dietro di lui sono arrivati alcuni fra i più grandi lottatori del gruppo. Felline, Bernal, Formolo, Wellens, De Marchi, Landa e Fabbro. Nibali, che su un percorso come questo e sotto la pioggia nel 2013 ribaltò Froome, è arrivato al traguardo con 4’20” di ritardo, mentre Ciccone ha subito 9’39”.

Le giornatacce ci possono stare, ma forse si impone una breve riflessione. Abbiamo letto nei giorni scorsi del divorzio fra Nibali e Slongo e la notizia ci ha spinto a rileggere le parole profetiche del tecnico veneto che scrivemmo ai primi di gennaio.

«Io rispetto la persona – disse Slongo – ma ho anche metodo. E secondo me, per il mestiere che è il ciclismo, il lavoro, la vita hanno sempre pagato e sempre pagheranno. Il cambiamento che stiamo facendo nasce dal voler rispettare la sua psicologia. «Se una cosa mi pesa e non la voglio fare – è stato detto – è meglio non farla. Cerchiamo alternative per poter essere lo stesso competitivi». Certo il metodo di sempre, già collaudato in tanti anni, fa dormire più tranquilli. Però allo stesso tempo da allenatore devo saper cambiare anche io. Abbiamo fatto un confronto a fine anno per mettere dei paletti. Gli ho detto che se vuole cambiare, non cade il mondo».

Felline autore di una prova caparbia, si esalta sugli strappi
Felline sutore di una prova caparbia, si esalta sugli strappi

La scelta di Nibali

E Nibali ha cambiato, forse stufo di subire lezioni come quelle che sta accumulando dallo scorso Giro d’Italia. Ma allora è in crisi il metodo di allenamento che ha portato anni di vittorie, oppure è in crisi l’atleta sull’orlo dei 37 che oltre al calo fisiologico delle prestazioni, non riesce più a fronteggiare la disciplina di quel modo di lavoro?

Il ciclismo che va per la maggiore farebbe pensare alla prima ipotesi: vale a dire a un ciclismo meno laborioso, meno graduale e con standard elevatissimi. Ma se così fosse, non avrebbe avuto senso cambiare guida tecnica prima ancora di avviare la preparazione invernale? Nibali prosegue la sua marcia verso Tokyo continuando a stupirsi per le andature degli altri: speriamo che presto possano essere loro a chinare il capo davanti a lui.

Ferito e con una spalla slogata, Roglic ha lottato da leone
Ferito e con una spalla slogata, Roglic un leone

Roglic, il conto…

In Francia, dopo il presunto sgarbo di ieri, Roglic ha conosciuto il dolore di una spalla slogata e la beffa della maglia gialla sfumata l’ultimo giorno. Qualcosa di già masticato, ma non per questo meno doloroso. Ieri il gruppo non aveva apprezzato la sua vittoria su Mader, ripreso a 30 metri dall’arrivo. E così, mentre la corsa ha messo fine alle battute, la discesa del circuito della tappa ha messo fine ai sogni di gloria. Prima caduta dopo 25 chilometri di gara, la seconda a 25 chilometri dall’arrivo e una scongiurata proprio nel finale.

Con i glutei scoperti e nessun compagno a parte Kruijswijk nei dintorni, Roglic è rimasto indietro dopo la seconda caduta e a quel punto il gruppo ha dato gas. Primoz ha provato a inseguire. E’ arrivato a 80 metri dai primi, poi si è arreso.

«Come dirlo? Non è stata la tappa che speravamo – ha detto lo sloveno – ho commesso degli errori. A causa del primo mi sono lussato la spalla sinistra e poi sono caduto ancora. Ho dato tutto ma sfortunatamente non sono più riuscito a riprendere i primi. E’ un peccato, ma ci saranno altre occasioni. Ho dato il massimo. Ho superato me stesso, ma non è bastato. Certo, sono deluso, ma il mondo non si ferma qui».

I complimenti di Roglic a Schachmann, re della corsa
I complimenti di Roglic a Schachmann, re della corsa

Chissà se oggi Pogacar, avendolo ripreso, avrebbe lasciato vincere Van der Poel. Chissà se in realtà, avvisato via radio, non lo abbia fatto. Nel ciclismo si vive di equilibri e valori antichi: una sorta di codice cavalleresco che alcuni non hanno mai accettato. Il leader lascia la tappa al fuggitivo e in cambio, se ad esempio cade, il gruppo rinuncia ad attaccarlo. Questo è quello che è successo alla Parigi-Nizza, né più né meno. Che poi servirà di lezione o sia semplicemente la spia di un altro cambiamento cui rassegnarsi, lo scopriremo col passar dei chilometri.

