Viaggio nel casco che ha salvato la vita di Trentin

16.03.2022
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L’immagine pubblicata su Twitter di Trentin con il casco in mano dopo la caduta alla Parigi-Nizza (foto di apertura). Le spiegazioni ricevute ieri da Adriano Rotunno, medico del UAE Team Emirates, a proposito della commozione cerebrale e un passaggio fra le sue risposte sulla necessità di osservare il casco. Già, il casco. Il Manta Mips di MET Helmets, che probabilmente ha salvato la vita a Matteo. Che cosa dicono nell’azienda valtellinese quando un loro prodotto assolve il suo compito, assorbe l’urto ed evita una tragedia?

«Siamo soddisfatti – dice Ulysse Daessle, responsabile della comunicazione di MET – perché si è trattato di un impatto importante. Quando il colpo arriva nella parte superiore del casco, vuol dire che c’è finito sopra il peso del corpo, quindi non è un incidente da poco. In questi casi per pronunciarci aspettiamo di ricevere il casco per poterlo analizzare e valutare come ha reagito».

Nel laboratorio MET Helmets si studia ogni tipo di impatto per realizzare il casco
Nel laboratorio MET Helmets si studia ogni tipo di impatto per realizzare il casco
E’ un tipo di impatto frequente?

Di solito il maggior numero di crash si riferisce a una parte più posteriore. In ogni caso, anche questo tipo di urto è già stato simulato e valutato nel laboratorio interno che si occupa proprio di replicare gli impatti, valutando anche quelli di tipo rotazionale, dove entrerà in funzione il MIPS (il sistema di sicurezza che prevede lo scorrimento di 10/15 millimetri all’interno del casco per fronteggiare proprio gli impatti rotanti, ndr).

Questo tipo di test aiuta a costruire caschi più sicuri?

Partiamo dal disegno in 3D per replicare gli impatti e insieme valutare l’aerazione e l’aerodinamicità del casco. Conciliando tutto, si va a creare la formula più performante.

Hai visto il casco di Trentin, come fate a essere certi che reggerà simili impatti?

Prima che il casco venga sottoposto alla validazione internazionale, prendiamo una serie di almeno 100 campioni ed effettuiamo test su tutte le taglie. Vogliamo avere uno standard di resistenza all’impatto superiore a quello che impongono le normative. Non siamo obbligati a fare tutto questo, ma abbiamo notato che ci sono delle variabili da considerare, per cui un casco può essere diverso anche se varia la temperatura di produzione. E’ bene testarli a fondo e in gran numero.

Questa immagine televisiva, già pubblicata ieri, mostra Trentin a terra dopo la caduta
Questa immagine televisiva, già pubblicata ieri, mostra Trentin a terra dopo la caduta
Avete già in mano il casco di Trentin?

Non ancora, credo lo abbia ancora la squadra. Quando lo riceveremo, allo stesso modo in cui riceviamo tutti i caschi che hanno subìto incidenti, il controllo qualità lo verificherà. In certi casi si arriva anche a tagliarlo per valutare in che modo abbia assorbito l’urto. Se un casco si fessura o si deforma, vuol dire che ha assorbito l’urto. Un po’ come i fascioni delle auto moderne, che si deformano. Una volta i paraurti erano indistruttibili, ma l’auto era così rigida che in caso di urto per gli occupanti c’erano conseguenze ben peggiori.

Quindi è bene che il casco sia deformato?

Si creano volutamente zone di deformazione, su cui influiscono anche la forma del casco e la quantità di materiale impiegato. Ad esempio, nei caschi per bambini piccoli, si fa una struttura interna. Grazie a questo, nella zona della fontanella cranica, il capo non entrerà mai in contatto con il casco. Avere i caschi incidentati ci permette di avere una statistica sui diversi punti. E devo dire che ne riceviamo davvero tanti.

Queste osservazioni si traducono poi in vantaggi nella produzione?

Ci permettono di definire i punti critici e valutare se il comportamento in caso di caduta corrisponda a quanto abbiamo elaborato. Questo tipo di riscontro ci viene anche dai ciclisti privati, non solo dagli atleti. Abbiamo un programma per cui se hanno una caduta in cui il casco subisce un danno, ci mandano la foto e gli viene riconosciuto il 50 per cento di sconto sull’acquisto del nuovo casco. Ma ovviamente a Trentin (ride, ndr) non abbiamo richiesto la foto, anche se l’ha fatta da sé. Gli abbiamo dato subito un nuovo casco…

Pogacar inforca la Tirreno e ora punta la Classicissima

13.03.2022
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Neanche il tempo di metabolizzare il successo sul Carpegna, e se vogliamo di portare a termine la Tirreno-Adriatico, che stamattina prima della partenza della frazione finale di san Benedetto del Tronto si parlava di Tadej Pogacar alla Milano-Sanremo.

Ce la farà? Ma davvero lo sloveno può portarsi a casa la Classicissima? Se queste erano le domande che ci si poneva prima del via, dopo l’arrivo tutto si è amplificato. Infatti a gettare benzina sul fuoco è stato lo stesso Pogacar: «Alla Sanremo ci punto», ha detto a botta calda nelle interviste alla tv.

Phil Bauhaus al colpo di reni precede Nizzolo (a destra) e Groves (a sinistra). Kristoff era stato a lungo in testa
Phil Bauhaus al colpo di reni precede Nizzolo e Groves. Kristoff era stato a lungo in testa

Bravo Bauhaus

E allora ecco che il successo allo sprint di Phil Bauhaus, tedescone della Bahrain Victorious, passa in secondo piano. Una volata lunghissima la sua. Una lunga, lenta ma inesauribile rimonta su Alexander Kristoff, partito un po’ lungo.

«Purtroppo – dice Valerio Piva diesse della Intermarché Wanty Gobert di Kristoff – ci sono caduti un paio di uomini nel finale e siamo rimasti scoperti. Pasqualon ha dovuto fare il lavoro di due persone e lo ha lasciato un po’ troppo presto e gli sono mancati gli ultimi 20 metri. Ma queste sono le volate».

«Ringrazio la squadra – ha detto il tedesco – e anche Caruso: uno scalatore che mi ha aiutato in volata! Fa piacere. Serviva il timing giusto per partire perché c’era vento in faccia. Ma è andata bene e ho aggiunto un’importante vittoria al mio palmares».

I tre protagonisti dell’ultima tappa della Tirreno (nell’ordine): Tonelli, Boaro e Arcas
I tre protagonisti dell’ultima tappa della Tirreno (nell’ordine): Tonelli, Boaro e Arcas

Pogacar a Sanremo

Poco prima, mentre passavano i giri e i corridori sfrecciavano sul lungomare di San Benedetto, avevamo parlato di Pogacar a Sanremo anche con Davide Cassani, venuto a godersi lo spettacolo.

