Kuss e McNulty, Tour de France in chiave americana

31.07.2022
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Qualche giorno fa Pietro Caucchioli sottolineava un aspetto del Tour appena concluso: i grandi protagonisti Jonas Vingegaard e Tadej Pogacar hanno entrambi avuto un luogotenente americano, rispettivamente Sepp Kuss e Brandon McNulty (i quattro nella foto di apertura CorVos). Un sintomo abbastanza evidente della ripresa del ciclismo a stelle e strisce. Guardando la classifica del Tour si scopre che il discorso è ben più ampio.

In un Tour che alla resa dei conti si è dimostrato alquanto selettivo ci sono stati ben 4 corridori statunitensi che si sono piazzati fra il 13° e il 21° posto: Powless, proprio Kuss e McNulty e, last but not least, il giovane e sempre più promettente Matteo Jorgenson. Se consideriamo che il primo italiano è stato Simone Velasco al 31° posto è evidente come il ciclismo americano sia su una lenta ma sicura via di ripresa.

McNulty andatura
McNulty ha vissuto una giornata eccezionale a Peyragudes, ma sperava in un “regalo” dei leader
McNulty andatura
McNulty ha vissuto una giornata eccezionale a Peyragudes, ma sperava in un “regalo” dei leader

Per Brandon un podio e tanta amarezza

Osservando le tappe, la sensazione è che i due in questione, inquadrati in rigidi schemi di squadra, avrebbero potuto ottenere molto di più. Fra le pieghe delle loro dichiarazioni emerge un certo disagio. Lo ha sottolineato soprattutto McNulty raccontando a modo suo la tappa di Peyragudes. Quella del terzo successo parziale di Pogacar ma anche della strenua difesa di Vingegaard: «All’inizio della salita di Val Louron il piano era che tirassi a tutta per 15 minuti. Vedendo che tanti cedevano, ho lavorato molto di più.

«A 5 chilometri dalla conclusione – prosegue lo statunitense dell’Uae Team Emiratesho sperato sinceramente che Jonas e Tadej, non potendo ormai cambiare molto in termini di classifica, mi lasciassero vincere, ma non ci sono regali in questo sport. Mi sono dovuto accontentare del numero rosso per la combattività…».

A poco sono valse le parole di stima espresse da Pogacar al termine della vittoriosa frazione: «Brandon è una vera “bestia”. Ha fatto un lavoro meraviglioso. Era davvero in forma, è andato bene per tutto il Tour ma questa volta è stato speciale».

McNulty Peyragudes
L’americano sul podio riceve il numero rosso per la combattività: la delusione è evidente
McNulty Peyragudes
L’americano sul podio riceve il numero rosso per la combattività: la delusione è evidente

Un americano sempre disponibile

Dall’altra parte Kuss si è confermato uomo di estrema affidabilità, ma senza quella libertà che lo scorso anno gli aveva consentito di vincere una tappa. Alla Jumbo Visma l’americano di Durango (McNulty è di Phoenix) è considerato una colonna. Un uomo che mette da parte le ambizioni personali per coerenza, per essere sempre lì quando c’è bisogno, costante al fianco del leader. Rispetto allo scorso anno però è stato un Tour diverso, nel quale gli addii prematuri di Roglic e Kruijswijk hanno fatto cadere sulle sue spalle un surplus di responsabilità.

Kuss però non è uomo da lamentarsi, né da tirarsi indietro rispetto alle sue responsabilità. Un aneddoto curioso è capitato proprio nei giorni più caldi (e non solo meteorologicamente) della Grande Boucle. L’addetto stampa della Jumbo Visma voleva preservarlo dalle domande dei giornalisti, consigliandogli di andare subito a farsi la doccia passando oltre microfoni e taccuini. Sepp invece si è sempre fermato di buon grado, accettando l’aggravio di impegni dopo le dure tappe francesi.

Kuss andatura
Tantissimi i chilometri di Kuss in testa a gruppi e gruppetti, come pilota per Vingegaard
Kuss andatura
Tantissimi i chilometri di Kuss in testa a gruppi e gruppetti, come pilota per Vingegaard

Encomiabile anche se non al massimo

Come McNulty, Kuss c’è sempre, al fianco del capitano, svolgendo il suo ruolo di pesce pilota anche quando le cose non vanno. «A volte non vivo i miei giorni migliori – ha affermato il corridore del Colorado – ma non lo dico e do sempre il mio massimo, ci metto tutto quel che ho perché voglio esserci nei momenti importanti». E in certi momenti è stato davvero fondamentale. Era quella chiave che Pogacar non riusciva a scardinare, scivolando verso tattiche disperate: «Le montagne a volte sono più semplici di quanto si pensi – rispondeva a chi gli chiedeva conto del suo ritmo indiavolato, che teneva Vingegaard sempre a galla – Alla fine si tratta solo di chi ne ha di più».

Kuss Vingegaard
L’abbraccio della maglia gialla a Kuss, puntuale colonna alla quale si è appoggiato in montagna
Kuss Vingegaard
L’abbraccio della maglia gialla a Kuss, puntuale colonna alla quale si è appoggiato in montagna

Il danno dell’era Armstrong

Molti, guardando la classifica di cui sopra, gli hanno chiesto conto della situazione attuale del ciclismo americano soprattutto in raffronto al suo contro verso passato e le parole di Kuss sono state taglienti, quasi risentite: «Quando ho vinto una tappa al Tour ho ricevuto più attenzioni di quante mi aspettassi. Il ciclismo è un piccolo mondo anche se a chi c’è dentro non pare e per noi che veniamo da oltreoceano lo è ancora di più.

«Il Tour per gli americani è qualcosa di unico, anzi “è” il ciclismo. Se ci partecipi ti dicono “Oh, devi essere davvero forte per essere lì”, ma tutte le altre gare neanche le conoscono. Mi viene in mente l’era Armstrong, gli anni del doping e molti pensano che i ciclisti siano ancora come allora, ma tutto è cambiato. Il difficile però è recuperare la fiducia dopo che il danno è stato fatto e che danno…».

Jonas signori e vengo da lontano…

21.07.2022
6 min
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Se anche finirà così, Pogacar se ne andrà dal Tour con tre tappe vinte, il secondo posto e l’onore delle armi. Quale che ne sia stata la ragione, lo sloveno si è trovato indietro e ha fatto quel che poteva per risalire la china. Purtroppo per lui, è inciampato su Jonas Vingegaard, un danese fortissimo a capo di una squadra altrettanto forte, che hanno approfittato del suo passo falso sulle Alpi e l’hanno appeso sulla croce.

