Dopo aver scoperto come scelgono i manubri i velocisti ci siamo chiesti: come sceglierà le ruote uno scalatore? Risponde Filippo Rinaldi, fondatore di Pippowheels, una voce di grande esperienza e di grandi conoscenze tecniche. La storia e lo studio dei prodotti negli anni hanno portato a determinate scelte, che come avremo modo di vedere, non sempre tendono all’efficienza o alla comodità.
Negli anni 90 e primi anni 2000 le ruote erano in alluminio e per alleggerire il peso si usavano profili minimi Negli anni 90 e primi anni 2000 le ruote erano in alluminio e per alleggerire il peso si usavano profili minimi
Gli scalatori del passato
«C’è da fare una premessa fondamentale – ci dice Filippo Rinaldi – anni fa le ruote erano assemblate dai meccanici e quindi c’era una maggior possibilità di variazione. I raggi, per esempio, erano 20,24,28 o 32 ed il numero da montare sulla ruota era una scelta del corridore. Gli scalatori preferivano ruote da 20 raggi all’anteriore e di 24 al posteriore intrecciate in seconda. La scelta era dovuta al fatto che sulla ruota posteriore si scarica la potenza e quindi serve una ruota più rigida.
«Ora come ora il mercato non offre particolari scelte, le ruote vengono studiate ed assemblate in laboratorio. I corridori non possono più apportare modifiche, anche se hanno una vasta possibilità di scelta».
Molti scalatori tra cui Yates usano tubeless per questioni di marketing Molti scalatori tra cui Yates usano tubeless per questioni di marketing
La scelta di base qual è?
Ovviamente la leggerezza, lo scalatore sceglie sempre la ruota più leggera. Gli aspetti che fanno maggiormente la differenza sono il cerchio e la scelta del copertoncino. Un risparmio di 15 grammi su questa parte della ruota incide tre volte di più rispetto ad elementi statici.
Partendo dal copertone, gli scalatori non usano il tubeless…
Esattamente, per il momento la tecnologia non offre un prodotto leggero come il tubolare, anche perché i cerchi del tubeless pesano di più e questo fa già la differenza.
Con l’avvento delle ruote in carbonio i corridori posso usare profili maggiori a parità di pesoCon l’avvento delle ruote in carbonio i corridori posso usare profili maggiori a parità di peso
Però i cerchi degli scalatori una volta erano con profili da 20 millimetri, ora sono da 50 millimetri.
E’ una questione di tecnologia e di sviluppo. Prima i cerchi erano in alluminio, una lega di peso maggiore rispetto al carbonio. Di conseguenza gli scalatori tendevano ad alleggerire il più possibile il cerchio. Il carbonio permette di creare prodotti con lo stesso peso e si sa che un cerchio più alto offre una maggiore efficienza aerodinamica, che nell’economia della corsa offre maggiori vantaggi.
Prima i copertoni erano anche da 19 millimetri, ora la tendenza è quella di usare quelli da 25.
Anche qui per un discorso di studio e sviluppo. Si è visto che il 25 millimetri offre un’ottima scorrevolezza in proporzione alle pressioni di gonfiaggio. Sono dell’idea che usando copertoni più larghi e di conseguenza cerchi più larghi e rigidi tra un po’ di tempo torneremo a vedere profili più bassi: 30-35 millimetri.
I freni a disco
Un altro grande cambiamento è avvenuto con i freni a disco, anche se in particolari occasioni qualcuno tende a non usarli. Al Giro di Lombardia, vinto da Pogacar, lo sloveno ha usato freni tradizionali, come nelle tappe più impegnative del Tour de France.
Carapaz (Ineos) e Pogacar (UAE Team Emirates) montano ruote con freni tradizionali mentre Vingegaard (Jumbo-Visma) usa i freni a disco Carapaz (Ineos) e Pogacar (UAE) montano ruote con freni tradizionali mentre Vingegaard (Jumbo) usa i freni a disco
«Quella dei freni a disco è una scelta principalmente dettata dal mercato – continua Filippo – i pro’ sono la vetrina per sponsorizzare nuovi prodotti e quindi alcune squadre usano quel che il produttore vuole. Il team Jumbo-Visma aveva pubblicato uno studio nel quale diceva che il guadagno aerodinamico dei freni a disco era più importante di quello legato al peso dei freni tradizionali. Dichiarazione vera a metà, infatti Ineos e Pinarello, che sono più restii al passaggio, hanno sempre usato i freni tradizionali».
Il freno a disco ha cambiato il tipo di incrocio dei raggi?
Sì. Su ruote che montano freni a disco, i raggi hanno bisogno di una maggiore rigidità. Questo perché usando incroci in seconda e spostando il peso della frenata sul mozzo si aveva l’effetto, pinzando i freni, che il cerchio continuasse a girare. Si è dunque adoperato l’intreccio tangente, per avere una maggiore rigidità dei raggi e riuscire così a trasferire prontamente l’effetto della frenata su tutta la ruota.