«Sapete, non è facile la Sanremo per lui. Serve tanta potenza. E non so se ce la può fare contro corridori potentissimi come Van Aert. Il Poggio è molto veloce», aveva detto l’ex cittì.

Anche Giovanni Ellena, diesse della Drone Hopper-Androni, e in questo caso tecnico super partes, non è rimasto indifferente all’argomento.

«Pogacar alla Sanremo? Bella domanda – fa una una lunga pausa Ellena – se ci riesce abbiamo il nuovo Cannibale, siete d’accordo?

«Per me ci può stare. Guardiamo quel che ha fatto ieri sul Carpegna. In un chilometro ha preso 40” ai primi inseguitori. Significa che se loro in quel tratto duro andavano su a 15 all’ora lui saliva a 21. Questo per dire che ha tanta potenza anche per lo sforzo violento.

«Certo, il Carpegna non è il Poggio e Landa e gli altri scalatori non sono Van Aert. E’ una  situazione diversa. Il Poggio è particolare. Arriva dopo 300 chilometri. Ecco, questo della distanza potrebbe essere un bel punto di domanda. Deve dimostrare se può andare forte anche dopo tantissimi chilometri. Ha dominato tante corse, ma gli resta l’incognita dei 300 chilometri».

«Ci sono squadre strutturate per le classiche – riprende Ellena – improntate appositamente per certe corse. Non dico che la UAE Team Emirates non lo sia, ma non credo che la Sanremo con lui fosse in preventivo. E’ un obiettivo in più e non è programmato da mesi. 

«Alla Sanremo se arrivi ad una curva in sesta posizione, anziché in quinta perdi tutto. Sono piccoli dettagli che richiedono una certa preparazione e una certa esperienza. Se ce la fa, ragazzi, torniamo ad avere un certo Eddy Merckx… ma nato in Slovenia».

Sul podio con Tadej anche Vingegaard (secondo) e Landa (terzo)
Sul podio con Tadej anche Vingegaard (secondo) e Landa (terzo)

Un chiletto d’oro

E Tadej cosa dice?

«Tutti mi chiedono della Sanremo – ribatte Pogacar – è una grande corsa ed è un sogno. E’ una gara molto lunga. Abbiamo una grande squadra e faremo il meglio possibile».

I numeri che vengono snocciolati sui social dicono che va più forte dell’anno scorso, più forte della prestazione fatta sul Col de Romme al Tour de France. Tadej glissa un po’ e dice: «La forma è simile a quella dell’anno scorso. I numeri dicono che non sono lontano dal top della condizione. Ma migliorare non è facile, per farlo posso perdere ancora un chilo».

E questa non è una risposta banale. Un chiletto in questo momento potrebbe essere “oro” in quanto a forza. Nel ciclismo dei millesimi e dei dettagli quel chiletto non è solo zavorra, è un anche un briciolo di forza ulteriore. Quella che gli dovrebbe consentire di staccare Wout Van Aert sul Poggio, tra l’altro strepitoso anche oggi alla Parigi-Nizza.

Su un affondo di 25”-40” al massimo, numeri alla mano, il belga è più forte. Ma siccome non siamo in laboratorio, ma su strada, ed entrano in ballo tante altre variabili (vento, alimentazione, stress dell’atleta, posizione con cui viene presa la salita…) la partita è più che aperta. Sin qui Tadej non ha sbagliato un colpo.

Pogacar (23 anni) ha vinto la sua seconda Tirreno. Dopo l’arrivo ha chiesto subito degli zuccheri. Per lui un’aranciata
Pogacar (23 anni) ha vinto la sua seconda Tirreno. Dopo l’arrivo ha chiesto subito degli zuccheri. Per lui un’aranciata

Assalto dalla Cipressa 

E questo discorso, si porta dietro la questione tattica. Come e dove potrà attaccare Pogacar? Lui ama partire da lontano. Anche in conferenza stampa ha ribadito che gli piace correre in questo modo, ma certo non potrà muoversi da solo sin dalla Cipressa. O almeno è improbabile… anche per lui. Ma come sempre lo sloveno non è scontato.

«Forse posso muovermi dalla Cipressa, prima onestamente è difficile», come a dire: “Certo che mi muovo lassù”. Magari è consapevole che sul Poggio potrebbe essere troppo marcato. Ma questo lo scopriremo solo sabato pomeriggio.

Lui intanto si porta a casa la seconda Tirreno-Adriatico. «Per ora tutto procede bene, spero continui così».

In squadra la fiducia di cui gode è pressoché sconfinata, chiaramente. La caduta di Trentin alla Parigi-Nizza e lo stop di Gaviria potrebbero aver dirottato ulteriormente tutte le attenzioni su di lui. Oggi per esempio Pascal Ackermann, altro velocista della UAE, non ha fatto lo sprint, ma ha tagliato il traguardo vicino allo sloveno. Mentre nella frazione di Terni aveva preso parte alla volata. E’ un piccolo segnale. Haputman, Matxin e gli altri diesse del team di Gianetti hanno sei giorni per allestire “l’operazione Sanremo”.

E tutto sommato se non dovesse riuscire nell’impresa di andarsene sulla Cipressa o di non staccare i super bestioni sul Poggio nessuno gli potrebbe dire niente. L’ultimo che ha vinto la Sanremo e un grande Giro nello stesso anno è stato Bugno, ma parliamo di 32 anni fa.

Tadej a mani basse. Ma zitto, zitto Ciccone…

10.03.2022
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La vera notizia che arriva da Bellante, quarta tappa della Tirreno-Adriatico, non è la vittoria di Tadej Pogacar, a quella ci siamo ormai “abituati” è il crudele destino che spetta ai super numero uno. Per loro c’è solo la vittoria. E lo sloveno non ha tradito le attese, ciò che molti danno appunto per scontato, ma che scontato non è.

Prima parte di gara tra l’Appennino reatino. Si è pedalato tra il Terminillo e il Monte Gorzano
Prima parte di gara tra l’Appennino reatino. Si è pedalato tra il Terminillo e il Monte Gorzano

Destini incrociati

Ma quindi qual è la notizia di giornata? La news del giorno è Giulio Ciccone. Finalmente si è rivisto l’abruzzese. Saranno state le strade di casa, sarà che le cose stanno finalmente girando per il verso giusto, ma Cicco si è incollato alla ruota di Pogacar e l’ha tenuta finché ha potuto.

Si vedeva proprio. Lo marcava stretto. Aveva battezzato la sua ruota, come di solito si vede fare tra i velocisti. Per i suoi (tanti) tifosi questa è musica.

Destini incrociati tra i due: uno condannato a vincere, l’altro che ha una voglia di riscatto incredibile. Un quinto posto che vale tanto. per certi aspetti più della vittoria di Tadej. Bisogna pensare anche che Cicco ha fatto molta base e pochissimi lavori esplosivi. I fuorigiri li ha fatti quasi solo in gara (oggi era il 10° giorno di corsa della stagione).

