Il morso di Pogacar prima delle salite. Processo alla Jumbo

06.07.2022
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In qualche modo un botta e risposta. Dal trionfo di Van Aert, ai dubbi sulla corsa dello squadrone olandese. Nel giorno in cui la Jumbo Visma ha lasciato affondare Roglic, Pogacar ha dato il primo morso a questa enorme mela che è il Tour. A 20,2 chilometri dall’arrivo, sul settore di pavé numero 3 da Tilloy les Marchiennes a Sars et Rosiers, lo sloveno ha rotto gli indugi seguendo Stuyven, allo stesso modo in cui ieri Van Aert ha dato fondo alle sue energie. E anche se non ha vinto la tappa, ha fatto in modo che tutti gli avversari vedessero le sue spalle allontanarsi e sparire in una nuvola di polvere.

«Il primo obiettivo oggi – dice il diesse UAE, Andrej Hauptman – era correre davanti per difendersi. Però con Tadej è così: quando trova l’occasione, lui parte. Oggi per noi è una buona giornata e andiamo avanti, perché il Tour è ancora lungo. Sapevamo che fosse bravo sul pavé. Ha fatto le sue ricognizioni, però in tappe come questa, devi avere anche fortuna. Oppure non devi avere sfortuna. Roglic ad esempio ha perso tanto, però questo è il ciclismo. E in una giornata come questa, ci poteva anche stare».

A 20,2 chilometri dall’arrivo, l’attacco di Stuyven e Pogacar: il gruppo esita
A 20,2 chilometri dall’arrivo, l’attacco di Stuyven e Pogacar: il gruppo esita

Lo stile di Tadej

Vederlo andare sul pavé non ha la poesia dei grandi della Roubaix. Di Cancellara, Ballerini oppure Boonen. Non ha l’armonia di una struttura disegnata per galleggiare sulle pietre, neanche tiene sempre le mani in basso o al centro del manubrio, il più delle volte le mette sulle leve dei freni. Però va dannatamente forte e dannatamente facile.

«Avevo paura che mi succedesse qualcosa – dice lui al termine delle formalità da sbrigare – ma ho scoperto di avere grandi sensazioni. Quando Stuyven ha attaccato, ho cercato di seguirlo. Andava davvero forte e sono contento di essere arrivato con lui al traguardo. Oggi doveva essere sopravvivere e non perdere terreno, invece alla fine ho guadagnato. Non troppo, ma posso essere soddisfatto. Ho sentito delle varie cadute, non sapevo di Primoz. Dopo due settori, c’era un gruppo davvero piccolo. Andavamo davvero forte sulle pietre. Stavano cominciando gli attacchi e io ho fatto la mia corsa cercando di non cadere».

Pogacar contento di aver guadagnato qualcosa, ma sfinito per seguire Stuyven
Pogacar contento di aver guadagnato qualcosa, ma sfinito per seguire Stuyven

Pasticcio Jumbo

Sono caduti invece quelli della Jumbo Visma, entrata in gara per schiacciare tutti e uscita dalla giornata con l’amaro in bocca. Van Aert caduto e ancora in maglia gialla. Vingegaard caduto e attaccato alla sua scia. Roglic caduto e sprofondato nell’ennesimo episodio sfortunato. Se il compito di Van Aert era quello di tenerli entrambi fuori dai guai, la squadra evidentemente ha fatto la sua scelta. E aveva ragione Garzelli: se hai due leader e uno ha problemi, dividi la squadra a metà perdendo efficacia? Oggi è andata così.

«E’ stato proprio diverso dalle classiche – ammette Van Aert dopo esserci tolto la polvere dalla faccia – io sto bene fisicamente, ma gestire il rientro dalla caduta non è stato facile. Abbiamo inseguito duramente, ma quando ho capito che non avremmo potuto fare quello per cui eravamo venuti, ho smesso di pensare alla maglia gialla. Ho dato per scontato che l’avrei persa. E quando Jonas (Vingegaard, ndr) ha avuto il guasto e ci sono stati problemi di comunicazione per darlgi la bici, mi sono messo al suo servizio. Roglic è lontano, non ci voleva. Ma il Tour è appena cominciato e sulle montagne tutto può ancora succedere».

Roglic è arrivato a 2’59”. Se le sue condizioni sono buone, magari potrebbe tentare di riaprire il discorso, ma sul coriaceo sloveno sembra abbattersi ogni volta una maledizione. Quasi che il Tour non gli abbia perdonato quel crollo nell’ultima crono del 2020. Chissà se tornare fra due giorni sulla salita dove tutto ebbe inizio (o dove cominciò la fine) lo aiuterà a scacciare i demoni di quel 19 settembre di due anni fa.

Caruso, storia già vista

Ancora una volta i migliori italiani sono stati Mozzato e Dainese, arrivati come Cattaneo, Pasqualon e Caruso nel gruppo di Van Aert. Per il siciliano, in particolare, la giornata segna l’inizio di un nuovo Tour, secondo lo stesso copione che lo scorso anno lo portò sul podio del Giro. La caduta e il ritiro di Jack Haig, al pari di quella di Landa di allora, privano la Bahrain Victorious del suo leader per la generale.

«Cadute e forature – dice Caruso – l’hanno fatta da padrone. Siamo stati sfortunati perché abbiamo perso Jack, io invece sono stato fortunato e bravo perché sono rimasto fuori dai problemi. Ho avuto anche buone sensazioni. Un ostacolo importante che abbiamo superato. Continuiamo giorno per giorno, siamo solo all’inizio

«Questa tappa ero venuto a provarla due volte soprattutto per i materiali. Però paradossalmente ho avuto sensazioni migliori in gara che durante la ricognizione. E’ stato difficile all’inizio quando il gruppo era numeroso, poi si è andato assottigliando ed è diventato meno stressante. Ma alcuni tratti erano veramente sconnessi».

Il miracolo di Clarke

Piuttosto, la tappa da Lille alla miniera di Arenberg l’ha vinta Simon Clarke, australiano classe 1986, sopravvissuto con il gruppetto in fuga ai vari inseguimenti di giornata. Anche a quello più inquietante da parte di Pogacar.

«Sapevamo del distacco – racconta al settimo cielo – e sapevamo anche che in un finale come questo è difficilissimo recuperare un simile vantaggio. Per prenderci, sarebbero dovuti andare super veloci. Ero sicuro che saremmo arrivati, mentre non ero sicuro che avrei vinto la tappa. La volata è stata lunghissima, è cominciata all’ultimo chilometro. Powless ha fatto un allungo pazzesco e ha preso margine. Per me aveva vinto lui. Poi Boasson Hagen si è messo a chiudere con un rapportone, mentre io continuavo a ripetermi di non andare in panico e stare calmo. E quando ha lanciato la volata e Taco Van der Hoorn gli si è messo dietro, io ho preso la sua scia. Non so come ho fatto, ma sono uscito e l’ho saltato. Non è stato niente di scontato».

