Sprint a ranghi ridotti: a lezione da Diego Ulissi

31.03.2022
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Quando la scorsa domenica Diego Ulissi ha vinto il Gp Industria e Commercio a Larciano ha sfoggiato uno dei suoi “cavalli di battaglia”: lo sprint in gruppetti ridotti (nella foto di apertura). Il corridore della UAE Emirates è un cecchino quando si arriva in pochi. Sa giudicare bene le tempistiche, i rapporti, la durata dello sprint. Oltre al fatto che ha doti fisiche adatte.

Con Diego, partendo proprio dalla volata di Larciano, cerchiamo di capire come si gestiscano questi arrivi. Un argomento che, come vedremo, il toscano ha subito fatto suo e l’intervista si è trasformata in una “lezione ad aneddoti”.

Liegi 2021: uno degli sprint ridotti più tesi degli ultimi anni. Pogacar fa la volata quasi al centro rettilineo e vince di gambe
Liegi 2021: uno degli sprint ridotti più tesi degli ultimi anni. Pogacar fa la volata quasi al centro rettilineo e vince di gambe
Diego, partiamo dalla volata di Larciano. Arrivo in fondo alla discesa con l’ultimo chilometro “pianeggiante”. Tu, Gallopin, Verre e Fedeli guadagnate una manciata di metri. Come hai capito che quello era l’attacco da seguire?

Sono frazioni di secondo. Devi pensare e scegliere in pochissimo tempo la soluzione migliore. Domenica, Hirschi era stato ripreso e non poteva scattare perché aveva appena speso molto, in più era davanti al drappello e non ha visto scattare Verre. Io che ero dietro avevo una visione più completa e mi è venuto d’istinto seguirlo. Era però un’azione pericolosa.

Perché?

Perché eravamo all’ultimo chilometro e noi della UAE eravamo in due, quindi uno ci doveva essere. Verre ha tirato molto, ma lo capisco perché è giovane e anche un piazzamento gli dà fiducia, e questo ha favorito la mia volata. Mi ha consentito di restare a ruota. Gallopin è partito lungo e lì devi essere freddo perché l’arrivo tirava un po’ e non puoi partire troppo presto, almeno che tu non ne abbia il doppio degli altri, cosa che non puoi sapere. Devi essere lucido. Devi quantificare bene la distanza dall’arrivo e quanto possono reggere le tue gambe.

Lucidità, distanza dalla linea d’arrivo, pensieri: serve sangue freddo…

Serve, serve… Mentre vi raccontavo della volata di Larciano mi è venuta in mente quella di Agrigento al Giro 2020, con l’arrivo in salita. Una salita corta e pedalabile però, in cui potevano reggere corridori come Sagan e Demare. Noi quindi volevamo portarli allo sprint con le gambe in croce. Valerio Conti ha tirato fortissimo. Io sono uscito con Honorè. Poco dopo dalla radio mi hanno detto che stava risalendo Sagan. Mi sono girato e l’ho visto. A quel punto potevo fare due cose. Aspettarlo e batterlo in volata, sperando che sprecasse tante energie per rientrare, o spingere ancora per non farlo rientrare. Dovevo ragionare in una frazione di secondo. Ho deciso di aspettare un po’ e rifiatare quel tanto per batterlo in volata e così è andata. Molto quindi dipende anche dall’arrivo.

Agrigento 2020: dopo il forcing di Conti scatta Honorè, Ulissi lo bracca e intanto “fa cuocere” Sagan che rimonta da dietro
Agrigento 2020: dopo il forcing di Conti scatta Honorè, Ulissi lo bracca e intanto “fa cuocere” Sagan
Cioè?

Da come è fatto: se tira, se ci sono curve, se è un po’ in discesa. Per esempio, lo scorso anno ragionavo con Covi dopo che in Sicilia perse allo sprint con Valverde. Posto che Alejandro è un campione, non lo ha però battuto perché avesse più gambe, ma perché aveva preso in testa le due curve finali e seguendo la traiettoria non aveva potuto far altro che stargli a ruota. Valverde aveva anticipato la volata. Una lezione che magari gli servirà per il futuro.

E tu gli arrivi li studi sempre, soprattutto quando sai che puoi fare bene?

Nei percorsi che non si conoscono, come gli arrivi delle corse a tappe, visualizziamo gli arrivi con VeloViewer o comunque abbiamo delle tecnologie con le quali i diesse ci fanno vedere i finali al dettaglio. In questo modo capiamo cosa ci aspetta e come possiamo interpretare la volata. E questo è importante anche per parlare con i compagni che ti devono portare allo sprint. In tal senso mi viene in mente la tappa di Monselice sempre al Giro d’Italia del 2020.

Quella dei Colli Euganei. Racconta pure…

Quel giorno eravamo una ventina e con me c’era McNulty. Ai 300 metri sapevamo che c’era una doppia curva verso sinistra, quasi come un’inversione ad U. Ci siamo parlati e gli ho detto esattamente in che posizione volevo essere dopo la curva. E così è andata. Sono uscito terzo, proprio davanti ad Almeida che fece secondo per mezza ruota.

Quando Ulissi parla di calibrare bene le distanze… Ecco il colpo di reni perfetto di Monselice al Giro 2020
Quando Ulissi parla di calibrare bene le distanze… Ecco il colpo di reni perfetto di Monselice al Giro 2020
Conoscere l’arrivo influisce anche sulla scelta dei rapporti?

Sì. Di solito io uso sempre il 53. Ho un buon picco di potenza per il mio peso, ma non è altissimo in scala assoluta, tuttavia riesco a mantenerlo a lungo. Ed è proprio così che vinsi a Fiuggi (Giro 2015, ndr). Anche lì, l’arrivo tirava e con un dente in meno sono riuscito a non diminuire assolutamente i watt nei 200 metri finali. Battendo di fatto i velocisti più puri.

E invece uno sprint che hai perso? Un errore che non rifaresti?

Mi viene in mente una tappa al Giro di Polonia 2020, su un arrivo in leggera salita. Con i compagni abbiamo preso la volata un po’ troppo lunga. C’è stato quindi un leggero calo della velocità e ai 300 metri Carapaz ha anticipato. Quando poi sono uscito, ho rimontato, ma era tardi. Quel giorno abbiamo sbagliato. E può succedere.