La lucidità di Tadej

I tre chilometri di salita finale verso Bellante sono stati poco meno di 8′ intensi. Quasi come un Poggio a San Remo. Pogacar il re che controllava, tutti gli altri erano coloro che cercavano di spodestarlo. Lui aspettava solo il momento dell’attacco. Ed è incredibile la descrizione che fa e la lucidità con cuoi la fa.

«Ci sono stati chilometri veloci nell ‘approccio all’ultima salita – spiega il capitano del UAE Team Emirates – ma Soler ed io abbiamo sempre risposto bene. Ho sempre controllato tutto. C’erano molti corridori che nel finale mi preoccupavano. L’ultima, era un tipo di salita che non lasciava spazio a distrazioni e se io non avessi seguito chi tirava, quello sarebbe potuto andare via.

«Aspettavo questo attaccato e quando ai 600 metri c’è stata un’accelerazione importante ho attaccato. In quel momento ho visto la possibilità di vincere e ho colto l’occasione». 

Pogacar che vince ovunque. Qualcuno inizia a rimproverargli di essere cannibale.

«Se la squadra ha lavorato durante il giorno – ed è vero – non posso lasciare andare la vittoria e vanificare il loro lavoro».

«E poi non tutti giorni le gambe rispondo allo stesso modo. Bisogna sempre valutare se attaccare o meno, se poter tirare il fiato».

La voglia di Giulio

E poi c’è Ciccone. Il corridore della Trek-Segafredo ha potuto beneficiare dell’attacco di Quinn Simmons. Il suo barbuto compagno è stato fuori tutto il giorno. Ed è stato anche l’ultimo a mollare nella fuga del mattino. Cicco ha corso se vogliamo un po’ come Pogacar: controllando, attendendo, ma facendo il tutto sulle ruote dello stesso sloveno.

Lo ha copiato per filo e per segno. E in questo caso il copiare non è una brutta cosa come a scuola. E’ segno hai forza, hai coraggio, hai voglia… se poi copi da uno come Tadej. Ciccone era concentratissimo.

«Speravo avesse una giornata no – dice Ciccone quasi ridendo sotto i baffi – ma in realtà sapevo già che aveva due marce in più. Siamo saliti entrambi con la moltiplica grande (si andava davvero forte e le pendenze non erano impossibili, ndr). Io forse ero un po’ più agile di lui.

«Il piano era chiaro: volevo fare il finale e la squadra ha corso al meglio con la fuga di Simmons, mentre dietro la squadra mi ha tenuto sempre in posizione perfetta».

«Sapevo però che Tadej stava bene. L’avevo capito subito, poi ha anche una grande squadra. Forse nel finale è calato un po’ anche lui, la volata praticamente è stata di 600 metri: è umano anche lui!

«Stare dietro a Pogacar e come andare in apnea per provare a resistergli. Tiene un ritmo a tratti irresistibile e dalla fatica che fai, non ti rendi quasi conto di essere alla sua ruota. Ti porta al limite e ti tiene lì, fino a quando non sei costretto a cedere».

«Domani e dopodomani saranno ancora più dure di oggi – conclude Ciccone – Spero di star bene come oggi e sicuramente mi inventerò qualcosa. Se conosco il Carpegna? Era la salita del Panta. Volevo andare, ma c’era la neve, era troppo freddo e quindi ho girato prima».

Il rientro in corsa di Formolo? Via libera dopo 8 settimane

07.03.2022
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Alla domanda sulle probabilità di vederlo alla partenza del Trofeo Laigueglia Formolo, in cima al Teide, ci aveva risposto così: «Il dottore ha parlato di un 20 per cento, la vedo complicata». Invece, un po’ a sorpresa, “Roccia” era al via della prima gara del calendario italiano. Corsa che ha dovuto concludere anticipatamente a causa di una caduta. 

Alla partenza, il corridore del UAE Team Emirates sfoggiava una vistosa fasciatura alla mano (foto di apertura), infortunata il 3 gennaio sulle strade del Principato di Monaco. Due mesi dopo è tornato in corsa ed anche molto bene, visto che era nel gruppo di testa pronto a giocarsi la vittoria. 

Con Maurizio Radi, Dottore Fisioterapista di Fisioradi Medical Center, abbiamo indagato come si cura e si recupera da un infortunio del genere. 

Quali sono e quante le ossa della mano (foto Chimica Online)
Quali sono e quante le ossa della mano (foto Chimica Online)

La diagnosi

Il referto medico dice che Formolo ha riportato la frattura del 5° metacarpo e del terzo medio dell’osso uncinato. Sono tutte fratture composte, infatti hanno dovuto attendere qualche settimana prima di riuscire a vederle. Se notate, sono state rilevate da una risonanza magnetica, non da una radiografia. La differenza è che la radiografia si fa in due proiezioni, mentre la risonanza è più accurata perché “seziona” l’osso e permette di esplorare tutti i dettagli.

Per le fratture a polso o mano di atleti professionisti non si ingessa più l’arto ma si usano tutori in termoplastica su misura (foto RC Therapy)
Per le fratture a polso o mano non si ingessa più, ma si usano tutori in termoplastica su misura (foto RC Therapy)

Essendo una frattura composta Formolo ha usato un tutore per immobilizzare la mano.

«Dal punto di vista medico – ci dice Maurizio – essendo una frattura composta è stato scelto un giusto trattamento conservativo. Si legge nel referto che hanno dato come convalescenza dalle 4 alle 6 settimane. Alla fine di questo periodo si ripete l’accertamento per controllare lo stato di consolidamento della frattura.

«Con questo genere di infortuni l’atleta viene tenuto fermo in via precauzionale. Anche perché allenarsi su strada non è consigliabile in questi casi. Il rischio è quello di stressare il polso e, nella peggiore delle ipotesi, scomporre la frattura, allungando i tempi di costruzione del callo osseo».

Altri casi simili

Ci sono stati dei casi nei quali alcuni corridori hanno forzato il rientro usando dei tutori appositi per poter guidare la bici. Un esempio è quello di Nibali prima del Giro d’Italia dello scorso anno, anche in quel caso si trattava di un infortunio al polso.

«In quel caso era doveroso tentare di recuperare – riprende Maurizio – perché si era nel pieno della stagione. Nel caso di Formolo non era necessario forzare le tappe visto il periodo della stagione in cui siamo. Dal punto di vista della preparazione ci sono valide alternative come i rulli».

Anche Nibali subì un infortunio simile prima del Giro d’Italia, nel suo caso si forzarono i tempi di recupero
Anche Nibali subì un infortunio simile prima del Giro d’Italia, nel suo caso si forzarono i tempi di recupero

La riabilitazione

Una volta verificato che il callo osseo si sta ricostruendo nel modo corretto può partire la riabilitazione. Come funziona questa fase? 