«Che stagione – conclude – l’anno scorso ero senza squadra. Ho continuato ad allenarmi come se ci fosse. Quando stamattina mi hanno detto che toccava a me andare in fuga, ho pensato che le due tappe vinte alla Vuelta e la maglia rosa al Giro del 2015 erano tutte nella prima settimana. Per questo ci ho creduto. Ma quando ho dato il colpo di reni, ve lo giuro, ho solo pregato che fosse abbastanza».

Gianetti, un giorno pericoloso e il naso rotto 35 anni fa

06.07.2022
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Non dovrebbe piovere, pensa Gianetti guardando il cielo. Ugualmente la tappa che prenderà il via da Lille all’ora di pranzo si annuncia piena di insidie. Tra polvere, buche e pietre sconnesse, anche una foratura potrebbe rivelarsi fatale. Ieri Van Aert ha colto tutti in castagna, sorprendendo anche Pogacar (che in apertura taglia il traguardo di Calais). Oggi nella tappa che si conclude vicino alle vecchie miniere di Arenberg potrebbe succedere la stessa cosa?

«Le tappe del Tour rendono nervosi – dice Gianetti – ogni giorno c’è vento, pavé, poi altri tranelli. Il Tour de France è questo e bisogna essere concentrati e pronti in ogni momento. E’ chiaro che se dovesse anche piovere, sarebbe un altro problema. Vorremmo tutti che il Tour si giocasse per le forze in campo e non tanto per le sfortune e le disavventure che possono arrivare. Sarebbe bello che tutti i migliori si potessero confrontare sul pavé e nelle tappe di montagna e che nessuno avesse sfortune…».

Vigilia della tappa sul pavè, ieri dopo l’arrivo a Calais. Gianetti non sta mai fermo
Vigilia della tappa sul pavè, ieri dopo l’arrivo a Calais. Gianetti non sta mai fermo

In casa UAE Emirates è giorno di esami. Ed è soprattutto l’imponderabile a destare qualche apprensione in più. Finché si tratta solo di pedalare, Pogacar non ha problemi: prendete la crono di Copenhagen, stava per vincerla. Ma per la legge dei grandi numeri e il fatto che finora la sfortuna si sia abbattuta soltanto sui suoi avversari, l’ansia viene da sé.

Mauro, in questi giorni Tadej ha fatto da sé, ma sul pavé la squadra potrebbe essere decisiva?

La squadra serve tantissimo e serve sempre. Oggi, come poi nelle tappe di salita, oppure quelle col vento. Ci sono squadre più attrezzate per le tappe mosse e quelle più attrezzate per le montagne. La squadra è fondamentale qui al Tour.

Nella scorsa primavera, Pogacar e Trentin in ricognizione sul pavé, pensando a Fiandre e Tour: per Gianetti una fase cruciale
Nella scorsa primavera, Pogacar e Trentin in ricognizione sul pavé, pensando a Fiandre e Tour
Però intanto aver corso sul pavé ad aprile ha dato a Tadej ancora un po’ di fiducia?

E’ stato un passaggio fondamentale. Prima, perché potesse capire le sue capacità. E poi perché verificasse le sue capacità di fronte agli altri. E’ arrivato quarto al Fiandre, adesso sa che pedala bene sul pavé e questo è importante.

Si farà sentire l’assenza di Trentin?

Tantissimo (lo dice senza lasciarci finire la domanda, ndr)! Soprattutto pensando a queste tappe. La scelta era di avere Matteo Trentin con un’idea ben chiara e ben precisa. Ora abbiamo Marc Hirschi che potrà essere più utile di quanto sarebbe stato Matteo sulle montagne, ma qui il disagio per l’assenza di Matteo sarà evidente.

Il maxi schermo sul pullman del UAE Team Emirates è ogni giorno il ritrovo dei giornalisti
Il maxi schermo sul pullman del UAE Team Emirates è ogni giorno il ritrovo dei giornalisti
Come hai reagito quando ti hanno detto che non ci sarebbe stato?

Incavolarsi serve a poco. Dispiace per la squadra. Dispiace per Matteo, perché anche lui ci credeva. Ho allargato le braccia, c’era poco da fare. La cosa peggiore è che Matteo sta benissimo. E’ semplicemente positivo, senza nessun sintomo. Neanche mal di gola e mal di testa. E’ disarmante pensare che un ragazzo che ha investito dei mesi di lavoro, le emozioni, la famiglia… Per andare al Tour, c’è da fare un investimento personale. Fai dell’altura da solo, stai tanto lontano da casa. E il giorno prima ti dicono che non puoi partire… Non è facile.

Come ti sentiresti, corridore da 62 chili, dovendo fare una tappa come questa?

Direi parole irripetibili. Mi è già capitato una volta, mi pare fosse il 1989. Il giorno prima addirittura caddi e mi ruppi il naso. Ricordo che affrontai il pavé con il naso rotto e gli ultimi due settori, visto che ormai ero ultimo e staccato, li feci a piedi per quanto mi faceva male il naso. Pensavo di ritirarmi e intanto il direttore sportivo mi ripeteva che ormai potevo arrivare a Parigi. Eravamo alla seconda tappa, ma ebbe ragione lui. Fatta Roubaix, arrivai a Parigi.

La stessa bici

Intanto dal camion dei meccanici, Alessandro Mazzi fa sapere che per la tappa di stamattina, Pogacar utilizzerà la stessa Colnago dei giorni scorsi, con l’unica variazione del reggisella, che sarà quello di serie. Per le altre tappe, la squadra sta utilizzando invece una versione Darimo alleggerita per Colnago.

«Avrà poi ruote tubeless Bora WTO da 45 millimetri con pneumatici da 30 millimetri – dice – con un inserto all’interno, mentre ad aprile per il Fiandre ha usato le 28. Davanti terrà il 39-54 e dietro un 11-29. La stessa sella e anche il nastro manubrio sarà il solito. Ha fatto delle ricognizioni con la bici settata a questo modo e si è trovato a suo agio».

Il Covid, l’esclusione, Pogacar: parla Trentin

04.07.2022
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«Quando ho saputo di essere positivo al Covid non sono cascato dal pero. Lo sarei stato molto più se i motivi fossero stati altri». Matteo Trentin è uno scrigno di filosofia nell’apprendere e metabolizzare la sua positività al Coronavirus e il conseguente abbandono anzitempo del Tour de France.