Dimension 143 è una sella innovativa di nuova generazione creata e progettata da Prologo. Le prestazioni e il comfort sono i punti forti di questo modello idoneo per tutte le discipline e perfetto sia per uomini che per donne. Su questo modello è infatti ricaduta la scelta di Pascal Ackermann per la sua stagione professionistica in forza al team UAE Team Emirates.
Il canale interno permette una versatilità della sella adatta a uomini e donne
La forma a “V” favorisce una rotazione del bacino ottimale
Il canale interno permette una versatilità della sella adatta a uomini e donne
La forma a “V” favorisce una rotazione del bacino ottimale
Forma adatta a tutti
Dimension è sinonimo di comfort, prestazioni e leggerezza. La combinazione tra il naso corto e il sistema di scarico PAS elimina i picchi di pressione derivanti da posizioni aerodinamiche o di massima spinta, assicurando un regolare flusso sanguigno. Il peso corporeo è distribuito in modo ottimale grazie alla seduta ampia (larghezza 143mm, lunghezza 245 mm).
La forma della Dimension 143 è a “V”, permette una posizione aggressiva ed aerodinimaca, consigliata soprattutto per le bici aereo o per chi vuole offrire meno resistenza all’aria possibile. La rotazione del bacino è assecondata dall’ergonomia, così come il raggiungimento del manubrio in totale facilità. Questo modello oltre ad atleti maschili strizza l’occhio anche alla platea femminile, grazie al canale di scarico e forma a “V”.
Le versioni disponibili sono tre per prestazioni adatte a tutti i livelli degli utilizzatoriLe versioni disponibili sono tre per prestazioni adatte a tutti i livelli degli utilizzatori
Per ogni esigenza
Disponibile in più opzioni. La versione con scafo in nylon e rail in acciao in lega leggera (Tirox) segna sulla bilancia 202 grammi. Disponibile sul sito ad un prezzo di 135,50 euro.
Il top di gamma è rappresentata della versione con scafo e rail in carbonio Nack, che porta a un peso complessivo di 155 grammi circa. Disponibile sul sito ad un prezzo di 205 euro.
Infine la T4.0, realizzata in lega in Cromo pensata per l’amatore che vuole un prodotto di qualità, leggero e versatile, ma che al tempo stesso garantisca comfort e flessibilità. Il peso in questo caso è di 219 grammi. Disponibile sul sito ad un prezzo di 110 euro. Tutte le configurazioni sono selezionabili nel colore bianco o nero.
Sembrava stesse davvero per finire così, un po’ all’ombra, in sordina, la carriera di Maximiliano Richeze. Poi un giorno, uno dei primi dell’anno, squilla il telefono. E’ Matxin e quella che era una proposta verbale diventa realtà. «Max – dice il team manager – correraicon noi fino al Giro d’Italia».
Max Richeze, dall’Argentina, professione velocista, 39 anni a marzo, correrà con il UAE Team Emirates ancora per questa manciata di mesi, poi dirà stop alla sua, lunga, e ottima carriera.
San Juan 2020, Richeze ricercatissimo tra i suoi tifosi, tanto più che vestiva la maglia di campione nazionaleSan Juan 2020, Richeze ricercatissimo tra i suoi tifosi, tanto più che vestiva la maglia di campione nazionale
Chiusura con stile
«Ero in scadenza di contratto – dice Richeze – ma volevo continuare a correre. Ero in parola con il team, ma ancora non si era concluso nulla. Io avrei voluto chiudere alla Vuelta San Juan, nella mia Argentina.
«Ma poi la corsa è stata fermata per il Covid. Ci tenevo però a fare qualcosa e anche loro del team non volevano finisse così. L’infortunio di Alvaro (Hodeg, ndr) ha accelerato le cose. Mi ha chiamato Matxin e mi ha detto che avrei gareggiato fino al Giro».
Max racconta tutto con passione e con la sua proverbiale educazione, anche se è indaffaratissimo mentre sta per arrivare nel suo hotel al Saudi Tour, che inizia proprio oggi.
«Credo sarà proprio bello chiudere la carriera in Italia. Il Giro è stato il mio primo grand tour e sarà anche l’ultimo».
Gaviria ha lasciato la Quick Step prima di Max, ma nel 2020 i due si sono ritrovati alla UAE Team Emirates Gaviria ha lasciato la Quick Step prima di Max, ma nel 2020 i due si sono ritrovati alla UAE Team Emirates
Allenamenti al top
«In questo inverno – racconta l’argentino – mi sono allenato come se avessi avuto un contratto. L’idea era di fare delle belle gare al San Juan, di arrivarci in forma e di chiudere al meglio. Ero stato ad allenarmi sia a San Juan che a San Luis. Soprattutto qui ho potuto fare delle belle salite.
