Il misterioso male italiano: Trentin cerca risposte

31.10.2022
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Tirato in ballo da Ulissi e dalla nostra curiosità sull’argomento, anche Matteo Trentin, classe 1989, prova a ragionare sui diversi step che lo portarono al professionismo e che, al netto delle sue qualità intrinseche di atleta, gli hanno permesso di essere ancora vincente a 33 anni.

«Dispiace che Sonny (Colbrelli, ndr) abbia dovuto fermarsi così – dice – lui è del 1990, ma ha seguito il nostro stesso percorso e stava venendo fuori col tempo. Però tanti della nostra generazione hanno seguito un’altra… tabella. Alcuni sono stati super da dilettanti, magari sono andati bene appena passati, ma di base erano già finiti. Ci sono tanti aspetti da prendere in considerazione e fra questi c’è la squadra in cui passi. Se finisce in una piccola in cui non si lavora per te ma per la squadra stessa, i rischi di non venire fuori ci sono di più».

Al tricolore U23 del 2011 a Melilli, in Sicilia, piega Fabio Aru e si lancia tra i pro
Al tricolore U23 del 2011 a Melilli, in Sicilia, piega Fabio Aru e si lancia tra i pro
Sonny passò a 21 anni, tu a 23 e negli under non hai mai fatto un’attività eccessiva, pur avendo vinto corse come Liberazione, De Gasperi e campionato italiano…

Feci forte l’ultimo anno e mezzo (2010-2011, ndr), altrimenti non sarei passato. Oggi sarei stato vecchio, forse non sarei diventato professionista. Oggi quelli che arrivano un po’ lunghi li perdi per strada.

Perdi anche quelli che arrivano presto e magari non sfondano subito…

Vero anche questo. Dipende dalla squadra. Se sono passati in una WorldTour e sono ancora giovani, magari veleggiano ancora un po’ e tirano avanti. Trovi sempre il manager che valuta la qualità e pensa di poter tirare fuori il corridore dove altri non sono riusciti, ma spesso non riescono. Pogacar, Evenepoel e Ayuso non sono da prendere a riferimento.

La prima vittoria di Trentin dai pro’ fu la tappa del Tour 2013 a Lione: non aveva ancora 24 anni
La prima vittoria di Trentin dai pro’ fu la tappa del Tour 2013 a Lione: non aveva ancora 24 anni
Al secondo anno vincesti una tappa al Tour. Il Trentin di 23 anni avrebbe avuto le forze per partire subito a gas aperto?

Il fisico c’era, ma erano anni di un ciclismo completamente diverso. Ho sentito le critiche ai percorsi del Giro e del Tour, che sarebbero uno per i cronomen e uno per gli scalatori. Ma non si sono resi conto che il ciclismo di Cipollini e Pantani non c’è più? Oggi ci sono corridori che vanno molto più forte e sono anche tanti, perché rispetto ad allora si è tutto mondializzato. Un anno andai a fare il Turchia dopo le classiche, preparando il Giro. Non stavo un granché e lo usai per allenarmi. Se ci vai così oggi, ti lasciano per strada. Oggi si va alle corse per vincere.

Non più per allenarsi?

Van Aert è l’esempio perfetto, lui corre sempre per vincere. E infatti non fai più 80 giorni di corsa come una volta. Quelli che fanno più giorni sono alcuni gregari che devono coprire le esigenze della squadra. Una volta la media era di 80 giorni con punte di 100. Oggi la media è di 60.

Il Giro del Veneto del 12 ottobre è stato la terza vittoria 2022 di Trentin
Il Giro del Veneto del 12 ottobre è stato la terza vittoria 2022 di Trentin
Ulissi dice: «Ci dicono che siamo vecchi e di lasciare posto ai giovani, ma dove sono quelli che dovrebbero prenderlo?».

Come italiani c’è qualcosa che non torna. Io non ho mai visto gli juniores stranieri che fanno altura. I nostri ormai vanno anche da esordienti. Quando ero junior io, andare in altura significava andare una settimana in baita a giocare con la mountain bike, perché sotto c’era troppo caldo. Quando vai in altura, trovi i ragazzini italiani e gli svizzeri, soprattutto. E infatti, magari sarà un caso, neppure la Svizzera riesce a esprimere grandi corridori. Ci sono Kung e Hirschi, come movimento avrebbero anche una base solida, ma poi si perdono.

Torni al discorso di prima su quelli che hanno dato troppo da giovani e si sono finiti?

Il discorso è complicato, io osservo e dico quello che vedo. Per me gli juniores italiani sono esagerati. Se le gare durano 3 ore e mezza, a che serve fare allenamenti di 5 ore e mezza? A che serve andare in altura? Se ogni anno fai 4 settimane di altura da junior, da pro’ devi starci due mesi? C’è qualcosa che non mi torna. Troppo allenamento? Troppa vita da pro’?

Quinto ai mondiali di Wollongong: senza quel finale così confuso, la medaglia era a portata di mano
Quinto ai mondiali di Wollongong: senza quel finale così confuso, la medaglia era a portata di mano
Tu cosa pensi?

Nelle squadre all’estero puntano sulla tecnica, gli insegnano l’alimentazione e continuano a fare altre discipline, come ad esempio il cross. Da noi appena passi under 23, ti fanno smettere. Faccio un nome a caso, quello di De Pretto. E’ passato dilettante e ha smesso di fare cross, dove andava davvero forte. Ci sono professionisti del Nord Europa che continuano a fare strada e cross. Se con loro funziona, perché qui non va bene? E’ una palestra, come per i pistard che la pista non la mollano. Abbiamo il nostro gruppo di atleti di endurance, all’estero quelli che durante l’anno fanno pista, d’inverno vanno a fare le Sei Giorni, che gli permettono di tenere il colpo di pedale. Ne parlavo con Covi, che nel cross era forte.

E cosa ti diceva?

Che ha dovuto smettere perché si ammalava sempre, perché il suo sistema immunitario non reggeva questo doppio impegno. Così ha un senso, mentre altri smettono come se non si potesse più fare.

Trentin ha continuato nel cross fino al debutto tra i pro’: qui nel 2011 da U23 ai mondiali di St Wendel
Trentin ha continuato nel cross fino al debutto tra i pro’: qui nel 2011 da U23 ai mondiali di St Wendel
Tu perché hai smesso?

Io ho continuato finché sono diventato pro’, poi ho smesso perché diventava difficile per la logistica, ma fino agli U23 l’ho tenuto e mi è servito. In questo il Belgio è avvantaggiato. Tutto il territorio nazionale è grande quanto il Triveneto, ti bastano 2 ore di macchina per fare tutto. Ulissi ha ragione, ma non so dire perché. Di sicuro qualcosa da noi non funziona.