Il corridore della UAE Emirates doveva essere parte della squadra che avrebbe aiutato Tadej Pogacar alla conquista del terzo Tour e invece è rimasto casa. A guardare, neanche così tanto assiduamente (per ora), la Grande Boucle “dal divano”. Una volta saputo della sua positività al Covid, Matteo ha salutato tutti, ha fatto gli in bocca ai suoi compagni ed è uscito dalla chat.

«Neanche volevo disturbarli troppo. Vi assicuro che soprattutto i primi giorni sono molto frenetici e nervosi».

Sul palco gli UAE erano in 7 anziché 8. Mancava Trentin e il suo sostituto Hirschi era in viaggio
Sul palco gli UAE erano in 7 anziché 8. Mancava Trentin e il suo sostituto Hirschi era in viaggio

Matteo a casa

Mentre parliamo con Trentin, il Tour saluta la Danimarca.

E’ arrivato in Francia con dei voli charter. I corridori si sono “riposati” e hanno tirato un primo micro-bilancio.

Un bilancio che parla di stress, cadute e di volate.

«Come dicevo – racconta Trentin – non sono stato totalmente sorpreso dal mio Covid. Alla fine sono due anni che c’è questa situazione e siamo tutti appesi ad un filo. Ci può stare.

«Da parte mia non ho mai avuto assolutamente niente: totalmente asintomatico. La cosa buona è che per fortuna, avendo corso l’italiano in Puglia, sarei dovuto arrivare un giorno dopo e quindi di fatto non ho avuto contatti con i ragazzi, non ho creato scompiglio con il Covid».

Il morale di Matteo è buono, l’ha presa bene. Certo, quando gli diciamo che il suo spirito è positivo lui ribatte, scherzando: «Non dire positivo che porta sfortuna!».

«Chiaro che non è stato bello – riprende il trentino – Ovviamente mi è dispiaciuto tantissimo, sia per me che per la squadra. Anche per me sarebbe stata una bella esperienza andare al Tour con Tadej. E’ l’uomo che ne ha vinti due e punta al terzo. D’altra, parte purtroppo è andata così. Ma le regole sono queste. E alle regole dobbiamo sottostare in tempo di Covid. Sappiamo che sparando nel mucchio dei controlli può starci».

«E poi non mi è andata male se penso agli altri corridori che hanno preso questo “long Covid”, che sembrerebbe funzionare come una mononucleosi, piò o meno».

Grande intensità nelle prime tappe del Tour, anche se nella terza frazione gli stessi corridori hanno parlato di fasi tranquille
Grande intensità nelle prime tappe del Tour, anche se nella terza frazione gli stessi corridori hanno parlato di fasi tranquille

Trentin uomo in più

In queste prime fasi di Tour, come abbiamo accennato, abbiamo visto parecchie cadute. Persino nella crono inaugurale ce ne sono state. E poi nelle prime due frazioni in linea. Il solito nervosismo. Abbiamo visto blocchi per team compatti: se cade un corridore in un determinato spicchio di gruppo cade mezza squadra. E in tutto ciò Pogacar, stando in “semi-autonomia, si è già giocato due o tre jolly. Se l’è cavata da solo.

In queste condizioni Trentin ci sarebbe stato bene. Sarebbe stato oro.

«Quale sarebbe stato il mio ruolo? Aiutare! Stare vicino a Tadej nei momenti in cui si era nel “mio campo”: pianura, tappe mosse, vento, pavè… Avrei dovuto portare gli scalatori nella posizione consona prima delle salite».

«Sin qui ho dato uno sguardo al Tour, ma non è stato uno sguardo troppo assiduo. Ho visto bene la crono. Quel giorno Pogacar ha fatto una super prova. E per “azzurrità” ho tifato Pippo Ganna. E vi dirò che tutto sommato sono anche contento che abbia preso la maglia gialla Lampaert: se lo merita ed è un gran bel corridore».

«Nelle due tappe in linea ho visto che Tadej è incappato in una transenna e se l’è cavata».

«Insomma – aggiunge dopo una breve pausa – l’ho presa con filosofia okay, ma mi serve pur sempre una settimana per riprendere a guardare il Tour con serenità!».

In primavera Matteo era andato in avanscoperta anche dei tratti di pavè che avrebbe affrontato il Tour (foto Instagram – Fizza)
In primavera Matteo era andato in avanscoperta anche dei tratti di pavè che avrebbe affrontato il Tour (foto Instagram – Fizza)

Verso il pavè

Ma adesso si va verso quello che Trentin ha chiamato “il suo campo”: pianura e pavé. Un uomo come lui sarebbe stato super importante per lo sloveno. 

«Con Pogacar abbiamo corso abbastanza poco insieme – riprende Trentin – soprattutto per calendari diversi. Io ho fatto la Parigi-Nizza e lui la Tirreno. Quest’anno ci siamo incontrati al Fiandre e lo scorso anno allo Slovenia. E anche quando siamo a casa (Monaco, ndr) non ci vediamo così tanto. Primo, perché abbiamo altri orari. Io avendo i bambini esco prima. E secondo, perché lui è col gruppo degli scalatori e fa altri lavori».

«Da un punto di vista tecnico, ero andato a vedere la tappa del pavè. E posso dire che i primi cinque settori sono veramente brutti. A meno che non li abbiano sistemati. Magari li hanno sistemati in questi mesi. Non ho un aggiornamento dell’ultimo momento».

Al termine delle frazioni, Pogacar ha ringraziato i compagni che gli erano vicino. Segno che c’era tensione
Al termine delle frazioni, Pogacar ha ringraziato i compagni che gli erano vicino. Segno che c’era tensione

Ma quali consigli?

Insomma Trentin sarebbe stato a Pogacar, come Van Aert a Roglic. L’asso delle pietre al servizio dello scalatore.

«Tadej – dice Trentin – ha dimostrato però di essere uno scalatore atipico. E lo abbiamo visto anche al Fiandre, dove si è districato egregiamente. Ovvio, le pietre della Roubaix non sono le pietre del Fiandre, sono più cattive. Senza salite diventano più veloci. E’ un po’ diverso ed essendo anche leggero rimbalzerà un po’ di più».

 

La UAE ha sostituito Matteo con Hirschi. Ma sarà più Laengen, gigante norvegese da 1,95 metri, a stargli vicino in queste prime frazioni tra vento e pavè. E lo stesso vale per Bjerg (forse un po’ troppo poco esperto). Anche se Pogacar sembra più seguire i “consigli” di Garzelli in diretta tv, cioè accodarsi alle squadre più quotate.

