Il bike brand DMT, produttore da quasi quarant’anni di calzature per il ciclismo e partner tra gli altri di atleti del calibro di Tadej Pogacar ed Elia Viviani, ha sviluppato un sofisticato configuratore online che dà la possibilità a chiunque di personalizzare le proprie KR1, il modello top di gamma della collezione.
Una grafica “su misura”
Attraverso pochi ed agevoli passaggi da realizzare sul web – una volta collegati al portale dedicato www.dmtid.com – si può scegliere sia il colore della grafica delle scarpe quanto quello del logo. In questo modo è possibile renderle uniche attraverso l’aggiunta del proprio nome e anche della bandiera corrispondente alla nazione di appartenenza. Una soluzione ideale se si pensa a quanto il look in bici sia diventato ricercato. Inoltre, può essere utile anche per i team amatoriali o giovanili che vogliono distinguersi e affidarsi alla grande tradizione e la profonda esperienza DMT.
Glen McKibben, Brand Director DMT, con Tadej PogacarGlen McKibben, Brand Director DMT, con Tadej Pogacar
La rivoluzione Engineered Knit
Il modello KR1 di DMT è in assoluto la scarpa che ha dato inizio alla rivoluzione del Engineered Knit, oggi presente su tutta la collezione DMT (corsa, mtb e triathlon). Sviluppata e indossata da Elia Viviani, Tadej Pogacar e da altri grandi campioni, questa calzatura si distingue per l’incredibile comodità, che a detta di molti atleti cambia radicalmente il concetto di una comune scarpa da ciclismo. Leggere e traspiranti, le KR1 sono caratterizzate da una struttura in maglia brevettata che elimina tutti i punti di pressione, garantendo una calzata estremamente comoda. Altra caratteristica è la super traspirabilità della tomaia “Knit” e lo straordinario sostegno fornito dalla suola anatomica in carbonio, capace di un trasferimento diretto di potenza davvero molto efficace.
Sviluppate con Elia Viviani
«La tomaia in morbida maglia avvolge senza comprimere il piede – ha dichiarato a bici.PRO Elia Viviani ,che di queste scarpe può con ragione definirsi uno dei più pignoli sviluppatori – concedendo performance superiori in termini di comfort e traspirabilità. Grazie alla tecnologia 3D Knit ciascuno sarà pronto a superare i propri limiti, offrendo ai piedi il massimo del comfort: questa è davvero una nuova generazione di calzature da ciclismo».
Elia Viviani con le KR1 Elia Viviani durante l’ultimo Giro d’Italia con le KR1
Chiusura con il BOA
Oltre alla tomaia interamente in Engineered Knit 3D personalizzabile, tra le altre caratteristiche distintive delle DMT KR1 occorre anche ricordare lo spessore variabile e le strutture in maglia per il massimo del comfort, le fettucce passacavo integrate, il sistema di chiusura singolo BOA Fit IP1, la già citata suola anatomica in carbonio, la regolazione anteriore-posteriore della tacchetta (8mm) e gli stilosi toni riflettenti sul colore nero. Le misure disponibili? Dal 37 al 47 (mezze taglie dal 37,5 al 45,5. Il peso è di appena 240 grammi nella misura 42.
Il condominio in cui vivono insieme Valerio Conti, Davide Formolo e Tadej Pogacar sta in un quartiere di Monaco che si chiama Fontvieille e si allunga verso la Francia. Il romano, che combatte ancora con la lussazione della spalla ma è ugualmente in partenza per il primo ritiro, giura che è stato quasi per caso, ma che su quelle scale si è creata una piccola enclave della Uae Team Emirates che darà certamente i suoi frutti anche in corsa. Nel condominio a rendere il quadro più variopinto, vivono anche Diego Rosa e sua moglie Alessandra.
Il Natale ad esempio l’hanno passato in sei. La famiglia Formolo, con mamma Mirna e la piccola Chloe. E con loro Valerio, la sua compagna Michela e il cane Zoe. Pogacar non c’era, è tornato nel condominio da un paio di giorni e ha trascorso le Feste in Slovenia.
«Sarei rientrato volentieri a Roma – ammette Conti – ma avrei dovuto fare due settimane di quarantena. E a quel punto, tornare per restare chiuso in casa non aveva troppo senso. Nel frattempo ho tolto il tutore e mi sforzo di tenere la spalla vicina al corpo. Da un paio di giorni pedalo sui rulli e fra una settimana vorrei tornare in bici».
Valerio Conti ha corso il Giro d’Italia 2020 in appoggio a Diego Ulissi Conti ha corso il Giro 2020 per Ulissi
Valerio è stato stretto da un’auto contro la scarpata e gli è andata anche bene, perché invece di rompersi la spalla ha avuto la blanda lesione di un legamento, che continuerà a fargli male e a condizionarlo psicologicamente, ma alla lunga andrà perfettamente a posto.
Come va nel condominio?
I primi siamo stati Formolo e io, dato che Michela è amica di Mirna. Poi sono arrivati Tadej e la sua compagna Urska. Stiamo bene. Pur avendo allenatori diversi riusciamo a fare i nostri giri insieme e questo è importante anche per farsela passare meglio. In più spesso usciamo a cena insieme. A Natale e a Capodanno invece siamo stati insieme a Formolo, perché non si poteva uscire. Proprio come in Italia.
Com’è la zona?
Si chiama Fontvieille e sta proprio alla fine del Principato di Monaco. Due pedalate e siamo in Francia. Si esce subito da casa e non c’è traffico. Si fa una galleria che sale quasi a chiocciola e si prende la strada per allenarsi, che corre lungo il mare e porta verso il Col d’Eze verso Nizza, oppure verso l’Italia.
Mai freddo e sempre sole?