L’indomani, parlando con Hauptman del bimbo d’oro

14.03.2021
3 min
Salva

«Questo ragazzo andrà lontano». Tante, troppe volte questa frase ha ruotato attorno al mondo del ciclismo per definire il campioncino del momento. Eppure, Andrej Hauptman era certo delle sue parole quando vedeva quel giovane connazionale rampante dannarsi l’animo con grinta e con capacità tecniche fuori dal comune tra gli juniores. Fa specie considerare che ai tempi, il 45 enne ex velocista sloveno (bronzo mondiale nel 2001) pensava però che Tadej Pogacar, il ragazzo che effettivamente sta andando lontano, fosse un po’ indietro nella maturazione fisica rispetto ai coetanei

Ad appena 22 anni, con un Tour de France già in tasca, Tadej è già una delle stelle più luminose del firmamento ciclistico e Andrej, che lo segue tutt’ora come direttore sportivo nell’Uae Team Emirates, è certo che il bello debba ancora venire. Tour, Olimpiade, Vuelta: ci sarà da divertirsi in questo 2021 appena iniziato. Un piccolo assaggio ce l’abbiamo avuto al Uae Tour, incuriositi lo abbiamo seguito lottare contro i giganti alle Strade Bianche e ieri a Prati di Tivo si è aggiunto un altro tassello alla sua storia.

Hauptman fu terzo sul podio ai mondiali di Lisbona, dietro la coppia Mapei Freire e Bettini
Hauptman 3° a Lisbona 2001, dietro Freire e Bettini
Andrej, ti aspettavi di vedere Tadej già così in palla?

E’ ad un buon livello come aveva già dimostrato al Uae Tour, ma nel ciclismo, come negli altri sport, terminata una corsa si tira una riga e si riparte da zero. Per quest’anno, i piani saranno simili a quelli della passata stagione, non gli mettiamo fretta perché è ancora giovane.

Tu che lo conosci da quando è un ragazzino, ti sei sorpreso per il suo 2020 così?

Conoscendolo, sapevo che ha sempre avuto grande fiducia nei suoi mezzi, sin da quando è arrivato in squadra. Vincere il Tour de France da esordiente però, è un qualcosa di davvero speciale.

L’impresa della Planches des Belles Filles ha stupito il mondo: credi che il boom di popolarità l’abbia cambiato?

Assolutamente no, è rimasto lo stesso ragazzo semplice di prima. Poi, per fortuna, corre in una squadra in cui ci sono tanti corridori esperti che possono consigliarlo e aiutarlo a gestire questa situazione.

Com’è in corsa?

Tadej è uno con gli attributi, che osa e ci prova sempre. Però, non lo fa in maniera scriteriata e sa quando muoversi perché ha una grande capacità di leggere la corsa: è una caratteristica innata, che ha sempre avuto. Poi, va bene con tutte le condizioni e non patisce particolarmente il freddo.

E giù dalla sella?

E’ molto professionale, un ragazzo semplice, sereno che, quando non ha pressione, sa rilassarsi e recuperare le energie al meglio. Quando arriva il momento di darci dentro, è bravissimo a fare uno “switch” così da essere pronto a dar battaglia. Non ha bisogno che lo sproni in qualche maniera o che gli dia motivazioni particolari, perché le trova dentro di sé.

Hauptman ha ragione: ancora oggi, osservandolo, è evidente che Pogacar abbia margini fisici di crescita
Va così forte pur avendo ancora grandi margini di crescita
Credi che avere una fidanzata (Urska Zigart; ndr) ciclista lo aiuti?

Sicuramente, perché lei conosce l’ambiente ed entrambi hanno le stesse priorità nella vita. 

Strade Bianche, Tirreno-Adriatico… Sta studiando le strade italiane per correre al Giro l’anno venturo?

Come ben sapete, quest’anno Tadej punterà ancora sul Tour, ma arriverà anche il momento del Giro, potete starne certi. 

In fuga al mondiale, terzo alla Liegi: lo vedi protagonista anche nelle corse di un giorno?

Credo proprio di sì, soprattutto le classiche più impegnative come il Lombardia o la Liegi possono essere le più adatte a lui.

Ti ricorda qualche corridore con cui hai corso o che magari hai trovato da avversario?

In realtà, non ci ho mai pensato e secondo me nemmeno lui. C’è chi ha detto che sia un attaccante come lo era il grande Marco Pantani, ma noi non ci pensiamo e preferiamo focalizzarci sul fare il meglio possibile alle corse. 

A Prati di Tivo, Pogacar li manda tutti in crisi

13.03.2021
4 min
Salva

Tappa e maglia, Tadej Pogacar saluta l’arrivo di Prati di Tivo forte di un attacco che non gli consegna ancora la Tirreno-Adriatico, anche se il margine di 35 secondi su Van Aert inizia a farsi interessante.

«Ci aspettano tappe molto impegnative – dice – sia domani con le salite ripide e dure delle Marche, sia la crono. Ma abbiamo una squadra forte abbastanza per controllare e so che dovremo combattere per difendere il vantaggio di oggi».

Attese e ceffoni

Tappa rapida, con grandi promesse alla partenza. Nibali e Ciccone, attesi da tutto il team. Van Aert, ansioso di dare un volto alle sue ambizioni di classifica. Alaphilippe, capace di grandi cose sulle montagne del Tour. Bernal da capire, dopo la Strade Bianche che lo ha riproposto ad alti livelli. Eppure quando a  5 chilometri dall’arrivo Pogacar ha aperto il gas è come se le promesse siano andate a farsi benedire. Bernal a 58”. Van Aert a 45”. Nibali a 1’27”. Ciccone a 6’24”.