«Però sin qui Tadej si è difeso talmente bene su ogni terreno che si fa fatica a dargli dei consigli. Sì, magari qualche dritta sulla posizione, su come mettere le mani sul manubrio, su come pedalare… ma probabilmente non ne ha neanche bisogno».

Microfono a Tadej. «Ho una squadra forte, non solo in salita»

01.07.2022
4 min
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La conferenza stampa indetta della UAE Emirates è affollata anche via internet. Sono tantissimi i giornalisti di tutto il mondo venuti ad ascoltare Tadej Pogacar a poche ore dall’inizio del Tour de France.

Un debutto quello della Grande Boucle che, seppur privo di salite, ha caratterizzato gran parte delle domande. Come la metteranno con vento e pavé i ragazzi di Mauro Gianetti (il team manager) contro squadre che sembrano più attrezzate? Quasi ci si dimentica del resto.

Tour 2020. Verso Lavaur, ventagli e qualche caduta. Il gruppo esplode. Vince Van Aert, Pogacar incassa 1’21”
Tour 2020. Verso Lavaur, ventagli e qualche caduta. Il gruppo esplode. Vince Van Aert, Pogacar incassa 1’21”

Insidie ed entusiasmo

E proprio da qui si parte. Tutto sommato il rischio più grosso nel 2020, Pogacar lo corse proprio nei ventagli. Fu l’unico momento di difficoltà. Verso Lavaur perse 1’21”. Magari gli è rimasto un brutto ricordo, qualcosa da “vivere con tensione”.

Di contro, dalla sua c’è che ha maturato esperienze preziose proprio nelle classiche del Nord. Ma nel 2020 erano un altro Tadej e un’altra UAE Emirates.

«Come faremo?», si chiede Pogacar. «Sappiamo che è difficile, che basta un giorno storto e tutto può svanire, ma noi cercheremo di stare attenti, di correre davanti e di dare il massimo. Credo che abbiamo una squadra molto forte anche per queste tappe iniziali, tra vento, pietre, ponti sul mare…».

In molti già prima del via hanno puntato il dito sulla forza della UAE Emirates nelle prime tappe. Che poi il supporto della squadra a Pogacar è una sorta di ritornello degli anni scorsi.

E l’assenza di Trentin (positivo al covid, ndr) non fa altro che aumentare questi dubbi. Ma in squadra ci hanno lavorato e certamente su carta in salita sono più forti.

Lo sloveno, parla con tranquillità. Come sempre, sembra che tutto gli scivoli addosso. Sembra che due Tour non li abbia vinti lui.

«Non vedo l’ora di iniziare a correre. L’accoglienza di Copenhagen ieri alla presentazione delle squadre è stata unica.

«Mi sono preparato bene. Il Tour è la gara più importante dell’anno ed io sono felice di essere al via a lottare per la vittoria. Ci aspetta una bella sfida. Qualche volta sarà divertente, altre brutale. Ma noi siamo pronti e – ripete – la squadra è forte».

Sul palco gli UAE erano in 7 anziché 8. Mancava Trentin, mentre il suo sostituto Hirschi era in viaggio
Sul palco gli UAE erano in 7 anziché 8. Mancava Trentin. Il suo sostituto Hirschi era in viaggio

Tadej l’esperto

La cosa che colpisce è come sempre la naturalezza di questo ragazzo. Non tanto ciò che dice, semmai come… lo dice.

«Credo – riprende Tadej – di essere in una forma simile rispetto allo scorso anno, almeno i dati dicono questo. E credo che sia per questo motivo che mi sento in fiducia. La preparazione è stata buona, sono stato in quota, poi al Giro di Slovenia, poi di nuovo in quota. Presto scoprirò se questo lavoro darà i suoi frutti».

«Mi sento più sicuro perché di anno in anno acquisisco esperienza. Poi una giornata no ci può stare. Io spero di non averla mai, ma con la consapevolezza di aver svolto una buona preparazione e sapendo di avere una squadra forte attorno (concetto ribadito ancora una volta, ndr), la fiducia aumenta da sola».

La squadra fa blocco attorno al suo leader giustamente. Tuttavia il fatto che non si parli di salite, di tappe come Alpe d’Huez o Hautacam rivela che anche nel clan UAE un po’ di tensione per queste prime frazioni c’è eccome.

Giro di Slovenia dominato da Pogacar e Majka. Qui la 4ª tappa che i due si sono giocati a “cartasassoforbice”
Giro di Slovenia dominato da Pogacar e Majka. Qui la 4ª tappa che i due si sono giocati a “cartasassoforbice”

E Majka?

La UAE Emirates in conferenza stampa ha portato anche Rafal Majka. Il polacco è reduce dalla doppia, anzi, “tripla” vittoria al Giro di Slovenia, guarda caso vinto dal suo capitano. Bisogna considerare anche quella a “morra”!

«Lavoro vicino a Tadej ogni giorno – ha detto Majka – sono qui per aiutarlo soprattutto nelle tappe in salita, ma questo non significa che non lotterò al suo fianco anche in altre frazioni. Sappiamo fare un certo di lavoro anche in pianura».

Allo Slovenia Majka è stato molto vicino a Pogacar anche in salita, dimostrando una gran condizione. E quando glielo fanno notare l’esperto polacco mette le mani avanti.

«Sì, allo Slovenia sono andato forte, ma il Tour è un’altra cosa. E noi siamo tutti qui per Tadej».

Insomma, Rafal non ci pensa proprio ai suoi spazi e a fare lo sgambetto al leader sloveno, per le ambizioni personali». 

Troia, unico gregario UAE ai tricolori. E su Molano squalificato…

17.06.2022
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Dopo il Delfinato, chiuso anzitempo durante l’ottava tappa (in apertura si scalda al via di una delle tante frazioni di montagna), e prima dei campionati italiani, Oliviero Troia è a casa per recuperare le forze. Sullo sfondo si riconosce la voce del figlio Giulio, che ha compiuto un anno a marzo. In Puglia, “Olly” avrà il suo bel da fare, dovendo lavorare per Covi e Formolo. Il giorno sarà caldo e di gregari italiani in squadra non ce ne sono altri.

Quello in corso è il sesto anno al UAE Team Emirates, una squadra che dal suo arrivo ha cambiato decisamente direzione e pelle. Al punto che per un granatiere come lui non c’è stato ancora posto fra Giro e Tour, per i quali s’è scelta da un pezzo la linea degli scalatori.