«Questi tipi di frattura si possono trattare da subito – spiega Radi – cominciando con della fisioterapia strumentale: tipo magnetoterapia, per creare degli stimoli che accelerano la formazioni di callo osseo. Una cosa che bisogna fare in questi casi è evitare che le articolazioni di mano e polso si irrigidiscano, quindi si può intervenire togliendo il tutore per eseguire delle mobilizzazioni passive delle dita e del polso.

«Passata la prima fase di riabilitazione, si inizia ad intervenire con degli esercizi attivi per la mano al fine di stimolare i muscoli per iniziare un rinforzo dell’avambraccio, degli estensori delle dita, del polso e dei flessori delle dita e del polso».

Una caduta ha frenato il suo rientro al Trofeo Laigueglia, per Maurizio Radi nessun pericolo di un ulteriore infortunio al polso
Una caduta ha frenato il suo rientro al Trofeo Laigueglia, per Maurizio Radi nessun pericolo di un ulteriore infortunio al polso

Il ritorno alle gare

Tornare in corsa dopo 8 settimane, è stato un rischio? Visto che Formolo è stato anche coinvolto in una caduta?

«No, un atleta di quel livello dopo un periodo di degenza così lungo – spiega – recupera pienamente. Non ha fatto una corsa stressante come una Roubaix o un Fiandre (ma per precauzione ha saltato la Strade Bianche, ndr). Una volta che viene dichiarata guarita la frattura vuol dire che c’è stato un completo consolidamento del callo osseo e quindi l’atleta si può considerare guarito».

La solitudine del numero uno. Altra impresa di Pogacar

05.03.2022
6 min
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Cinquantuno chilometri all’arrivo. Tadej Pogacar è di nuovo solo, in fuga verso Siena stavolta. Alla Strade Bianche stupisce tutti, tranne se stesso. Persino Mauro Gianetti, il team manager della sua UAE Team Emirates si chiede: «Ma dove va? Manca tanto e in gruppo non sono 7-8. Sono tanti e certe squadre hanno anche tre, quattro atleti. Si possono organizzare».

Ma lui è Tadej Pogacar. Quando scatta neanche sembra faccia fatica. Cancellara, che qui ha vinto tre volte, quando attaccava si contorceva, faceva smorfie. Lui invece niente. Accelera quasi banalmente, eppure apre il vuoto

«E’ così scatta e sembra non fare fatica – dice Matxin tecnico della UAE che lo ha seguito in ammiraglia al fianco di Andrej Hauptman – Tadej è Tadej, non somiglia a nessuno».

Cavalcata solitaria

Ripercorriamo questi 50 chilometri in solitaria. Settore di Monte Sante Marie, uno dei più importanti. Pogacar forza e se ne va. Inizia la sua cavalcata. Ben presto prende vantaggio.

«L’attacco – riprende Matxin – non era stato programmato. Almeno non così… Sapevamo che quello era un punto decisivo e volevamo forzare. Ne avevamo parlato con Tadej, ma molto dipendeva dalla situazione della corsa. Poi si è ritrovato da solo. Tanto che ad un certo punto ci ha chiesto cosa doveva fare.

«Gli abbiamo detto: provaci, fidati di te. La corsa dipende da te, non da quello che fanno dietro. Se hai un minuto è perché dietro non sono brillanti. Ed è andato».

La fuga solitaria tutto sommato, da come racconta Matxin, è passata in fretta. «Andrej (Hauptman, ndr) lo ha gestito alla stragrande. Si parlavano in sloveno. Tutto è più facile così. Curva a destra, curva a sinistra, sterrato fra 300 metri, tratto al 3 per cento… gli fai compagnia, lo aiuti a far passare il tempo».

«Come si gestisce di testa una fuga del genere? Mi ricorda molto quella che fece nella sua prima Vuelta, quando partì a 46 chilometri dall’arrivo. Aveva già vinto due tappe, non aveva il podio, né la maglia bianca: gli dissi di “pensare solo avanti”, a sé stesso. Allora come adesso quindi non aveva nulla da perdere, doveva solo guardare avanti».

Al via 147 atleti. Giornata bella ma fredda. Solo in 90 sono arrivati a Siena, ma tre fuori tempo massimo
Al via 147 atleti. Giornata bella ma fredda. Solo in 90 sono arrivati a Siena, ma tre fuori tempo massimo

Pressione zero

Dalla Tv tutto sembra facile per Tadej. Ma tutti si chiedono se senta o meno la pressione. Se ha avuto almeno un dubbio quando Kasper Asgreen ha forzato e si è creato un drappello che aveva quasi dimezzato il suo vantaggio.

«Pressione? La pressione – dice Maxtin – ce l’ha chi sta in Ucraina. Chi deve arrivare a fine mese con 1.000 euro. Quella è pressione. Questo è un privilegio. Essere un ciclista professionista ed entrare in Piazza del Campo da solo e tutti che urlano il tuo nome: che pressione è? Questo deve essere orgoglio, prestigio».

A queste parole fa eco lo stesso Pogacar. «Avevo pressione zero stamattina – spiega lo sloveno – Se non me la mette il team, e in squadra nessuno me la mette, di quello che succede fuori, di quello che si aspettano gli altri non mi interesso».

Semmai un pizzico di nervosismo, Pogacar ce lo aveva prima di arrivare in Europa, visto che era rimasto tre giorni in più negli Emirati Arabi Uniti per determinati impegni. Non si era allenato come voleva (anche se ci dicono si sia “scornato” per bene con Joao Almeida nel deserto) e aveva ancora il fuso orario addosso. Ma come sempre lui guarda il bicchiere mezzo pieno.

«Alla fine – dice Tadej – mi sono riposato un po’ dopo il UAE Tour e non è stata una cattiva idea visto che la corsa è stata dispendiosa».

Anche Tadej soffre

La sua cavalcata continua. Passa uno sterrato, poi un’altro ancora. Pogacar alterna pedalate potenti in pianura ad altre più “agili” in salita (nel senso che gira velocemente rapporti duri per altri). Nel finale però mostra che è umano. Appena c’è una discesa, si stira la schiena, sgranchisce le gambe. Ha qualche dolore.

«Guardate – racconta lo sloveno – che ho sofferto molto anche io. E’ stata una volata di 50 chilometri. Già poco dopo che sono partito ero affaticato. Non ho potuto certo godermi i panorami. Però a quel punto ero fuori. Passavano i chilometri e io restavo concentrato su di me. Ero concentrato sul traguardo».

Matxin ci dice che Pogacar era sempre informato sui distacchi, che ha gestito questo sforzo da solo. La solitudine tipica del campione ciclista, dell’uomo solo al comando. «Ha la testa vincente», aggiunge Matxin.

L’ingresso in Piazza del Campo è un tripudio. Ci sono i suoi tifosi con le sue bandiere e c’è la folla comune. Ormai Pogacar inizia ad essere un nome anche oltre il mondo ciclistico. Tutti gli addetti ai lavori battono le mani. Lui si siede alle transenne. Ha faticato davvero.