«Per puntare alla classifica di una corsa come questa – dice Pogacar – bisognava partire da lontano per guadagnare più margine possibile. Prima ha attaccato Bernal, che in quel momento era super forte, ma ho pensato che fosse troppo lontano dal traguardo. Quando poi ho capito che Thomas poteva essere un bel riferimento, ho attaccato. La salita era veloce sin dal suo inizio. Per questo, quando mi sono voltato e ho visto Yates alle mie spalle, ho pensato che anche lui doveva essere a tutta e che per prendermi avrebbe dovuto fare un super sforzo. Così ho continuato col mio ritmo ed è andata bene».

Yates si avvicina, ma Pogacar sa tenerlo a bada
Yates si avvicina, ma Pogacar sa tenerlo a bada

Il secondo fratello

Da uno Yates all’altro, con la condizione in crescita. Se al Uae Tour lo sloveno ha dovuto faticare per seguire gli attacchi di Adam Yates, questa volta ha tenuto a distanza Simon impostando il suo ritmo. Domani magari dovrà rincorrerlo ancora, ma per oggi è fatta.

«A dirla tutta – sorride – questa tappa è stata una delle mie migliori performance in salita degli ultimi tempi. Alla fine il lavoro fatto questo inverno sta dando dei buoni frutti. Ci siamo già detti dopo il Uae Tour che sono riuscito a passare indenne attraverso l’inverno dopo il Tour, ma la verità è che mi piace correre. Perciò, una volta finiti gli impegni con sponsor e interviste, sono riuscito a risalire in bici e a dimenticarmi di tutto il resto. Adesso ho 35 secondi su Van Aert e domani sarà un giorno super duro. La corsa per certi versi è appena cominciata».

Pogacar, debutto alla Tirreno e voglia di vincere

09.03.2021
3 min
Salva

Sembrerà strano, ma Tadej Pogacar non ha mai corso una gara a tappe in Italia. Le ultime sono state quelle da under 23 e semmai prima da junior. Così la Tirreno-Adriatico che lo vedrà da domani al via, sarà a suo modo un debutto. E visto il livello già raggiunto dallo sloveno in questa prima parte di stagione, promette di non essere un esordio banale. La vittoria al Uae Tour e la bella prestazione di sabato alla Strade Bianche dicono che il vincitore del Tour potrebbe avere nelle gambe anche la vittoria nella corsa italiana.

«Mi piace l’Italia – sorride – il cibo è ottimo e i tifosi sono fantastici. Chissà, forse il 2022 potrebbe essere l’occasione di venire finalmente al Giro d’Italia. Per quest’anno si pensa nuovamente al Tour e poi alle Olimpiadi e alla Vuelta».

In salita al Uae Tour ha dimostrato di essere già in grande condizione
In salita al Uae Tour ha dimostrato di essere già in grande condizione

Poche parole

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare osservando il suo aspetto angelico, Pogacar è più simile a Roglic, taciturno e schivo, che a un cherubino. Eviterebbe volentieri le luci della ribalta per starsene nel suo e tempo addietro fu proprio Andrea Agostini, responsabile della comunicazione per il Uae Team Emirates, a raccontarci di essere dovuto intervenire per dettare al giovane le regole base di convivenza con la stampa.

«Quando ottieni dei risultati – dice infatti Pogacar – devi andare in giro per gli sponsor e rispondere a tante domane. E’ una cosa che non mi piace molto, ma fa parte del gioco. E tutto sommato devo esserne contento, per cui lo accetto».

La Strade Bianche ha detto che sei in ottima forma: pensavi di vincere?

Ho provato a farlo, di sicuro ho dato il massimo, in una corsa durissima e tutto il giorno full gas. L’attacco di Van der Poel mi ha sorpreso, lui ha grande potenza. Non so cosa però potrà fare alla Tirreno-Adriatico in termini di classifica.

In realtà ha detto che non ci proverà nemmeno, mentre uno che vuole testarsi è Van Aert: vuole capire se può diventare uomo da classifica.

Anche lui è molto forte e in passato, anche l’anno scorso, lo abbiamo visto andare molto forte in salita. Ha una super condizione, sono curioso di vedere che cosa potrà fare.

Hai rinnovato il contratto fino al 2026, praticamente il futuro è assicurato…

Non è una abitudine frequente nel ciclismo fare contratti così lunghi, ma qui sto bene. Credo nella squadra e loro credono in me. Ed è il modo per vivere le mie stagioni senza stress, mi fa stare molto tranquillo.

Settimo alla Strade Bianche, sorpreso dall’attacco di VdP
Settimo alla Strade Bianche, sorpreso dall’attacco di VdP
Al Uae Tour, magari anche per motivi di sponsor, hai detto che quella corsa era il tuo primo obiettivo: ha dovuto anticipare di tanto la preparazione?

In realtà no, quelle date sono perfette per iniziare. Certo per essere in forma ho dovuto allenarmi un po’ di più, ma non ho sottratto nulla al mio periodo di riposo.

La Tirreno ha tappe nervose, un bell’arrivo in salita e la crono. Pensi di avere una squadra abbastanza forte?