Parla Ulissi: per vincere da giovani serve avere fame

30.10.2022
6 min
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Quando Matteo Trentin ha vinto il Giro del Veneto (foto di apertura) e ha ricevuto l’abbraccio di Ulissi, sesto all’arrivo, il pensiero spontaneo è stato: forti, questi… vecchietti del 1989. Nello stesso giorno, Elia Viviani ha vinto il mondiale dell’eliminazione, anche lui dello stesso anno. Come Puccio, Nizzolo e pochi altri. Al confronto con quelli del 1990 che hanno smesso da un pezzo (ad eccezione di Felline, Sbaragli e Colbrelli, che si è appena ritirato per i noti problemi di salute), l’annata parrebbe baciata da una sorte propizia. Esiste un motivo?

Dopo aver vinto i mondiali juniores 2006-2007, Ulissi ha corso per 2 anni fra gli U23. Qui alla Coppa San Daniele (photors.it)
Dopo aver vinto i mondiali juniores 2006-2007, Ulissi ha corso per 2 anni fra gli U23. Qui alla Coppa San Daniele (photors.it)

Approcci diversi

La sensazione è che i ragazzi del 1989 abbiano vissuto un’attività giovanile proporzionata all’età, poi siano passati e abbiano avuto il tempo per adattarsi al professionismo e dire la loro. Quelli del 1990 al confronto hanno vissuto allo stesso modo fra juniores e under 23, poi però sono stati buttati dentro a gas aperto. Hanno raccolto subito risultati importanti. Poi, non avendo le basi per sostenerli, si sono fermati.

Con Diego Ulissi, che in questi giorni si trova in Toscana per godersi l’aria di casa, ragioniamo proprio su questo, per la voglia di capire come mai si faccia così fatica a trovare italiani giovani con la voglia e le gambe per spaccare. Ulissi è professionista dal 2010. Ha vinto per due volte il mondiale juniores e 46 corse nella massima categoria, fra cui 8 tappe al Giro. Oggi, a 33 anni, è uno degli uomini chiave al UAE Team Emirates, tanto da aver rinnovato il contratto fino al 2024.

Dopo i successi da junior, Ulissi ha corso un mondiale da U23 (nel 2009, nella foto è con Caruso) e sette da pro’
Dopo i successi da junior, Ulissi ha corso un mondiale da U23 (nel 2009, nella foto è con Caruso) e sette da pro’
Hai mai pensato a certe cose?

Il tempo per pensare veramente è poco (ride, ndr). E’ diventato uno sport in cui devi soprattutto stare al passo coi tempi. I giovani sono subito competitivi, segno che la loro preparazione è diversa rispetto alla nostra alla stessa età. Non c’è più quel salto di categoria per cui a noi dicevano di partire da zero. Io ad esempio al primo anno da pro’ corsi davvero con il contagocce.

Poche corse?

Poche e del livello giusto. Si vedeva come andava la Coppi e Bartali e poi semmai ti mandavano al Giro di Svizzera. Prima di correre un grande Giro, volevano essere certi che ce la facessi, mai una volta che ti buttassero per vedere come andava. C’era una serie di passaggi, mentre quelli che passano ora sono pronti per fare le grandi corse, come se avessero fatto le stesse cose anche nelle categorie giovanili. Noi del 1989 abbiamo avuto una crescita graduale e, ciascuno col suo ruolo, siamo ancora qua. Alcuni che hanno fatto risultato subito si sono già ritirati.

Al primo anno da pro’, Ulissi ha vinto il Gp Industria e Commercio di Prato, battendo Scarponi e Proni
Al primo anno da pro’, Ulissi ha vinto il Gp Industria e Commercio di Prato, battendo Scarponi
Hai vinto due mondiali juniores, oggi saresti passato dritto fra i pro’.

Tutti pensavano che vivessi come un pro’ e che così mi allenassi, ma non era vero niente. Da junior sei ancora nella fase di crescita e io evidentemente avevo raggiunto prima la maturazione, ma non è che facessi cose fuori dal comune. C’erano anche altri corridori che andavano forte. Quando ho vinto il secondo mondiale, facemmo i tre gradini del podio.

Non hai mai pensato di bruciare le tappe?

Il secondo anno da junior, partii tardi. Ebbi la polmonite e pare che i miei problemi di miocardite degli anni successivi siamo partiti da lì. L’anno successivo andavo male a scuola e i miei genitori, che spingevano perché mi diplomassi, mi costrinsero a chiudere la stagione un mese prima. Poi andai nei dilettanti e feci una fatica immensa, perché avevo già firmato e mi tenevano a freno. Quando sono passato, ho vinto subito, ma ugualmente avvertivo di essere indietro e ho iniziato una crescita costante.

Diego Ulissi, Joao Almeida, Patrik Konrad, Monselice, Giro d'Italia 2020
Al Giro del 2020, Ulissi ha vinto 2 tappe: qui batte Almeida e Konrad a Monselice
Diego Ulissi, Joao Almeida, Patrik Konrad, Monselice, Giro d'Italia 2020
Al Giro del 2020, Ulissi ha vinto 2 tappe: qui batte Almeida e Konrad a Monselice
Pensi che se ti avessero spinto subito perché vincessi, saresti stato all’altezza?

Non lo so. Oggi vedo che è naturale passare e primeggiare. Le preparazioni sono al top come l’alimentazione: vedi giovani che passano e sono già competitivi. Ayuso ha fatto il podio alla Vuelta a 20 anni. Sono precoci anche nella mentalità. Io sono passato negli anni di Petacchi, Cunego, Bettini e Scarponi e anche in allenamento avevo timore anche solo di passare davanti a campioni che prima guardavo alla televisione. Ora è diverso, oggi devi spostarti tu, ma io non cambierei nulla del mio percorso. Sarei potuto passare in modo più aggressivo e probabilmente sarei stato competitivo, ma certamente sarei durato di meno. Non si inventa niente. Se passo e sono vincente a 21-22 anni, quanto a lungo posso durare?

Anche Pogacar ha parlato di tenuta nel tempo…

La gente guarda Tadej e pensa che vada bene per tutti. Sono pochi quelli che sfondano subito, altri passano presto, ma avrebbero bisogno di più tempo per spalmare meglio la crescita. Se vai forte al primo anno, dicono che ti spremono troppo da giovane. Se non vai forte, allora si lavora male fra juniores e U23. E’ il problema del ciclismo italiano.

Nell’ultimo Giro di Lombardia, Ulissi ha lavorato per Pogacar, che poi ha vinto
Nell’ultimo Giro di Lombardia, Ulissi ha lavorato per Pogacar, che poi ha vinto
Si ragiona anche del poco spazio in certe squadre…

Per come va adesso da noi, per avere spazio devi andare davvero forte e allora emergi. Altrimenti ci sono così tanti corridori in gamba, che ti tocca tirare. Rivendico ogni giorno la mia scuola, rifarei tutto il percorso. La Lampre mi ha permesso di crescere senza pressioni. Se avevo un passaggio a vuoto, nessuno mi stava addosso.

Per emergere serve solo andare forte o anche essere cattivi?