«Ve le ricordate? El Filo, il Mirador… fino a 2.100 metri di quota, si facevano quando c’era il San Luis al posto del San Juan. Il clima è buono e fa caldo il giusto.
«E prima ancora, a novembre, mi ero allenato in Italia a Bassano».
Bassano del Grappa è la seconda casa di Richeze. Lo avevamo visto nello sfondo di una storia postata da Brambilla. I due stavano lavorando in una palestra. Ognuno si allenava con le divise del proprio team. La cosa un po’ ci colpì.
«Gli stimoli? Tanti! – racconta Max – Lo sono sempre stati per questa ultima preparazione invernale della mia carriera, ma dopo la telefonata di Matxin lo sono stati ancora di più. Era l’ultima stagione e volevo dare il massimo per finire al meglio».
Tour de Langkawi: 3 febbraio 2006, prima gara da pro’ e prima vittoria per Richeze Tour de Langkawi: 3 febbraio 2006, prima gara da pro’ e prima vittoria per Richeze
Dall’Argentina…
Papa Francesco quando fu eletto disse: «Vengo dai confini del mondo». Ma chi è dunque Max Richeze? Anche lui viene dai confini del mondo. Noi sappiamo che è diventato professionista nel 2006 alla Ceramica Panaria, che ha tante volate, due tappe al Giro, i Giochi Panamericani, il titolo nazionale e che è stato un apripista ricercatissimo, merito dei passati da pistard.
«Sinceramente non mi aspettavo di avere un carriera così lunga quando ho iniziato – dice Richeze – Già era stato tanto diventare pro’.
«E’ vero, vengo dall’altra parte del mondo e per come siamo messi in Argentina con il ciclismo è stato davvero un bel salto. Sono contento ed orgoglioso di quello che ho fatto. Ho sempre dato il massimo cercando di essere preciso negli allenamenti e se sono arrivato a questa età è perché ho fatto una buona vita».
Nella presentazione dei team di ieri al Saudi Tour, Richeze già guidava il UAE Team EmiratesNella presentazione dei team di ieri al Saudi Tour, Richeze già guidava il UAE Team Emirates
Richeze l’italiano
Prima abbiamo detto che era a Bassano, in Veneto. Ma perché? La sua storia è questa.
«Ho iniziato a 12 anni – racconta Max – insieme a mio fratello Roberto. Seguivamo papà che correva. Andavamo alle gare con lui e volevamo gareggiare anche noi. Ma papà ci diceva di no, di aspettare, che semmai avremmo pedalato più in là. Non voleva che perdessimo l’età del gioco.
«Io infatti giocavo a pallone. Poi attorno ai 12-13 anni, come detto, sono salito in bici».
«Sono di Buenos Aires e lì non ci sono salite. Ho fatto tanta pianura e tanta pista. E infatti quando sono arrivato da voi in Italia è stata dura. Ero “cicciottello”, pesavo 10 chili di più, mi staccavo sui cavalcavia! Insomma, è stato uno shock. In pratica ho ricominciato da capo».
«Sono arrivato a Bassano tramite i fratelli Curuchet e Mirko Rossato, da poco diesse del Team Parolin. Loro gli avevano già mandato Ruben Bongiorno.
«Mirko mi vide girare in pista e mi disse: se hai voglia dì ai Curuchet di chiamarmi e così è andata. Ci sarei andato subito, ma all’epoca c’era una regola per cui gli under 23 di primo anno non potevano lasciare il Paese. Potevano andare solo dal terzo anno. Ho dovuto aspettare un bel po’».
Con la sua esperienza, Max (qui in seconda ruota) sarà il road capitan al Giro, non solo l’apripista di GaviriaCon la sua esperienza, Max (qui in seconda ruota) sarà il road capitan al Giro, non solo l’apripista di Gaviria
Road capitan al Giro
Argentina e Italia. Il legame profondo fra queste due Nazioni si rinnova ancora. E se non ha chiuso nella sua Argentina è giusto che Richeze chiuda da noi. Al Giro però non verrà per “portare a spasso” la bici. Da vero pro’ qual è Richeze ha un ruolo ben definito.
«Devo ancora parlare con Matxin per i dettagli. Di solito è lui che decide queste cose, ma aiuterò Fernando Gaviria nelle volate. Fernando è un vero amico e lo faccio prima per questo che in quanto compagno di squadra. Anche qui in Arabia Saudita sono in camera con lui».