Proprio al Uae Tour abbiamo fatto un super lavoro ogni giorno. Ci sono ragazzi nuovi, ma tutti di qualità. Proveremo a vincere, proveremo come al solito a fare del nostro meglio. Sono curioso, ma ormai c’è rimasto davvero poco da spettare…

Emirati, ultima tappa: festa per Ewan e Pogacar

27.02.2021
4 min
Salva

«Siamo venuti negli Emirati per vincere una tappa – sorride dopo l’arrivo Caleb Ewan – e ne era rimasta solo una. Avevo un po’ di pressione addosso, perciò quando ho tagliato il traguardo mi sono sentito sollevato. In tutta la mia carriera, non ero mai arrivato così avanti nell’anno senza vittorie, ma è anche vero che questa era la mia prima corsa. Ho grandi progetti per quest’anno e la vittoria mi aiuterà a costruire la mia fiducia in vista delle prossime gare in Europa».

Il piccolo folletto australiano della Lotto Soudal ha vinto la 7ª tappa dello Uae Tour, che per i velocisti era diventata l’ultima spiaggia, piegando quel Sam Bennett che ne aveva già vinte due.

Il gruppo sfila davanti alla Grande Moschea Sheikh Zayed
Il gruppo sfila davanti alla Grande Moschea Sheikh Zayed

Settimana di fuoco

Finisce così in archivio il terzo Uae Tour, dopo una tappa niente affatto banale a causa dei ventagli e di qualche caduta di troppo, a capo di una settimana che ne ha viste di tutte i colori. La partenza sprint di Mathieu Van der Poel, che non ha fatto in tempo ad abbassare le braccia, che la sua squadra è stata fermata per una positività al Covid. Poi la cronometro, con la grande prestazione di Ganna e la caduta rovinosa di Antonio Tiberi, costretto al ritiro. I duelli in salita fra Yates e Pogacar, con il primo mai stato in grado di staccare il secondo, pur avendolo messo a dura prova. Gli scatti di Nibali al secondo arrivo in salita. I segnali di Nizzolo e Viviani, ciascuno dei due in ripresa da stop imprevisti ed entrambi arresi a Sam Bennett. Infine la volata di Caleb Ewan.

Cade anche Adam Yates, che però rientra e salva il 2° posto
Cade anche Adam Yates, che però rientra e salva il 2° posto

Pogacar crescerà

«C’è stato un momento di nervosismo – racconta Pogacar, parlando dei ventagli e delle cadute di giornata – in cui il gruppo si è rotto, ma io avevo attorno la mia squadra e sono riuscito a controllare e per fortuna quel tentativo non è andato all’arrivo. Quando è caduto Yates ci siamo rialzati, è nella nostra natura di ciclisti farlo. E’ stata davvero una brutta caduta, era giusto aspettarlo. A nessuno piace cadere.

«Questo è davvero un grande risultato – aggiunge Pogacar – era il mio primo obiettivo della stagione e la mia prima vittoria nella gara di casa, quindi è stato davvero importante e sono felicissimo. La mia squadra e i miei compagni di squadra hanno fatto un ottimo lavoro e abbiamo vinto. Questo è uno dei nostri migliori risultati. Tornerò di sicuro negli Emirati Arabi Uniti, ma ora pensao a fare del mio meglio nelle prossimee corse, a partire da Strade Bianche».

Il giovane vincitore, già re dell’ultimo Tour de France, ha corso ancora una volta con grande astuzia. Quello che colpisce, cercando di osservarlo meglio, è quanto sia davvero ancora in pieno sviluppo. Lui come pure Evenepoel. Entrambi lontani dalla benché minima definizione muscolare, lasciando trasparire margini ancora importanti che nessuno al momento ha voglia di raggiungere.

Tadej Pogacar, 2° nel 2020, conquista così la corsa degli Emirati
Tadej Pogacar, 2° nel 2020, conquista così la corsa

Almeida e i ventagli

Come era già successo il primo giorno, nell’ultima tappa il gruppo si è rotto a 50 chilometri dall’arrivo e questa volta nella parte posteriore è rimasto il terzo della classifica, lo stesso Joao Almeida che aveva stupito al Giro d’Italia. Ma il bello di avere al proprio fianco una squadra come la Deceuninck-Quick Step è che tanto sono forti a complicare la vita per gli altri, quanto lo sono per rivolvere le situazioni spinose. Il team infatti si è messo davanti e ha dato vita a un frenetico inseguimento che si è concluso dopo una decina di chilometri.

«Iniziare la stagione con il piede giusto – dice Almeida – è sempre bello, qualcosa che ogni corridore desidera. Sono davvero soddisfatto del risultato e della gara che abbiamo fatto. Due vittorie di tappa con Bennett e tre di noi nella top 10 è fantastico. E oggi devo ringraziarli ancora tutti per tutto il loro aiuto e lavoro. Finire terzo in una corsa di questo livello è un risultato che solleva il morale, che porterò nelle gare di marzo».