Nella gestione di questi sprint a ranghi ridotti, battezzi una ruota o fai per conto tuo a prescindere da chi c’è?

Solitamente battezzo una ruota, ma dipende anche dal tipo di sprint che si vuole impostare. Generalmente quando un corridore sa di essere il più veloce si mette in condizione di fare la “volata pulita”. Si mette in testa dietro ad un compagno e si fa lanciare per partire nel momento che reputa giusto in base a energie, distanza, vento, pendenza… Se invece c’è un corridore più veloce, cerca la sua ruota. Cerca di sfruttare la sua scia e spera di saltarlo. Ma non è facile. Per esempio nelle volate dell’ultima Coppi e Bartali con gente come Van der Poel e Hayter cerchi una delle loro ruote, ma poi uno dei due resta libero e magari fa uno sprint migliore.

Giro di Polonia 2020: il lavoro della UAE Emirates si esaurisce troppo presto. Ulissi resta scoperto e Carapaz lo anticipa
Giro di Polonia 2020: Ulissi resta scoperto troppo presto e Carapaz lo anticipa
Di solito questi arrivi sono tesi, specie se magari sapete che da dietro il gruppo non rientra e ci si controlla: come si gestisce la tensione?

Se un corridore in stagione arriva presto alla vittoria, gestisce meglio anche quei frangenti. Rischia di più, resta più calmo e tende a sbagliare meno. Se invece inanella dei piazzamenti, s’innervosisce. In generale bisogna cercare di essere freddi, fidarsi dei compagni e ragionare quel mezzo secondo prima dell’avversario. Ma non è facile. E un pizzico di fortuna serve sempre. E poi vincere aiuta a vincere.

La vecchia regola di spostarsi alle transenne per controllare un lato solo vale ancora?

Sì, vale sempre. Riprendiamo lo sprint di Larciano. Verre aveva appena tirato e sapevo che non poteva più fare molto. Fedeli era alla mia sinistra e non aveva spazio. Gallopin davanti. Ero in piena visuale. Avevo la situazione sotto controllo. Quindi di tre avversari di fatto ne controllavo uno solo: Gallopin. Lui è partito un po’ lungo, io l’ho fatto quando ho deciso che fosse il momento migliore. A quel punto ho dato tutto sperando, come sempre, che qualcuno non mi sorpassasse da dietro. E’ importante non deconcentrarsi.

Un capolavoro tecnico-tattico, quante cose da tenere sotto controllo…

Penso anche all’arrivo di Tirano al Giro 2011.

Tirano 2011: Ulissi (Lampre) precede Visconti. Il toscano lascia poco spazio al siciliano che non la prende benissimo
Tirano 2011: Ulissi (Lampre) precede Visconti. Il toscano lascia poco spazio al siciliano che non la prende benissimo
Ah, sapevamo che l’avresti tirata fuori. Altrimenti lo avremmo fatto noi! Quella volata fu bella complessa…

C’è tutto un ragionamento dietro quella volata, non fu uno sprint a caso. 

Spiegaci tutto…

Eravamo in quattro: Bakelands, Lastras, Visconti ed io. Lastras era “velocetto” e poteva anche partire all’ultimo chilometro. E Giovanni era il più forte e il più veloce, era maturo e vincente e per questo era quello che temevo e controllavo di più. Dalla mia avevo il fatto che ero un neopro’ e non sapevano quanto fossi veloce. Li presi un po’ alla sprovvista partendo lungo. In più quel giorno montai il 52, anziché il 53: il rettilineo tirava un po’, si era alla terza settimana e c’era stanchezza… fatto sta che appena sono partito, essendo più agile, ho preso subito quei 10 metri. Ma restava Visconti. Così e mi sono buttato nel punto in cui ero più protetto dal vento, ma non del tutto alle transenne. Gli lasciai quello spazio (coperto dal vento che faceva gola, ndr), dove però sapevo che non sarebbe potuto passare. Diciamo che cadde nel tranello. Me la studiai bene! L’importante è che nessuno si fece male.

Un ragionamento vero e proprio! All’inizio Diego, hai parlato d’istinto. Ed è vero: okay l’esperienza, con la quale si può migliorare, ma certe cose o ce le hai o non ce le hai. E’ così?

Per le tempistiche serve l’istinto è vero ma credo anche che si debba conoscere i corridori. Io quando sono a casa guardo le corse e studio gli avversari. Non si sa mai. Perché okay le dritte dei diesse, ma la tua visione, quella del corridore, è differente.

Quattro allenamenti ben fatti e Trentin riparte dal Nord

26.03.2022
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E’ superfluo dire che per la sua primavera Matteo Trentin avrebbe sperato in qualcosa di meglio. La forma alle prime uscite era parsa davvero ottima, invece la caduta nella seconda tappa della Parigi Nizza e la conseguente commozione cerebrale hanno fermato il magico processo della condizione, puntata sulla Milano-Sanremo e sulla stagione delle classiche.

Questa la foto pubblicata da Trentin su Twitter, per raccontare la violenza della sua caduta alla Parigi-Nizza
Questa la foto su Twitter, con cui Trentin ha raccontato la sua caduta alla Parigi-Nizza

Un lungo stop

Le conseguenze del forte colpo alla testa, che si sono manifestate tre giorni dopo la caduta e hanno costretto il Trentino al ritiro, sono state piuttosto pesanti. Matteo è rimasto fermo per 10 giorni, poi gradualmente ha ripreso la bicicletta.

«Le prime uscite sono durate un’ora – sorride il corridore dell’UAE Team Emirates – proprio da gente messa male. Mi faceva male il collo, più forte di così non riuscivo ad andare e poi comunque il protocollo per la commozione cerebrale suggerisce una ripresa graduale e inizialmente blanda. Da quei primi giorni sono migliorato sempre un po’, pur rendendomi conto che sono ripartito da un livello molto basso».

Prima della caduta, Matteo aveva raggiunto un’ottima condizione
Prima della caduta, Matteo aveva raggiunto un’ottima condizione

Valori ancora buoni

Da ieri sera Matteo è in Belgio, dove domani correrà la Gand-Wevelgem e dove rimarrà fino a domenica prossima correndo nel frattempo a Waregem e poi al Giro delle Fiandre.