Il clima è spettacolare, meglio che a Roma. Da noi d’inverno può fare caldo, ma in certe zone dei Castelli c’è ombra e fa comunque molto freddo. Qua in un’ora di bici hai tutto quello che serve per fare i lavori specifici ed è sempre in pieno sole. Forse c’è poca pianura, ma giusto questo.
Fontvieille, ultima propaggine di Monaco verso la Francia: il condominio in cui vivono i tre si trova quiIl condominio si trova a Fontvieille, propaggine di Monaco
Quindi si può uscire di buon’ora non dovendo aspettare che l’aria si scaldi?
A dire il vero, non mi piace partire troppo presto. Diciamo che le 9,30-10 sono un orario congruo.
Di fatto da quelle parti vive mezzo gruppo del WorldTour…
E’ bello per quando ti alleni e per le cose burocratiche. Si mettono insieme tutte le esperienze e questo per la quotidianità fa una grande differenza. Ci sono parecchi compagni di squadra. Trentin sta proprio a Monaco, mentre a Bordighera ci sono Oliviero Troìa e Stake Laengen che però ha la residenza da qualche altra parte, non a Monaco e nemmeno in Norvegia.
Come va la quasi convivenza con Pogacar?
E’ semplicissima e non lo dico perché siamo compagni di squadra. Gli piace divertirsi, non fa vita di clausura. Del resto, ha 22 anni! Gli viene tutto facile. Dire che potesse vincere il Tour era un azzardo, ma visto quante tappe dure aveva vinto nel 2019 alla Vuelta? E al Tour non ha mai perso il filo della corsa e ha vinto praticamente senza squadra.
Sai già quale sarà il tuo programma di gare?
Non è ancora ben definito. Dovrei fare il Giro e Tadej il Tour, mentre saremo insieme ai Paesi Baschi. In realtà non mi dispiacerebbe fare il Tour, ma non entrambi perché sono troppo ravvicinati e a giugno avrei in programma il Giro di Slovenia. Il mio calendario fino al Giro sarà bello pieno.
Davide Formolo e Tadej Pogacar: a detta di Conti due pianeti completamente diversiFormolo e Pogacar, due pianeti diversi
Dici che in corsa aiuterà questo buon vicinato?
Al 100 per cento. Già ti impegni sempre, ma per un amico ti impegni di più. Lo vedo quando corro con Ulissi. Credo che anche stare a ruota di uno che conosci sia un vantaggio.
Nel condominio c’è anche Formolo.
Altro buon amico, ma con un’altra testa. Davide cambia idea in continuazione su tutto. E anche in corsa, il rendimento va di pari passo con il carattere. Formolo parte sempre a bomba nelle prime tappe e poi cala. Pogacar ha un gran motore, come ce ne sono altri. Ma ha un recupero straordinario, come in giro non ce ne sono. La sua forza è quella, nell’ultima settimana va sempre più forte e sapete anche perché? Perché si stressa talmente poco, che non butta via energie in pensieri e ansie.
Chi ha cucinato a Natale?
Le signore. E devo dire che si sono date da fare. A Capodanno invece hanno un po’ tirato i remi in barca. Abbiamo ordinato un hamburger enorme al ristorante romano che si chiama “Ai tre Scalini” e loro hanno fatto i dolci e le lenticchie.
Il 2021 è ricominciato sui rulli?
Ma non tantissimo. Faccio 40 minuti la mattina e 40 il pomeriggio. Ora posso poggiare la mano sul manubrio, ma sto già facendo le valigie. Vado in ritiro. E tra una settimana voglio tornare su strada.
Abbiamo incontrato Alessandro Mazzi e Alessandro Covi, rispettivamente meccanico e corridore dell'UAE Team Emirates. Ci hanno raccontato quali sono le scelte tecniche dei corridori UAE.
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Non era mai successo negli ultimi cent’anni che un corridore giovane come Pogacar conquistasse il Tour de France. Prima di lui c’era stato Cornet, due anni in meno, ma accadde nel 1904.
Per contro non era mai successo neppure che il vincitore della maglia gialla sparisse dalla circolazione, senza rilasciare interviste, se non piccoli flash qua e là, in occasione delle rituali visite agli sponsor. Si comprende bene la necessità di tutelarlo da un inverno troppo dispendioso e si comprendono anche gli obblighi di squadra, ma forse anche i tifosi avrebbero meritato un po’ del suo tempo.
Roglic e Pogacar francobollato, scena tipica del Tour de France 2020Roglic e Pogacar attaccato al 2020
La prima data ipotizzata per l’intervista era stata indicata alla metà di novembre, poi era stata rinviata di due settimane, quindi trasformata in una conferenza stampa su Zoom il 7 dicembre, a sua volta rinviata al 21 del mese e adesso a gennaio. Così abbiamo deciso di mettere insieme tutti i contributi raccolti nelle ultime settimane da coloro che sono riusciti a parlarci e fare un punto altrettanto virtuale con il giovane sloveno, che vive a Monaco nello stesso palazzo di Formolo e Valerio Conti e a 100 metri da Roglic. Magari poi, quando ce lo troveremo davanti, parleremo con lui di cosa farà nel 2021.
Slovenia spaccata
Del ritorno in Slovenia, Pogacar racconta con emozioni altalenanti. Roglic è stato nominato atleta dell’anno, entrambi sono risultati ciclisti dell’anno e i loro volti sono stati stampati sullo stesso francobollo
«La gente in Slovenia – ha detto – avrebbe voluto che vincesse lui il Tour e anche io, in qualche modo, pensavo fosse giusto. Lo scenario per la maggior parte del Tour, lui primo e io secondo, stava bene a tutti. Si stavano preparando per festeggiare questo risultato. Alcuni non erano contenti per come è finita. L’ho notato, l’ho visto sui social, mi è stato detto. Ma cosa posso farci? Niente. In Francia il tifo è diviso tra Alaphilippe, Bardet e Pinot. Il tifo spacca, lo ha sempre fatto».