Yates “gregario” di Pogacar?Il punto tattico con Bartoli

24.02.2021
4 min
Salva

La prima tappa di salita dell’UAE Tour ha subito lasciato verdetti importanti. Il primo: Tadej Pogacar è già in palla. Il secondo: Nibali non è andato poi così male. Il terzo: Joao Almeida è forte davvero, lasciamolo maturare. Il quarto: Chris Froome “scricchiola” in modo preoccupante. E il quinto: Adam Yates è in super forma ma è stato al tempo stesso protagonista di una tattica quantomeno discutibile. E su questo punto vogliamo insistere.

Siamo nella prima corsa WorldTour dell’anno e tutti vogliono vincere, specie nell’era del Covid in cui il senso di precarietà è alto e si cerca di prendere quel che c’è sul banco.

Il plotone all’assalto della scalata finale verso Jebel Hafeet. Ritmi subito altissimi
Gruppo sulla scalata finale verso Jebel Hafeet. Ritmi subito alti

Il forcing della Ineos

Ma torniamo alla tattica di Yates. La corsa vive sulla fuga di De Gent e Gallopin. I due, seppur in momenti diversi, vengono ripresi nella salita finale. A tirare è la Ineos-Grenadiers di Yates. Fino a quel momento l’inglese era quinto in classifica a 39” dallo sloveno.

Sotto le menate della sua squadra davanti restano in tre: Yates, Pogacar e Kuss. Lo stesso Yates accelera e restano in due: lui e Pogacar. Di “scatti” (con due virgolette grosse così) il portacolori della Ineos ne fa sei in tutto, restando sempre in testa. E così facendo agevola la vittoria di Pogacar.

Tra l’altro lo sloveno nel momento della volata è chirurgico. Sembra essere partito presto, invece ha calcolato come arrivo l’ingresso dell’ultima curva a 130 metri dalla linea finale. Si defila tre, quattro metri prima dello scatto e poi come inizia la leggera discesa si lancia. Yates a quel punto non può far altro che chiudere il gap…. e restargli dietro.

Adam Yates attacca e Pogacar resta (soffrendo) a ruota
Adam Yates attacca e Pogacar resta (soffrendo) a ruota

Yates gregario

Una tattica così non poteva passare inosservata a Michele Bartoli.

«Yates – dice il campione toscano – voleva vincere il UAE Tour e ha tirato tanto per recuperare quei 40” a Pogacar e non per vincere la tappa. Ma la sua è stata non dico una tattica suicida, ma quasi…. E’ stato poco lucido. Dal momento in cui ha capito che non lo avrebbe staccato più o quantomeno non gli avrebbe dato 40”, doveva smettere di tirare. Invece è stato il gregario perfetto di Tadej».

Yates ha portato 5-6 attacchi o, per meglio dire, accelerazioni. Spingeva forte ma restava sempre abbastanza composto. Non dava l’idea di chi stesse raschiando il barile.

«Quel tipo di scatti – riprende Bartoli – li puoi fare quando il terreno te lo consente. Sulla salita di ieri quando acceleravano andavano a più di 30 all’ora e a quella velocità a ruota si risparmia tanto. Voglio attaccare? Faccio tre scatti al massimo. Il primo vedere come sta e gli altri per provarci davvero, ma poi se non lo stacco mollo, non sto lì a finirmi.

«Se avessi corso io gli avrei chiesto collaborazione. Conoscendo la salita, e loro la conoscevano, avrei cercato di arrivare insieme fin sotto l’arrivo per poi giocarmi la tappa. Quando si attacca bisogna valutare le caratteristiche del percorso e dell’avversario. La tattica di Yates sarebbe andata bene se la salita fosse stata più dura. A quel punto lo stare a ruota avrebbe inciso molto molto meno e sarebbe diventato un testa a testa».

Nessun allenamento

Alcuni hanno vociferato che nel ciclismo tecnologico attuale Yates abbia corso con una sorta “contagiri”, come se si stesse allenando e non dovesse superare certi limiti. O che gli scatti non dovessero durare più di “X” secondi. Bartoli smonta subito questa tesi.

«Mi viene da ridere quando sento queste cose – dice il toscano – Io non ci credo. Ci sono troppe variabili. Un ritmo predefinito lo imposti magari se stai facendo un tappone in un grande Giro, ma non in una salita secca in cui cerchi la performance. In quel caso vai a sensazione».

Infine Michele chiude con un paragone che ha a dir poco del sublime.

«Tutti quegli scatti? Beh, se ne sarebbero dovuti fare un paio, ma alla morte. Non di più. Se ti devi gustare un bicchiere di buon vino non lo allunghi con l’acqua per farlo durare di più. Lo stesso vale in bici. Quel bicchiere non lo “annaffi” di scatti, altrimenti perdi la qualità. Da dove arrivano questi paragoni? Da Giancarlo Ferretti!».

In viaggio con Gianetti, fra le neve e il deserto

30.01.2021
8 min
Salva

Gianetti negli Emirati ci arrivò nel 2014 e non certo per costruire la squadra che avrebbe vinto il Tour. Gli chiesero di lavorare a un progetto per mettere in bici la gente di laggiù, che per clima e benessere, non godeva esattamente di ottima salute. Lui veniva dal naufragio drammatico di un bel progetto cinese, che attraverso l’accordo con TJ Sport Consultation avrebbe portato risorse importanti nella Lampre di allora. Sembrava tutto fatto, ma la morte improvvisa del referente orientale fermò ogni possibile sviluppo.