Che vinca il migliore: c’è questo nello scambio di saluti al via della tappa fra Pogacar e Vingegaard
Che vinca il migliore: c’è questo nello scambio di saluti al via della tappa fra Pogacar e Vingegaard

Duello fra uomini veri

Un duello fra due ragazzi che non si sono risparmiati colpi, ma sempre nei limiti della grande correttezza. E quando oggi Pogacar è caduto, la maglia gialla non ha neanche immaginato di approfittarne. Vingegaard si è subito rialzato sul manubrio. Lo ha aspettato. Nel voltarsi per stringergli la mano quasi finiva anche lui giù dalla scarpata e poi la corsa è ripartita.

«Penso che Tadej abbia sbagliato la curva – ha detto Vingegaard a caldo – e poi sia finito sulla ghiaia. Ha cercato di uscirne, ma la bici è scivolata via. Poi l’ho aspettato. Ma oggi devo ringraziare tutti i miei compagni di squadra. Incredibile. Alla fine vedi Wout Van Aert che resce a staccare Tadej Pogacar. Anche Sepp Kuss è stato fantastico. Sono stati tutti incredibili. Tiesj Benoot, Christophe Laporte, Nathan Van Hooydonck. Non ci sarei mai riuscito senza di loro».

Van Aert vs Pogacar

Era la tappa per la resa dei conti, quella in cui Pogacar avrebbe dovuto tentare il tutto per tutto e Vingegaard cercare di respingerlo. E’ finita, come aveva in qualche modo ipotizzato ieri Martinello, che la UAE Emirates si è ritrovata senza Bjerg, sfinito dopo la tappa di ieri, e con un McNulty a un livello più basso. Mentre la Jumbo Visma, che ieri ha ceduto troppo presto, si è ritrovata a menare le danze a pieno organico. E quando anche Kuss ha finito il suo lavoro, sulla strada è spuntato Van Aert, ripreso a 6 chilometri dal traguardo. Kuss gli ha chiesto se ce la facesse ancora e il ghigno sul volto del gigante di Herentals gli ha fatto capire che avrebbe potuto spostarsi in serenità. Ed è stato a quel punto, come raccontato da Vingegaard, che il forcing di Van Aert ha stroncato Pogacar.

«Non potrebbe esserci modo migliore per me di perdere il Tour. Penso di aver dato tutto – ha ammesso con trasparenza lo sloveno – lo prendo senza rimpianti. Penso che i ragazzi della Jumbo Visma abbiano fatto un ottimo lavoro. Congratulazioni a loro, erano molto forti. Oggi ha vinto il migliore. E penso che vincerà anche il Tour».

Ciccone ha provato l’assalto alla maglia a pois di Geschke, ma nulla ha potuto contro Vingegaard
Ciccone ha provato l’assalto alla maglia a pois di Geschke, ma nulla ha potuto contro Vingegaard

Macron in prima fila

Dire se la caduta abbia influito resterà motivo di discussione da bar. E così, mentre il presidente Macron si godeva lo spettacolo dalla privilegiata ammiraglia di Christian Prudhomme (come immaginarsi Mattarella in auto con Mauro Vegni), Van Aert ha lanciato il suo piccolo capitano verso la conquista, esultando poi a sua volta sul traguardo: grosso, verde e cattivo come un Hulk 2.0.

«E’ stata una giornata molto bella per noi – ha detto la maglia verde – era anche chiaro che avessimo un piano. Rispetto a ieri, oggi Jonas si sentiva molto più a suo agio grazie alle salite più lunghe e ripide. L’intenzione era davvero quella di attaccare e guadagnare ancora più tempo. Davanti volevo essere utile a Jonas prima che finisse la salita ripida e per riuscirci mi sono staccato dalla fuga, per non rischiare che mi prendessero troppo avanti. Ed è andata come volevamo».

La resa (onorevole) di Tadej

Tadej non si abbatte. E’ una corsa. Ha lottato. Forse ha appreso qualche lezione per il futuro. E ha pagato con la sfortuna che ti si attacca quando le stelle hanno già emesso il verdetto in favore di un altro. Non si è mai visto un vincitore di Tour che cade nel giorno decisivo: forse il finale è già scritto in favore di Jonas Vingegaard, ma è stato bello vedere il ragazzino sloveno cercare di opporvisi.

«Sto bene – ha detto tornando sulla caduta – è successo tutto molto in fretta e altrettanto velocemente sono tornato in sella. Qualche graffio, ma sto bene. Ho dato tutto sulla penultima salita, perché avevo ancora speranza. Ma quando sono caduto, ho iniziato a pagare e la motivazione si è un po’ affievolita. Jonas aveva ancora dei compagni di squadra. Ho provato a seguirlo, ma non ci sono riuscito. Erano troppo forti. Volevo reagire, ma non ce la facevo più».

La vittoria numero due di Vingegaard, dopo quella del Granon. Due attacchi, entrambi decisivi
La vittoria numero due di Vingegaard, dopo quella del Granon. Due attacchi, entrambi decisivi

«E’ incredibile – gli ha fatto eco Jonas nel suo racconto – questa mattina ho detto a mia figlia e alla mia ragazza che avrei vinto per loro. L’ho fatto. Ne sono molto orgoglioso. Questo è specialmente per loro. Ero solo felice che la corsa fosse finita perché è stata davvero dura. Sono molto contento di aver vinto, ma mancano ancora due giorni prima di arrivare a Parigi. Quindi è importante rimanere concentrati. Questo Tour lo prendiamo giorno per giorno. Non voglio ancora parlare della vittoria assoluta».

Covi, ti ricordi quel giorno sul Fedaia?

Giada Gambino
21.07.2022
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Alessandro Covi si trova chiuso in camera. Ha dovuto, momentaneamente, interrompere gli allenamenti e la stagione a causa del Covid. Così chiude gli occhi e ripercorre i momenti di quella che è stata la sua ultima ed emozionante vittoria: la 20ª tappa del Giro d’Italia con arrivo sulla Marmolada… 

«Dopo il ritiro di Almeida (causato dal Covid alla 18^ tappa, ndr) – racconta Covi, corridore professionista del team UAE Emiratesla squadra voleva conquistare la vittoria e forse perché eravamo quelli meglio piazzati nel momento della creazione del gruppo di fuga o forse perché della UAE eravamo quelli più in forma, mi sono ritrovato in testa con Formolo».

Alla partenza da Belluno la UAE voleva vincere. E’ stato Covi, qui con Ulissi, a entrare nella fuga giusta
Alla partenza da Belluno la UAE Emirates voleva vincere. E’ stato Covi a entrare nella fuga giusta

In fuga con Formolo

I due compagni di squadra, così, iniziano una lunga, faticosa ma bella fuga, interpretandola in modo diverso. Alessandro assume un atteggiamento di attacco, Davide rimane sulla difensiva facendo da stopper al compagno. 