Ecco, questo è un punto. Mi sono accorto negli ultimi anni in UAE, nei vari ritiri dove è capitato di avere dei giovani in prova, che quello che manca negli italiani è la cattiveria. Avete toccato un tasto interessante. Se la mattina si dice che faremo cinque ore e mezza a un certo ritmo, gli stranieri non dicono nulla, i nostri si lamentano perché quel giorno lì dovrebbero fare di meno. Essere cattivi non significa essere sbruffoni, ma quando è necessario, devi tirare fuori gli attributi. Altrimenti non vinci nemmeno le garette. Ci dicono che siamo vecchi e di lasciare posto ai giovani, ma dove sono quelli che dovrebbero prenderlo?

Pogacar: «Non duri tanto, se sei sempre al 100%»

29.10.2022
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Approfittando della presentazione del Tour, L’Equipe ha accolto Pogacar nella sua redazione di Boulogne-Billancourt alle porte di Parigi e lo ha messo di fronte a dieci abbonati, che hanno avuto il privilegio di porre una serie di domande allo sloveno. Una sorta di plotone di esecuzione, cui Tadej si è sottoposto col sorriso, svelando sfumature che finora non erano mai emerse.

E’ così saltato fuori che il suo battito cardiaco è straordinariamente lento ed è stato recentemente misurato a 38 battiti al minuto. Quest’anno inoltre Pogacar ha battuto i suoi record di potenza, facendo registrare 500 watt medi, durante i 10 minuti di salita della Côte de la Croix Neuve.

Gli abbonati dopo l’incontro con Pogacar, nella redazione de L’Equipe (foto B. Papon/L’Equipe)
Gli abbonati dopo l’incontro con Pogacar, nella redazione de L’Equipe (foto B. Papon/L’Equipe)

Pogacar ha anche parlato dei giorni più belli della carriera, ma anche delle sconfitte. E ha chiuso con due pensieri. Il primo è la consapevolezza di non poter durare troppo a lungo correndo sempre così tanto e a questi livelli. Il secondo è la speranza di non essere ricordato come un cannibale che ha voluto vincere tutto, ma come un ragazzo normale.

A seguire, ecco allora alcune delle sue risposte su alcuni dei temi sollevati dai lettori francesi.

Da bambino nessun eroe

«Ho iniziato a pedalare nel 2008 alla periferia di Lubiana, per fare come mio fratello (Tilen), che ha due anni più di me. Dato che gareggiavo contro lui e gli amici della sua età, mi ci è voluto un po’ per ottenere i miei primi risultati. Ho vinto la prima gara al secondo anno, un traguardo in salita. Affrontavamo gli ultimi sei chilometri della salita locale, mi sembrava enorme in quel momento.

«Non avevo davvero un idolo: ho visto Alberto Contador, Andy Schleck, il loro duello al Tour del 2010 è stato super divertente, ma non ho visto molte gare in TV. Da ragazzo, non avevo davvero nessun corridore come eroe».

Terzo agli europei 2016 juniores, dietro ai francesi Malle e Jeanniere: Pogacar ha iniziato senza troppi riferimenti
Terzo agli europei 2016 juniores, dietro ai francesi Malle e Jeanniere: Pogacar ha iniziato senza troppi riferimenti

La personalità del padre

«Penso di aver preso la freddezza in parte da mio padre (Mirko), che può essere piuttosto duro ma è sempre molto rilassato. In verità credo di sentire la tensione come tutti gli altri. Sento una scarica di adrenalina prima di ogni salita e sono preso dallo stress all’avvicinarsi di ogni sprint. Inoltre, cerco di prendere tutto in modo rilassato.

«Non seguo nessuna preparazione mentale specifica, non vedo psicologi, è la mia natura e ne sono felice. Amo il mio sport e cerco di conservare il bello, anche nelle giornate brutte».

Pogacar ha raccontato di aver molto imparato dal secondo posto del Tour dietro Vingegaard
Pogacar ha raccontato di aver molto imparato dal secondo posto del Tour dietro Vingegaard

Il secondo posto al Tour

«Non ho rivinto la maglia gialla, ma ho passato un anno fantastico. Ho vinto quasi tutto quello che volevo (UAE Tour, Strade Bianche, Tirreno-Adriatico, tre tappe del Tour, GP di Montreal, Giro di Lombardia) mentre per intensità è stata probabilmente la stagione più dura che ho dovuto fare. Dopo il Tour mi sono ripreso bene e mi sono proiettato verso il resto.

«In qualche modo, questo secondo posto è stato a suo modo una vittoria. Ho imparato molto e ne ho ricavato molte motivazioni. Ho sentito più amore dal pubblico che dopo le mie due vittorie al Tour».

Un conto sono le tappe sul pavé, altra cosa la Roubaix, che Pogacar lascia volentieri agli altri
Un conto sono le tappe sul pavé, altra cosa la Roubaix, che Pogacar lascia volentieri agli altri

Roubaix: no, grazie

«Potevo aver vinto il Fiandre, invece sono finito quarto. Questo duello contro Mathieu Van der Poel rimarrà uno dei momenti salienti della mia stagione. Ero un debuttante in gara, non avevo idea di cosa aspettarmi, ma ho avuto un’ottima giornata. Ero molto arrabbiato per aver perso, ma me ne sono subito dimenticato. Non è un brutto ricordo e mi piacerebbe tornarci.

«La Parigi-Roubaix invece aspetterà. Non è una corsa per gente del mio profilo, dovrei mettere su qualche chilo. Per divertimento? Semmai alla fine della mia carriera. La Roubaix è più dura delle tappe del Tour sul pavé. Il fondo è peggiore e si va più veloci». 

Il giorno dopo il Lombardia, Pogacar ai mondiali gravel con Van der Poel: due atleti sempre a tutta (foto Instagram)
Il giorno dopo il Lombardia, Pogacar ai mondiali gravel con Van der Poel: due atleti sempre a tutta (foto Instagram)

Nessuno è per sempre

«Essere al vertice in due grandi Giri è molto difficile, tre è semplicemente impossibile. Sarebbe una perdita di tempo. Voglio fare il Giro d’Italia, ma per ora non ci penso troppo. Verrà dopo. Neanche fra troppo tempo, in realtà, perché le mie stagioni sono lunghe e non puoi durare tanto quando sei sempre al 100 per cento. Posso migliorare ancora, in particolare nella cronometro e sulle lunghe salite.

«Vorrei anche parlare meglio il francese, visto che mia madre (Marjeta) lo insegna a Lubiana, ma quando sei piccolo, non vuoi fare come i tuoi genitori. Per questo non l’ho imparato bene. So dire croissant, baguette… quel che serve per ordinare la colazione in panetteria».

Lo stile Colnago ora è di casa a Abu Dhabi

28.10.2022
4 min
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Colnago si conferma uno dei brand italiani più riconosciuti e apprezzati al mondo, sinonimo da sempre del Made in Italy più autentico. Una nuova pagina della sua ricchissima storia è stata scritta nei giorni scorsi negli Emirati Arabi Uniti grazie all’inaugurazione del Colnago Abu Dhabi, il primo flagship store di casa Colnago.