«Il mio periodo – dice – sarebbero state le classiche del Belgio. Anche questa è stata una stagione particolare fra Covid e cadute. In Belgio ho sempre lavorato per Trentin, dal Fiandre alla Roubaix, facendo anche il lavoro in partenza. E nei momenti giusti ci si è messa la sfortuna. Alla Roubaix ero davanti con Matteo nella Foresta di Arenberg, ma ho bucato e ho dovuto farla tutta con la ruota a terra. E quando ho cambiato la ruota, la corsa era già lontana».

Alla Roubaix era in testa con Trentin nell’Arenberg, poi ha bucato e addio sogni…
Alla Roubaix era in testa con Trentin nell’Arenberg, poi ha bucato e addio sogni…

Molano provocato

Dopo le classiche, lo hanno assegnato al treno di Molano, che però al Delfinato si è fatto squalificare per aver dato una manata a Hugo Page nella sesta tappa.

«Sinceramente – ammette – non ho assistito alla scena. Quel giorno ho tirato per lo sprint e poi mi sono rialzato. Posso però dire che già due giorni prima, Page fece un’entrata su Molano facendolo quasi cadere e lui gli disse di stare attento. In televisione la provocazione non si vede, perché le immagini iniziano dal momento in cui è il nostro a reagire. Ma quel giorno sicuramente si è spaventato e il suo gesto in corsa è stato per difesa. Sono cose che non si fanno, ma anche l’altro non si è comportato da santarellino. Rischiare di cadere a 75 all’ora può rendere nervosi...».

Obiettivo contratto

Quel che manca al momento sono fortuna e fiducia, che camminano spesso a braccetto quando sai di dover rinnovare il contratto e non riesci a fare quel che vorresti.

«Il fatto di non andare al Tour – dice – poteva essere prevedibile, perché Pogacar ha bisogno di scalatori e in squadra c’è la rincorsa per partecipare. Chi va in Francia lo sa da tempo, in modo da poter impostare la preparazione. Mi è dispiaciuto non fare il Giro, questo devo ammetterlo, e spero a questo punto di poter andare alla Vuelta. Il discorso del contratto? Spero di rimanere e di poterlo rinnovare».

Nella tappa di Laval alla Boucle de la Mayenne, Molano abbraccia Troia dopo la vittoria
Nella tappa di Laval alla Boucle de la Mayenne, Molano abbraccia Troia dopo la vittoria

Basta sfortuna

Per questo sarà importante dare una bella sterzata al resto della stagione. Dopo i campionati italiani, il ligure andrà perciò in altura e da lì inizierà a ragionare sul calendario, che lo vedrà in primis impegnato al Giro di Vallonia di fine luglio.

«Bisogna che gli astri si allineino nel modo giusto – dice – perché la condizione ce l’ho. Al Tro Bro Leon ero davanti, ma ho avuto problemi alla bici ai meno 20 e non sono riuscito a rientrare. Ora mi hanno affiancato a Molano e la cosa potrebbe funzionare. Perciò adesso sarà importante fare un bel lavoro agli italiani e poi avere un bel programma per la seconda metà. So quello che posso dare, mi piace quando ho il mio spazio. Serve solo che le cose girino nel verso giusto».

Francia nel mirino. Matxin svela i piani della UAE Emirates

14.06.2022
5 min
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Tra Giro d’Italia e Tour de France. Un periodo sempre particolare per i corridori e anche per i team. Con Joxean Fernandez, al secolo Matxin, andiamo a vedere cosa succede in casa UAE Emirates. La società asiatica infatti al Delfinato, senza il suo leader Tadej Pogacar è quella che si è vista meno, tra gli squadroni.

Come è stato il loro dopo Giro? Come stanno approcciando il Tour? Sono i campioni uscenti e non possono passare di certo in secondo piano.

Matxin con Almeida dopo la tappa dell’Aprica. Due sere dopo il portoghese inizierà a stare male e lascerà il Giro
Matxin con Almeida dopo la tappa dell’Aprica. Due sere dopo il portoghese inizierà a stare male e lascerà il Giro
Matxin, partiamo dal post Giro. Qualcuno ipotizzava che non avendo finito la corsa rosa, Joao sarebbe andato al Tour. E così?

Assolutamente no. Nessuno di quelli del Giro, almeno inizialmente, è stato previsto per il Tour. E vogliamo mantenere questo planning annuale. Ad inizio stagione facciamo un programma personalizzato (calendario e di conseguenza la preparazione) con i singoli ragazzi. Li ascoltiamo, sentiamo cosa gli piacerebbe fare e insieme alle esigenze della squadra tiriamo giù un programma e cerchiamo di mantenere la parola data.

Così ognuno sa cosa deve fare e farsi trovare pronto…

Esatto. Ma la realtà è che con il covid alcune cose possono variare, ma quello è un altro conto. Può succedere che un ragazzo non sia in condizione, ma di base si rispetta il programma. Così da lavorare più serenamente e con le idee chiare.

Tornando a Joao Almeida: come sta?

Piò o meno si è ripreso. Ci ha messo un po’ per negativizzarsi. Ha iniziato a pedalare, ma prima ha dovuto superare il nostro protocollo che è abbastanza stringente. Sapete con tutti i problemi di cuore che ci sono stati. Sarebbe dovuto rientrare al Giro di Svizzera, ma non è il caso di fargli fare subito sforzi del genere. Per il resto non mi preoccupo di quello che dice la gente. Nel suo programma c’erano il Giro e la Vuelta. Se poi chiaramente si fosse fermato dopo tre tappe allora qualcosa poteva cambiare. E poi non è da noi far fermare un corridore per portarlo ad un altra corsa. E’ successo, ma per ben altri motivi.

A chi ti riferisci?

A Gaviria al Romandia. Lo abbiamo fermato prima delle due tappe finali, due tapponi di montagna, per portarlo al Gp Francoforte che invece è per velocisti. Ma prima ne avevamo parlato con l’organizzatore, in segno di rispetto.

Anche Hirschi è tornato a dare grandi segnali. Sarà al Tour o meglio avere più “gregari puri” per Pogacar?
Anche Hirschi è tornato a dare grandi segnali. Sarà al Tour o meglio avere più “gregari puri” per Pogacar?
E veniamo a Pogacar: come sta Tadej?

Bene. Sta seguendo il suo percorso di avvicinamento al Tour in modo corretto. Abbiamo stretto un accordo con Livigno per i suoi ritiri in altura. Ed è tutto come previsto dal suo coach, Inigo San Millan. Correrà al Giro di Slovenia (dal 15 al 19 giugno, ndr).