«Più pedalavo – continua Covi –  più sentivo e capivo di stare bene. Decisi di andare dall’ammiraglia e parlai anche con Davide. Sapevo quali fossero le mie intenzioni e ne avevo messo tutti al corrente, ottenendo il via libera».

Il corridore del UAE Team Emirates, quindi, accelera e nella discesa verso Arabba stacca tutti.

«Avevo ben chiaro in testa cosa fare: andare a tutta sino ai piedi della salita e guadagnare quanto più vantaggio possibile sugli inseguitori».

Senza mai voltarsi

Non si volta, non ne ha motivo, il suo obiettivo è davanti ed è focalizzato su di esso. E’ dura, la strada sale sempre di più.

«Sono abituato alla fatica, alla sofferenza e questa non mi spaventa. Non voglio commettere gli stessi errori del passato, che mi hanno fatto mancare la vittoria per la troppa emozione del momento».

Nel Giro d’Italia U23 del 2019, Covi aveva perso la seconda posizione nella generale negli ultimi 2 chilometri della tappa proprio con arrivo sulla Marmolada.

Gli ultimi chilometri di salita sono stati interminabili: la bravura di Covi è stata rimanere freddo
Gli ultimi chilometri di salita sono stati interminabili: la bravura di Covi è stata rimanere freddo

Calma e sangue freddo

Alessandro, adesso, si concentra, respira, placa le sue emozioni e si focalizza solo ed esclusivamente sul mantenere le energie e non sprecarle subito.

«La strada è lunga e non ho un’immatura frenetica fretta di arrivare al traguardo, voglio mantenermi, preservarmi». 

Lo informano che Novak sta cercando di raggiungerlo. «Nel caso in cui ci riuscisse, mi troverebbe pronto per un duello finale. Non la lascio vinta, combatterò sino all’ultimo se sarà necessario, ma questa tappa dovrà essere mia».

Si gira a destra, poi a sinistra. Vede due ali di folla che lo spingono, moralmente, sempre più forte verso il traguardo.

«Guardo i watt, la folla urla il mio nome, mi incitano e i miei watt aumentano di 40/50. Quei punti colmi di folla mi danno una spinta così bella, così essenziale che inevitabilmente fanno accrescere il mio vantaggio».

La vittoria al Fedaia ha riscattato la beffa di tre anni prima al Giro U23
La vittoria al Fedaia ha riscattato la beffa di tre anni prima al Giro U23

Novak è lontano

Spinto dal pubblico, spinto dalla passione per il ciclismo, passione che ha invaso il suo cuore sin da bambino e di cui non ha potuto fare a meno… giunge ai meno 300 metri. Si volta, Novak è lontano.

«Ho ancora un po’ di energie, quelle che mi ero preservate nel caso in cui mi avesse raggiunto».

Allora realizza, capisce e inizia ad assaporare il gusto della vittoria. Giunge al traguardo, alza le braccia al cielo.  «Non so se riesco a credere a ciò che è successo, forse è impossibile capirlo subito». 

Accoglienza post Giro a Taino per Covi da parte del suo fan club (foto Alessandro Perrone)
Accoglienza post Giro a Taino per Covi da parte del suo fan club (foto Alessandro Perrone)

Con i piedi per terra

Alessandro apre gli occhi. Rivive la sua vittoria con emozione, ma una giusta dose. E’ già proiettato al futuro, il Giro d’Italia si è concluso per lui nel migliore dei modi, ma adesso ci sarà tanto altro ad attenderlo e sarà pronto ad affrontare tutto con la determinazione che lo contraddistingue e con la consapevolezza di ciò che è la sua persona.

Dopo la vittoria di tappa, hanno iniziato a seguirlo e tifarlo maggiormente. «Ma sono lo stesso corridore di sempre. Il bambino cresciuto tra i ciclisti che, inevitabilmente, ha reso lo sport di famiglia la sua più grande passione e ragione di vita (la madre Marilisa è stata una ciclista come pure il fratello, mentre il padre Alberto ha corso sino ai dilettanti, ndr). Cercherò di affermarmi sempre più, senza perdere mai le mie caratteristiche come corridore e come persona, che rendono unico il me ciclista».

Peyragudes, fuori una. Sul Tour pesa il verdetto del Granon

20.07.2022
6 min
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«Forse anche chi lo gestisce pensava di vincere facile – riflette Martinello – e invece hanno commesso sul Galibier l’errore che sta costando a Pogacar il Tour. Ci sono ancora domani e poi la crono, per carità, ma quando l’ho visto fare il segno di dare gas prima del Granon, ho pensato che fosse troppo spavaldo e l’avrebbe pagata. Senza tutti gli errori di quel giorno, il Tour si risolverebbe per secondi. E probabilmente Pogacar avrebbe ancora la maglia. Ma nulla toglie che Vingegaard sia davvero una roccia».

Un Tour che secondo Martinello è stato fortemente condizionato dal giorno del Granon
Un Tour che secondo Martinello è stato fortemente condizionato dal giorno del Granon

Pirenei, tappa a Pogacar

Come quando vai a vedere il film del secolo, poi esci e hai quasi paura di dire che non t’è piaciuto. La prima tappa pirenaica del Tour si è risolta in una bolla di sapone, ricalcando l’equilibrio che era costato al Giro bordate di critiche e qui si risolve invece in una grandeur oggi (forse) immotivata. Pogacar ha vinto la tappa (risultato che tanti sognano e pochi raggiungono), ma Vingegaard ha fatto un altro passo verso Parigi.

Chi viene da lontano, si aspettava i dieci scatti e il brillantino fatto saltare e sarà rimasto certamente deluso. C’è chi dice che al posto del brillantino ormai si guardi il misuratore di potenza e quando quello dice che sei al massimo, ti fermi. E poi per fortuna c’è chi fa un’analisi meno di pancia e conclude che semplicemente le forze in campo sono queste e sarebbe stato illogico aspettarsi di più.

Abbiamo scelto Martinello come avvocato del Tour, cercando di capire cosa sia successo finora e cosa potremo eventualmente aspettarci nei quattro giorni che restano.

McNulty fenomenale: ha portato i primi due fino ai 300 metri. Forse dietro non c’erano grandi gambe
McNulty fenomenale: ha portato i primi due fino ai 300 metri. Forse dietro non c’erano grandi gambe
Se un gregario come McNulty porta i primi due del Tour ai 300 metri di una tappa di montagna, forse dietro non c’erano tante gambe…

Stanno interpretando un Tour di alto livello, ma si vede che sono tutti morti. Oggi La UAE Emirates ha provato con le ultime forze a disposizione e Pogacar ha giocato d’astuzia. Ha finto di non averne più e poi ha vinto la tappa perché è più veloce.