Questo riconoscimento a Parigi vale molto più di mille paroleUn riconoscimento prezioso nel giorno di Parigi
In cima tutti piangevano
Di quel giorno a La Planche des Belles Filles, ha ricordi rumorosi e confusi. Come confuso è stato anche dopo aver realizzato di aver sfilato la maglia gialla dalle spalle del connazionale.
«L’ho avuto chiaro – ha raccontato – quando Primoz Roglic ha tagliato il traguardo. Ero arrivato quasi quattro minuti prima. E’ stato un tempo lungo e molto strano. Intorno a me, il massaggiatore e i due ragazzi del team sapevano che stavo per vincere il Tour, ma non volevano dirmelo senza esserne assolutamente sicuri. Nel tratto pianeggiante non avevo informazioni su suoi tempi. Sapevo solo che Dumoulin era in testa. Poi in salita non ho sentito più niente. Non avevo messo il volume degli auricolari molto forte e c’erano molti spettatori che gridavano. A un certo punto ho sentito: «Hai quattro secondi di vantaggio», ma ho pensato che fosse per la vittoria di tappa. E poi mi sono saltati addosso tutti, piangevano, urlavano, erano eccitati. E qui ho capito davvero».
La fuga di Imola, nata per lanciare Roglic, ha acceso l’entusiasmo dei suoi tifosiLa fuga di Imola, nata per lanciare Roglic
L’abbraccio di Roglic
Ha raccontato di essere cresciuto con il mito di quel saltatore con gli sci passato alla bicicletta. Fra loro ci sono 9 anni, che nel ciclismo giovanile sono abbastanza per comprendere due mondi completamente diversi.
«Ci siamo incontrati solo nel 2017 – ha raccontato – ai mondiali di Bergen, in Norvegia. Lui era con i professionisti, io ero nell’U23. Ci siamo ritrovati insieme nella conferenza per la stampa slovena. A volte ci alleniamo insieme a Monaco. Prima succedeva in Slovenia, perché non vivevamo molto lontano. A Monaco ci incontriamo per caso, uno dei due gira e proseguiamo insieme. E’ un bravo ragazzo. Non gli piace farsi avanti. Gli parlo spesso mentre corro. Per me non è come un avversario. Per questo lassù non ero molto sicuro delle mie emozioni. Da una parte volevo che Roglic vincesse il Tour, invece sono stato io a impedirglielo. In effetti, è stato proprio lui a tranquillizzarmi. Pochi minuti dopo il suo arrivo, ero già nello spazio interviste per la tv, è venuto ad abbracciarmi. Quel momento non lo dimenticherò mai. E’ come se mi avesse autorizzato a essere felice, come se mi dicesse che non era colpa mia».
La fuga di Imola
Imola sarebbe stata l’occasione perfetta per sdebitarsi. Pogacar si era già chiamato fuori da responsabilità troppo grandi e la Slovenia aveva deciso di puntare su Roglic, lasciando al giovane il compito di fare corsa dura nell’avvicinarsi agli ultimi chilometri. Ma quando Pogacar è partito, sperando di portare via un gruppetto che costringesse la Francia a inseguire, lo ha fatto troppo forte e si è ritrovato da solo.
Con Mauro Gianetti in visita da Colnago, prima di sparire dai radarCon Gianetti da Colnago prima di sparire
«Quando vieni da Paesi dove non c’è un grande bacino di corridori – ha detto – sei abituato a cavartela con meno compagni. Mi successe al Tour de l’Avenir e purtroppo, ma per una serie di sfortune, mi è successo al Tour. Eravamo partiti con una grande squadra, ma dopo il ritiro di Aru e Formolo le cose si sono complicate. Per fortuna De La Cruz mi è rimasto accanto. Era strano essere lì in mezzo a lottare contro tanti campioni. Stiamo assistendo a una generazione che cambia. E’ sicuramente una questione di carattere, di responsabilità assunte prima. Tutti i corridori venuti fuori quest’anno sono stati i riferimenti delle categorie giovanili. Contro Hirschi, ho corso sin dagli juniores. Ci sono molti più team continental che ci preparano in modo più professionale. Anche il covid potrebbe aver avuto un ruolo. Ci sono stati meno eventi e molte gare importanti in un periodo di tempo molto breve. I giovani hanno potuto trarne vantaggio. Un corridore più anziano probabilmente impiega più tempo per trovare il proprio ritmo».
Ne avremo probabilmente un riscontro nel 2021, quando ciascuno potrà impostare la stagione nel modo più consono. Avremo giovani chiamati alla conferma e uomini più esperti desiderosi di riscatto. E ancora una volta vivremo una grande stagione di ciclismo.
Tutto il mondo ciclistico aspettava le parole di Tadej Pogacar per l’inizio di dicembre. Il vincitore delTour de France però parlerà, sembra, prima di Natale. E’ ipotizzabile, forse anche giustamente, che la squadra voglia proteggere il giovane gioiellino sloveno e Mauro Gianetti, manager della UAE ce lo conferma, come vedremo.
E’ questa la chiave dell’inverno di Pogacar e forse uno dei passaggi più delicati della sua carriera. Vincere è difficile, rivincere è difficilissimo. Ed è quello che un po’ tutti si chiedono: ce la farà Tadej a confermare i livelli di quest’anno? Sarà schiacciato dalla pressione? Bernal sembrava avesse già in tasca cinque Tour e invece ha pagato la “notorietà”.
Tuttavia Gianetti stesso in passato ci ha raccontato di Pogacar come un ragazzo molto tranquillo, in ogni aspetto della sua vita. Una tranquillità che potrà essergli di grande aiuto.