E dire che era anche caduto. «Tadej – dice Covi – neanche lo devi aiutare. Fa tutto da solo!».

In realtà la squadra lo ha coperto e bene. Ed è stata anche rispettosa nel non infierire dopo la caduta di Alaphilippe. «Massimo rispetto – dice Matxin – oggi tocca a loro, domani a noi. Non è in questo caso che bisogna attaccare. Noi abbiamo solo coperto Tadej».

E gli altri?

Chissà cosa deve essere passato nella testa di Alejandro Valverde, secondo, che potrebbe quasi essere il papà di Tadej. Secondo come la sua compagna di squadra Van Vleuten. Al mattino il patron del Movistar Team, Eusebio Unzue, ce lo aveva detto: «Vedrete Annemieck e Alejandro come andranno. Sono sempre agguerriti. Alejandro non come Annemiek, perché lei è sempre “cattivissima”, ma andrà forte».

E non si sbagliava. Il murciano ha gestito lo sforzo alla perfezione. Probabilmente è stato colui che ha speso meno energie di tutti in gruppo. Come un gatto si è lanciato alla ruota di Asgreen nel contrattacco. E quello è stato l’unico momento in cui, per un istante, la corsa è sembrata riaprirsi. Contro Pogacar ci si deve accontentare di questo.

Spunta “Loulou”, tempo di ricognizione alla Strade Bianche

03.03.2022
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Sole che va e che viene. Le colline senesi si accedono e si spegnono. Corridori che passano e primo brulicare di ammiraglie. E’ la ricognizione. L’avvicinarsi della Strade Bianche fa vivere improvvisamente questi angoli di Toscana dove di solito c’è ben altra tranquillità.

I team, molti dei quali composti da corridori che ieri erano al Trofeo Laigueglia, ne approfittano per la ricognizione. «Il ciclismo è cambiato – ci dice Davide Bramati diesse della Quick Step- Alphavinyl – ormai la maggior parte fa la “recon” il giovedì e non il venerdì».

Ricognizione al giovedì

Uno dei motivi che probabilmente ha spinto a fare la prova oggi è il meteo. Domattina infatti c’è una certa probabilità di pioggia. Quindi meglio driblare uno scroscione d’acqua poco piacevole e per di più neanche influente ai fini della gara, che invece dovrebbe essere asciutta.

Però Brama ha ragione. Ormai è così: meglio avere un giorno di riposo in più nelle gambe. Meglio passare una vigilia tranquilla. Specie per chi punta alla vittoria come il campione del mondo Alaphilippe.

E sulle orme del team di Lefevere anche altre squadre hanno scelto di provare all’antivigilia. Jumbo-Visma, Lotto Soudal, Bora Hansgrohe, UAE Team Emirates, Ineos-Grenadiers, quelle che abbiamo incontrato noi. Mentre la Trek-Segafredo dovrebbe andare domani. Di sicuro domattina andranno le donne.

Quick Step da lontano

Molti hanno scelto di partire dai meno 90-100 chilometri. Uno dei vantaggi della ricognizione al giovedì è che si può provare una porzione maggiore di percorso.

La Quick Step–Alphavinyl per esempio ha scelto di provare solo i settori più lunghi e per questo è partita abbastanza indietro, in zona Torrenieri per intenderci, vale a dire poco prima del settore più lungo, quello di Lucignano d’Asso. E infatti, dopo Monte Sante Marie, Alaphilippe e compagni sono scesi “in pianura” e hanno ripreso la strada dell’hotel. 

Altri invece, dopo Monte Sante Marie, hanno tirato dritto anche per scoprire gli ultimi tre settori: Monteaperti, Colle Pinzuto e Le Tolfe.

Occhio alle ruote

Una ricognizione fatta principalmente per il “reparto ruote”. Tutti tubeless per i Quick Step. Alaphilippe non aveva ancora trovato la pressione giusta, tanto che proprio all’uscita di Monte Sante Marie l’ha fatta ritoccare al meccanico. Probabilmente l’ha fatta abbassare un po’ visto che si è “lamentato” dell’aderenza.

Il francese ci tiene molto a questa gara. L’ha vinta nel 2019 e lo scorso anno fu secondo alle spalle di Van der Poel. E’ dato in ottima condizione. E quando “Loulou” punta ed è in condizione raramente sbaglia: Leuven (e non solo) insegna.

Per tutti loro ruote a “basso” profilo: le 33 millimetri Alpinist di Roval, marchio di Specialized.

Ma tutto sommato il clan era tranquillo, anche perché a vigilare su di loro c’era Giampaolo Mondini, il responsabile dei team proprio del brand americano. Di certo ne avranno parlato a bocce ferme anche a fine ricognizione.

Ulissi e Covi (in primo piano) durante la ricognizione di questa mattina
Ulissi e Covi (in primo piano) durante la ricognizione di questa mattina

Rapporti: si cerca il 32

E qualche dubbio regnava anche in casa UAE Team Emirates. Soler ha detto al meccanico che la pressione di 5,2 bar all’anteriore andava bene per lo sterrato, ma non per l’asfalto. Così sgonfia, infatti, la ruota saltellava un po’.

Il meccanico della UAE passava con la pompa da una bici all’altra per controllare la pressione appunto. Chiedeva ai ragazzi se andava bene. E intanto annotava i dati su un quaderno. Non solo, ma chiedeva anche dei rapporti.

«Ma lasciate questi rapporti?», domanda Covi: «Io vorrei il 32». «Sì, meglio. Il 32 va bene anche per eventuali ripartenze da fermi», gli risponde il diesse Manuele Mori.

Mentre parlano notiamo che Covi e Ulissi hanno fatto una scelta diversa. Ruote basse per Diego, ruote alte per Covi. Mentre le pressioni, a parte qualche ritocco in base al peso, dovrebbero essere per tutti le stese: 5-5,2 bar all’anteriore e 5,5-5,7 bar al posteriore.

Tattica e percorso

Ma la ricognizione serve anche per memorizzare i tratti, per visionare i possibili scenari di corsa. Una corsa sempre mossa, in cui ci si concentra molto sugli undici settori di sterrato chiaramente, ma che non va sottovalutata per il suo dislivello di 3.100 metri.

«Vedete – spiegavano i diesse della UAE ai ragazzi – qui (la vetta di Monte Sante Marie, ndr) si esce sempre “spaccati”. Di solito ci sono due gruppi. Se si è in uno di questi due drappelli va bene, altrimenti la corsa è finita».

«Perché quanto manca da qui?», chiede ancora Covi mentre sgranocchia una barretta. «Mancano 42 chilometri», gli risponde Mori. «Se non vi sentite un granché meglio anticipare, come fece Formolo qualche tempo fa», continua il direttore sportivo.

«E gli altri tratti come sono?», continua Covi. «Sono più brevi, ma con degli strappi duri», gli ribatte Ulissi, che è lì al suo fianco, ben più coperto del giovane compagno.