Non stiamo parlando di un negozio tradizionale, ma di qualcosa di diverso e unico. Un luogo che unisce la storia del marchio all’innovazione presente nei modelli attuali, capaci di trionfare nelle corse più importanti del calendario ciclistico mondiale. Tutto ciò ora è presente in un ambiente che unisce eleganza e modernità.

Il nuovo store si trova all’interno dell’isola di Hudayriyat, caratterizzata da ben 40 chilometri di piste ciclabili illuminate. La scelta della location non è stata quindi casuale. Il nuovo flagship store mira infatti a diventare un punto di riferimento per tutti gli appassionati di ciclismo che abitano ad Abu Dhabi e non solo.

Alla inaugurazione erano presenti anche Tadej Pogacar e Safiya Al Sayegh
Alla inaugurazione erano presenti anche Tadej Pogacar e Safiya Al Sayegh

I campioni Colnago

L’inaugurazione del Colnago Abu Dhabi è avvenuta lo scorso 21 ottobre alla presenza dei campioni del brand lombardo. Stiamo parlando naturalmente degli atleti dell’UAE Team Emirates e dell’UAE Team ADQ. Le due formazioni si sono ritrovate a Abu Dhabi per una sorta di “rompete le righe” di fine stagione e hanno approfittato dell’occasione per vedere il nuovo flagship store. Non poteva mancare Tadej Pogacar, il due volte vincitore del Tour de France e dell’ultimo Il Lombardia. Con lui Juan Ayuso, reduce dal terzo posto alla Vuelta, Matteo Trentin e Joao Almeida. Per la UAE Team ADQ era presente Yousif Mirza, insieme a Sofia Bertizzolo, Laura Tomasi, Eugenia Bujak e Safiya Al Sayegh.

A destra di Mauro Gianetti c’è Nicola Rosin, Amministratore Delegato del brand
A destra di Mauro Gianetti c’è Nicola Rosin, Amministratore Delegato del brand

Non solo bici

Il nuovo Colnago Abu Dhabi si sviluppa su due piani che ospitano, accanto ai nuovi modelli, un’esposizione di alcune biciclette che hanno fatto la storia del brand di Cambiago. Per permettere al cliente di vivere una esperienza autentica, sono state previste installazioni tecnologiche avanzate, tra cui uno schermo scorrevole che ricostruisce la storia dei modelli storici del brand lombardo. E’ stato inoltre previsto un configuratore tridimensionale su schermo di 4,8 x 2,7 metri per progettare la propria bici e un sistema di montaggio bici all’avanguardia.

Colnago è anche cultura e per questo motivo all’interno del nuovo flagship store di Abu Dhabi è presente una serie unica di opere d’arte contemporanea, interamente progettata dall’architetto d’interni spagnolo Pablo Paniagua e dal suo team.

Il nuovo Colnago Abu Dhabi vuole soprattutto essere un luogo di incontro dove passare del tempo scegliendo la propria bici oppure anche scambiare due chiacchere parlando di ciclismo, magari bevendo un buon caffè italiano. Ecco allora il primo Colnago Caffè al mondo, una caffetteria dove i visitatori possono degustare piatti della cucina italiana e seguire le gare più importanti su un maxischermo dedicato.

Questo l’interno dello store nato ad Abu Dhabi
Questo l’interno dello store nato ad Abu Dhabi

L’essenza di Colnago

All’inaugurazione del Colnago Abu Dhabi era presente Nicola Rosin, Amministratore Delegato di Colnago, oltre ai soci dell’azienda. E’ stato lo stesso Rosin a sottolineare con un suo intervento quanto il nuovo flagship store rappresenti nel migliore dei modi l’essenza del marchio Colnago.

«Colnago è più di un marchio di biciclette, questo negozio è stato pianificato e progettato per mostrare il nostro ricco patrimonio di cui siamo orgogliosi. Ci auguriamo che avere questo spazio fisico in una città in rapida crescita aiuterà a soddisfare le esigenze degli appassionati di ciclismo ad Abu Dhabi, consentendo loro di sperimentare in prima persona i prodotti che ci hanno reso famosi nel mondo del ciclismo».

Colnago

Richeze riparte. Dove va? Non si può dire…

18.10.2022
5 min
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Maxi Richeze non farà il prossimo Giro d’Italia, ma molto probabilmente lo vedremo al Tour. E così l’argentino, che pareva avviato al ritiro, torna in gruppo per rispondere alla richiesta di un amico velocista, che in Francia vuole andarci a tutti i costi. Per orgoglio e per battere un record uguagliato l’anno scorso. E visto che a Richeze non è consentito parlare della nuova squadra fino alla prossima settimana, resteremo nel vago. Anche il post su Instagram del suo futuro capitano è stato rimosso alla svelta.

Ripescato grazie all’intervento di Matxin, al Tour of Oman 2022 aiuta Gaviria a vincere due tappe
Ripescato grazie all’intervento di Matxin, al Tour of Oman 2022 aiuta Gaviria a vincere due tappe

Pensione anticipata

A giugno la UAE Emirates lo ha mandato in pensione. A dire il vero, se non fosse stato per l’insistenza di Matxin, il contratto di Richeze non sarebbe stato rinnovato neppure per quei pochi mesi. Di fatto l’ultima corsa porta la data del 12 giugno: Elfstedenronde Brugge (in apertura il saluto di Keisse). Nel team degli Emirati, Maxi faceva l’ultimo uomo di Fernando Gaviria.

«Avrei smesso per una decisione non mia – dice – e questo un po’ mi scocciava. A metà 2021, Mauro (Gianetti, ndr) mi disse che non mi avrebbe tenuto, anche se Matxin diceva che sarei servito. Per questo non sono andato al primo ritiro. A novembre la conferma: decisione presa. Dove vado? Ho pensato che la mia carriera l’avevo già fatta e sono andato in Argentina, restando però in contatto con Matxin, con cui c’è una bella amicizia. E lui a un certo punto del nuovo anno, mi chiese se mi stessi allenando ancora, perché c’era bisogno di me». 

E’ stato Gaviria a volerlo con sé quando ha lasciato la Deceuninck-Quick Step nel 2020
E’ stato Gaviria a volerlo con sé quando ha lasciato la Deceuninck-Quick Step nel 2020

Ultimo uomo deluxe

Richeze ha 39 anni compiuti a marzo ed è professionista dal 2006, pistard lanciato da Reverberi nella allora Ceramiche Panaria. Ha vinto una decina di corse, fra cui due tappe al Giro e una allo Svizzera, ma la sua vera rivelazione è stata nei panni di ultimo uomo di velocisti come Viviani, Kittel, il giovane Jakobsen e Gaviria, che lo volle con sé quando lasciò la Quick Step per passare alla UAE.