Da sinistra: Mauro Gianetti, Ernesto Colnago e Tadej PogacarDa sinistra: Mauro Gianetti, Ernesto Colnago e Tadej Pogacar
Mauro buondì! Come sta andando l’inverno di Pogacar? Immaginiamo i suoi tanti impegni, le richieste da sponsor e media…
Il nostro obiettivo è quello di salvaguardare la persona in primis. E’ inevitabile poi che sarebbe arrivato tutto ciò. E’ un aspetto che un atleta di alto livello deve imparare a gestire. Squadra, ma anche famiglia, amici devono “proteggerlo”. Gli impegni vanno calibrati. Ce ne sono alcuni ai quali non puoi sottrarti e altri ai quali devi dire di no, come i capricci di chi “pretende”. E devo dire che Tadej mi sta piacendo per come sta gestendo la situazione. Prima di tutto è rimasto se stesso: la persona semplice che ha voglia di correre e vincere. Ama il suo mestiere. Parla con l’allenatore, chiede, s’informa… insomma è concentrato. Ha passato dei giorni in famiglia e poi è tornato a Montecarlo perché lì c’è un clima migliore per allenarsi. Nessun aspetto glamour, ma voglia di perseguire gli obiettivi del corridore.
Opinione tua: secondo te si rende conto di aver vinto il Tour?
A 22 anni te ne rendi conto ma non fino in fondo. Lo sta facendo piano, piano. Lui è consapevole di essere un talento e sapeva che questo momento sarebbe arrivato, lo sentiva dentro. Era un qualcosa che lui desiderava. Dopo la vittoria del Tour de l’Avenir era certo che sarebbe arrivato ad alti livelli. Magari non era partito per vincere il Tour, ma per salire sul podio… Sono emozioni da gestire. Tutto sommato il fatto di aver perso quel 1’20” nel giorno dei ventagli lo ha scaricato ancora di più di responsabilità e tutto quel che sarebbe venuto sarebbe stato un qualcosa in più.
E sentirà la pressione?
Ah sicuro! Ma la pressione verrà anche da lui stesso perché vorrà ripetersi. E poi ci sarà quella del pubblico, dei media, degli sponsor… E’ tutto un insieme di cose, ma per me Tadej vivrà bene questa emozione, perché alla fine la pressione è un’emozione ed in ogni caso, come detto, è un aspetto che dovrà imparare a gestire. Lui vuol continuare a fare le cose al meglio, come tutti del resto. Tadej è un professionista appassionato del suo mestiere e finché c’è questo atteggiamento non ci si deve preoccupare.
Giusto un anno fa ci avevi parlato di un ragazzo molto semplice anche nella vita quotidiana. Che dorme se la tv è accesa o se c’è l’aria condizionata oppure no. Insomma un ragazzo che si sa adattare…
A lui interessa far bene il suo mestiere. Se il compagno di stanza vuol vedere un film per Tadej non è un problema. E’ l’amico… e questo me lo dicono i suoi compagni.
Veniamo al 2021, che calendario ci sarà per Pogacar?
E’ chiaro che come vincitore uscente l’obiettivo principale sarà il Tour. Inoltre in Francia ci sarà un percorso diverso rispetto a quello di quest’anno. Tadej comunque inizierà la sua stagione da Majorca e nei prossimi giorni sveleremo il resto del programma.
Sul podio di Parigi Tadej avrebbe voluto anche i suoi compagniSul podio di Parigi Tadej avrebbe voluto anche i suoi compagni
Ce lo aspettiamo anche nelle classiche delle Ardenne e alle Olimpiadi?
Probabilmente sì, fa parte del percorso di avvicinamento al Tour, come molti hanno fatto in passato. In ogni caso questa è la traccia dei suoi obiettivi. Poi altre cose le decideranno Tadej e i preparatori.
Quindi non lo vedremo al Giro, magari per una doppietta col Tour? I tifosi prima o poi se lo aspettano.
Pogacar compirà 23 anni a settembre, credo sia prematuro. Il Giro è una corsa bellissima ma anche molto esigente. Inoltre proprio quest’anno per via delle Olimpiadi il Tour è anticipato di una settimana e non ci sarebbero i tempi. Tutti i corridori vorrebbero fare il Giro, è la corsa più bella, ma se puoi vincere il Tour… fai le tue scelte.
La UAE si sta rinforzando parecchio: può essere la terza forza con Ineos-Grenadiers e Deceuninck-Quick Step, avete preso Majka…
E Trentin – interviene prontamente – C’è anche laJumbo Visma che è molto forte. Il nostro obiettivo è quello di essere una delle migliori squadre al mondo se non la migliore. E anno dopo anno ci stiamo lavorando. I nostri atleti sono giovani. C’è Pogacar, ma anche Oliveira, McNulty, Ardila, Covi… Per noi sono importanti quindi i giovani, ma è giusto integrare la rosa con i tasselli mancanti vedi Majka (per la salita, ndr), Trentin (per le classiche, ndr), Gibbons (per la pianura, ndr), ognuno con caratteristiche diverse. Siamo un bel gruppo. Quando sento gente dello staff che mi dice: bello, non sono mai stato in un team così, da manager, non posso che essere orgoglioso.
E’ stato Tadej a “chiedere” Majka per la salita?
Se ne è discusso. E’ chiaro che se c’è Majka libero sul mercato e lui è disposto a venire da noi l’accordo si può realizzare. Ma attenzione però, non che all’ultimo Tour la squadra non ci fosse. Noi abbiamo perso Aru, che sulla carta avrebbe potuto aiutare in salita, e Formolo. Per questo siamo rimasti un po’ scoperti per la salita, però il team era di ottimo livello.
Senza Aru e Formolo solo De La Cruz (in testa) è riuscito ad aiutare Pogacar in salita al TourDe La Cruz (in testa) è riuscito ad aiutare Pogacar in salita al Tour
Vaccino anticovid. Sembra possiate essere i primi a vaccinarvi durante il ritiro che farete negli Emirati Arabi Uniti a gennaio…
E’ un obiettivo che stiamo cercando di realizzare. Mancano degli step, come l’approvazione da parte del governo (Uae). Ma la cura non è solo per il nostro team, ma per tutta l’umanità. Tutto il mondo aspetta i vaccini, non ce n’è solo uno. Vogliamo dare l’esempio.