«Ci arrivo con quattro giorni di allenamento vero – ammette – diciamo che ho la condizione per correre, che però non è quella di prima. Stavo molto bene e per la legge della preparazione, non essendomi rotto un osso, il muscolo ha perso tono, ma non ha dimenticato tutto. Lo dico a ragion veduta perché la progressione dei valori cui ho assistito negli ultimi giorni non è certo quella di inizio stagione».

Settimo posto per Trentin all’Het Nieuwsblad, prima della vittoria a Le Samyn
Settimo posto per Trentin all’Het Nieuwsblad, prima della vittoria a Le Samyn

Da 60 a zero sull’asfalto

La caduta di Orleans continua a scorrergli davanti agli occhi, anche se con la sua proverbiale ironia Trentin riesce a sdrammatizzare piuttosto bene la situazione.

«Sono passato da 60 a zero finendo sull’asfalto – dice – sono stato il primo a cadere e tutti gli altri mi hanno travolto. Sulla schiena ho il segno di uno pneumatico: se mi fosse andata male, sarebbe potuto essere un 53 oppure un 54 e a quel punto la cosa sarebbe stata più seria. Non avevo mai picchiato così duro con la testa e credo che non sarei mai potuto ripartire quando i sintomi si sono fatti veramente seri.

«Non mi sono preoccupato molto – aggiunge – perché non sono svenuto mentre andavo in bicicletta. Quel giorno ho finito la tappa ed ho corso anche il giorno dopo e questo in qualche misura mi ha tranquillizzato. Ma dal momento in cui ho cominciato ad avere i primi fastidi, non sarei andato in bicicletta neppure se mi avessero costretto».

Alla Gand-Wevelgem troverà il Matej Mohoric che ha conquistato la Sanremo
Alla Gand-Wevelgem troverà il Matej Mohoric che ha conquistato la Sanremo

Fortuna cercasi

Le prossime sfide sono coperte da un grosso punto interrogativo. Trentin è certamente un lottatore, ma anche lui sa che davanti ad avversari che già vincono e dimostrano da settimane di essere in grande condizione, per ottenere un grosso risultato servirebbe davvero un colpo di fortuna.

«Ci vorrebbe davvero – sorride – un colpo di… Ma come ben sapete, ultimamente non sono cose che capitano a me. Magari succederà quando starò di nuovo bene. L’obiettivo è mettere nelle gambe una corsa lunga, visto che avrei dovuto fare la Sanremo e sono stato costretto a saltarla, cercando che la condizione migliori. E se poi per un miracolo, dovesse andarmi bene, io non mi tiro certo indietro…».

Cosa serve per diventare un grande gregario? Marcato risponde

23.03.2022
5 min
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Il ciclismo è fatto di campioni che vincono le gare e dominano le grandi corse a tappe. Si parte in (quasi) duecento e uno solo vince: uno sport di squadra che vede la vittoria del singolo. Ci sono due ruoli nelle corse in bici, chi vince e chi lavora per far vincere (il gregario). Tutti vorrebbero appartenere alla prima categoria, ma non è possibile. Allora come si fa a ritagliarsi il proprio spazio rimanendo in questo mondo per tanti anni? Marcato ad esempio, che in apertura è in testa al gruppo sui Campi Elisi al Tour del 2020, c’è rimasto per 17 anni… 

Per Marcato nel 2022 è iniziata una nuova avventura, questa volta in ammiraglia, accanto a lui Oliviero Troia
Per Marcato nel 2022 è iniziata una nuova avventura, questa volta in ammiraglia, accanto a lui Oliviero Troia

Un ruolo quasi obbligato

«Gregari – inizia Marco – si diventa per spirito di adattamento, non per scelta. L’aspirazione di tutti è quella di vincere le corse, ma alzare le braccia sotto lo striscione d’arrivo è roba per pochi. Nei primi anni da professionista impari a capire quale può essere il tuo ruolo all’interno della squadra, giocandoti, com’è giusto, le tue opportunità».

«E’ un compito difficile quello del gregario, è molto apprezzato dalle squadre, ma meno dalla gente comune. I team, soprattutto quelli WorldTour, guardano al ranking. Di conseguenza sono molto legati alle vittorie, quindi o vinci o aiuti a far vincere».

Fin da under 23 è importanti imparare a correre in tutti i modi per sviluppare caratteristiche differenti
Fin da under 23 è importanti imparare a correre in tutti i modi per sviluppare caratteristiche differenti

Bisogna imparare da giovani

Ultimamente c’è una tendenza ad evitare questo ruolo, come a non volersi rassegnare ad una carriera differente da quella sognata. Così alcuni corridori inseguono per tanti, forse troppi anni il successo senza mai raggiungerlo e di conseguenza le opportunità finiscono, così come le loro carriere.

«Vero – risponde l’ex corridore della UAE Team Emirates– ma bisogna partire da prima, da quando si è dilettanti. Se uno corre in una squadra che lo coccola, lo porta sul palmo a giocarsi le gare, sempre coperto ed al sicuro, poi soffre enormemente il passaggio al professionismo. Sono pochi i corridori che passano giovani e sono già capitani. Si deve imparare a sacrificarsi e correre in tutte le situazioni già da under 23».

Quello del gregario è un ruolo importante, bisogna saper mettere gli interessi della squadra davanti ai propri
Il gregario saper mettere gli interessi della squadra davanti ai propri

Saper cambiare

«E’ chiaro che una volta capito che il tuo ruolo è quello del gregario, cambia anche la tua idea di ciclismo. Se prima eri abituato ad andare forte nel finale di corsa, ora devi specializzarti nel dare il massimo in altre situazioni. Finire la corsa diventa un di più (Formolo alla Sanremo, dopo il grande lavoro per Pogacar si è ritirato, ndr)».

E allora come cambia la mentalità e l’approccio all’allenamento? «Un esempio – riprende Marcato – è imparare a stare al vento, non ripararti ma riparare, pensare anche per gli altri. Se stai risalendo il gruppo e c’è uno spazio minuscolo, non ti ci fiondi dentro, ma aspetti un momento migliore. Devi pensare che hai un filo invisibile che ti unisce al tuo capitano e non devi farlo spezzare».