«Così a inizio 2022 – riprende – ho firmato un contratto fino al Giro. Fernando ha vinto in Oman. Ho lavorato per Pogacar quando è servito. C’era tutto per continuare sino a fine anno. Invece a due tappe dalla fine del Giro mi hanno fatto una proposta che non ho trovato giusta. Avevano i loro motivi, non discuto, ma ho deciso di non accettare».

Alla Vuelta del 2019 ha lanciato Jakobsen alla prima vittoria di tappa a El Puig
Alla Vuelta del 2019 ha lanciato Jakobsen alla prima vittoria di tappa a El Puig
E così a giugno ti sei ritrovato a piedi. Cosa hai fatto?

Sono andato in Argentina e ho continuato ad allenarmi, facendo però anche altri sport che mi piacciono come la corsa a piedi e il nuoto. Anche perché non sapevo cosa rispondere a tutti gli amici che mi chiedevano. A luglio ho fatto un po’ di vacanze, finché è arrivata la chiamata di questo amico corridore. Sono stato contento. Per avere la possibilità di chiudere a modo mio e perché, messo tutto sulla bilancia, so di poter andare ancora forte. E così ho preso la decisione.

Come mai ha chiamato te?

Era un bel po’ che parlavamo. Abbiamo sempre corso contro, ma vedeva il mio lavoro. E finalmente adesso correremo insieme. Comunque l’anno l’ho finito con 56 corse in 5 mesi, che non sono poche. Ero un po’ stanco e questo periodo di stacco ci stava bene.

Alla presentazione della Vuelta San Juan 2019, fra Sagan e Cavendish
Alla presentazione della Vuelta San Juan 2019, fra Sagan e Cavendish
Questo corridore misterioso ha a sua volta una grande voglia di riscatto, che inverno ti aspetta per essere all’altezza?

Un inverno più intenso. Ho già iniziato da due settimane. Palestra e poca bici. La preparazione fisica va fatta bene e non voglio esagerare pedalando per trovare poi il giusto entusiasmo. Anche se devo dire che quelle settimane a pedalare senza stress in Argentina me le sono proprio godute. Non escludo di tornare a fare qualcosa in pista, per trovare il colpo di pedale e la condizione senza spremermi troppo.

Motivazioni?

Tante. Ho voglia di riscatto. Questo obiettivo mi carica molto e alla mia età ho bisogno di motivazioni forti. Far parte di questo progetto con l’obiettivo del Tour mi motiva molto.

Nella squadra in cui il corridore misterioso ha già detto di andare corre un giovane velocista italiano, che ha fatto un ottimo 2022…

Lui è forte davvero e qualche volta farà parte del nostro gruppo. Ma stanno costruendo un treno. E’ stato il mio amico a scegliere i corridori, il personale e gli allenatori. In un’intervista, il team manager ha detto che la trattativa è stata come quella per prendere un calciatore. Lui ha tanta voglia di tornare in Francia. Non gli è andato giù non esserci andato quest’anno. Abbiamo entrambi qualcosa da dimostrare.

Alla Tirreno, tirando per Pogacar. L’apporto di Richeze alla squadra non è mai venuto meno
Alla Tirreno, tirando per Pogacar. L’apporto di Richeze alla squadra non è mai venuto meno
Hai pensato a cosa farai quando dovrai appendere la bici al chiodo?

Resterò sicuramente in Europa. Ho dei progetti per lavorare con i giovani in Argentina, per poi portarli qua. Sono arrivato tanti anni fa, il vero ciclismo è in Europa. Ho faticato tanto, perché non sapevo niente. Sembrava quasi che non avessi mai corso. Abbiamo grande potenziale, serve qualcuno che apra la strada. E sono coinvolto anche nel progetto per l’inaugurazione del nuovo velodromo a San Juan, dove si faranno i mondiali del 2025. Non ci arriverò come corridore, ma sono contento di poter aiutare a organizzarli.

Mori gongola: «Per noi è stata una Vuelta da sogno…»

15.09.2022
5 min
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«Alle premiazioni di Madrid non facevamo che salire e scendere dal palco. Per la prima volta era presente il presidente del team, Matar Suhail Al Yabhouni Al Dhaheri che era visibilmente soddisfatto. Non viene mai alle corse, vederlo in quest’occasione così felice è stato davvero bello». La voce di Manuele Mori, di ritorno dalla Vuelta, è stanca ma ricca di quelle emozioni vissute per tre intense settimane. La corsa spagnola passerà sì alla storia per il trionfo di Remco Evenepoel, ma è indubitabile che è stato l’Uae Team Emirates quello che ha raccolto il bottino più pingue.

Juan Ayuso sul podio, Joao Almeida nella Top 10 (e Jan Polanc poco distante), i successi di tappa di Marc Soler e Juan Sebastian Molano proprio nell’ultima tappa, il trionfo nella classifica a squadre con oltre un’ora di vantaggio. La Vuelta è stata un viaggio fortunato e il fatto che la sua conclusione sia arrivata in contemporanea con il trionfo di Pogacar a Montreal ha un che di simbolico.

Mori 2022
Manuele Mori, uno dei diesse della Uae. In Spagna la squadra ha fatto incetta di premi
Mori 2022
Manuele Mori, uno dei diesse della Uae. In Spagna la squadra ha fatto incetta di premi

«Quando hai in squadra il migliore del mondo è normale correre per lui – dice – ma la Uae non è solo Pogacar. Siamo competitivi sempre e con chiunque, abbiamo almeno 20 corridori che hanno vinto quest’anno e senza il Covid al Giro che ha costretto Almeida al ritiro, avremmo potuto centrare il podio in tutti e tre i grandi Giri».

La Vuelta è coincisa con l’esplosione di Ayuso, non era certo partito pensando al podio…

La nostra punta era Almeida, ma la corsa si decide sempre in corso d’opera. Che Ayuso fosse un fuoriclasse non lo abbiamo scoperto alla Vuelta, ma la corsa ci ha detto molto delle sue qualità. Intanto ha doti di recupero fuori del comune, più passavano i giorni e più andava forte. Inoltre ha la testa da campione, molto più matura dei suoi 19 anni. Quando ha forato nella parte finale di una tappa non si è fatto prendere dal panico, ha pensato a quel che doveva fare e si è saputo gestire. I campioni li vedi anche da queste cose. Quello della Vuelta era un test e l’ha superato con la lode…

Almeida ha chiuso quinto a 7’24” da Evenepoel, confermandosi uomo da grandi giri
Almeida ha chiuso quinto a 7’24” da Evenepoel, confermandosi uomo da grandi giri
Su Almeida c’è qualcosa da dire: il portoghese sembra sempre accusare gli scatti nelle tappe più dure, ma nell’ordine d’arrivo lo trovi sempre davanti…

E’ il suo modo di correre, per certi versi originale. La sua grande forza è che si conosce benissimo, sa quel che può chiedere al proprio fisico. Sale col proprio passo e alla fine ha sempre ragione lui, segno di grande autostima. Lo avevo capito all’ultima giornata della Vuelta a Burgos, mi aveva detto che voleva fare qualcosa di buono e quando ho visto che all’inizio perdeva mi ha detto di non preoccuparmi. Alla fine ha avuto ragione lui…

Considerando la sua giovane età, va cambiato qualcosa nella sua impostazione?