Chi è stato il ponte tra voi e il vaccino?
Sveleremo i dettagli nelle prossime settimane. Posso dire che diverse aziende degli Emirati hanno contribuito allo sviluppo dei vaccini e da lì è partita l’idea e arrivare così a somministrarlo il più presto possibile, già a gennaio.
Insomma dopo un anno (quasi) si chiude il cerchio, proprio voi e proprio al UAE Tour era partito tutto il caso covid nel ciclismo. Ma chiudiamo cambiando tema: 2021, saresti contento se…?
Difficile ripetere la stagione 2020. Ogni anno va preso per quello che è. Abbiamo sempre guardato avanti. Sarà diverso non solo per Pogacar, ma anche per noi. Le aspettative sono maggiori e l’asticella è più alta.
Nell'ultimo fine settimana si sono tenuti tutti i campionati nazionali. Quanti vincitori ritroveremo al Tour? Fra Lidl-Trek e UAE, ecco bilanci e scelte
Non è stato un bel finale di stagione per Troìa che ora ha ripreso ad allenarsi. La UAE non farà il ritiro di dicembre. Per cui fino a gennaio si fa la base
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Come promesso appena vinto il Tour, Tadej Pogacar ha ricambiatola stima e la fiducia di due suoi top sponsor italiani. Il vincitore della maglia gialla ha infatti visitato le realtà produttive di Colnago e Diamant, che allo sloveno fornisce le scarpe Dmt.
A Cambiago, con Colnago e Campagnolo (dietro)A Cambiago con Ernesto Colnago. Sullo sfondo, Valentino Campagnolo
Ad accogliere Pogacar a Cambiago è stato direttamente Ernesto Colnago, che del giovane corridore è un grandissimo innamorato. Foto di rito, giro in azienda – che nel tempo si è trasformata in un vero e proprio museo del ciclismo – ed immancabile dedica del costruttore lombardo sul telaio “giallo Tour” della V3Rs.
All’incontro era presente anche Valentino Campagnolo, amico storico di Colnago e partner della UAE Team Emirates per quanto si riferisce la fornitura di gruppi e ruote (Fulcrum).
E poi a Bonferraro di Sorgà, in Dmt, con Philippe ZecchettoIn Dmt con Philippe Zecchetto
Il secondo incontro di questo piccolo “tour de… force” si è invece svolto nella sede Diamant di Bonferraro di Sorgà (Verona), dove si producono le scarpe Dmt calzate in corsa da Pogacar.
Ancora in Dmt, con Federico Zecchetto, firmando la maglia giallaIn Dmt, con Federico Zecchetto e la maglia gialla
A fare gli onori di casa sono stati i titolari Federico e Philippe Zecchetto che hanno approfittato per raccontare al giovane campione l’esclusiva tecnologia 3D Engineered Knit applicata alla tomaia delle sue scarpe (un’intuizione che ha contribuito a rivoluzionare il concetto di calzatura ciclistica) e conseguentemente quanto lo stesso brand investa senza sosta in Ricerca & Sviluppo del prodotto.
Viaggio in Sicilia sulle tracce di Rosario Fina, grande cronoman e ora imprenditore. Lo troviamo a Serradifalco e l'incontro diventa un viaggio bellissimo
Andrea Morelli si guarda intorno. Il responsabile ciclismo del Centro Mapei ha seguito il Tour e il Giro, meditando a lungo sulle prestazioni di atleti tanto giovani.
«A parte uno come Ganna che conosco da sempre – dice – e che quando vedemmo da junior era sui livelli di Cancellara, sono stupito per la capacità di tenuta dei più giovani nella terza settimana. La resistenza si costruisce col tempo. Devi avere talento, ovvio, poi il lavoro ti consolida. Per cui vedere Pogacar fare quella crono al penultimo giorno mi ha davvero stupito».
Si va. Taccuino. Domande. Qualche riferimento a quel che ci hanno detto Bartoli e Guercilena. E un fluire di pensieri che ha bisogno appena di essere alimentato da qualche osservazione.
Sorprendente per Morelli la crono di Pogacar a La Planche des Belles FillesPogacar, crono decisiva a La Planche del Belles Filles
Non c’è solo Pogacar. Evenepoel, Almeida, Hindley, Geoghegan Hart…
Non conosco Remco, ma conosco bene Almeida. L’ho seguito fino al professionismo. Assieme a Oliveira e Guerreiro facevano parte del programma della nazionale portoghese, che si era rivolta al Centro perché gli dessimo una mano ad uscire da logiche troppo portoghesi. Oliveira si è giocato un mondiale inseguimento con Ganna, per intenderci. Correvano per Axel Merckx e noi ne seguivamo la programmazione. Tutti forti. Con loro c’era anche Geoghegan Hart, molto buono anche lui
Da cosa dipende la loro precocità?
Le continental in cui corrono da ragazzini vanno forte, tanto che alcune squadre WorldTour hanno dovuto faticare quando le hanno incontrate. Non credo tanto al discorso delle scuole nazionali, mi sembra una favola. Ci sta che vengano fuori atleti forti, ma al Tour abbiamo visto qualcosa di grande davanti ai migliori del mondo.
Da cosa dipende?
Di sicuro incide la competitività. Sono motivatissimi e non mollano mai. Riescono a reggere meglio la pressione, forse perché sono nati sui social e se ne sbattono di quel che dice la gente. Fanno il forcing e attaccano da lontano. Questo può svantaggiare l’atleta più posato. Hanno un carattere fortissimo. Non è semplice fare tre settimane a tutta.
Quindi anche una spiegazione tattica?
Luca Guercilena mi ha raccontato del loro Simmons, che ha la tendenza ad attaccare a 40 chilometri dall’arrivo, come quando era junior. Magari lo prendono, ma la corsa intanto cambia passo bruscamente. Il modo di correre è cambiato tanto.