Il rapporto tra gregario e capitano si basa sulla fiducia, per questo Soler e Pogacar si sono trovati subito fianco a fianco
Il rapporto tra gregario e capitano si basa sulla fiducia, per questo Soler e Pogacar si sono trovati subito fianco a fianco

Tutti per uno e uno per tutti

Il rapporto tra leader e gregario è solido e molto delicato, si costruisce nel tempo e la fiducia è alla base di tutto.

«Fiducia è la parola fondamentale – dice – se non c’è quella, non si va da nessuna parte, ovviamente va costruita nel tempo. Il gregario, soprattutto quello di fiducia, deve imparare ad essere anche un po’ psicologo, saper spronare il capitano, motivarlo. Vi faccio l’esempio di Richeze e Gaviria. Fernando si fida ciecamente di Max. Se il primo si butta nel fuoco, il secondo lo segue a ruota. Questo vale anche per i corridori giovani, che sono forti ma inesperti. Per loro avere un compagno di cui fidarsi e che li guidi in tutte le fasi della corsa è fondamentale».

Grazie alla sua esperienza Marcato, già nelle ultime stagioni, ricopriva un ruolo da diesse in corsa
Grazie alla sua esperienza Marcato, già nelle ultime stagioni, ricopriva un ruolo da diesse in corsa

Da gregario a diesse

Si è notato, negli anni, come i grandi gregari siano poi diventati bravi diesse. Come se questo lavorare per gli altri li porti ad avere una naturale visione d’insieme.

«Sicuramente – conclude Marcato – uno che ha lavorato molto per gli altri è abituato a considerare la squadra come un insieme. Solo se hai provato certe cose in prima persona sai cosa vuol dire. Questo, una volta che ti siedi in ammiraglia, ti aiuta a sapere cosa stai chiedendo ai tuoi corridori».

Soler e Pogacar: un binomio vincente fin da subito

22.03.2022
4 min
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Una frase di Marc Soler al termine di una tappa della Tirreno-Adriatico, vinta dal suo compagno Pogacar, ha acceso il nostro interesse. Lo spagnolo ha detto che lavorare per Pogacar è facile e che è contento di essere alla UAE Team Emirates. Incuriositi da queste parole abbiamo chiesto a Matxin, team manager della UAE, come sono andati i primi mesi di Marc Soler accanto a Tadej. 

Matxin e Soler si conoscono da molti anni, da quando Marc vinse il Tour de l’Avenir nel 2015
Matxin e Soler si conoscono da molti anni, da quando Marc vinse il Tour de l’Avenir nel 2015

Un lungo corteggiamento

Uno scudiero accanto al principe sloveno, questa è la descrizione pensata dopo l’approdo di Soler alla corte di Matxin. Ma l’interesse per il corridore spagnolo parte da lontano…

«Non c’è stato un vero e proprio primo contatto per portarlo qui – dice Matxin – io Marc lo conosco da quando correva nei dilettanti e vinse il Tour de l’Avenir (nel 2015, ndr). L’ho sempre ritenuto un corridore forte, tant’è che ho provato a portarlo da me già anni fa, ma senza riuscirci».

Soler è stato fondamentale per la conquista della Tirreno da parte di Pogacar, soprattutto nelle tappe di Bellante e del Carpegna
Soler è stato fondamentale per la conquista della Tirreno da parte di Pogacar

Accanto da subito

Nella conferenza stampa di presentazione si era parlato di cercare un feeling con Pogacar, provando ad entrare subito in sintonia.

«Marc e Tadej – riprende il team manager – si sono ritrovati in stanza insieme fin dal primo ritiro. E’ stata una mia decisione, volta a farli conoscere e metterli subito in contatto. Dovranno stare parecchio vicini nel corso della stagione. I due si sono subito trovati bene insieme, me lo ha detto lo stesso Marc. Non è difficile stare accanto a Pogacar, anzi direi che è molto facile, lui ha un carattere gentile e molto umile che ti mette una gran voglia di lavorare con lui e per lui».

Non mancheranno le occasioni per cercare il successo personale, ora è al Catalunya dove ha chiuso la prima tappa al 30ª posto
Non mancheranno le occasioni per cercare il successo personale, ora è al Catalunya

Ad ognuno i suoi spazi

Per Marc però non mancheranno le occasioni per mettersi in mostra e provare a fare risultato. In questi giorni correrà la Volta Ciclista a Catalunya provando a prendersi un po’ di spazio.

«Lo si era già detto nella conferenza stampa di inizio stagione – prosegue Matxin con voce viva – per Marc ci saranno anche le occasioni per provare a vincere. La nostra filosofia di squadra è differente, siamo consapevoli delle qualità di Tadej, ma non per questo lui è il nostro unico capitano. Il trattamento in squadra deve essere uguale per tutti, dal primo al migliore, non dico ultimo perché qui non c’è una gerarchia.

«La nostra è una filosofia che paga – riattacca immediatamente – considerate che abbiamo ottenuto 20 vittorie con 9 corridori diversi fino a questo momento. Il programma per Marc prevedeva di fare la Parigi-Nizza da protagonista (corsa che ha già vinto nel 2018, ndr). Tuttavia lui stesso ci ha detto che avrebbe preferito fare la Tirreno accanto a Tadej per aiutarlo a conquistare uno dei primi obiettivi della stagione».

L’arrivo di Soler è un rinforzo importante in vista della prossima sfida del Tour
L’arrivo di Soler è un rinforzo importante in vista della prossima sfida del Tour

Spalle larghe

L’arrivo in squadra di un corridore come Soler è legato anche al fatto di avere un maggior supporto durante il Tour de France. La UAE negli anni ha subìto qualche critica per il poco supporto fornito a Pogacar.

«Sinceramente – dice Matxin – non ho mai dato peso alle critiche, che poi non le chiamerei così, sono opinioni ed ognuno ha la sua. Come si dice nel calcio: “Ogni volta che gioca la nazionale siamo tutti cittì”, questa cosa vale anche nel ciclismo. Soler è un corridore di grande esperienza e con una grande capacità di lettura della corsa. Nella squadra non abbiamo solo lui, ma il suo arrivo ci ha permesso di aggiungere un tassello importante al nostro puzzle».

«In Spagna un corridore come Marc lo definiamo come “talante” ovvero un mix di talento e carattere. Lui, di entrambe le cose ne ha da vendere e questo mi piace molto. E’ un corridore che non teme le sfide anzi, lo esaltano».