Secondo me no, è giusto che corra così proprio in base agli anni che ha. Io ad esempio alla sua età ero solito correre sempre davanti, ma dipende dalla propria indole. Anche Ulissi a inizio carriera correva così, poi ha cambiato, magari con gli anni anche Joao rivedrà qualcosa, ma per ora deve continuare sulla sua strada.

Per Soler una Vuelta da protagonista: una vittoria, quattro top 5 e premio per la combattività
Per Soler una Vuelta da protagonista: una vittoria, quattro top 5 e premio per la combattività
Chi è stato protagonista è stato Soler, con una vittoria di tappa e altri due podi di giornata…

Ma non ha fatto solo questo. E’ stato premiato come corridore più combattivo e per noi è stato un vero jolly, eccezionale nell’arco delle tre settimane. Nell’ultima tappa è stato decisivo per la vittoria di Molano, lanciando il treno della Uae a velocità folle fino ai 400 metri. Di fatto ha messo sia Molano che Ackermann nelle condizioni di vincere.

Proprio a questo proposito, la vittoria del colombiano ha un po’ sorpreso considerando che era il tedesco quello deputato alla volata. Che cosa è successo?

E’ semplice: quando Molano ha tirato era l’ultimo uomo. Il rettilineo era in leggera salita, lui sapeva che Pascal era dietro, ma su quel rettilineo è difficile rimontare, allora ha tirato dritto ed è andata bene. Nessuna polemica fra i due, sanno bene che i progetti vanno bene, ma poi è la strada che decide.

La volata di Molano a Madrid, con Ackermann finito terzo dietro anche Pedersen
La volata di Molano a Madrid, con Ackermann finito terzo dietro anche Pedersen
I risultati di Vuelta e Montreal hanno portato una vagonata di punti alla Uae. Alcune squadre hanno deciso di non dare alcuni corridori alle nazionali. Voi come vi siete regolati?

Figuriamoci, noi ne avremo 10 al via a Wollongong… E’ chiaro che al ranking ci teniamo, come anche le nostre dirette concorrenti. Non è un discorso economico, non funziona come la Champions League di calcio, è semplicemente una questione di prestigio. Diverso è il discorso per chi lotta per non retrocedere, lì ci sono anche inerenze economiche legate al destino della stagione. Se investi tanto nella squadra, ti aspetti risultati e essere lì in cima è il miglior risultato che ci sia, perché sai che tutti vogliono arrivarci. Speriamo di avere altri weekend come quello passato, così restiamo in testa…

«Ayuso ha voglia di vincere». Valoti stupito a metà

12.09.2022
5 min
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Sul podio di un grande Giro a 19 anni e 336 giorni. Juan Ayuso era il corridore più giovane della Vuelta. Il campioncino della  UAE Emirates ha stupito tutti. O forse no. Forse questo risultato era già scritto nella pietra. Di certo lo era nelle sue gambe. 

Matxin, il tecnico del team asiatico, aveva detto che non si poteva fermare il talento. Gianluca Valoti che lo aveva avuto lo scorso anno alla Colpack Ballan conferma l’immensa voglia di vincere dello spagnolo. E allora ci si chiede ,questo eccellente risultato è davvero una sorpresa?

Ayuso a colloquio con Valoti lo scorso anno prima del via di una tappa alla Coppi e Bartali
Ayuso a colloquio con Valoti lo scorso anno prima del via di una tappa alla Coppi e Bartali

Sorpresa o no?

«Se mi aspettavo un suo podio – si chiede Valoti – direi di no, almeno non in partenza, non dopo la prima settimana. A quel punto ho creduto potesse arrivare tra i primi dieci invece questo ragazzo mi sorprende sempre di più. 

«Anche Remco (Evenepoel, ndr) era una scommessa e dopo il ritiro di Roglic si è aperto un posto sul podio, ma non credevo che Juan arrivasse a fare tanto. Specie militando in un team così forte. Con gente come Soler e Almeida, immaginavo dovesse aiutarli».

La squadra è un nodo cardine in questa storia. Prima della Vuelta lo stesso Matxin ci aveva detto che assolutamente Auyso non avrebbe corso grandi Giri in questa stagione. Poi c’è stato il contrordine e la convocazione per la gara spagnola. Il tecnico ci aveva parlato di ottimi dati, di un recupero eccellente dopo le gare di agosto da parte di Juan.

«Io credo – va avanti Valoti – che dietro questa sua presenza alla Vuelta ci sia una grande voglia del ragazzo stesso. La volontà di Ayuso ha dato una spinta decisiva. Juan è uno che punta in alto. Sempre.

«Ricordo anche quando era con noi che subito dopo il Giro U23 voleva passare con i pro’, che pensava alla Clasica di san Sebastian. E anche quella fu una decisione sua».

Il giovane catalano è è presto divenuto leader della UAE Emirates gestendo bene anche la pressione
Il giovane catalano è è presto divenuto leader della UAE Emirates gestendo bene anche la pressione

«Voglio la Vuelta»

Di certo Auyso lo scorso anno avrebbe potuto continuare a correre e a vincere molto con la Colpack. Ma per lui quello era un capitolo già passato. Messa in archivio la maglia rosa, sotto col prossimo obiettivo. 

«Con questo non voglio dire che la UAE lo abbia lasciato decidere da solo, avranno avuto di certo i loro dati e magari gli avranno detto di fare intanto dieci giorni e poi vedere come sarebbero andate le cose… questo non lo so, non vivo all’interno del team, ma sono certo che la sua influenza abbia inciso. Poi invece si sono ritrovati con lui capitano. E ci hanno anche dovuto puntare altrimenti sarebbe stato un fallimento».

Sul fatto di fare dieci giorni e alzare bandiera bianca però Matxin era stato chiaro: «Nonostante sia giovane, Auyso è un campione e i campioni non si ritirano. Se Juan parte è per finirla», ci aveva detto il basco. Su questo è stato chiaro.

Per Valoti uno dei punti di forza di Ayuso è la sua determinazione, unita ad una professionalità estrema
Per Valoti uno dei punti di forza di Ayuso è la sua determinazione, unita ad una professionalità estrema

Determinazione Juan

E da qui emerge un altro aspetto: quello della determinazione. Un aspetto che Valoti sottolinea.

Gianluca ricorda la prima volta che lo vide dal vivo, al suo arrivo in Italia. Dopo i primi appuntamenti online lo andò a prendere all’aeroporto in un piovoso e freddo pomeriggio di gennaio. La prima cosa che Juan gli chiese fu quella di uscire in bici, nonostante la pioggia. E così fece.

«L’indomani – racconta il direttore sportivo lombardo – avremmo viaggiato verso il ritiro e non si sarebbe allenato. Non poteva stare fermo due giorni. E così una volta scaricato dalla macchina salì in bici.