Qualcuno potrebbe pagarlo?
Nibali è uno dei pochi che ha mantenuto la temporizzazione classica, usando le corse per prepararsi. Negli anni lo abbiamo visto spesso dietro e poi venire fuori quando serve. Pensavo che quest’anno sarebbe successo lo stesso, invece no.
Almeida e Guerreiro, compagni di squadra in nazonaleJoao Almeida e Ruben Guerreiro amici da tempo
Che idea ti sei fatto?
Ci sta che abbia pagato per il Covid, anche se ha mantenuto i suoi grossi volumi di lavoro. Mentre uno come Jacopo Mosca, che seguiamo direttamente, non è potuto uscire e ha dovuto lavorare tanto sui rulli. Il lockdown ha ridotto i volumi e alcuni potrebbero averne tratto vantaggio in termini di recupero e freschezza.
Altri invece lo hanno sofferto.
Certo, stare fermi a lungo è un disagio. E’ mancata l’intensità della corsa e magari i più giovani ne hanno tratto vantaggio grazie all’elasticità dell’organismo, mentre l’atleta più esperto ha bisogno di volume e gradualità. Nibali ha questo approccio, usa le gare per gestire la programmazione e per abitudine e struttura deve fare un certo numero di corse. Ma se le corse impazziscono…
Che cosa intendi?
Calendario e abitudini. L’arrivo di Sky (oggi Ineos-Grenadiers, ndr) ha cambiato tutto. Vengono sempre per vincere e non è facile stare in gruppo se a menare sono atleti che dovunque sarebbero capitani. Altre si sono adeguate, come la Jumbo. Il livello è altissimo, non reggi e questo non ti allena molto. Mettiamo sul piatto la programmazione serrata del 2020 e si capisce che forse si è creata confusione nella gestione dei carichi di lavoro.
Si spiega così il Nibali dello Stelvio?
La cosa incredibile dello Stelvio è stato Rohan Dennis. Se Nibali si è staccato è perché la sua soglia era inferiore ai valori dell’australiano. Ma quelle prestazioni ci hanno lasciato tutti di sasso.
Credi che corridori tanto forti da giovani avranno una carriera più breve?
Se ci sono arrivati nel modo giusto, continuano anche in futuro. Non credo possano essere come le ginnaste, che bruciano in pochi anni. E’ uno sport di endurance, si riesce a costruirci sopra, se riescono a tenere la testa sul collo, a gestire i soldi, il divertimento e i social. Poi la differenza la fai sulla bici.
Sono frutto del buon lavoro di qualcuno?
Qualsiasi ragazzo fai lavorare in modo corretto porta frutti. Non devi forzare i tempi. Con Merckx c’era da mediare, perché lui fa allenamenti pesanti e in America il calendario era tutto tosto. Ma se rispettano carichi e igiene dell’allenamento, continueranno a fare bene anche in futuro. Che poi si ripetano è un’altra storia.
Invece da noi?
Arrivano al professionismo con pochi margini e questo li logora. Devi stare sempre concentrato anche semplicemente per essere tiratissimo. E se poi sposti questo stress fra gli allievi, quando passano che cosa fanno?
Eppure c’è la rincorsa al passaggio.
I procuratori cercano di… vendere gli atleti già da allievi, quantomeno li bloccano subito. Le squadre a questo punto li fanno firmare, con l’avallo di alcuni genitori che pensano di avere in casa il Cristiano Ronaldo della bici. Invece fino ai vent’anni lo sport andrebbe vissuto come divertimento. Anche il professionista che lavora controvoglia non rende. Forse all’estero tutto questo non c’è.
Non basta attenersi alle tabelle e va tutto bene?
Il metodo anglosassone per cui esiste solo la potenza per me è sbagliato. Difficile avere una struttura troppo sofisticata nella squadra di paese, ma va bene. Perché da ragazzino devi conoscere il tuo corpo e le percezioni in risposta agli allenamenti. Magari commetti pure qualche sbaglio, ma impari. E magari a 22 anni, quando vai a pescare risorse dovunque, scopri di avere dei margini di crescita.
Mai come questa volta Ganna è arrivato a toccare la vittoria della Sanremo. Ha resistito alle bordate di Pogacar e Van der Poel. Più di così non poteva fare
Una frase di Cavendish su come è cambiata la Sanremo ci ha spinto a parlarne con Bartoli. Il Poggio non è una salita per scalatori, ma per motori potenti
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Il campione trentino racconta che cosa significhi vincere un mondiale a 23 anni e perché la vita possa diventare improvvisamente complicata. L'esempio di Bernal e l'attenzione che si dovrà fare con Pogacar. I suoi errori come esempio per i ragazzi che segue. L'analisi attenta delle proprie potenzialità, per non rischiare di snaturarsi, perdendo le proprie armi migliori.
Dopo aver ascoltato Moreno Argentin, ecco un incontro moto interessante con Maurizio Fondriest. Il trentino ribatte sugli stessi concetti e lo fa con toni davvero convincenti, ripetendo le lezioni che quotidianamente ripropone ai ragazzi di cui si occupa.
Il Tour da giovani
I corridori che hanno vinto i grandi Giri da giovani di solito finiscono presto la carriera. Accadeva una volta, sarà ancora così?
«Non so se sia un dato statistico – dice Maurizio – o sia la realtà. Le corse a tappe logorano il fisico e sottopongono a un grande stress. Il problema di solito inizia l’anno dopo, quando tutti iniziano ad aspettarti. Prendete Bernal, che sembrava destinato a vincere Tour a ripetizione. E stiamo attenti a Pogacar, lo gestisca bene la sua squadra, perché fra un po’ tutti cominceranno ad aspettarlo al Giro, al Tour, alla Vuelta. Non tutti riescono a reggere simili pressioni e a 20 anni è ancora più difficile».