Nell’unico giorno in cui Vingegaard è rimasto davvero solo.

Oggi la Jumbo non era quella dei giorni scorsi, Kuss non ha avuto una grande giornata. Semmai ci si poteva aspettare un atteggiamento diverso da parte della Ineos, ma è chiaro che siano tutti lì a difendere le posizioni. Il caldo li sta ammazzando. E McNulty è stato superlativo, però chi può dire se domani anche lui non pagherà?

La vittoria di Pogacar è stata figlia del suo grande cambio di ritmo: in volata fra i due non c’è partita
La vittoria di Pogacar è stata figlia del suo grande cambio di ritmo: in volata fra i due non c’è partita
Vingegaard isolato non ha tremato, si poteva pensare che accadesse?

Hanno raggiunto l’obiettivo di privarlo dei compagni, ma non ha mostrato cedimenti. Il vantaggio inizia a essere rassicurante. E se domani non cambia nulla, l’ultima crono sarà un fatto di energie rimaste e lui ha forza e sa difendersi contro il tempo. Non credo che arrivi a perdere più di 2 minuti da Pogacar.

Tanti hanno criticato la Jumbo Visma.

Non sono d’accordo neanche un po’. Possono aver commesso qualche sbavatura, ma nei giorni decisivi, da quello del Galibier alla tappa di ieri, la maglia gialla si è sempre ritrovata sul percorso i compagni mandati in fuga. Davanti hanno un Pogacar che non fa la differenza, perché finora Vingegaard non ha perso un millimetro. Sta diventando determinante davvero il giorno del Granon.

Dopo la tappa mirabolante di ieri (al pari di McNulty oggi), Kuss ha pagato pesantemente dazio
Dopo la tappa mirabolante di ieri (al pari di McNulty oggi), Kuss ha pagato pesantemente dazio
Spiega, per favore…

Hanno corso con troppa spavalderia, giocando come il gatto col topo. Si sono gestiti con superficialità. Perché inseguire Roglic sul Galibier, quando dopo il pavé ha già 2’36” di ritardo? Lascialo andare. E se Pogacar voleva inseguirlo perché ha 23 anni ed è esuberante, doveva intervenire l’ammiraglia.

Che cosa dovevano fare?

Fallo andare, hai attorno ancora tutta la squadra, lo riprendi quando vuoi. Anzi, vedrai che torna indietro da solo ben prima del Granon. Invece ha fatto lo spavaldo ed è andato in crisi perché ha gestito male l’alimentazione in una tappa durissima, in cui sono passati più volte sopra i 2.000 metri. Se avessero corso con un minimo di intelligenza tattica, avevano ancora il Tour in mano. E comunque anche in quell’occasione, Tadej si è rivelato un fenomeno.

Nonostante fosse decimata, oggi la UAE Emirates è stata maiuscola. Qui con Bjerg
Nonostante fosse decimata, oggi la UAE Emirates è stata maiuscola. Qui con Bjerg
In cosa?

Il giorno dopo, all’Alpe d’Huez, non lo avrà staccato, però era già in palla. Non ho mai creduto che avesse altro, quella è stata una crisi di fame. Ed essere così forti il giorno dopo è cosa da numeri uno.

Anche Vingegaard non usa la squadra quando scatta Pogacar.

L’ho notato e per me sbaglia anche lui. Ma forse pensa che l’attacco di Pogacar possa essere decisivo. Insomma, Pogacar è Pogacar… Però se invece di saltargli a ruota, lo inseguissero di squadra, correrebbero meno rischi.

Thomas ha difeso alla grande il suo terzo posto dal possibile ritorno di Quintana e Bardet
Thomas ha difeso alla grande il suo terzo posto dal possibile ritorno di Quintana e Bardet
Perché Pogacar ha corso così sul Galibier?

Forse perché si era abituato a vincere facilmente. Se alla Planche des Belles Filles ha davvero dichiarato che Vingegaard è lo scalatore più forte al mondo, forse il giorno del Granon avrebbe potuto essere più attento.

A cosa è servito invece lo scattino di oggi al Gpm di Val Louron?

Ci ha provato. Oppure lo ha fatto perché è un corridore che un po’ concede allo spettacolo. Oppure magari ha in mente anche la maglia a pois. E’ terzo in classifica a 18 punti da Geschke e magari domani potrebbe puntare a prenderla.

Entrambi sfiniti dopo l’arrivo: Pogacar ha vinto, ma la giornata è positiva anche per Vingegaard
Entrambi sfiniti dopo l’arrivo: Pogacar ha vinto, ma la giornata è positiva anche per Vingegaard
Ci si poteva aspettare un finale come fra Pantani e Tonkov a Montecampione?

Pantani fece una serie di scatti e Tonkov alla fine si staccò, ma Pantani era molto più scalatore di Tonkov. Qua invece la sensazione è che Vigegaard sia molto più scalatore di Pogacar. Mentre lo sloveno è più abile a limare e più veloce.

Ti aspettavi un Vingegaard così?

L’anno scorso ha vinto la Coppi e Bartali e tre mesi dopo ha fatto il podio al Tour. Quest’anno è cresciuto ancora, dall’inizio dell’anno è sempre davanti. Non è un predestinato, ha dovuto lavorare sodo ed è migliorato tanto fisicamente e mentalmente. Una situazione come questa, con la maglia gialla, potrebbe destabilizzarti e logorarti. Invece mi pare ben saldo sulle gambe. Insomma, domani se la giocano ancora. Ma Vingegaard sembra avere le carte in regola per tenere ancora duro.

Vingegaard la sua ombra, ma Pogacar promette spettacolo

18.07.2022
4 min
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«Sul Granon – ammette Pogacar sorridendo – sono stato staccato per la prima volta. Ero sfinito. Avevo dato tutto. La sera ho fatto un’analisi di quello che era successo e mi sono ricalibrato. Non mi sono arreso. Ho mangiato. Ho fatto una bella dormita. E ho cercato di dimenticare».

Inizia così l’ultima settimana del Tour 2022. Vingegaard ha la maglia gialla con i 2 minuti e più, guadagnati in quel giorno sulle Alpi. Pogacar indossa la maglia bianca e deve inseguire: una posizione per lui poco abituale. Ci si chiedeva da più parti come avrebbe reagito alle prime difficoltà e presto lo sapremo. Quello che ha fatto vedere sull’Alpe d’Huez e poi a Mende ha risposto in parte al quesito.