«Oppure al Giro U23 voleva mangiare il più presto possibile, per andare a dormire presto e recuperare più degli altri. Per lui tutto ciò non sono sacrifici. Ama la vita da atleta. In quei mesi che è stato con noi, per certi aspetti è stato facilissimo gestirlo. Non dovevi dirgli nulla. A parte quale piccolo dettaglio sull’alimentazione, ma parliamo della ripartizione dei cibi come le quantità della pasta per esempio, sapeva già tutto».

«Io credo che la testa e la determinazione siano i suoi punti forti. Okay, conosciamo tutti le sue doti fisiche, specialmente rispetto ai suoi coetanei. Ma Juan ha il pallino della vittoria. Lui vuole vincere. Anche se si tratta di giocare con le biglie in spiaggia».

«E questo forse è anche un suo piccolo limite. Questa brama lo porta a volte a sbagliare, a commettere degli errori». E anche questo è vero. Ricordiamo quanto accaduto a Laigueglia ad inizio stagione. Voleva a tutti i costi la prima vittoria da pro’ che fu lui a chiudere su Covi in cima a Capo Mele, mettendo tra l’altro a rischio la vittoria di squadra (tre su quattro della fuga erano della UAE).

Grinta, concentrazione e sguardo “famelico” per Ayuso, qui a ruota di Evenepoel e Mas
Grinta, concentrazione e sguardo “famelico” per Ayuso, qui a ruota di Evenepoel e Mas

Analisi Vuelta

Sei volte nei primi dieci. Diciassettesimo in una crono lunga e per specialisti. Una grande costanza di rendimento e addirittura un attacco ancora nella ventesima tappa. Segno che il fisico e la testa erano ancora sul pezzo. Fausto Coppi vinse il Giro d’Italia a 20 anni, ed è tuttora il più giovane vincitore di un grande Giro. E neanche il compagno Tadej Pogacar fu in grado di fare tanto a 19 anni. Tadej infatti salì sul podio della Vuelta alla “veneranda” età di 21 anni (da compiere di lì a pochi giorni). 

Gli scenari sono ampi. Tutto ciò è sbalorditivo.

«Juan vuole vincere – ripete Valoti – ha ambizioni enormi. Lui parte sempre per vincere. Ogni tanto lo sentivo e mi diceva di quanto cercasse la vittoria. La prima l’ha ottenuta una ventina di giorni prima della Vuelta.

«Errori? Bah, difficile trovarli, magari ha fatto qualche scattino di troppo nella prima settimana, però è anche vero che non sapeva sin dove  sarebbe arrivato e che ruolo avrebbe avuto nella squadra. Ha messo fieno in cascina, diciamo così. Cercava subito un risultato».

Il Covid di Ayuso e quell’analisi velocissima prima del via

07.09.2022
4 min
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Prima Majka al Tour, ora Ayuso alla Vuelta. Due casi di positività al Covid per le quali l’atleta è rimasto in corsa, grazie alla bassa carica virale. Sicuramente un passo avanti rispetto all’intransigenza dei primi tempi, quando per il virus di uno si mandava a casa la squadra. La conseguenza, probabilmente, di una migliore conoscenza del problema e di strumenti che hanno permesso di arrivarci. Del resto i medici, i manager e tutti quelli che a vario titolo hanno voce in capitolo nel grande circo del ciclismo hanno iniziato da tempo a dire che con il Covid bisogna rapportarsi come con l’influenza.

Bennett e Majka: il primo ha dovuto ritrarsi dal Tour per Covid, il secondo ha corso ugualmente: differenze di carica virale
Bennett e Majka: il primo ha lasciato il Tour per Covid, il secondo ha corso ugualmente: differenze di carica virale

Il quinto tampone

Ayuso ha iniziato ad avere qualche avvisaglia dopo la cronometro di Alicante, affermando di aver avuto sintomi compatibili con il Covid la notte prima. I tamponi sono scattati in automatico: ne ha fatti tre e tutti negativi. Il mattino successivo altro controllo prima del via da ElPozo Alimentación: ancora negativo. Il giorno dopo è arrivato infine il test positivo: al quinto tampone, come raccontato allo spagnolo AS da Adriano Rotunno, medico del UAE Team Emirates, che avevamo contattato ai tempi della Parigi-Nizza per la commozione cerebrale di Trentin.

«Secondo i nostri protocolli interni – ha spiegato – Juan Ayuso si è sottoposto di mattina al test del coronavirus ed è risultato positivo. E’ asintomatico e dopo aver analizzato il suo test PCR abbiamo scoperto che ha un basso rischio di infezione, simile ai casi che abbiamo visto quest’anno al Tour. Abbiamo deciso di continuare la gara dopo aver consultato i rappresentanti medici della Vuelta e dell’UCI. Continueremo a monitorare il quadro clinico di Juan e seguire da vicino la sua situazione».

Ayuso ha raccontato di aver avuto i primi segni di malessere alla vigilia della crono di Alicante
Ayuso ha avuto i primi segni di malessere alla vigilia della crono di Alicante

La macchina PCR

Il dettaglio non è sfuggito. In passato, sottoposto a un tampone molecolare, il corridore sarebbe stato comunque fermato, in attesa che di conoscere la carica virale del suo campione. Sarebbe servito del tempo e difficilmente Ayuso, testato di mattina, sarebbe partito per la tappa di lì a un paio d’ore. L’accelerazione, esemplare per quanto riguarda la gestione delle risorse, è dipesa dalla scelta della squadra di Gianetti di dotarsi di uno strumento preposto all’uso.

«La situazione è complicata – ha confermato il team manager Matxin, riferimento per Ayuso – per cui testiamo tutti ogni due giorni, in aggiunta ai test effettuati dall’organizzazione. Abbiamo una macchina PCR dove possiamo controllare tutto, per avere sotto occhi prima di tutto la salute del corridore, quella del gruppo e poi il rispetto del regolamento di corsa. Nel caso di Ayuso, la luce era verde. Significava bassa carica virale».

Le prove successive di Ayuso hanno dimostrato che le sue capacità atletiche sono rimaste invariate
Le prove successive di Ayuso hanno dimostrato che le sue capacità atletiche sono rimaste invariate

Doppio verde

Assodato questo, il medico del team ha parlato con Xavier Vidart dell’UCI, gli ha spiegato i numeri e gli ha inviato tutti i dati. Una volta ottenuto il via libera, lo stesso Matxin si è messo in contatto con Javier Guillen, organizzatore della Vuelta, che ha dato a sua volta il benestare.

«Quando abbiamo avuto numeri rossi come nei casi di Laengen, Bennett, Trentin o Almeida al Giro – ha spiegato ancora Matxin – che mostravano rischio di contagio, non c’è stato da discutere. Avevamo già predisposto che Juan tornasse a casa, ma una volta scoperto che non sarebbe stato contagioso, abbiamo deciso di farlo continuare».