Hirschi 2022

Rinascita Hirschi. La Per Sempre Alfredo è sua

20.03.2022
4 min
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In un fresco pomeriggio di (quasi) primavera risorge Marc Hirschi. Uno dei baby fenomeni del 2020 mette a segno un buon colpo a Sesto Fiorentino, alla Per sempre Alfredo. Lo svizzero del UAE Team Emirates ha vinto con un’azione da manuale.

Scatto secco a poche centinaia di metri dallo scollinamento, qualche secondo nel taschino e via a tutta verso l’arrivo. Il distacco che oscilla tra i 13” e i 5”, ma lui a testa bassa ha tirato dritto e non si è lasciato intimorire.

La Per Sempre Alfredo è alla sua seconda edizione, il tracciato passava “sotto casa” dell’indimenticato cittì azzurro a Sesto Fiorentino
La Per Sempre Alfredo è alla sua seconda edizione, il tracciato passava “sotto casa” dell’indimenticato cittì azzurro a Sesto Fiorentino

Rinascita Hirschi

In effetti mancava un po’ da radar Hirschi. Per lui molti problemi di salute. Questa era la sua prima gara del 2022. Un debutto con vittoria.

«Sì – dice Hirschi con gli occhi lucidi mentre si cambia dopo l’arrivo – per me è un sogno. Una rinascita? Diciamo che questa vittoria mi dà fiducia per le corse che arrivano. E sì penso che sia una rinascita. Adesso tutto sommato sto bene, ho ripreso continuità, i mei problemi alla spalla sono abbastanza superati, mi manca ancora un po’ di flessibilità, ma miglioro».

«Ma soprattuto è stato un sogno vincere così. Ho fatto un bell’attacco. Ho spinto al massimo fino alla fine. Ero un po’ teso, concentrato prima del via perché era passato molto tempo dall’ultima gara».

Come lo scorso anno Moschetti in forza alla Trek-Segafredo, in un certo senso per Hirschi e la sua UAE Emirates affrontare una corsa più piccola come questa era quasi più rischioso, era un po’ come avere l’obbligo di vincere.

«Vero, ma non solo per me – Hirshi era senza dubbio il nome più importante al via – ma per tutto il team, eravamo sotto gli occhi di tutti. Eravamo  la squadra più forte e tutti ci guardavano. Non è stato affatto facile per questo. Ma con i ragazzi e in particolare con Camilo Ardila abbiamo lavorato bene. Fare la differenza non era facile in quanto c’era molto vento in faccia. Lui ha fatto il forcing prima del mio attacco».

Marc Hirschi (classe 1998) pochi secondi dopo la vittoria a Sesto Fiorentino
Marc Hirschi (classe 1998) pochi secondi dopo la vittoria a Sesto Fiorentino

Ardenne in vista

Adesso lo svizzero si preparerà per gli appuntamenti più grandi. Metterà le classiche delle Ardenne nel mirino.

«Farò la Coppi e Bartali, poi il Gp di Larciano, il Gp Indurain e le Ardenne. Tirerò dritto fino al Romandia, dove voglio andare forte. Poi farò una pausa. Farò l’altura e quindi Tour de Suisse e Tour de France. La mia stagione proseguirà così».

Hirschi dunque torna nel ciclismo di altissimo livello. Ricordiamo che ha vinto il mondiale U23 del 2018, nel 2020 si è portato a casa la Freccia Vallone, una tappa al Tour ed ha sfiorato la Liegi.

Un posto tra i grandi

In questi giorni Hirschi ha ammirato le imprese dei suoi compagni tra UAE Tour, Tirreno e tutto sommato anche la Sanremo di ieri, corsa da leader. Ci può stare lui in questo gruppo?

«Spero di essere all’altezza – ha detto – abbiamo una squadra super forte per le Ardenne. Oltre a Tadej ci sono tanti altri ragazzi che sanno il fatto loro e per questo spero di migliorare ancora la mia condizione».

«Allenarsi con tutti loro è un vero stimolo. Siamo un gruppo molto competitivo. Pogacar, Ayuso, Formolo, ma anche Majka e Polanc… in tanti hanno vinto e questo motiva il gruppo. Senza contare che adesso la maglia della UAE Emirates è molto rispettata in gruppo».

Pogacar Belgio 2022

Pogacar fa “mea culpa” e pensa già alle altre classiche

20.03.2022
4 min
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Seduto sugli scalini del suo bus, con gli occhi rossi, ma il suo solito sorriso sbarazzino, Tadej Pogacar racconta la sua Sanremo. L’epilogo a ruota del connazionale Mohoric, le sue sensazioni, la folle discesa, le altre classiche in arrivo e persino i suoi errori…

Sì, avete capito bene: errori. Anche Tadej Pogacar sbaglia. E forse lo si ama anche un po’ di più per questo. Lo sloveno racconta tutto con una lucidità pazzesca.

Pogacar è scattato tre volte sul Poggio, più una quarta per chiudere su Kragh Andersen
Pogacar è scattato tre volte sul Poggio, più una quarta per chiudere su Kragh Andersen

“Mea culpa”

La sua analisi non fa una piega. Sapeva di essere super marcato e che oggettivamente non era facile scappare via sul Poggio, come sul Carpegna o forse sarebbe meglio dire come a Bellante nella recente Tirreno. Altra salita e altri avversari.

«Sapete – dice Pogacar – quando ci si controlla a vicenda, ci si annulla anche a vicenda. E’ stata una marcatura stretta.

«Il nostro piano era quello, ma in realtà ho sbagliato. Ho attaccato troppo presto. C’era vento contrario. E’ stato un errore e adesso non posso rimediare. Ho provato altre due volte spingendo forte per davvero, ma sono stati tutti troppo bravi oggi».

Il corridore del UAE Team Emirates avrà pure sbagliato, però ha ben impresso ogni momento della corsa. Aveva tutto sotto controllo e lo si capisce anche da come racconta. E anche la doppia sosta in fondo al Turchino, da molti interpretata come un segno di giornata no, ne è un esempio. Lui invece si stava spogliando nel momento giusto. Quando ancora la corsa non era esplosa. Prima una sosta fisiologica e poi quella dell’abbigliamento.