Ha cambiato qualcosina nei suoi lavori, magari più qualità o al contrario più resistenza?

Più che altro posso dire che sta testando la nuova Colnago da crono. Ci sta uscendo molto. E poi sta curando le cose di cui ha più bisogno, quelle nelle quali sentiva di essere più carente. La nostra idea comunque è di lasciarlo in quota il più possibile, in modo tale che questa altura se la ritrova nella seconda e nella terza settimana del Tour, quando serve davvero. In tal senso fare lo Slovenia è perfetto.

La squadra per il Tour l’avete fatta?

Per il 95% anche 97% direi… è stata fatta. Tra Delfinato e Svizzera la sveleremo, aspettiamo che tutti svolgano il loro programma, come detto all’inizio. Idem le riserve.

Anche loro si allenano come se dovessero andare in Francia?

Sì, anche loro saranno pronti. Però i nomi non posso dirli. Spetta alla squadra e poi vorremmo fare un bel lancio social. Poi è chiaro che ci sono ragazzi imprescindibili come Majka e Soler, così come McNulty più o meno… Già vi ho detto molto!

Pogacar (a destra) in allenamento sulle strade di Livigno con i suoi compagni Majka e Laengen (foto Instagram)
Pogacar (a destra) in allenamento sulle strade di Livigno con i suoi compagni Majka e Laengen (foto Instagram)
Certo, Matxin, che il Richeze visto al Giro sarebbe una manna nelle tappe di pianura e del pavé di inizio Tour?

E’ stata una scelta mia: al Tour non portiamo velocisti. Non c’è Max, ma abbiamo tanti altri corridori in UAE che possono fare bene sul pavé e col vento. Penso a Trentin, a Laengen.

Si è ritirato per febbre, ma visto come stava andando al Delfinato, Ayuso al Tour sarebbe stata una bella suggestione…

No – risponde secco Matxin – per nulla! Juan ha 19 anni. E lo dico io che credo in lui da quando era un allievo di primo anno. Il mio è un no, senza ombra di dubbio. Penso alla sua carriera. Juan ha davanti a sé 15 anni e se vuol crescere e avere una carriera a lungo termine, non solo quella in relazione al contratto con la UAE, deve fare le cose con calma e sbagliare poco. Sin qui la corsa più lunga che ha fatto è stato il Giro U23 lo scorso anno. E poi non porterei mai un campione, sentite: ho detto campione, per farlo fermare al secondo giorno di riposo. E lo stesso vale per la Vuelta. Discorso diverso per il velocista.

Sei stato molto chiaro!

Guardate, portare il giovane ad un grande Giro e poi farlo fermare l’ho fatto una sola volta con Felline (il riferimento è alla Footon-Servetto del 2010, ndr). Ma all’epoca eravamo una squadra molto piccola, avevamo poche chance e neanche un programma di gare definito.

Un Covi enorme si prende il Fedaia e salva la UAE

28.05.2022
6 min
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«Forse è davvero il Karma – dice Covi sorridendo – nel 2019 quassù ebbi una bella delusione. Stavo lottando per il podio al Giro d’Italia U23 e non essendo uno scalatore, sarebbe stato un bel risultato. Invece dovetti arrendermi ai colombiani che quel giorno si presero tutto (Einer Rubio vinse la tappa, Mauricio Ardila il Giro, ndr). Oggi ancora qui sul Passo Fedaia ho provato la più grande gioia sportiva da quando corro».

Gran mal di gambe

Questo è un giorno che Alessandro non dimenticherà tanto facilmente. Nella tappa in cui Jai Hindley ha buttato giù Carapaz dalla testa della corsa, il piemontese (nato a Borgomanero, anche se vive a Taino, in provincia di Varese) del UAE Team Emirates è partito in fuga al terzo chilometro del Pordoi e ha realizzato un’impresa che in certi momenti è parsa disperata.

Lo ha fatto con la sfrontatezza che lo ha sempre accompagnato e negli ultimi mesi si sta trasformando in grande concretezza. Non ha perso una pedalata. A volte ha fatto fatica a trovare il rapporto e ce ne spiegherà il motivo. Ma soprattutto è riuscito a gestire la fatica e il mal di gambe senza dare troppo peso al ritorno di Novak, che per qualche chilometro è parso sul punto di riprenderlo.

Ai meno 3 dall’arrivo, il mal di gambe ha fatto temere a Covi che arrivassero i crampi
Ai meno 3 dall’arrivo, il mal di gambe ha fatto temere a Covi che arrivassero i crampi

«Era fondamentale essere in fuga – racconta – e già stamattina avevo pensato che se fossi riuscito a prenderla, non avrei potuto aspettare l’ultima salita. Era importante scollinare per primo dal Pordoi, fosse stato anche con 10 secondi. Poi mi sarei buttato in discesa e sarei arrivato ai piedi del Fedaia con un po’ di vantaggio. Mi sarebbe bastato un minuto, ci sono arrivato con 2’30” e un gran mal di gambe».

Sul limite dei crampi

Il Fedaia picchia sodo. Il giorno è fresco, la gente è assiepata e arroccata su un’allegria da Giro d’Italia che sa di ritorno alla normalità. Grigliata e birre, tante bici. Il popolo del ciclismo è una tribù variopinta e fantastica.

Covi ha fatto la discesa dipingendo curve con tratti d’autore. Ha mangiato. Ha mandato giù borracce. Ma quando la pendenza ha iniziato a incattivirsi, il vantaggio ha iniziato a scendere e da dietro è partito Novak come una contraddizione. Se hai Landa che lotta per la generale, perché non lo aspetti come ha fatto Kamna per Hindley?

Il gruppo giù dal Pordoi, tirato blandamente dal Team Bahrain: come hanno corso?
Il gruppo giù dal Pordoi, tirato blandamente dal Team Bahrain: come hanno corso?

«Come l’ho gestita mentalmente? Pensavo solo al mal di gambe – dice Covi – e a dare quel che mi rimaneva e che potevo fino alla riga. Ero sul limite dei crampi. Quelli erano l’unica cosa che non doveva venire. Per questo cercavo di cambiare il rapporto per tenere il ritmo e anche se sembravo andare a vuoto, credo di essere riuscito a tenere un bel ritmo. Se fosse arrivato Novak, avrei preso fiato e l’avrei battuto allo sprint. Oggi volevo vincere».

Almeno 10 Giri davanti

E così vendetta è fatta. Avevamo parlato con Covi, Formolo e Ulissi per sapere come avrebbero reagito all’uscita di scena di Almeida, fermato dal Covid. Avevano promesso che sarebbero andati in fuga e oggi nell’azione che ha deciso la tappa c’era anche il Formolo sornione, che finché ha avuto forza, gli ha guardato le spalle.