Rodriguez solitario

Le squadre si radunano quasi sempre all’uscita degli sterrati. I corridori parlano, si confrontano tra di loro e con i meccanici e soprattutto si aspettano. E sì, perché ci sono delle belle differenze di approccio alla ricognizione.

Ognuno interpreta i tratti come meglio crede: studiare linee e “sentire la guida” andando forte, oppure osservare bene la strada e i suoi trabocchetti. Si cerca poi qualche punto di riferimento da memorizzare in caso di crisi o di attacco.

E in questa interpretazione molto influisce quanto si è fatto il giorno prima.

Laengen e Soler ieri non hanno corso a Laigueglia e infatti sono arrivati in cima con una buona manciata di minuti di vantaggio su Covi e Ulissi, che invece sono stati protagonisti nella corsa ligure.

Idem Carlos Rodriguez. Lui lo abbiamo “pizzicato” in un tratto di collegamento su asfalto, totalmente abbandonato dai compagni (ma con l’ammiraglia al seguito). Anche lo spagnolo ha corso a Laigueglia. Andava pianissimo, ma non conoscendo il percorso lo ha voluto provare tutto.

McNulty 2022

McNulty, da una delusione è nato un uomo nuovo

03.03.2022
4 min
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La gara olimpica di Tokyo 2020 è finita da poco. Mentre Carapaz festeggia il suo storico oro, mentre Van Aert e Pogacar guardano le loro medaglie senza nell’intimo capire se sono pienamente contenti di quel che hanno fatto, un americano se ne resta vicino al suo entourage con lo sguardo perso nel vuoto e la bocca che è una fessura. Non c’è una traccia di soddisfazione nello sguardo di Brandon McNulty, eppure sui fogli distribuiti celermente dalla federazione americana le sue dichiarazioni sono improntate all’entusiasmo.

«Wow, è pazzesco – si legge – penso che all’interno del programma Usa Cycling ogni generazione si stia avvicinando all’essere al top di questa disciplina, aver chiuso sesto è un grande onore per me».

Dichiarazioni che chiaramente non sono farina del suo sacco, ma dell’addetto stampa federale chiamato a scrivere qualcosa improntato all’ottimismo. Magari alla vigilia un risultato del genere neanche lo avrebbero sognato, non l’avrebbe fatto nessuno, forse neanche lo stesso Brandon, però… Per come si era messa la gara, Brandon ha accarezzato l’idea di salire sul podio, anche di vincere, di riportare la bandiera “stars ad stripes” sul pennone più alto 37 anni dopo.

McNulty Tokyo 2021
La volata per il secondo posto olimpico premia Van Aert, a McNulty un amaro 6° posto
McNulty Tokyo 2021
La volata per il secondo posto olimpico premia Van Aert, a McNulty un amaro 6° posto

A ruota di Carapaz, ma per poco..

Quando Carapaz ha attaccato e gli altri si sono messi ad aspettare la reazione di Van Aert (era lui il favorito, a lui stava togliere le castagne dal fuoco), Brandon non ha aspettato e si è messo alle costole dell’ecuadoriano. E’ passato qualche minuto, dietro non si vedeva più nessuno, sembrava tutto pronto per un arrivo in coppia, poi andava come andava, tanto si sa che alle Olimpiadi vincono in tre…

«Avevo le gambe migliori di sempre – ha raccontato in seguito, mandata giù l’amarezza – ma non sono bastate. Alla fine posso dire che essere finito sesto non è male, ma mi resta l’amarezza per non aver ottenuto la medaglia quando c’ero davvero così vicino».

Quella medaglia avrebbe significato tanto, per lui come per tutto il ciclismo americano che ancora cerca campioni in grado di ridestarlo dal post Armstrong, dall’aver toccato la cima per così tanto tempo per poi scoprire che era tutto frutto di un grande bluff. Eppure è proprio da quell’amarezza, da quell’esito negativo che esce fuori il nuovo Brandon McNulty.

McNulti Calvià 2022
Prima gara e prima vittoria, al Trofeo Calvià, con 1’17” sul gruppo regolato dall’elvetico Suter
McNulti Calvià 2022
Prima gara e prima vittoria, al Trofeo Calvià, con 1’17” sul gruppo regolato dall’elvetico Suter

Già due vittorie

Quest’anno è stato subito tra i più forti. Alla sua prima uscita in Spagna al Trofeo Calvià, subito una vittoria, poi quarto due giorni dopo al Trofeo Serra de Tramuntana e secondo al Trofeo Pollença. Si è presentato al via della Volta ao Algarve e all’inizio dell’ultima tappa era in testa alla classifica, per poi inchinarsi a Remco Evenepoel.

«Non c’è niente di cui lamentarsi quando si è battuti da gente del genere – ha raccontato a Velonews – avevamo individuato delle crepe nel lavoro della Quick Step e ci abbiamo provato, ma sanno difendersi bene. E’ stato comunque divertente».

Il secondo posto però aveva un sapore dolce, quasi quello di una vittoria: «Ho lavorato bene durante l’inverno e mi accorgo di andare sempre meglio. Continuo a fare passi avanti e questo mi conforta anche perché il mio obiettivo non è legato alle classiche di un giorno, quanto alle corse a tappe per le quali ritengo di essere più portato. Il mio problema sono le cronometro, lo so e ci ho lavorato, ma so anche che c’è ancora molto da fare».

McNulty Sicilia 2019
McNulty al Giro di Sicilia 2019, vinto a sorpresa con la maglia della Rally UHC battendo Martin e Masnada
McNulty Sicilia 2019
McNulty al Giro di Sicilia 2019, vinto a sorpresa con la maglia della Rally UHC battendo Martin e Masnada

Ora la Parigi-Nizza

Sarà anche vero, ma la stagione per ora dice che il suo massimo lo sta raggiungendo nelle gare d’un giorno: sabato ha conquistato la Faun-Ardèche Classic (foto di apertura) con il piglio del dominatore, attaccando sulle ultime due asperità e vincendo con 45” sul belga Vansevenant prendendosi così una sorta di piccola rivincita sulla Quick Step. Una forma simile ha convinto i suoi dirigenti del Uae Team Emirates a puntare su di lui per la Parigi-Nizza, partendo con le stesse chance di Joao Almeida, poi sarà la strada a decidere le gerarchie.

Intanto però Brandon continua per la sua strada. In fin dei conti ha soli 23 anni, ma quel sogno gli è rimasto dentro. Si ha un bel dire che le Olimpiadi nel ciclismo non hanno lo stesso sapore che in altri sport. Il ragazzo di Phoenix la pensa diversamente, è cresciuto in un Paese dove lo sport è una strada privilegiata per costruirsi la propria vita e concretizzare il sogno americano, ma dove anche le Olimpiadi hanno un valore particolare.