Fondriest conquista così la Milano Sanremo del 1993Conquistata la Milano Sanremo del 1993
Iridato a 23 anni
Maurizio ha vinto il mondiale a 23 anni, nel 1988 a Renaix, e ricorda bene le interviste e tutte le occasioni in cui un piazzamento veniva dipinto come una sconfitta o dovesse essere forzatamente il favorito in ogni corsa cui prendeva parte.
«Nell’anno da campione del mondo – dice – ho vinto tre gare e fatto 12 secondi posti. Si potrebbe pensare a una stagione mediocre, ma non lo fu. Perché quei 12 piazzamenti furono dovuti a volte ad avversari più forti di me, ma nella maggior parte dei casi ad errori nell’impostare la volata, perché avevo l’ansia di dimostrare che anche da campione del mondo avrei potuto vincere».
Imparare dagli errori
Come se ne esce? Esiste una ricetta da indicare a Pogacar, Bernal, Geoghegan Hart e Hindley affinché la testa resti salda e non si faccia distrarre dalle sirene?
«Le epoche sono diverse – dice Maurizio – però la base dell’allenamento e della fatica è sempre la stessa. Oggi forse è anche più difficile, perché le distrazioni sono veramente tante. Ai miei ragazzi spiego gli errori che ho fatto io, perché possano difendersi. La cosa che noto è che queste cose si ripetono. Ciclicamente, si ripetono sempre uguali».
Attenti ai cambiamenti
Tante volte, prima di chiudere, gli errori nascono anche nella testa del corridore e del suo entourage, quando si decide di voler salire di livello ricercando numeri che non si possiedono.
«Anche io avrei voluto essere un corridore da corse a tappe – sorride – anche io volevo essere come Gianni Bugno. Andare forte in salita come lui, ma non era la mia caratteristica. Ho provato a preparare un Giro e ho fatto settimo (nella foto di apertura è con Laurent Fignon al Giro d’Italia del 1989, vinto dal francese, ndr). Ho fatto 15° in un Tour de France. Ma ero al limite e lo sapevo sin da giovane. Al Giro dei dilettanti prima di passare vinsi tre tappe e in salita ero con i più forti, ma mai con i migliori. E questo va capito subito. Perché puoi provare ad andare più forte in salita, ma se poi perdi la tua velocità e non vinci più corse, che cosa te ne fai?».
Jai Hindley, 24 anni. Joao Almeida 22 anni. Tao Geoghegan Hart, 25 anni. Tadej Pogacar, 22 anni. Remco Evenepoel, 20 anni. Egan Bernal, 23 anni. Questi i nomi più in vista: sono i ragazzini che a vario titolo hanno monopolizzato il ciclismo mondiale negli ultimi due anni e che al Giro d’Italia e prima al Tour de France hanno scavato un solco rispetto alla vecchia guardia. Intendiamoci, la vecchia guardia non era al top, ma certo vedere la disinvoltura e la maturità con cui i giovani hanno gestito le situazioni più spinose ha sollevato il più banale degli interrogativi: dove sono i nostri?
Le teorie sono molteplici. Le società juniores hanno bisogno di essere ascoltate. E probabilmente il lavoro che oggi dovrebbe impostare la Federazione è proprio quello di raccoglierne le istanze per venire a capo della situazione. Noi un parere lo abbiamo chiesto a Michele Bartoli, che con i giovani spesso lavora.
E’ possibile che i talenti nascano soltanto all’estero?
Non credo che dipenda dalle mamme italiane, no. Invece dipende dal lavoro di base, che forse qui non viene fatto bene. Anche perché non sempre si parla di Paesi con più praticanti. A parte Hindley e l’Australia, intendo. Non so dire come lavorino nel dettaglio, ma dai contatti che ho è evidente che non si cerchi il risultato come da noi. Qua ogni categoria è un punto di arrivo, non c’è una visione d’insieme.
Tadej Pogacar, l’ultima crono del Tour senza strumenti… a bordoPogacar, l’ultima crono senza strumenti
Spiega meglio.
Un atleta ha il suo patrimonio fisico e psicologico. Se ogni anno lo spremi perché vinca e perché dimostri qualcosa, è come se in un bicchiere di vino cominciassi a mettere acqua. Alla fine, avrai più acqua che vino. Lo annacqui.
Corrono troppo?
Non è l’attività che fa male. Perché la fatica ti rovini, dovresti fare tre Giri d’Italia consecutivi. Il fisico se è stanco va in autoprotezione e recupera. Quella che fa male è l’iperattività mentale, che fa cambiare la percezione della fatica. Se cominci a vivere sotto stress a 16 anni, il cervello perde la percezione della fatica e di conseguenza perdi anche la capacità di fare la prestazione. E questo spiega anche un altro punto.
Quale?
Che questi fenomeni, tutti o quasi, sono arrivati al ciclismo tardi o da altri sport. Senza la trafila giovanile che logora. E’ lo stress che ti consuma. Almeida è arrivato al Giro senza pressione, Jai Hindley ci si è trovato, Geoghegan Hart lo stesso. Sono stati tranquilli e al momento giusto hanno lottato alla morte. La maglia non si regala, al momento giusto si combatte. Ma se fossero arrivati al Giro con l’obiettivo di vincere, non sarebbe andata allo stesso modo. Ha ragione Gilbert.
Su cosa?
Sul fatto che i giovani vanno forte perché imparano meglio e prima. Alcuni strumenti come il misuratore di potenza riducono i tempi, permettono di imparare prima. Da bambini le addizioni le fai con le dita, il misuratore è la penna con cui annotare il risultato.
Non è la calcolatrice con cui disimpari a far di conto?
Quella sarebbe semmai la bici elettrica, che toglie la fatica. Ma se impari a conoscerti a 16-17 anni, quando sei grande il misuratore non ti serve neanche più. Infatti Pogacar nell’ultima crono del Tour non aveva strumenti.