«Alla fine con me in fondo al Poggio c’erano tutti i velocisti, non che io vada male in volata ma…», come a dire se c’erano loro, come potevo fare la differenza io? Sono contento della mia prestazione e del mio quinto posto».

Lo sloveno ha imboccato davanti la discesa del Poggio. Poco dopo è piombato Mohoric, arrivato sul drappello di testa allo scollinamento
Lo sloveno ha imboccato davanti la discesa del Poggio. Poco dopo è piombato Mohoric, arrivato sul drappello di testa allo scollinamento

Follia Mohoric 

Dallo scollinamento del Poggio a Via Roma è stato tutto un tumulto. Un soffio, un brivido… Un brivido anche per Pogacar che ha visto in prima persona i rischi presi dal connazionale Mohoric.

«Non ho mai pensato di andare dietro a lui – riprende Pogacar – Matej mi ha sorpassato in discesa e ho visto subito che ha preso davvero tanti rischi. Ad inizio gara mi aveva detto di non seguirlo giù dal Poggio perché aveva questo reggisella particolare! Alla prima curva mi ha superato e ho notato che era già con la sella più bassa. Un qualcosa che ha fatto la differenza. E capisci perché i downhiller lo usano. Ho visto che all’ingresso del secondo tornante è uscito fuori strada sulla sinistra. E’ stato pazzesco!».

«Mi sono detto: non posso seguirlo e ho pensato che potevano lavorare anche gli altri ragazzi. C’erano corridori più veloci dietro di me, quindi non avevo niente da perdere. In quel momento non spettava a me fare qualcosa: dovevo solo salvare le gambe il più possibile».

Alla vigilia, la UAE aveva dichiarato di fare corsa dura. Con Tadej anche le altre classiche probabilmente saranno interpretate così
Alla vigilia, la UAE aveva dichiarato di fare corsa dura. Con Tadej anche le altre classiche probabilmente saranno interpretate così

Sanremo mon amour

«Se tornerò alla Sanremo? È possibile, sì – conclude Pogacar – Due anni fa ho fatto questa gara per la prima volta e mi dissi che poi non era così brutta, credevo fosse noiosa. Da oggi (ieri per chi legge, ndr) penso che sia una delle più belle».

Insomma tutti pronti a divertirsi con Pogacar in corsa. I suoi scatti, le sue azioni. Adesso si entra nel vivo delle classiche. Lo sloveno sarà presente quasi in tutte. Ardenne, chiaramente, ma anche Giro delle Fiandre.

«Adesso ho bisogno di tre giorni senza bici! Voglio divertirmi un po’ e poi penserò alle altre classiche. Sta arrivando un mese divertente».

In casa UAE? Per Formolo tutto secondo programma

19.03.2022
5 min
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E’ il momento. Uno sguardo e si va tirare. Il UAE Team Emirates decide che è ora di prendere in mano la Milano-Sanremo e di dare a tutti le “legnate” promesse. Siamo sulla Cipressa e Tadej Pogacar deve accendere i motori. Polanc sta tirando già da un po’. Il gruppo si assottiglia, ma Tadej, che intanto beve alla borraccia, con un gesto dice che non è abbastanza. E così entra in scena Davide Formolo, amico e scudiero di tante battaglie.

Davide Formolo (classe 1992) dopo la corsa. Grande stanchezza, ma anche tanta soddisfazione per il lavoro svolto
Davide Formolo (classe 1992) dopo la corsa. Grande stanchezza, ma anche tanta soddisfazione per il lavoro svolto

Ecco Formolo

“Roccia” si mette giù a testa a bassa. Rapporto monster e menate potenti. Quello sguardo con Tadej dice tutto. Dice che c’è voglia di provare, di mantenere le promesse fatte tra compagni di squadra e, se vogliamo, anche con i tifosi.

«Giornata lunga oggi – dice Formolo nel retro del bus con il mare alle spalle – Cosa c’era in quello sguardo? In quel momento stava tirando Polanc, ma volevamo fare l’andatura un po’ più forte perché non riusciamo a fare selezione che volevamo. Allora sono passato io in testa e ho accelerato ancora.

«Abbiamo fatto una bella selezione, dai. Abbiamo portato Tadej a giocarsi tutto sul Poggio. Penso che non sia mai successo che venti leader da soli, o quasi, imboccassero il Poggio tutti insieme».

Per “Roccia” un super forcing da metà Cipressa all’imbocca del Poggio
Per “Roccia” un super forcing da metà Cipressa all’imbocca del Poggio

Tutto secondo programma

La UAE voleva corsa dura. E si sapeva. Senza Trentin, Gaviria e con Pogacar capitano era più che scontato sferrare l’attacco in anticipo.

«Le cose sono andata abbastanza come volevamo – riprende Formolo – alla fine ci aspettavamo una corsa dura. Volevamo correre così e rendere tosta la Cipressa. Volevamo isolare qualche corridore veloce e mettere un po’ di fatica nelle gambe degli altri.

«Era anche in programma che tirassi tra Cipressa e Poggio, magari con qualche altro compagno, quello sì. Ma ci è andata bene lo stesso, non credo sarebbe cambiato poi tanto. Anche oggi abbiamo dimostrato di essere un bel gruppo, una squadra forte e siamo riusciti a mettere il capitano nel posto giusto».

«Sappiamo che la Milano-Sanremo è una corsa di 300 chilometri che si decide in quattro chilometri, il Poggio solitamente. Ebbene abbiamo cercato di aprire quei quattro chilometri a 15 chilometri dalla Cipressa. E’ lì che è cambiato il ritmo. 

«Abbiamo visto che anche altre squadre quest’anno non portavano tanti velocisti, perché sapevano che noi avremmo fatto la corsa dura. E così è andata. Perciò non è stato neanche così scontato fare la selezione che comunque siamo riusciti a fare».

La UAE Team Emirates ha fatto quadrato intorno al suo capitano per tutta la gara
La UAE Team Emirates ha fatto quadrato intorno al suo capitano per tutta la gara

Ce la può fare

E Tadej come stava? Può davvero vincerla un giorno la Sanremo o forse è un po’ troppo veloce per lui? 

«Certo che la può vincere – riprende Formolo – non è facile però. Soprattutto quando tutti sanno che un corridore attraversa un periodo di forma eccezionale come lui. A Tadej non gli lasciavano un metro di spazio».