Gli americani le hanno vinte una volta sola, nell’edizione “monca” del 1984 con Grewal e solo 9 volte sono finiti nei primi 10. Brandon lo ha fatto e già pensa a quel che sarà fra due anni. Intanto il prossimo luglio sarà in Francia e magari in quell’arrivo finale agli Champs Elysees, ricomincerà a sognare.

Laigueglia, dominio UAE… Seppur con qualche “errorino”

02.03.2022
6 min
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Fra i “tre litiganti” il quarto gode. E fortunatamente per il UAE Team Emirates il quarto, Jan Polanc, era uno di loro. Oggi è andata proprio così al Trofeo Laigueglia. Dominio netto, nel risultato e nell’andamento della corsa, da parte della squadra di Mauro Gianetti. 

Sono i suoi ragazzi, guidati in gruppo da Diego Ulissi e Davide Formolo, a fare la corsa. Anche quando mancava tanto all’arrivo sono stati loro (e la Ineos-Grenadiers) a chiudere. E sempre loro, a ripetizione, sullo strappo e nella discesa di Colla Micheri hanno fatto il resto.

Polanc (classe 1992) festeggia sull’arrivo di Laigueglia. Alle sue spalle lo sprint dei compagni che vedrà secondo Ayuso e terzo Covi
Polanc (classe 1992) festeggia sull’arrivo di Laigueglia. Alle sue spalle, secondo Ayuso e terzo Covi

Stoccata da manuale

Una corsa preparata al dettaglio dal loro diesse Fabrizio Guidi. C’era lui a dirigere l’orchestra dall’ammiraglia, a gestire quel nervosismo nel finale con Alessandro Covi e Juan Ayuso che tenevano a bada un bellissimo Lorenzo Rota. Alessandro e Juan si parlavano, si guardavano, spesso hanno hanno fatto anche delle finte con la radiolina per farci cascare Rota ma niente.

Ad un certo punto, Covi è in testa dopo lo scatto. Rota lo rintuzza. Covi si volta e fa probabilmente finta di parlare alla radiolina, Ayuso si lascia sfilare 5 metri e scatta a tutta per cercare di passarli al doppio. Ma niente da fare. Rota è ancora lì. Piva ce lo aveva detto: «Quest’anno mi aspetto molto da questo ragazzo. Lo scorso anno ha perso San Sebastian per una sfortuna».

Rota è lì, ma lì ci sono anche gli inseguitori. E che inseguitori: Carlos Rodriguez, in primis, e appunto Polanc. Loro a dispetto dei tre davanti su Capo Mele vanno regolari in salita e regolari in discesa. Piombano sul terzetto allo scoccare del triangolo rosso in fondo allo strappo. Senza fermarsi Polanc tira dritto. Si porta dietro la velocità della discesa. Rodriguez tentenna un decimo di troppo. Gli altri si aprono. Gara finita.

Bravissimo Rota. Il corridore della Intermarché Wanty Gobert ha collaborato sin troppo con Ayuso e Covi
Bravissimo Rota. Il corridore della Intermarché Wanty Gobert ha collaborato sin troppo con Covi e Ayuso

Rota c’è…

«Avevo paura di perdere il podio – ci ha detto Rota a mente fredda – come poi è stato. Sono stato onesto con Covi e Ayuso. Ho tirato, pensando ci fosse un tacito accordo, per arrivare a giocarcela allo sprint… anche se in quella situazione era quasi impossibile vincere per me. Che dire: se invece di scattarci in faccia avessimo fatto come dicevo io, saremmo arrivati. Invece nell’ultimo chilometro ci siamo ritrovati fermi in mezzo alla strada e noi che siamo stati i protagonisti della corsa non abbiamo vinto».

«Voglio ringraziare la mia squadra per il gran lavoro svolto e il nostro capitano, Bakelands, che ha fatto un’azione stupenda e ha portato via il gruppetto dei venti. Per il resto, sono soddisfatto della mia condizione. Vengo dall’altura, nelle prime due corse in Francia ho sofferto un po’, ma sento che va sempre meglio. E per questo sono fiducioso… per me e per la squadra che sta andando fortissimo».

Il Trofeo Laigueglia era alla sua 59ª edizione: 202 chilometri e appena meno di 3.000 metri di dislivello
Il Trofeo Laigueglia era alla sua 59ª edizione: 202 chilometri e appena meno di 3.000 metri di dislivello

Perfetti ma non troppo

Una corsa davvero intensa, una corsa che a tratti è sembrata una partita di scacchi. Quel voltarsi continuo, il tirare di Rota. Il distacco che era buono ma non rassicurante, come poi si è dimostrato…  Ma in tutto ciò, il direttore sportivo della UAE Team Emirates fa un’analisi più che intelligente. Non si lascia trasportare dal risultato, anche se chiaramente è contentissimo.

«Farà un po’ ridere – spiega Guidi – perché avendo fatto primo, secondo e terzo non è facile da dire, eppure non siamo stati perfetti. Abbiamo fatto qualche “errorino”, ma i ragazzi sono giovani e ci sta.

«Ayuso continuava a spingere forte perché voleva staccarlo (il riferimento è a Rota, ndr) pensava di farlo e di arrivare in due. Alla fine sapevano che erano più veloci in volata, ma sapete com’è: non si sa mai. Meglio evitarla, specie quando si può.

«Polanc è andato d’istinto. Veniva da dietro e ha tirato dritto. Ma il bello è questo. Non si corre col computer in mano, decidono i corridori. Io posso dargli qualche informazione ma poi la corsa ce la devono avere in testa loro».

Fare tripletta e non essere perfetti. Perché? Perché anziché tirare forte forse era meglio scattare: prima uno e poi l’altro. E infatti, riprende Guidi:«Cosa gli dicevo dalla macchina? Di attaccare! Ma ripeto: sono giovani. L’importante è che anche situazioni apparentemente perfette come questa, diventino occasioni su cui riflettere. Perché non sempre poi le cose vanno così bene. Spesso sono i dettagli che fanno la differenza».

«La cosa buona veramente di oggi è che i ragazzi hanno parlato molto fra loro. E su un percorso così tortuoso, con l’ammiraglia dietro, è importante. Loro devono essere in grado di prendere iniziative, di decidere. Cosa si dicevano? Aumenta, rallenta, mi muovo io, ti muovi te… Ed è tutto qui quel che serve: unità di squadra e comunicazione».

Fabrizio Guidi è arrivato lo scorso anno al UAE Team Emirates
Fabrizio Guidi è arrivato lo scorso anno al UAE Team Emirates

Vigilia proficua

«Ieri – racconta con passione Guidi – avevamo provato il percorso. Conoscere le strade su una gara del genere è importante. Eravamo partiti dallo strappettino del circuito (Colla Micheri, ndr) e poi avevamo fatto il giro grande con il Testico e tutto il falsopiano in cima. Lassù i ragazzi si sono fermati e hanno deciso la tattica. Ma un conto è deciderla da fermi e un conto è farla in corsa».