Ai Campi Elisi c’era anche Gianetti. La vittoria di Pogacar è stata una manna, ma inattesa
La vittoria di Pogacar è stata una manna, ma inattesa

Oggi Mauro Gianetti è il grande capo della Uae Team Emirates e forse, come vedremo, dirlo così suonerà riduttivo. Corridore professionista dal 1986 al 2002, 17 vittorie fra cui un’Amstel e la Liegi, dopo alterne vicende da team manager, nel 2014 approdò appunto negli Emirati. Il nostro viaggio ideale inizia da lì e si conclude sul podio dei Campi Elisi, mentre Mauro è in viaggio davvero e guida a 30 all’ora dietro uno spazzaneve, con lo sguardo laggiù, nel deserto degli Emirati.

La situazione era davvero così precaria?

Non avevano uno stile di vita sano, diciamo. Il diabete si stava diffondendo a macchia d’olio e c’era bisogno di un intervento dalle scuole, per raccogliere frutti a lungo termine. Così cominciammo a progettare piste ciclabili e infrastrutture e, in questi ultimi anni, il ciclismo è diventato uno sport molto importante. La squadra poteva essere una motivazione per i giovani e questo in effetti si è avverato, con la voglia di emulare i campioni. Ma davvero il professionismo è la punta dell’iceberg. Si è messo in moto un volano. Sono arrivati sponsor con la voglia di investire sul territorio, facendo progetti per la mobilità lenta e per cambiare lo stile di vita del Paese. Con la Youth Academy siamo entrati nelle scuole e la risposta delle persone è stata incredibile.

Abbiamo visto foto di piste ciclabili…

Quella su cui si correrà la cronometro dello Uae Tour ha due anni. Inizialmente era scollegata dalla città, ora hanno fatto anche il raccordo. E il bello è che oltre alla ciclabile per i grandi, c’è tutto un sistema di infrastrutture, che vanno dai percorsi per i bimbi alle officine. Se ne era parlato, poi sono tornato a casa e alla visita successiva ho trovato tutto già fatto.

I bambini delle scuole non hanno mai visto passare il Giro d’Italia…

Il bello infatti è che non sanno chi siano Pogacar e Gaviria. Eppure vedere due ragazzi come loro mettersi lì a insegnare come si va in bici è stato bellissimo. Sono tornati bambini e hanno capito che il loro scopo non è solo correre. Peccato che nell’ultimo ritiro a causa del Covid non abbiamo potuto rifarlo.

Nel 2014 nascono i progetti, nel 2018 parte la squadra.

E anche il mio ruolo ha iniziato a cambiare. Inizialmente ero più impegnato sul territorio, perché c’erano sponsorizzazioni e progetti che andavano a scadere e si dovevano completare. Poi gradualmente ho preso in mano tutto e negli ultimi due anni le cose sono ben chiare. Abbiamo creato un gruppo con ruoli ben precisi e anche i corridori ora hanno i loro riferimenti.

Come si può leggere in questo contesto l’acquisto della Colnago?

Colnago è un’eccellenza. Ernesto era arrivato a un punto in cui voleva comunque garantire futuro e sviluppo all’azienda e il fatto che la squadra corresse con le sue bici ha inciso. Ma credo che la spinta iniziale sia stata proprio il fatto che si parlasse di una prestigiosa azienda di nicchia, come Met che ci fornisce i caschi. Non un’azienda con il fatturato miliardario, ma capace di creare ottime biciclette.

Intanto la squadra cresceva.

Le basi per un’evoluzione tecnica le avevamo poste dall’inizio, collaborando per la preparazione con le Università olandesi. Ora abbiamo introdotto altre collaborazioni per avere analizzatori di dati più sofisticati. E tanto lavoro si ripercuote anche sull’immagine che la squadra sta iniziando ad avere. Se prima eravamo noi a cercare delle figure, oggi piovono richieste di collaborazione.

E con l’immagine sono arrivati i risultati.

Frutto del lavoro, ma arrivati in anticipo. Al Tour ci aspettavamo di essere protagonisti, non di vincerlo così presto. Ma quando hai un corridore con così tanto talento, le sorprese forse non sono nemmeno troppo inattese. Quello che dispiace è che, per i vari incidenti e i ritiri, è uscito sminuito il lavoro della squadra, che invece è stato eccellente. Noi lo abbiamo notato. Stiamo crescendo, siamo sulla buona strada.

Gruppo misto in allenamento (Photo Fizza)
Gruppo misto in allenamento (Photo Fizza)
Diciamo che avere le spalle coperte economicamente è un bell’incentivo a lavorare bene.

E’ il vantaggio di avere un progetto più ampio del vincere corse in bicicletta, che poi è il punto di partenza di tutto il viaggio. Tutti gli sponsor hanno accordi a lungo termine, di almeno 4 anni, perché l’obiettivo è creare il movimento della bici negli Emirati, per stimolare la gente di lì. Molte ciclabili ci sono già, a breve ne sarà inaugurata una di 68 chilometri. Si può fare il giro di Abu Dhabi con un anello che ne misura 90, in un quadro di 1.234 chilometri di piste già fatte.