Sul Galibier, dice Pogacar, ha commesso un suicidio, rispondendo agli attacchi e mangiando poco
Sul Galibier, dice Pogacar, ha commesso un suicidio, rispondendo agli attacchi e mangiando poco

Condizione a tempo

Terzo giorno di riposo, conferenza stampa online. Lo schermo è pieno di computer collegati, nessuno vuole perdersi le esternazioni dello sloveno, chiamato a ribaltare la classifica. Quello che fece in un sol giorno nel 2020 senza che nessuno lo aspettasse e che invece adesso tutti gli chiedono.

Il nodo è la condizione e il riposo è il momento perfetto per simili ragionamenti, in attesa che da domani i Pirenei inizino a scolpire sagome più nette.

Vingegaard ha iniziato ad andare fortissimo al Delfinato (5-12 giugno), contro avversari di prima grandezza. A nessuno sfugge il fatto che nell’ultima tappa abbia vinto aspettando abbastanza palesemente il suo capitano Roglic. Al punto di pensare che il leader del Tour sarebbe stato proprio il giovane danese.

Dieci giorni più avanti, Pogacar è andato a rifinire la condizione al Giro di Slovenia (15-19 giugno), dando l’impressione di giocare, ma contro squadre e avversari di cabotaggio decisamente più basso.

Al Delfinato, Vingegaard andava già fortissimo: pagherà nella terza settimana?
Al Delfinato, Vingegaard andava già fortissimo: pagherà nella terza settimana?

Suicidio sul Granon

Chi dei due ha ancora margine di crescita? C’è il rischio che la maglia gialla possa iniziare a perdere smalto? Quello che si è visto finora non va in questa direzione, ma è certo che le prossime salite saranno corse a temperature altissime e ritmi non certo inferiori.

«Sul Granon – riprende Pogacar – mi sono trovato con poca benzina. Ho risposto a tutti gli attacchi. E’ come se avessi fatto dieci volate in salita nello stesso giorno. Mi sono suicidato. Ora dovrò cogliere ogni occasione. Proverò su tutte le salite per riguadagnare più tempo possibile e non avere poi alcun rimpianto. Dipenderà dalle gambe. Se vedrò un’opportunità, andrò a prenderla. E’ il momento di essere forti. L’Alpe d’Huez mi ha ridato fiducia. A Mende la salita era troppo corta e lui era attaccato a ruota. Ma in tre giorni può succedere di tutto e Jonas (Vingegaard, ndr) potrebbe cominciare a essere stanco».

L’Alpe d’Huez ha riportato la fiducia. A Mende, pur su una salita troppo breve, Pogacar ha attaccato
L’Alpe d’Huez ha riportato la fiducia. A Mende, pur su una salita troppo breve, Pogacar ha attaccato

Ad armi pari

Appare sereno. Sa che l’altro è il favorito naturale e questo se non altro semplifica gli schemi: la Jumbo Visma correrà in difesa, la UAE Emirates all’attacco.

«Più o meno – dice – guardando gli uomini, adesso abbiamo squadre simili. Sappiamo quanto sia stato duro fare a meno dei compagni che ci hanno lasciato e se non altro per la Jumbo Visma adesso sarà meno facile. Sui Pirenei sarà un testa a testa. Avremo 50-60 corridori a tutto gas, dalla partenza all’arrivo. Non vedo possibili alleanze, penserò ad andare il più forte possibile. Rischiare il tutto per tutto? E’ pur sempre una corsa. Per cui darò il 100 per cento di tutto quello che posso. Attaccherò. Cercherò di guadagnare. Ma se non dovessi arrivare in giallo, mi consolerò pensando che ho già vinto due Tour e arrivare secondo con la maglia bianca non è tanto male».

Domattina si riparte così, con la sfida fra la maglia bianca (classe 1998) e la gialla (classe 1996)
Domattina si riparte così, con la sfida fra la maglia bianca (classe 1998) e la gialla (classe 1996)

Prima di sabato

Se qualcuno a questo punto starà pensano che il prodigioso sloveno sia sul punto di arrendersi, tirerà un sospiro di sollievo sentendo la chiosa al suo ragionamento. C’è quella crono là in fondo che per lui potrebbe essere un’ancora di salvezza, cui però non vuole pensare.

«Voglio azzerare il gap prima di arrivare a sabato – dice – perché anche lui è forte contro il tempo. Non mi sento di dire quale potrebbe essere un margine per essere capace di batterlo. Conosco il percorso, l’ho fatto due volte. Ma cercherò di riprendere il più possibile in salita».

Marcato, un altro Tour e sempre… in fuga

15.07.2022
5 min
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La sua ultima volta al Tour fu nel 2020, quando si ritrovò a lavorare per il giovane sloveno che al penultimo giorno ribaltò il trono di Roglic e conquistò la maglia gialla. Pochi se lo aspettavano, qualcuno poteva sperarlo. Marco Marcato era già nella fase in cui il corridore si chiede se valga la pena continuare, ma di fronte a quella ventata di entusiasmo rimase in sella per un altro anno e poi scelse di scenderne per salire sull’ammiraglia.

Ritorno in Francia

Il suo ritorno al Tour è avvenuto quest’anno, sull’ammiraglia che quotidianamente anticipa la tappa e svela trappole e segreti ai direttori sportivi. Un ruolo che ha preso piede da qualche anno, come in primavera ci raccontò Vittorio Algeri. Un ruolo in cui il padovano può mettere ancora a frutto il suo occhio di corridore, in una sorta di viaggio verso l’età adulta. Oltre alle strade infatti, Marcato ha iniziato a scoprire tutto ciò che c’è intorno ai corridori. E ha capito di aver vissuto per anni in una bolla estranea a tutto il resto.

Ieri a Briançon, breve summit fra Marcato, Hauptman, Agostini e Gianetti, prima di partire
Ieri a Briançon, breve summit fra Marcato, Hauptman, Agostini e Gianetti, prima di partire

«Ho visto un’organizzazione – racconta – che da corridore magari non vedevo. La gestione di tutti i mezzi, ad esempio. Anche il semplice fatto che per ogni tipo di targa, c’è un parcheggio dedicato. C’è una via di uscita dedicata ai mezzi fuori corsa e un punto prestabilito per rientrarci. Anche andare alla feed zone, alla zona rifornimento, non è così semplice. Insomma, tante cose che da corridore non riesci a vedere, non te ne accorgi. Sei impegnato a correre, quindi non vedi quello che ti succede attorno. Pensi ai chilometri e a dove sia la borraccia, ma per far sì che la borraccia sia lì, la squadra fa un grosso sforzo. Ci sono tanti che lavorano dietro».