«L’uscita di scena di Almeida – ripete – è stato un colpo durissimo. Spesso guardiamo solo alla corsa, ma il rapporto fra compagni si costruisce prima e la corsa è la parte minore. Con Almeida ho fatto un training camp in cui progettavamo di vincere il Giro oppure andare sul podio. Nei giorni in cui c’è stato, ognuno di noi ha lavorato per lui in base alle sue caratteristiche. Io non avrei mai potuto scortarlo in salita, ma lui ogni sera ci ringraziava. Quando è andato via gli ho detto: “Siamo giovani, abbiamo davanti almeno altri 10 Giri d’Italia. Ti tocca ancora tanta fatica!”. Il ciclismo sta cambiando pelle. Sono stato contento di vedere Hindley in maglia rosa, perché è un bravo ragazzo e in gruppo si comporta sempre bene».

Cappellino e ciuffo, Alessandro Covi ha portato allegria sul Giro
Cappellino e ciuffo, Alessandro Covi ha portato allegria sul Giro

Sfrontato come Pierino

Il sorriso ce l’ha stampato sul volto e col ciuffo che fuoriesce dal cappellino, ha l’espressione di un Pierino al settimo cielo, che oggi ha centrato il sogno di sempre.

Sulla salita che rese grande Pantani consegnandolo alla storia del Giro d’Italia, Alessandro Covi si è ripreso con gli interessi quel che due anni fa gli tolsero i colombiani. Nella UAE di Pogacar e delle altre star, stravedono per lui e lui oggi ha salvato il bilancio del Giro dello squadrone che non aveva ancora stretto nulla fra le mani.

I suoi 23 anni sono un ottimo biglietto da visita. Non è scalatore, ma va forte in salita: l’anno scorso è stato terzo sullo Zoncolan e oggi ha domato il Fedaia. Vince quando ci sono gli strappi. Non cerchiamo eredi di chi non c’è più o il pelo nell’uovo. Teniamoci stretti la sua leggerezza e speriamo che torni a brillare presto. Intanto godiamoci la sua vittoria come le tre degli altri italiani che finora hanno firmato tappe in questo Giro d’Italia.

Joao non c’è più, come cambiano i piani in casa UAE Emirates

27.05.2022
4 min
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Il ritiro di Joao Almeida è stato un brutto colpo per la UAE Emirates. Un fulmine a ciel sereno che in pochi, nessuno, si aspettava. Le facce di diesse e corridori ieri al via da Borgo Valsugana erano scure. 

Avevano lavorato molto per questo obiettivo e avevano anche corso in un certo modo, proprio per supportare Almeida. Meno fughe del solito e quelle centrate fatte quasi con il solo scopo di portare avanti un uomo in caso di necessità.

I tre italiani del team, “capitan” Diego Ulissi, Davide Formolo e Alessandro Covi, li abbiamo intercettati ieri al termine della frazione, in quel di Treviso.

Ulissi, immediatamente dopo l’arrivo di Treviso
Ulissi, immediatamente dopo l’arrivo di Treviso

Ulissi realista

Diego Ulissi è colui che ci è sembrato più scosso. Subito dopo l’arrivo era abbastanza contrariato. E ci sta, un po’ la stanchezza di una tappa corsa ancora a tutta e un po’ la consapevolezza che i giochi sono fatti e spazio per recuperare ce n’è davvero poco.

«Come cambia il nostro Giro? E come cambia… si cercava di far classifica con Almeida, vi lascio immaginare…

«Si cercherà di combinare qualcosa con le forze rimaste». E lui di forze ne ha spese, per Almeida ma anche per Gaviria.

Poche parole e Diego scappa via tra la folla per tornare ai bus. Ma prima di andare aggiunge che non avrà più spazio degli altri giorni per provarci.

Ormai Diego è esperto e sa che il tempo e la strada in queste ultime due frazioni, la crono neanche la consideriamo, sono pressoché nulle. Ma conoscendolo se avrà solo mezza possibilità oggi farà di tutto per essere lì davanti.

Formolo è andato spesso in fuga, ma per essere un punto d’appoggio per Almeida
Formolo è andato spesso in fuga, ma per essere un punto d’appoggio per Almeida

Parola a Formolo

Il veronese non perde il suo sorriso e il suo consueto buonumore, ma ieri anche lui a Treviso non sprizzava gioia come sempre. Una giornata non bella per la UAE Emirates, iniziata col ritiro del portoghese e conclusasi senza che Gaviria si sia giocato la volata.

«Senza Joao la speranza era di combinare qualcosa oggi (ieri, ndr) con Fernando – ha detto Davide Formolo – ma davanti sono andati davvero forte. Per il resto vivremo alla giornata e vedremo cosa fare. Abbiamo lavorato molto per lui (Almeida, ndr) e Joao aveva lavorato molto per sé. Ci credeva, si era impegnato al massimo, stava bene ed è veramente un peccato.

«Se avrò possibilità di provarci? Quella sì, ma prima servono le gambe». E oggi in tanti vorranno provare.

Covi ha aiutato Joao sul Menador. Alessandro faceva parte della fuga e si è poi messo a disposizione del capitano
Covi ha aiutato Joao sul Menador. Alessandro faceva parte della fuga e si è poi messo a disposizione del capitano

Covi, delusione e riscatto

Dai due veterani si passa poi al piccolo, ad Alessandro Covi. Se il “Puma di Taino” ancora gioisce per lo scudetto del suo Milan, non fa certo i salti di gioia per l’abbandono di Almeida.

«Il ritiro di Joao – racconta Covi – è stata una bella botta per tutta la UAE, non solo per noi corridori. Vedi svanire un obiettivo… svanire per un “nulla”. E la cosa brutta è che non ci puoi fare niente. Stava bene, poi nella notte da quel che ho capito, ha iniziato a non sentirsi bene e mentre stavamo salendo sul bus ci hanno detto che non sarebbe partito».

«Come cambia il nostro Giro? Eh – sospira – non è facile, perché è tutto il Giro d’Italia che abbiamo lavorato e siamo riusciti a risparmiare energie davvero poche volte. Vediamo quello che viene perché restano due tappe e sono dure. Poi ancora non ho parlato con i diesse e non so cosa faremo».