Il tuo ruolo resta trasversale, quindi?

Avendo iniziato con quel progetto come consulente, direi proprio di sì.

Matteo Trentin è uno dei tre ultimi arrivati (Photo Fizza)
Matteo Trentin è uno dei tre ultimi arrivati (Photo Fizza)
La vostra squadra ha subito la prima… sportellata del Covid, finendo tutta in quarantena giusto un anno fa.

E’ vero, siamo stati fra i primi e questo ci ha permesso di capirne la portata, vedendo la sofferenza negli atleti più giovani. E’ il motivo per cui abbiamo messo in atto un sistema interno per la sanificazione di ogni cosa, per combattere il rischio di contagio. Ed è il motivo per cui abbiamo approfittato della possibilità offerta dal Governo di vaccinare tutta la squadra. Non cambierà nulla per le precauzioni da adottare nelle corse, ma ci fa stare più tranquilli.

Si parlava di Pogacar.

Tadej è un talento, ha vinto bene. Chiaro che alcuni avversari non ci sono stati, ma ugualmente torneremo al Tour con grandi motivazioni e la consapevolezza di poterlo rifare.

Nel frattempo vi siete rinforzati.

Siamo partiti dal presupposto di non dover prendere per forza chissà quanti corridori. La regola è valutare prima il tipo di persona e poi l’atleta. Abbiamo preso Trentin, Majka e Hirschi. Ma sono arrivati anche due direttori sportivi eccezionali come Baldato e Guidi, due uomini con esperienza e professionalità. Bisogna dare la priorità all’ambiente che creiamo, perché ormai parliamo quasi di 100 persone.

Un piccolo paese! Avresti mai immaginato uno sviluppo così quando eri alla Polti con Stanga e Zenoni?

Se guardo a quando passai nel 1986 alla Cilo-Aufina, avevamo 6 bici di scorta per tutta la squadra, due macchine e un furgone. Da Stanga e Zenoni ho imparato che ogni persona in squadra deve avere il suo peso specifico ed è quello che poi ho visto e riproposto nella mia carriera.

Majka scorterà Pogacar al Tour de France (Photo Fizza)
Majka scorterà Pogacar al Tour de France (Photo Fizza)
Carriera che potevi aspettarti così?

Ero un buon corridore, ma non un grandissimo talento. Ho sempre lavorato tanto, ma era più questa la mia idea di futuro. Avevo la visione che un giorno avrei avuto la mia squadra, guardavo per capire e mi relazionavo con gli sponsor. Era il mio scopo. Ho cominciato con la Caldirola e poi sono sempre cresciuto. La Cina poteva essere un bel salto, ma morì colui che davvero credeva nel progetto. Sì, questo è il mestiere che ho sempre voluto fare.

C’è ancora posto per la bici?

Sempre, poco ma spesso. Almeno 4-5 volte alla settimana. Un’ora e mezza, non di più. Lavoro così tanto, di giorno e anche la notte, che se rubo un’ora per andare in bici, non faccio torto a nessuno. In più credo che lo sport faccia bene, al fisico e alla mente. E se ci pensate, è il motivo per cui sette anni fa si è messo in moto tutto questo…

Tadej Pogacar vaccinato e pronto per un altro Tour

24.01.2021
5 min
Salva

Ci sarà da vedere sul campo se la serenità che al momento è il mood permanente di Tadej Pogacar sia vera o sia piuttosto il modo di tenere lontane le tensioni in una fase dell’esistenza in cui il Covid, le barriere artificiali e le distanze geografiche rendono ogni confronto più ovattato.

Lo sloveno vincitore del Tour tutto sommato ha avuto svariate occasioni per raccontare il suo pazzo 2020, ma ha dovuto/potuto farlo davanti allo schermo di un computer che ha permesso alle sue emozioni di passare inosservate e impedito a chi poneva le domande di percepire il fremito dell’esitazione e il brillare dell’orgoglio. Un po’ come definire “corsa” la sfida virtuale sui rulli. L’avversario devi averlo accanto e subirne o imporgli lo sguardo per poter dire di essere stato più forte o battuto con merito.

Aver avuto il vaccino prima di tutti lo mette al riparo da grandi preoccupazioni (foto Fizza)
Il vaccino lo mette al riparo dalle preoccupazioni (foto Fizza)

Vaccino: fatto!

Fra i primi passi nel lanciare il nuovo anno, lo sloveno della Uae Team Emirates ha potuto godere come i compagni del vaccino cinese che in qualche modo renderà più semplice la vita al suo team, nel consueto “liberi tutti” del ciclismo in cui chi prima arriva alla cura, per primo ne trae vantaggio. Che cosa succederà se di colpo le compagnie aeree e i Paesi chiederanno il passaporto vaccinale e soltanto una squadra lo avrà in mano? Il ciclismo si fermerà ancora? Sgombrato comunque il campo dalla preoccupazione del Covid, la sua attenzione si è così concentrata nuovamente sul Tour.