Cosa ti pare del tuo ruolo?

Nuove esperienze, un punto di vista diverso. Anche il fatto che io sia davanti alla corsa per dare indicazioni a chi è dietro mi permette di capire tutta l’organizzazione. Quanto a me, segnalo le strade o se c’è qualche punto tecnico. Quindi ad esempio le rotonde da prendere a destra o sinistra, in base alla via più veloce. Le curve più pericolose. Poi anche il vento, che nelle prime tappe ha dato fastidio.

Tappa di Longwy vinta da Pogacar. Marcato è già al pullman e accoglie Soler
Tappa di Longwy vinta da Pogacar. Marcato è già al pullman e accoglie Soler
La tappa del pavé?

Ho cercato di dare più informazioni possibili, lo faccio ogni giorno. Affinché i corridori abbiano chiara la situazione che li aspetterà nei chilometri successivi. Per la tappa del pavé sapevamo che Pogacar potesse fare bene, ma ugualmente ho segnalato le possibili cause di cadute o forature.

Di quanto tempo anticipi la partenza ufficiale?

Raggiungo la squadra per il meeting. Quindi ascolto un po’ quelli che saranno i programmi della giornata. E poi mi avvio davanti alla corsa, appunto per segnalare eventuali pericoli e situazioni che potrebbero creare appunto dei problemi durante la tappa.

Quindi la riunione si fa la mattina?

Si, normalmente la facciamo la mattina quando arriviamo al parcheggio dei bus. Di solito siamo lì un’ora e tre quarti prima della partenza, così abbiamo tempo per fare la riunione che dura circa mezz’ora. E poi restano il foglio firma e la partenza.

Sul pullman la riunione del mattino è gestita da Matxin e Hauptman (foto Fizza/UAE)
Sul pullman la riunione del mattino è gestita da Matxin e Hauptman (foto Fizza/UAE)
Fra voi direttori si fa un meeting dopo la tappa?

Sì, di solito si parla la sera, finita la tappa. Per capire quello che è stato e quello che sarà il giorno dopo. E come improntare la strategia della corsa. Ragioniamo da squadra, tutti dicono la loro opinione, poi è logico che alla fine le decisioni le prende il primo direttore. Giustamente si prende anche la responsabilità. Si dà ascolto a tutti e si fa sintesi.

Quando sul Granon si è staccato Pogacar avevi segnalato qualcosa?

C’erano dei punti pericolosi con delle rotonde anche per prendere la salita dei Lacets de Montvernier. Non ero tanto avanti, quindi la fuga non era ancora partita e nel caso in cui i corridori fossero arrivati a quel punto tutti in gruppo, sarebbe stato importante prenderla davanti, perché poteva dare dei problemi. Devi pensare anche a queste situazioni. Anche a fine discesa c’erano dei tratti tecnici. Le macchine dietro queste cose non possono saperle.

Le indicazioni di Marcato arrivano all’ammiraglia e da qui ai corridori
Le indicazioni di Marcato arrivano all’ammiraglia e da qui ai corridori
Ci sono anche gli strumenti per sapere come andrà la strada?

Abbiamo tutto quello che serve per vedere col computer le strade, le pendenze, tutto quanto. Però avere qualcuno avanti al momento giusto ti può dare delle indicazioni anche in base a come si sta evolvendo la corsa. Penso sia importante.

Dov’eri quando Tadej si è staccato?

Ai 6 chilometri. Stava ancora bene. Gli ho passato la borraccia e ho aspettato il momento di andare su. Non potete immaginare la sorpresa quando mi hanno raccontato come fosse finita…

Chiappucci rimanda Pogacar e alla crisi non ci crede

14.07.2022
5 min
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Nel 1992 Chiappucci scalò l’Alpe d’Huez cercando di staccare Indurain. Sono trent’anni tondi tondi. Lo spagnolo vestiva la maglia gialla, l’italiano era secondo in classifica. E il giorno prima con la fantastica impresa di Sestriere gli aveva guadagnato 1’42”. Claudio doveva recuperare i 5’26” lasciati a Miguelon nella crono di Lussemburgo lunga 65 chilometri. Per questo quando gli chiedi della reazione alla crisi di ieri avuta oggi da Pogacar con i suoi scatti, prima sta zitto e lo senti che si trattiene. Poi risponde.

«Reazione ne ho vista poca – dice – se voleva davvero fargli male, doveva partire all’inizio dell’Alpe d’Huez per mettere in difficoltà la sua squadra. Altrimenti con quegli scattini, gli fai le carezze. E soprattutto, come recupera se non ha la squadra?».

Il giorno dopo la crisi di fame si potrebbe avere paura di non aver recuperato, non credi?

Non so se abbia avuto davvero una crisi di fame. Oggi se ne è stato quatto quatto sino alla fine, poi ha fatto i suoi scatti e dopo l’ultimo si è piantato. Se vuoi attaccare davvero, tiri dritto e soprattutto non ti volti dopo ogni accelerazione. Sennò non serve a niente.

Se non è stata crisi di fame, cosa è stato?

Ha sprecato tanto nella prima settimana. Anche il giorno sul pavé, a cosa serviva fare quelle sparate? Lo guardo correre e ho la sensazione che ogni volta voglia dimostrare di essere il più forte. Solo che questa volta è diverso dallo scorso anno. Adesso ha davanti un avversario più forte, con un gregario come Roglic e altri compagni fortissimi. Mentre lui non ha la squadra che serve. Credo che la UAE abbia gli uomini, ma forse doveva portarne altri. E di sicuro adesso nessuno gli darà una mano…

Secondo Chiappucci l’errore di Pogacar è stato lasciare la corsa in mano alla Jumbo per i 3/4 della salita
Secondo Chiappucci l’errore di Pogacar è stato lasciare la corsa in mano alla Jumbo per i 3/4 della salita
In che senso?

Nel senso che se adesso possono fargli un dispetto, glielo fanno. Quando uno vuole tenerti sempre sotto scacco, appena puoi gliela fai pagare. Non è forte come credevamo, ma vedremo andando avanti. Il Tour è lungo e magari lui può crescere. Però mi spiegate a che cosa è servita la volata di oggi? A sprecare ancora?

Cosa ti pare di questo ciclismo così battagliero?

Mi piace relativamente poco. Quando arrivai davanti in quell’Alpe dHuez, venivamo dalla tappa di Sestriere, ben più dura di quella di ieri. E’ vero che magari sembrava tutto più faticoso perché avevamo mezzi diversi, non avevamo il potenziometro ma solo il cardio. Di sicuro avevamo una maggior fame agonistica che piaceva alla gente. Non facevamo le nostre cose per piacere agli altri, veniva da sé.