Ayuso ripartirà stamattina per una delle tappe più importanti della Vuelta al quarto posto della classifica generale, a 4’49” da Evenepoel. Le sue prestazioni in apparenza non hanno risentito del virus: per essere alla prima partecipazione in un grande Giro, il giovane spagnolo se la sta cavando davvero bene.

Camilo Ardila, i buoni propositi per tornare a volare

05.09.2022
6 min
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Sono passati tre anni da quando Andrés Camilo Ardila illuminò il Giro d’Italia 23. La sua vittoria, l’ultima per un colombiano, non lasciava dubbi. Solo tante certezze per il modo in cui l’aveva ottenuta e per il predominio travolgente del giovane scalatore di Tolima, vincitore di due tappe e leader indiscusso di quella squadra colombiana, che riuscì a portare sul podio anche Juan Diego Alba di Boyacá.

L’infortunio al ginocchio

Tutto intorno ad Ardila era di buon auspicio. Tuttavia, nel bel mezzo della consacrazione ci fu un dettaglio fino ad allora poco noto. Camilo finì il Giro con un infortunio al ginocchio, che inizialmente lo escluse dal Tour de L’Avenir e che poi, dopo diverse prove sotto l’osservazione di Gustavo Castro (ortopedico incaricato di risolvere le gravi ferite di Esteban Chaves e Miguel Ángel López), lo lasciò senza correre per un periodo di sei mesi.

Nel 2022 ha corso finora per 38 giorni: qui al Tour of the Alps, al via da Bressanone
Nel 2022 ha corso finora per 38 giorni: qui al Tour of the Alps, al via da Bressanone

Voleva ritirarsi

Fu l’inizio di una serie di alti e bassi sportivi e psicologici che influirono non solo sul suo stato d’animo, ma anche sull’idillio di diventare uno dei ciclisti chiamati a fare la differenza nel gruppo internazionale. Pensò addirittura di ritirarsi. Si sentiva inutile per il ciclismo di alto livello. Non voleva continuare a lottare nonostante avesse firmato un contratto quadriennale con una delle migliori squadre del mondo.

«E’ stato abbastanza difficile – ha confessto il tolimese, 23 anni – devo essere realista. Il primo anno ha portato molte aspettative e ho pregato Dio perché fosse uno degli anni migliori nel ciclismo professionistico, ma non è stato così. Arrivare qui e non raggiungere gli obiettivi e gli scopi che avevo è stato molto difficile, molto complicato. Mentalmente stavano arrivando molte cose che non andavano bene e che hanno danneggiato il mio primo anno in squadra. Ho anche pensato di ritirarmi, pensavo che pedalare qui (l’Europa) non facesse per me».

Scalatore puro e di piccola taglia (1,70 per 59 chili), qui in fuga con Fabbro al Delfinato
Scalatore puro e di piccola taglia (1,70 per 59 chili), qui in fuga con Fabbro al Delfinato

Padre di famiglia

Ma ora, con un’aria nuova nella sua vita personale di padre di famiglia, lo scalatore nato a Mariquita (il comune da cui inizia la salita fino al mitico Alto de Letras, il passo più lungo del con i suoi 82 chilometri) è riuscito a resettare il suo modo di pensare. E ha così rivalutato il suo ultimo anno di contratto con la struttura diretta da Joxean Fernández ‘Matxin’.

«Sono tornato a casa – dice – per ritrovare concentrazione e ricaricare le batterie con la mia famiglia. Mi hanno dato tante energie e tanto supporto per superare il momento difficile che stavo attraversando. Mi chiedevo: perché se ho saputo vincere il Giro contro molti di quelli che stanno facendo bene oggi, non posso farlo di nuovo? Ma poi ho analizzato le cose e ho anche visto che loro, come ad esempio il mio compagno Alessandro Covi, hanno avuto un percorso più lungo di me nel ciclismo europeo. E questo in un certo senso è un vantaggio. Quando sono arrivato non avevo abbastanza conoscenze di allenamento con i watt. In Colombia l’ho sempre fatto con le sensazioni e qui tecnologia e numeri sono molto importanti per imparare a conoscersi».

Alla Coppi e Bartali, per Ardila le prestazioni migliori di questo 2022
Alla Coppi e Bartali, per Ardila le prestazioni migliori di questo 2022

Un anno in crescita

«Diciamo che il secondo anno per me è stato ottimo, stavo già finendo le gare, ero più vicino (ai favoriti) e aiutavo la squadra. E’ stato gratificante, ma non mi bastava, non era quello che cercavo», dice Camilo, che sta ancora cercando la formula per decollare con la regia di Díaz Navarro, l’allenatore incaricato della sua preparazione. Il terzo in tre anni, dopo il colombiano Jhon Jaime González (attuale allenatore della pista colombiano) e lo spagnolo Yeyo Corral (oggi allenatore dell’Astana).

«Questa è stata la chiave – racconta – per migliorare giorno dopo giorno, perché lui  crede molto in me e nel tipo di corridore che sono. Alla fine ho preso il bello, non potevo accontentarmi solo del brutto. Solo così sarei potuto potuto uscire dai brutti momenti. Quest’anno ho visto che sono stato molto più competitivo, che sono stato più utile per la squadra, che faccio quello che mi chiedono e penso che da questo si può iniziare a cercare e trovare quel Camilo che può dare grandi cose.

«Volevo debuttare in un Giro, spero di farlo nel 2023. Ci ho pensato molto perché mi sentivo pronto. Ho parlato con la squadra per andare alla Vuelta, non per vincere, sarebbe mentire, ma per essere utile alla squadra e nel frattempo imparare a gestire un grande Giro e fare esperienza».

Ardila con Matxin al suo debutto con la Uae, nel 2020 alla Vuelta a Colombia
Ardila con Matxin al suo debutto con la Uae, nel 2020 alla Vuelta a Colombia

Rientro in Lussembrurgo

In questa stagione il colombiano ha accumulato 38 giorni di gare, con la Coppi e Bartali come la gara con il miglior risultato. Ha concluso 18° assoluto e ha mostrato alcuni scorci delle sue condizioni.

«L’Italia è un Paese che mi porta bei ricordi – dice – e dove mi piace molto correre. Ero vicino alla vittoria, ma non è successo. Mi sono sentito molto bene. La Coppi e Bartali è la gara in cui si è potuto vedere qualcosa di quel Camilo che tutti si aspettano.

«Sono in una delle migliori squadre al e ho persone molto professionali che mi hanno aiutato a crescere ogni anno. Mi motivano sempre a fare le cose bene e perché in ogni gara il risultato sia il migliore», ringrazia il colombiano che si prepara sulle strade di Andorra per affrontare il suo ritorno al Giro del Lussemburgo (13-17 settembre). Ha anche fatto una delle sue uscite giornaliere con Nairo Quintana, con il quale ha completato 5 ore e mezza con 4.800 metri di dislivello.

«Penso molto a quella gara, sono a disposizione della squadra per qualsiasi cosa abbia bisogno, ma mi sto anche preparando a dimostrare che posso essere in lotta».