«Oggi Ulissi, che era il più esperto, ha dato il via a questa tattica. Dopo il primo passaggio sul Testico è venuto all’ammiraglia e mi ha detto: Fabrizio, è il primo giro e già siamo rimasti in 40, andiamo via come abbiamo detto ieri. E infatti al secondo passaggio hanno fatto il forcing verso la cima. Una volta in pianura ci eravamo tenuti due uomini, Suter e Oliveira, per non far rientrare nessuno. A quel punto ci hanno aiutato anche altre squadre e la corsa è andata».

Non sempre capita di vedere una tripletta nel ciclismo. La prima che viene in mente è quella della Mapei alla Roubaix del 1996
Non sempre capita di vedere una tripletta nel ciclismo. La prima che viene in mente è quella della Mapei alla Roubaix del 1996

Stato di grazia

Unità di squadra e comunicazione. E’ anche questo, secondo Guidi, uno dei motivi per cui la UAE sta crescendo così tanto e sta vincendo molto. Dall’inizio della stagione già in parecchi hanno gioito: McNulty, Covi, Gaviria, Pogacar e ieri Trentin…

«In UAE si respira un bell’ambiente. Abbiamo fatto già tante gare e alla base c’è lo spirito di vincere della squadra. La voglia di vincere di Mauro (Gianetti, ndr) e la programmazione sempre ben ponderata di Matxin. C’è molta collaborazione fra tutti.

«Anche tra noi diesse. Io per esempio oggi ero collegato con un diesse a casa che vedeva la tv e mi confrontavo con lui. E con questo spirito stiamo crescendo ancora. Poi chiaramente per vincere servono i corridori buoni e con le gambe».

Trentin, maledizione sfatata. E adesso rotta su Sanremo

02.03.2022
4 min
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«Ci voleva sì, altroché – dice Trentin tutto d’un fiato – ci voleva alla grande. Sono contento. Sono andato forte forte!».

L’aeroporto è incasinato, la coda per il check-in dei bagagli va a rilento e intanto Matteo racconta la vittoria. Lo prendiamo un po’ in giro: ti ricordi in che modo ci eravamo salutati a Kuurne?

Una volata con tanta rabbia dopo le delusioni di Het Nieuwsblad e Kuurne
Una volata con tanta rabbia dopo le delusioni di Het Nieuwsblad e Kuurne

Ci pensa e non ricorda. Era appoggiato alla transenna dopo il nono posto alle spalle di Jakobsen e ridendo all’indirizzo dell’addetto stampa cinese dell’UAE Team Emirates, aveva detto: «Non torno stasera, ho vinto Le Samyn, perché Zhao non vuole andare a casa». L’altro aveva riso, ma adesso che Le Samyn l’ha vinto davvero quella frase strappa il sorriso.

«In realtà – ghigna – intendevo dire che mi avevano fatto rimanere su fuori programma, ma mi sta bene anche così».

Giornalisti e volate

Ci girava intorno da parecchio. Allo stesso modo in cui il Trofeo Matteotti del 2021 era venuto dopo due anni di digiuno, la vittoria di ieri sul traguardo di Dour interrompe una maledetta serie di piazzamenti e volate perse d’un soffio. Matteo è di buon umore.

Merlier, come Jakobsen e gli altri velocisti, sono rimasti tagliati fuori dal forcing dei primi
Merlier, come Jakobsen e gli altri velocisti, sono rimasti tagliati fuori dal forcing dei primi

«Questa cosa delle volate – dice – me l’avete attaccata voi giornalisti».

«Ti abbiamo aiutato a metterla a fuoco – gli rispondiamo – perciò adesso che l’hai superata, devi pagarci da bere».

«Lettura interessante – un istante di silenzio, una risata – ma comunque sono contento matto. Sono andato davvero forte. Abbiamo fatto la corsa dura da subito, perché dopo Kuurne nessuno voleva portarsi Jakobsen in volata. Al Matteotti ero contento perché fu quasi una liberazione, qui sono contento perché riuscirò ad arrivare rilassato ai prossimi impegni».

Jakobsen? No, grazie

L’olandese della Quick Step-Alpha Vinyl è arrivato nel gruppone a 4 secondi dal trentino e alla volata ci ha rinunciato, visto che c’era in palio il nono posto. A ben vedere, la stessa azione Trentin l’aveva provata proprio a Kuurne, ma si era trovato in cattiva compagnia di gente poco propensa a tirare e il gruppo dietro spianato in caccia.

Questa volta il forcing di Trentin ha portato via il gruppo giusto. Erano 25, sono arrivati in 8
Questa volta il forcing di Trentin ha portato via il gruppo giusto. Erano 25, sono arrivati in 8

«Pavé e strade strette – racconta – non è stato tanto un fatto di muri. Siamo partiti subito forte, ma non si staccava nessuno. Quando però abbiamo accelerato davvero, dietro si sono disuniti. Non so chi tirasse nel gruppo, forse la Quick Step, perché davanti erano in due e non hanno mai collaborato. Quando siamo partiti, nel gruppo in fuga eravamo in 25, poi piano piano hanno iniziato a staccarsi e alla fine siamo arrivati in otto con 4 secondi di vantaggio».

Destinazione Sanremo

Il futuro è un’ipotesi, canta Enrico Ruggeri, ed è bene che tale rimanga. Da ieri sera Matteo è a casa, ma partendo si lamentava che il distributore automatico di snack fosse fuori uso e che sarebbe arrivato a Monaco così tardi da saltare la cena.

Prima del podio, finalmente per Trentin il momento di sorridere con Hofstetter e De Bondt
Prima del podio finalmente per Trentin il momento di sorridere

«Poco male – ammette – ora un po’ di riposo, poi la Parigi-Nizza e la Sanremo. Non sto neanche a parlarne per scaramanzia. Arrivo sempre lì, l’anno scorso c’è scappato un dodicesimo posto. Per questo tornerò a pensarci dopo la Parigi-Nizza. Il rammarico di questa vittoria è non aver avuto il tempo per festeggiare con la squadra. Hanno fatto la premiazione più lunga del mondo e quando sono tornato al pullman, alcuni erano già andati via».

Le premiazioni in effetti sono andate parecchio per le lunghe. Jean Luc Vandenbroucke – ex professionista, direttore sportivo, commentatore televisivo, organizzatore della corsa e zio dell’indimenticato Frank – ha posato con lui in sella a una biciclettona da passeggio (foto in apertura).

Un commiato ben più lieve di quello di Kuurne, quando la rassegnazione aveva preso il sopravvento sul suo proverbiale spirito. La Sanremo è una presenza costante nei sogni di ogni corridore italiano e negli allenamenti di ogni residente a Monaco, ma per coglierla ci sarà bisogno che tutti i tasselli vadano al loro posto. Per sapere come andrà a finire basterà aspettare le prossime tre settimane.