Froome si è giocato l’Alpe sino alla fine, ma ancora il gap dai migliori è notevole
Froome si è giocato l’Alpe sino alla fine, ma ancora il gap dai migliori è notevole
Torniamo all’ipotesi che abbia avuto una crisi di fame, qualcuno doveva ricordargli di mangiare?

Mica è colpa sua, questo è il ciclismo che rincorrono. Li vogliono professionisti già da juniores, si bruciano le tappe. A 18 anni non sono più ragazzini, sono sviluppati fisicamente e tecnicamente, ma si perdono in un bicchier d’acqua se salta la tecnologia. Ma alla crisi di fame non ci credo…

Proprio no?

Non credo che a questi livelli si trascurino i dettagli e che la maglia gialla possa dimenticarsi di mangiare, sarebbe grave. Il ragazzo ha vinto due Tour non la corsa del paese, credo abbia già fatto le sue esperienze. Non credo che i 23 anni possano essere una scusante, per lui e per chi lo gestisce.

Ti manca non aver mai vinto sull’Alpe d’Huez?

Avrei potuto quando arrivai quinto, ma c’era davanti la fuga e non riuscimmo a riprendere tutti. E alla fine è diventata la salita di Bugno, che l’ha vinta due volte. Ma non mi lamento, credo di aver fatto parlare. Credo che tutti noi abbiamo dato e ci siamo dati, mentre oggi c’è un’esagerazione tecnologica che li limita. Pensate che io non avevo neanche il procuratore…

Sei stato al Tour nella prima settimana, giusto?

Sì, lungo la strada, mischiato tra la gente, accompagnando tifosi. Loro chiedono e io rispondo. Ma non vado nei villaggi e nemmeno in televisione. Lì sono già tanti quelli che parlano di ciclismo.

Ciclismo e corsa: le obiezioni dell’osteopata

11.07.2022
4 min
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Il connubio ciclismo-corsa a piedi desta sempre molte discussioni. Le parole di Michael Woods non sono rimaste lettera morta e chiacchierando nell’ambiente è facile notare come ci siano quasi due partiti a confronto, tra chi è favorevole e chi mantiene un po’ di diffidenze. Avevamo sentito il preparatore Giacomo Notari plaudire alla possibilità di allargare gli orizzonti, pur con tutti i distinguo del caso. Maggiori riserve ha Michele Del Gallo, osteopata al Tour seguito della Uae Team Emirates al seguito della maglia gialla Pogacar, senza per questo chiudere del tutto la porta all’utilità dell’attività di corsa.

Michele Del Gallo lavora nel ciclismo dal 1996: è fisioterapista e osteopata al Uae Team Emirates
Michele Del Gallo lavora nel ciclismo dal 1996: è fisioterapista e osteopata al Uae Team Emirates

Woods ha ragione

Ragionando con Del Gallo, iniziamo proprio dalle parole di Woods sui rischi a livello osseo ai quali, dalla chiusura della carriera in poi, il ciclista può incorrere.

«Michael ha ragione – dice – tra l’altro non conoscevo il suo passato di mezzofondista di così alto livello. Di per sé il ciclismo a livello osseo può dare dei problemi proprio perché si tratta di un’attività che non contempla quei microtraumi di cui si è parlato, il continuo impatto, per certi versi anche forte, con il terreno che a lungo andare rafforza la densità ossea. Per questo un ciclista quando cade si frattura più facilmente di un altro sportivo, perché il fisico non è abituato a scaricare il proprio peso sul terreno, ma lo fa sulla bici attraverso un sistema di equilibrio e distribuzione delle forze».

La corsa può quindi avere una sua utilità?

Sì, ma dev’essere dosata e utilizzata quando serve. Sono contrario ad andare a correre nel corso della stagione e non credo ad esempio che chi è al Tour faccia anche qualche singola uscita per sgranchirsi al mattino, proprio perché le energie vengono centellinate, si guarda a tutto, dall’alimentazione al recupero dopo tappa. Diverso il discorso fuori dalle gare dove chi è abituato a fare altri sport è portato a dare sfogo alle proprie passioni.

Corsa Tour 2022
Per Del Gallo correre durante il Tour sarebbe un grave spreco di energie
Corsa Tour 2022
Per Del Gallo correre durante il Tour sarebbe un grave spreco di energie
Dal punto di vista muscolare, la corsa a piedi richiede un impegno diverso rispetto al ciclismo? Un massaggiatore si accorgerebbe quindi di quel che l’atleta ha fatto?

Sicuramente, ma teniamo conto che anche in periodo extragonistico, l’uscita a piedi non sarà mai intensiva, quindi non ci sarà uno stress muscolare come avviene per un allenamento ciclistico. Sono uscite molto “easy” e proprio per quello possono essere utili. Una cosa che notavo, facendo seguito a quanto ha detto Woods, è che molti ciclisti, smessa l’attività e passati a fare i diesse o altri ruoli, iniziano a correre a piedi, senza però ottenere quei risultati che ci si attenderebbe da chi viene da uno sport di endurance.

In che misura?

E’ la dimostrazione della differenza tra i due sport: cuore e polmoni saranno anche allenati in maniera simile, ma a livello muscolare c’è una forte differenza e chi va a correre a piedi va in difficoltà più facilmente di quanto avveniva in bici. E’ un dato oggettivo.

Corsa massaggio
Nel massaggiare la muscolatura, l’esperto si accorge dell’attività svolta dall’atleta e dell’intensità sostenuta
Corsa massaggio
Nel massaggiare la muscolatura, l’esperto si accorge dell’attività svolta dall’atleta e dell’intensità sostenuta
Quando allora la corsa può integrare la preparazione?

Nel periodo invernale, al pari di altre attività. Il nuoto ad esempio sarebbe molto utile, anche se è un’altra attività in assenza di peso e quindi non risponde a quei criteri accennati all’inizio per irrobustire l’ossatura, ma può dare molti benefici alla schiena. Indubbiamente per il ciclista un’attività che provochi continui microtraumi può essere un utile affiancamento alla propria preparazione, per preservare il suo futuro. Un’altra attività che può essere utile sono gli esercizi a corpo libero, che infatti stanno notevolmente prendendo piede nella preparazione del ciclista professionista.

Il discorso sull’ossatura è davvero così importante anche in termini di prestazione?

Altroché… Se studiamo il movimento ciclistico esclusivamente come unione di leve e forze, scopriremo come l’attività del quadricipite scarica la sua potenza sul punto di leva costituito dall’anca: se questa non è nel pieno della sua funzione, anche 1.000 watt di potenza non si tradurranno mai al 100 per cento, i watt saranno parzialmente dissipati. Il bacino deve essere fisso, ogni sbilanciamento fa perdere potenza.