Formolo parla di un Pogacar marcatissimo, specie dopo essere arrivati in Riviera. Ulissi, Covi, Troia e tutti gli altri lo hanno sempre circondato bene. Lo hanno mantenuto nelle posizioni avanzate pur senza prendere vento. E anche per questo nello staff del UAE Team Emirates c’è una generale soddisfazione: sono contenti di questa quinta piazza.

Stavolta era diverso dalle altre volte. Stavolta lo sloveno era su un terreno a lui poco congeniale e con tutti gli occhi puntati addosso. Pogacar e la UAE quello che dovevano fare l’hanno fatto. Anche Andrej Hauptman, il diesse che segue Tadej, era contento dell’esperienza fatta.

 «Magari – dice il tecnico sloveno – tre, quattro scatti sul Poggio sono troppi, ma va bene così. E’ tutta esperienza e poi lo stiamo dicendo adesso, a mente fredda tra i bus. Mi tengo la prestazione di Pogacar e del team. E poi così marcato, con tutti che ti aspettano è ancora più difficile staccare tutti».

Un bravissimo Diego Ulissi taglia il traguardo 1’09” dopo il vincitore. E’ stato lui a lanciare Pogacar sul Poggio
Un bravissimo Ulissi taglia il traguardo 1’09” dopo il vincitore. E’ stato lui a lanciare Pogacar sul Poggio

Nessun rimpianto

E a proposito di prestazione del team, quello di Formolo è un vero numero. Roccia ha tirato per 17 chilometri al massimo. Salita, discesa e pianura. E lo ha fatto dando fondo ad ogni briciolo di energia. Tanto che lo aspettavamo dopo il traguardo e invece all’imbocco del Poggio ha tirato dritto sull’Aurelia ed è arrivato direttamente ai bus.

«Ho fatto un bel lavoro dai – conclude il veronese – quando riesci a fare un lavoro del genere ti rendi conto di aver fatto un qualcosa d’importante. Ed è una bellissima soddisfazione per me. Abbiamo in squadra secondo me, anzi non secondo me ma perché è un dato oggettivo, il più forte corridore al mondo e si merita di essere messo nelle condizioni giuste.

«La mia vittoria oggi era riuscire a fare questo lavoro».

Nessun rimpianto quindi in casa UAE Team Emirates. Vincere non era facile. C’è la soddisfazione di aver fatto divertire il pubblico. E di aver fatto fare un’esperienza in più a Pogacar.

Cosa succede se la UAE Emirates attacca fortissimo sulla Cipressa?

18.03.2022
4 min
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Lo scenario che si va delineando in vista della Sanremo ha un doppio svolgimento. Da una parte c’è la solita corsa, quella con i velocisti che tenteranno di opporsi allo scatto sul Poggio. E poi c’è la Sanremo di Pogacar, che sembra volersi inventare un copione tutto suo. La voce secondo cui la UAE Emirates sarebbe al via con una squadra di scalatori e le parole di Tadej nella conferenza stampa finale della Tirreno-Adriatico fanno pensare che lo sloveno non si accontenterà del Poggio. E questo, nel ciclismo iperveloce degli ultimi anni, è di certo un’anomalia. Bisogna andare indietro al 1996 di Gabriele Colombo per trovare una Sanremo decisa da un attacco sulla Cipressa.

L’ultima Sanremo decisa da un attacco sulla Cipressa fu quella di Colombo nel 1996, su Gontchenkov e Coppolillo
L’ultima Sanremo decisa da un attacco sulla Cipressa fu quella di Colombo nel 1996

Attacco sulla Cipressa

Uno che la Sanremo non l’ha mai vinta, ma si chiama Michele perché quando nacque, nel 1970, Michele Dancelli vinse la Classicissima, è il toscano Bartoli. Nelle sue 11 partecipazioni, spiccano due quinti posti: quasi dei capolavori, vista l’allergia alla polvere degli ulivi, che gli impediva di respirare bene nel finale sanremese. Fra i suoi tentativi, è impossibile dimenticare l’attacco con Pantani proprio sulla Cipressa nel 1999, ma anche quello naufragò. Che cosa potrebbe inventarsi Pogacar?

«Lui deve fare la corsa dalla Cipressa – parte deciso Michele – perché è fortissimo, ma sul Poggio ritengo non abbia la strada per fare la differenza. Lassù non levi di ruota Van Aert. Al massimo fai una lunga fila, ma non li stacchi. Ma se la squadra porta tanti scalatori, allora il progetto cambia faccia. Se punti la Cipressa come se ci fosse l’arrivo in cima, allora la corsa esplode».

Bartoli e Pantani attaccarono dalla Cipressa nel 1999: azione spettacolare, ma non organizzata
Bartoli e Pantani attaccarono dalla Cipressa nel 1999: azione spettacolare, ma non organizzata
Perché dici che non avrebbe strada sul Poggio?

Lassù c’è da tenere in conto che la pendenza non è come sul Carpegna e poi c’è vento. Sul Carpegna salivano a 25 all’ora e l’utilizzo dei watt è stato lo stesso per tutti, davanti oppure a ruota. Lo scatto per fare il vuoto sul Poggio devi farlo a 40-45 all’ora e in quel caso chi sta a ruota risparmia tanto. Su un percorso veloce può avere una riserva del 2 per cento, non si va via. Per andare via a quella velocità, serve un margine del 30 per cento, ma parliamo di numeri improponibili.

Nibali però riuscì a farlo…

Nibali si giocò la carta della sorpresa e quando attaccò non si misero subito d’accordo per seguirlo. Nessuno se lo aspettava. Lui invece è Pogacar, appena si muove si apre la caccia. Sarà guardato e se attacca, ha tutto il gruppo a ruota.

Pogacar ha già provato l’allungo sulla Cipressa. Era il 2020, con lui Ciccone
Pogacar ha già provato l’allungo sulla Cipressa. Era il 2020, con lui Ciccone
Meglio la Cipressa?

La Sanremo è una corsa rognosa, ma nessuno ha mai portato una squadra di scalatori per attaccare sulla Cipressa. Col “Panta” facemmo un grande attacco. Partì prima lui e poi io gli andai dietro e diedi il mio impulso, ma fu l’attacco di due corridori isolati. Se invece porti la squadra, allora vuoi fare un attacco organizzato, tenendo poi semmai due uomini di scorta per il Poggio.