Alla Planche des Belles Filles, Pogacar sfinito dopo l’arrivo: «Potevo anche saltare io»
Alla Planche des Belles Filles: «Potevo anche saltare io»
Qual è ora la tua preoccupazione?

Ora devo solo essere preparato fisicamente, come lo sono stato l’anno scorso e avere un buon supporto dalla squadra. Essere il vincitore uscente del Tour sarà molto, molto più difficile. E’ la prima volta che difendo una vittoria e sarà una cosa completamente nuova per me. Ma penso che se ci vado preparato e motivato, potrò fare ancora bene.

Qualcuno si è stupito delle tue prestazioni.

Ma dalla mia esperienza alla Vuelta del 2019, io sapevo di poter fare bene nella terza settimana di un grande Giro e questo mi ha dato fiducia quando siamo arrivati alla fine del Tour. Ho passato un paio di tappe in cui non mi ero sentito troppo bene, ma alla fine ero sempre con Roglic. Non si può dire che sia stato meno forte di lui. Per questo penso che lui e i suoi compagni abbiano parlato nella foga del momento. In quella crono non c’è stato niente di incredibile.

L’autista del pullman ci ha raccontato che scendendo per il riscaldamento hai visto i meccanici che preparavano la bici bianca per Parigi e hai chiesto perché non fosse gialla…

Stavo bene, ma quella è stata una battuta. Le cronometro sono abbastanza semplici, specialmente l’ultimo giorno, quando sai che quello sarà anche l’ultimo grande sforzo che dovrai fare. Sarei anche potuto scoppiare sulla salita finale e perdere il podio, ma per fortuna non è successo. Ho vissuto una giornata fantastica. Mi sono riscaldato bene, ho fatto un ottimo cambio di bici e ho dato tutto. Ho capito di aver vinto solo dopo aver passato la riga.

Alla Vuelta 2019, Tadej Pogacar aveva già tenuto testa a Roglic e Valverde, vincendo la penultima tappa
Alla Vuelta 2019, Pogacar si era misurato con Roglic e Valverde
Quali sono state le tappe difficili di cui hai parlato?

Quelle in cui ho perso Aru e Formolo, che non sono stati bei momenti per la squadra. E poi è stato duro anche il giorno dei ventagli, dove abbiamo perso troppo terreno.

Con quale spirito si ricomincia?

Quello di ogni anno, in realtà. Con l’attesa delle prime corse per scacciare la paura di non essere migliorato e tutti gli scongiuri per non avere sfortuna. In realtà per ora non ci sono grossi ostacoli. Se rimarrò concentrato e andrò avanti con gli stessi obiettivi e la stessa motivazione, penso che continuerò a migliorare.

Quanto ti infastidisci o trovi insolito dover già parlare del Tour?

Sono il vincitore uscente e di sicuro sono anche un favorito, ma non so se sono il favorito principale. Ci sono molti corridori e c’è ancora molta strada da fare. Vedremo prima del Tour chi sarà l’uomo su cui scommettere, chi avrà vinto il maggior numero di gare prima e arriverà più forte in Francia.

E’ stato davvero così stressante quest’ultimo inverno?

Non è stato un grosso ostacolo. E’ parte del mio lavoro. Cerco sempre di ricavarmi del tempo tutto mio al di fuori delle corse e degli impegni con la stampa e questo mi permette di rimanere rilassato. Credo che la mia vita non sia cambiata poi molto.

Aver vinto ti ha dato più fiducia in Tadej Pogacar?

Forse un po’, ma io sono sempre stato fiducioso e realistico circa le mie capacità. Sarò ancora super motivato per questa stagione, ma di sicuro sono più rilassato ora di quanto non fossi prima. Non dimentico il passato, ma non penso sempre a quello che ho fatto e non ne parlo, perché è già successo. Voglio concentrarmi sulle prossime gare.

Concentrazione al via dei mondiali di Imola: la testa è l’arma in più di Tadej Pogacar
Concentrazione al via dei mondiali: la testa è la sua arma in più
Le attese logorano?

Non credo. Anzi, è più difficile far passare i giorni vuoti di tensione. Mi aspetto che le corse saranno dure e veloci come sempre e il livello sempre più alto.

Vincere il Tour è stato uno step importante, paragonabile in proporzione alla vittoria nel Tour de l’Avenir?

Sono stati tutti e due molto impegnativi, ma restano difficili da comparare, perché li ho vissuti in due fasi molto diverse della mia carriera. Di certo in entrambi i casi ho dovuto dare il mio meglio.

Pensi che sarà dura ora contenere il ritorno di corridori come Nibali e la voglia di riscatto di Evenepoel?

Sono entrambi corridori di punta ed entrambi hanno qualità uniche. Ma ancora una volta cercherò di restare concentrato su me stesso più che sui miei avversari.

Pensi di aver vinto il Tour più con le gambe o più con la testa?

E’ stato un mix perfetto, ma non dimenticherei la squadra. Ho avuto un grande supporto. E anche nei momenti in cui sembrava che fossi da solo, non mi sono mai sentito davvero isolato.