Quindi per te i nostri sono già logori mentalmente quando arrivano tra i pro’?
Io temo di sì, la testa guida tutto. Se ogni categoria è un punto di arrivo, l’eccesso di attività inizia a logorare già da bambini. Nel calcio dei bimbi ormai neanche guardano più il risultato, perché va bene che lo sport prevede il risultato e che per quello si lotti, ma da giovani lo si deve vivere con cautela.
Quindi escludi la teoria, di cui si parlava al Giro, per cui questi giovani dureranno meno?
E perché dovrebbero? Durano meno se perdono la testa, ma se continuano a stare con i piedi per terra e a lavorare nel modo giusto, vanno avanti finché vogliono.
Con il coach Pino Toni, si chiacchiera delle immense possibilità di Tadej Pogacar circa la sua eventuale tripletta (Giro, Tour e Vuelta). Cosa serve per riuscire in questa sfida unica?
Non si può chiamarla maledizione, se proprio sul più bello Alaphilippe ha perso la testamentre Roglic ha continuato a usarla. E forse prima della testa, Julian aveva perso le gambe. La Liegi si è accesa sulla Cote de la Roche aux Faucons, quando gli uomini del campione del mondo hanno alzato l’andatura. E mentre davanti c’era ancora Dumoulin, a 13,8 chilometri dall’arrivo, Alaphilippe ha sferrato l’attacco.
Si fa la selezione, il francese attacca sulla Roche aux FauconsSulla Roche aux Faucons, Alaphilippe attacca. Con lui, Hirschi, Roglic e Pogacar
Alaphilippe, insolita vigilia
«Sono davvero entusiasta di unirmi alla squadra – aveva detto alla vigilia Alaphilippe, rientrato dal primo allenamento – per la prima volta dalla vittoria ai campionati del mondo e di rivedere i miei compagni di squadra. Quando sono arrivato in Belgio non vedevo l’ora di salire sulla mia nuova Specializedpersonalizzata e di uscire per il primo allenamento da iridato insieme al Wolfpack. E’ stata una bella pedalata, resa ancora più piacevole dai fan sulla Redoute, che mi hanno applaudito. Non vedo l’ora che arrivi domenica e alla mia prima gara da campione del mondo, quando sarò pronto a dare il massimo per un buon risultato».
Julian avrebbe dovuto correre la Freccia e staccare la spina dai festeggiamenti, lasciando chiusa quella porta fino a che la stagione non si fosse conclusa. Invece ha scelto di saltare la corsa che l’ha applaudito due volte e di schierarsi direttamente alla Liegi.
Gioia effimera per il francese dopo l’arrivo: non si è reso conto della scorrettezza?Gioia effimera per il francese dopo l’arrivo: davvero non si è reso conto della scorrettezza?
Hirschi, debuttante coi fiocchi
Dietro Alaphilippe si è mosso subito Hirschi, che con la Freccia nel taschino si è presentato alla Doyenne senza il minimo timore. Poi è arrivato facile Roglic. Quindi Pogacar e Kwiatkowski. Sono troppi, ha pensato Hirschi, che ai meno 11 dà un’altra botta, staccando il polacco e restando da solo fra il campione del mondo e i due sloveni.
Alla fine sul podio di Liegi salgono Hirschi (a sinistra), Roglic e PogacarAlla fine sul podio di Liegi salgono Hirschi (a sinistra), il vincitore Roglic e Pogacar
La Roche aux Faucons è l’ultima salita della Liegi, da quando lo scorso anno si è ritornati col traguardo nel centro della città. E così la corsa a quel punto è diventata uno stillicidio di sguardi di traverso e scatti di assaggio.
Alaphilippe a quel punto si è guardato intorno. Ha ritenuto di essere il più veloce e, come pure alla Sanremo, si è preparato per la recita da campione. Come Ganna a Palermo, ma senza la certezza numerica dei cronoman.
Si è lanciato per lo sprint, ma ha sentito che la bici non prendeva velocità. Oppure ha sentito che gli altri ne prendevano di più. E così ha scartato verso il centro, spostando Hirschi, che ha perso il pedale e ha dovuto smettere di pedalare.
Il fotofinish è impietoso: Roglic passa Alaphilippe e conquista la LiegiAlaphilippe_Roglic_Hirschi_Liegi2020
Roglic, la forza di crederci
Roglic ha fatto la sua volata. Senza nulla aggiungere. Senza nulla togliere. Non ha avuto ostacoli davanti. E ha fatto quel che gli hanno sempre insegnato: ha dato il colpo di reni, mentre al suo fianco l’airone iridato aveva già allargato le ali pregustando lo champagne.
«E’ incredibile – ha detto a caldo – era così vicino. Questo dimostra che non si può mai smettere di credere e non smettere mai di spingere fino all’ultimo centimetro. Era la prima volta che facevo la Doyenne. Era nella mia lista dei desideri vincerne una. E sono super felice di essere riuscito a vincerla dopo questa estate così particolare per me».
Pogacar in agrodolce
Picachu dalla maglia gialla, che aveva già attaccato al mondiale, ha visto sfumare la possibilità di vittoria proprio negli ultimi metri.
«Ho sensazioni contrastanti – ha detto – perché mi sono sentito bene tutto il giorno. La squadra ha lavorato duramente e alla fine ho iniziato lo sprint in buona posizione. Vedevo la riga e ho pesato che avrei vinto. Un secondo dopo, ho sentito che stavo per mollare. Ho tenuto duro. Ho tagliato il traguardo al quarto posto, poi hanno squalificato Alaphilippe e sono arrivato terzo».
Per avere un commento di Alaphilippe dovremo aspettare la serata. Non è facile digerire una botta come questa. Per sua fortuna c’è ancora il Fiandre. E per sua fortuna c’è quella maglia da guardare allo specchio ogni volta che la malinconia prenderà il sopravvento.