Attacco di squadra o azione solitaria dalla Cipressa a Sanremo?

Da solo non può neanche lui. Non è la Strade Bianche, in cui c’è una difficoltà dietro l’altra. Dopo la Cipressa è lunga andare al Poggio. Ma se parte, quelli forti non lo lasciano andare. E se si forma un gruppetto importante, allora è diverso. Ne porta via quattro, magari anche Van Aert (avrei detto Alaphilippe se non si fosse ammalato) e allora la storia cambia. Perché dietro ci sarebbero meno squadre per tirare…

Van Aert non si stacca. Nel 2020 sul Poggio rispose ad Alaphilippe e lo bruciò in volata
Van Aert non si stacca. Nel 2020 sul Poggio rispose ad Alaphilippe e lo bruciò in volata
Pensi che Pogacar possa vincere la Sanremo?

Vincere non è facile. Lui vince con facilità quando ha il terreno adatto. E’ una vita complicata. E adesso si troverà davanti Van Aert, che alla Parigi-Nizza ha impressionato. Chiunque di loro due si muova, avrà il gruppo a ruota. Sempre che il gruppo ce la faccia a prenderli…

Pirelli avvia in Italia la produzione dei P Zero Race

17.03.2022
4 min
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Nei giorni scorsi Pirelli ha ufficializzato un’importante novità. Lo stabilimento di Bollate, una sede produttiva storica per il brand, ha avviato la produzione di pneumatici cycling. La struttura si trova a a pochi chilometri a nord di Milano ed è stata inaugurata nel 1962. Da tempo è oggetto di un processo di modernizzazione e riorganizzazione per ospitare la produzione delle linee alto di gamma di Pirelli Cycling. Grazie a questa decisione, quella di Bollate diventa così l’unica fabbrica a realizzare su scala industriale pneumatici bici Made in Italy

La sede produttiva di Bollate risale al 1962 ed è da tempo oggetto di un processo di modernizzazione e riorganizzazione
La sede di Bollate risale al 1962 ed è da tempo oggetto di modernizzazione e riorganizzazione

Il massimo della tecnologia 

Nella sede produttiva di Bollate si lavorerà alla produzione di pneumatici ad alto contenuto tecnologico. Fra questi spiccano tutti i modelli della famiglia P Zero Race, nella versione aggiornata con marchio Made in Italy. I prodotti sono già in vendita da marzo. 

La vicinanza dello stabilimento agli Headquarters Pirelli e al dipartimento R&D sarà un acceleratore dello sviluppo dei prossimi prodotti Cycling. Un ruolo attivo sarà come sempre svolto dai team professionistici con i quali Pirelli collabora. Stiamo parlando di Trek-Segafredo, UAE Team Emirates, AG2R Citroën e di squadre MTB come Wilier Triestina-Pirelli e Canyon CLLCTV-Pirelli. Si tratta di collaborazioni molto proficue i cui risultati sono destinati a ricadere in positivo su tutti gli utenti.

La sede Pirelli di Bollate diventerà l’unica fabbrica a realizzare su scala industriale pneumatici bici “Made in Italy”
La sede Pirelli di Bollate diventerà l’unica fabbrica a realizzare su scala industriale pneumatici bici “Made in Italy”

Dalle auto alle bici 

Negli ultimi anni, Pirelli ha saputo trasferire nel mondo bici l’esperienza acquisita nello sviluppo di pneumatici car Ultra High Performance. La fabbrica di Bollate rappresenta oggi un caso unico in questo settore. L’innovazione è visibile a tutti i livelli a partire dalla robotizzazione dei processi, che garantisce estrema affidabilità qualitativa e precisione geometrica nel prodotto. Un aspetto quest’ultimo ancora più cruciale in un pneumatico di dimensioni e peso ridotti come quello da bici.

Altro fattore da non sottovalutare riguarda i semilavorati per i quali è stato sperimentato un sistema di estrusione unico nel suo genere e che concorre a ottenere precisione assoluta in termini geometrici e di peso. Le mescole invece sono state sviluppate con un sistema di continuous mixing. 

Ogni processo è stato ideato e realizzato coerentemente alle specificità del pneumatico Cycling, con i massimi standard di sicurezza e con elevata automazione. Grazie a macchinari certificati CE e unitamente alle consolidate competenze delle persone, sarà garantito un livello qualitativo tale da rendere i prodotti così ottenuti dei modelli di riferimento

Tra i modelli che saranno prodotti nella sede di Bollate ci saranno quelli della gamma P Zero Race
Tra i modelli che saranno prodotti nella sede di Bollate ci saranno quelli della gamma P Zero Race

Restyling completo 

Come dicevamo all’inizio la sede produttiva di Bollate risale al 1962 ed è da tempo oggetto di un processo di modernizzazione e riorganizzazione. Attualmente sono in fase di rifacimento gli spazi destinati ai dipendenti, per offrire un ambiente confortevole a chi opera nella fabbrica. E’ previsto un completo restyling degli edifici e degli esterni, con linee più contemporanee. Il risultato sarà un complesso industriale moderno, efficiente e ben integrato nel contesto urbano. Si prevede che il rinnovamento completo dell’impianto industriale sarà concluso entro l’inizio del 2023. 

Il progetto per la sede di Bollate sarà un complesso industriale moderno, efficiente e ben integrato nel contesto urbano
La sede di Bollate sarà un complesso industriale moderno, efficiente e ben integrato

Andrea Casaluci, General Manager Operations Pirelli, si è espresso con parole di grandi convinzione ed entusiasmo in merito alla rinnovata sede produttiva di Bollate.

«E’ una grande soddisfazione – ha detto – dare un nuovo volto e una nuova funzione alla fabbrica di Bollate riportando in Italia parte della produzione di pneumatici cycling. E lo è ancora di più nell’anno in cui festeggiamo i 150 anni dell’azienda. Per noi la bicicletta ha un grande valore storico e simbolico, dato che le gomme da bici inaugurarono la produzione di Pirelli. Oggi riportiamo a pochi chilometri dalla nostra sede questa parte dell’attività. Inoltre, il progetto di Bollate ci consente di aggiungere valore al territorio, attraverso interventi che mirano a rendere moderno e sostenibile tanto lo stabilimento, quanto il contesto circostante».