Corsa inverno
D’inverno la corsa può dare indubbi benefici, anche a lungo termine (foto Craig Koleski/Red Bull)
Corsa inverno
D’inverno la corsa può dare indubbi benefici, anche a lungo termine (foto Craig Koleski/Red Bull)
In che cosa si traduce questo in termini di preparazione?

Una volta si lavorava di più sul potenziamento muscolare, ma ormai è un principio passato, se guardate gli sportivi attuali, non solo i ciclisti, hanno fisici meno ipermuscolati, proprio perché si lavora molto sulla stabilità per rinforzare tutto l’apparato. L’aumento di massa anche muscolare significa aumento di peso, di consumo energetico e maggiore esposizione agli infortuni. E’ un orientamento che riguarda lo sport in genere, non solo il ciclismo o la corsa.

Un cenno di Pogacar e UAE in testa. Poi l’esplosione allo sprint

07.07.2022
5 min
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Rafal, cosa pensi quando Pogacar vi chiede di tirare? «Mamma mia – risponde Majka sfinito – quando chiede di tirare è un problema. Non è mai per caso. E’ un corridore che veramente va fortissimo. Quest’anno va anche più dell’anno scorso. Mi sono allenato con lui quasi due mesi prima del Tour, non mi sorprende quello che sta facendo, perché si sa che è veramente un fenomeno. E quando ci ha chiesto di passare davanti nel finale, era già tutto scritto. Ce l’aveva nelle gambe».

La tattica di Van Aert

Pogacar ha vinto la tappa di Longwy, iniziata nel segno della maglia gialla in fuga. Adesso sulla tattica di Van Aert e dei suoi si comincia a mugugnare. La battuta più ricorrente che si sente è che una volta si pensava che fosse Van der Poel quello delle fughe illogiche, ma forse anche Wout a volte si fa prendere la mano.

«Credo di aver capito la sua tattica – ha appena detto Pogacar nella conferenza stampa – l’ha fatto perché era l’unico modo per vincere senza distruggere la squadra. Sapeva che per arrivare in volata, avrebbero dovuto tirare tutto il giorno. Ma devo dire che è stata una mossa ardita, era impossibile in tre resistere al ritorno del gruppo. Non abbiamo neppure dovuto tirare troppo. E una volta lì davanti, ho seguito il mio istinto».

Qualunque mossa faccia Van Aert, accenna Gianetti tornando verso il pullman, diventa credibile. Per questo alla fine erano tutti attenti. Non preoccupati, mancava ancora troppa strada.

L’occhio di Marcato

Il pullman del UAE Team Emirates è il primo che si incontra in cima al rettilineo. Appena lo sloveno ha tagliato il traguardo, Gianetti è corso verso il traguardo. Marcato invece si è messo ad accogliere i corridori. Prima McNulty, poi Majka, che nel finale hanno aperto la strada per la volata di Tadej. Le pacche sulle spalle sono davvero fragorose.

«Stiamo ricevendo un po’ di critiche dai media riguardo alla squadra – dice l’ex corridore padovano – però oggi abbiamo dimostrato che quando serve, noi ci siamo. E’ andata bene. Ora che lo osservo da fuori, vedo che Tadej è consapevole che sta bene e può fare bene. E’ arrivato qui determinato, ha preparato questo Tour al 100 per cento. E adesso dobbiamo raccogliere un po’ i frutti di tutto.

«Noi all’interno sapevamo che ieri poteva far bene, perché sappiamo come approccia quel tipo di corse e che la bici la guida bene. Il punto di domanda era per possibili cadute o forature, ma per quanto riguarda le sue capacità sul pavé eravamo tranquilli. Magari pensavamo che arrivasse la fuga, ma è andata così. Di sicuro fra lui e Van Aert c’è un po’ di rivalità e si vede…».

Matxin è il “tecnico dei tecnici” in casa UAE Emirates. A fine tappa ride dietro la mascherina
Matxin è il “tecnico dei tecnici” in casa UAE Emirates. A fine tappa ride dietro la mascherina

La calma di Matxin

Arriva l’ammiraglia, altri abbracci. Da una parte scende Hauptman, che non ha mai grande voglia di parlare. Dall’altra spunta Matxin, che viene preso d’assalto da Eurosport e poi dal resto.

«Stamattina nella riunione – racconta – ci siamo detti che era difficile lavorare tutto il giorno per tenere una fuga a distanza. Per cui abbiamo fatto la nostra corsa, credendo ai nostri corridori. Abbiamo aspettato Bennett che ha bucato due volte e Hirschi che ha male al ginocchio, anche se c’era Van Aert davanti. Sapevamo che potevamo andare a prenderlo.

«Aveva due minuti e per far rientrare tutti lo abbiamo fatto arrivare anche a quattro. Erano in tre, abbiamo chiesto di stare calmi e di non tirare. Poi ci siamo riuniti e abbiamo iniziato a menare. Ovviamente ci ha aiutato anche la EF Education-EasyPost che puntava alla maglia. Sarebbe stato perfetto per Powless prenderla, ma per un fatto di abbuoni non ci è riuscito ed è venuta da noi quasi senza volerla. Credo che la vittoria sia stata il suo modo di sdebitarsi con i compagni».

Anche allo sprint Tadej è imbattibile. Per lo sloveno tappa e maglia. E domani ha già detto che vuole il bis
Anche allo sprint Tadej è imbattibile. Per lo sloveno tappa e maglia. E domani ha già detto che vuole il bis

Alla Planche per vincere

Pogacar si guarda intorno e ascolta le domande, rispondendo col tono pacato di uno che non ha speso chissà quanto. Ma domani si arriva in salita e allora forse si vedranno altri sguardi.

«Domani voglio vincere – dice subito Tadej – perché ci sarà la mia famiglia per cui la tappa sarà più importante. E’ chiaro però che se andrà via la fuga e non riusciremo a controllarla, non sarà un disastro. In questi giorni è andato tutto bene e domani iniziano le montagne e sono contento di arrivarci in buona posizione. Se terrò o meno la maglia non posso dirlo ora, saranno le circostanze. Ma certo non è facile lasciarla andare».

La sesta tappa del Tour finisce in tasca al vincitore delle ultime due edizioni. Domani La Planche des Belles Filles risveglierà ricordi particolari di certo per Ciccone che lassù conquistò la maglia gialla, in Roglic che la perse e in Froome che là in cima si rivelò ormai 10 anni fa. Su tutti loro si allunga l’ombra di Pogacar. Il fatto che abbia detto di voler vincere ha già alzato la temperatura dello scontro.