La frazione di Castelmonte si annuncia sempre più interessante. Ci sono tanti intrecci, tanti interessi. La classifica, la vittoria di tappa… per molti è l’ultima occasione di riscatto e il fatto che ieri non si sia arrivati in volata aumenta ancora la pressione. E l’aumenta ancora di più in UAE Emirates, che a conti fatti ancora non ha vinto. Se già ieri Gaviria, per esempio, avesse disputato un buono sprint…

Ma le parole stanno a zero. Tra poche ore sarà la strada a dirci come andranno le cose per Ulissi, Formolo, Covi e compagni…

Joao, ancora una difesa eroica. Ma potrebbe non bastare più

24.05.2022
5 min
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Sul Mortirolo e soprattutto sul Santa Cristina, Joao Almeida firma ancora un capolavoro, come sul Blockhaus. Per uno che non è uno scalatore, aver scollinato ad appena quattro secondi dalla maglia rosa, da Landa e da Hindley vuol dire tirare fuori il classico coniglio dal cilindro.

A cinque tappe dalla fine del Giro d’Italia, il corridore della UAE Emirates si trova in terza posizione a 44″ da Carapaz, non male. Anzi… Ma neanche benissimo: la sua posizione non è idilliaca. Quest’anno non avendo lo spazio di cui aveva beneficiato due anni fa (da semisconosciuto), non ha potuto sfruttare le tappe intermedie.

All’Aprica il portoghese incassa 14″ dai big. Il massaggiatore gli passa una borraccia con gli integratori, ma lui gli chiede l’acqua
All’Aprica il portoghese incassa 14″ dai big. Il massaggiatore gli passa una borraccia con gli integratori, ma lui gli chiede l’acqua

Sorpreso di se stesso

Però Almeida lotta. Eccome se lotta. Centellina ogni mezzo briciolo di energia. Anche sul Mortirolo, nel tratto più duro, si era leggermente sfilato, roba di centimetri. Ma come è iniziato il falsopiano si è riaccodato con una certa facilità.

All’arrivo però era provato anche lui. La prima cosa che ha chiesto è stata l’acqua. Nonostante la pioggia. Nonostante non facesse caldo come nei giorni precedenti.

In salita, ha confidato Joao ad un suo tecnico, ha sentito un po’ caldo. Neanche il tempo di mandare giù qualche sorso e di lasciar uscire dalle labbra un po’ d’acqua, per sentirne il fresco sulla bocca, che lo hanno portano via. C’era la vestizione della maglia bianca.

«Oggi – ha detto Almeida dopo l’arrivo – se devo essere sincero sono sorpreso di me stesso. Fin dalla partenza siamo andati a tutto gas. Non c’è stato un istante per respirare. Negli ultimi due Giri che ho fatto non ricordo di aver affrontato salite così impegnative e tappe tanto dure. Anche per questo sono davvero felice della mia prestazione e del mio risultato.

«Se penso alla maglia rosa? Ovviamente ci penso. Ma so che sarà un obiettivo difficilissimo perché i miei rivali sono fortissimi. Sono ancora ben messo in classifica. Non vedo l’ora di fare le prossime tappe. Devo continuare ad andare avanti e vedere fin dove arrivo. Continueremo a lottare fino alla fine».

Nella breve ma insidiosa discesa finale, sotto la pioggia, Almeida non ha rischiato nulla
Nella breve ma insidiosa discesa finale, sotto la pioggia, Almeida non ha rischiato nulla

Nessun rischio

Almeida però in volto non sembra soddisfatto, forse è solo stanchezza, visto che le sue parole sono state ben diverse.

Il distacco di Joao è un po’ aumentato scendendo verso l’Aprica, roba di nove secondi rispetto allo scollinamento. Il portoghese non è un drago in discesa, però è anche vero che aveva appena iniziato a piovere. E quando è così, sull’asfalto, specie se appena rifatto o nel sottobosco, si crea quella piccola patina che rende tutto più scivoloso. Anche Hirt e Arensman hanno avuto i loro bei problemi.

Ma gli ordini, ci hanno detto in casa UAE Emirates, erano chiari: non bisognava rischiare troppo. Meglio perdere qualche secondo più, fosse anche un secondo a curva, che mandare tutto all’aria.

L’unico piccolo rammarico che regna nel clan di Joao è l’aver messo il piede a terra quando Landa e Bilbao si sono toccati. Per un passista, regolarista come Almeida è stato uno stop dispendioso. Più dispendioso che per uno scalatore.

L’espressione del portoghese la dice lunga sulla durezza della tappa di oggi. Per queste salite aveva montato il 36×32
L’espressione del portoghese la dice lunga sulla durezza della tappa di oggi. Per queste salite aveva montato il 36×32

A sensazione

Ma quel colpisce di questo ragazzo è come sa gestirsi. Un veterano, nonostante sia un classe 1998. E abbiamo provato a parlarne direttamente con lui.

«Il Santa Cristina – ha aggiunto più tardi Joao mentre stava per rientrare in hotel – è stata davvero una salita dura e posso dire solo che l’ho fatta a tutta. Ho cercato di gestirmi al meglio, a volte guardavo il computerino, a volte no…».

«Sono sempre il primo big a staccarmi? E’ vero, è così. E’ il mio modo di andare – allarga le braccia, come a chiedersi: cosa ci posso fare? – ma bisogna soffrire. Io sto bene, le sensazioni sono buone ma ora, dopo 5.000 e passa metri di dislivello, sono stanco». E se ne va ai massaggi.

Joao a colloquio con Matxin, che lo porta subito all’interno per fare un debriefing della tappa
Joao a colloquio con Matxin, che lo porta subito all’interno per fare un debriefing della tappa

Tante, troppe salite

All’inizio abbiamo parlato di conigli dal cilindro. Ma anche se questi conigli iniziano a diventare tanti, potrebbero non bastare più. Verona è lontana e la cronometro finale non è lunga.

«Va bene – ci dice Matxin, super tecnico della UAE, che aspetta tutti i suoi ragazzi sulla soglia dell’hotel – dobbiamo tenere duro. Il problema è che ci sono salite. Salite e ancora salite. Volevamo essere un po’ più avanti e non è facile trovare spazio per attaccare. E sì: la crono è un po’ corta».

Però l’Almeida del 2020 era un corridore esplosivo su arrivi con strappi veloci. Era colui che a Monselice si buttava nello sprint con Ulissi, che guadagnava secondi sullo strappo di San Daniele del Friuli. Ha ancora queste caratteristiche? Maxtin non dice di no, ma neanche di sì.

«E’ molto regolare e in salita va più forte. Vediamo cosa inventarci».

La sensazione è che gli UAE Emirates da qui a Verona proveranno a ridurre il gap. E’ la loro unica chance.