«E poi – conclude Richeze – aiuterò Almeida nelle tappe di pianura. A posizionarlo bene, a tenerlo al sicuro. Avrò le chiavi della squadra? Beh, di sicuro sono il più esperto e per me è davvero un piacere questo ruolo. Poi qui conosco tutti. Molti sono del vecchio gruppo Lampre, in cui ero già stato».
Dopo sette stagioni corse nel Movistar Teamsi è chiusa l’esperienza di Marc Soler con la squadra spagnola. Il corridore catalano, nato ad una cinquantina di chilometri da Barcellona, inizia la sua nuova avventura nel UAE Team Emirates (foto apertura Fizza). Sarà il fido scudiero di Tadej Pogacar al Tour de France ed alla Vuelta di Spagna, i due grandi Giri su cui punterà il giovane talento sloveno.
L’ultima vittoria di Soler risale alla terza tappa del Giro di Romandia la scorsa stagione L’ultima vittoria di Soler risale alla terza tappa del Giro di Romandia la scorsa stagione
Un’accoglienza calorosa
Marc Soler, 28 anni compiuti due mesi fa, si lancia in una nuova sfida in un team ambizioso, esigente e che vuole rimanere per molti anni al top. Marc prenderà il posto di gregario al Tour del nostro Davide Formolo, che si giocherà le sue carte al Giro d’Italiaaffiancando Joao Almeida.
L’ex Movistar si è detto entusiasta e felice di questa nuova avventura. Anche se non ha mancato di sottolineare alla stampa presente al Media Day online del team di come voglia ritagliarsi le sue occasioni. Le corse per mettersi in mostra non mancheranno: partendo proprio dalla corsa di casa, la Volta Catalunya.
Negli anni alla Movistar Soler ha affiancato campioni del calibro di Valverde Negli anni alla Movistar Soler ha affiancato campioni del calibro di Valverde
Trovare il feeling
Soler ha parlato più volte del voler uscire dalla “comfort zone”. «Era un cambio di cui avevo bisogno – ha dichiarato – per trovare nuovi stimoli ed una motivazione che mi facesse mantenere alto il livello».
A questa età è un buon momento per lanciarsi in nuove ed appassionanti sfide.
«Il mio debutto – continua Marc – sarà alla Volta a la Comunitat Valenciana, passando per Parigi-Nizza e Catalunya. Correrò anche Strade Bianche e Tirreno-Adriatico. Le prime gareserviranno per prendere le misure con le esigenze di Tadej. Quando l’ho visto correre la prima volta alla Vuelta del 2019 sono rimasto colpito dalle sue qualità. Il futuro è suo ed aiutarlo a raggiungere grandi traguardi è una motivazione in più per iniziare questo nuovo progetto».
Dal 2020, dopo l’addio di Quintana ha corso accanto a Enric Mas Dal 2020, dopo l’addio di Quintana ha corso accanto a Enric Mas
Un carattere acceso
Marc Soler è uno di quei corridori che ha sempre fatto della costanza il suo punto di forza, un gregario “sempre presente” ma con la licenza di provare a vincere. La comfort zone di casa Movistar per lui si era fatta forse un po’ stretta. Qualcosa si era già intuito alla Vuelta del 2019 quando alla nona tappa si rifiutò di aspettare i capitani Valverde e Quintana per cercare di vincere la tappa.
Quello fu il momento clou e nelle due stagioni successive, quando gli si è dato lo spazio che tanto desiderava, i risultati non sono arrivati. Davanti alle evidenti superiorità degli avversari Soler si è forse “rassegnato” a fare il gregario di uno di loro, sposando un progetto che potrebbe accompagnarlo per un altro pezzo della sua carriera.
Coppi, Anquetil, Merckx, Hinault, Roche, Indurain e Pantani: gli unici a fare la doppietta Giro-Tour. Nel 2024 con due percorsi abbordabili si può fare?
«Li vedevo battagliare con personalità sin da quando erano juniores», racconta Joxean Fernandez, per tutti Matxin. Carlos Rodriguez e Juan Ayuso (in apertura, foto Real Federacion Espanola Ciclismo) i due gioielli che fanno sognare la Spagna. Ammesso che sognare sia il termine corretto. Con due così infatti tutto è già molto concreto. Anche se sono poco più che adolescenti, anche se hanno 39 anni in due.
Matxin, spagnolo, è uno dei talent scout più bravi dell’intero circus del ciclismo. Lui è anche uno dei dirigenti-tecnici del UAE Team Emirates e soprattutto Ayuso lo conosce bene. Ma meglio di chiunque può farci un paragone fra i due atleti.
Carlos Rodriguez è alto 183 centimetri per 66 chili. Ha un contratto con la Ineos-Grenadiers fino al 2023
Juan Ayuso è alto 183 centimetri per 65 chili. Ha un contratto con la UAE Team Emirates fino al 2025
Rodriguez è alto 1,83 per 66 chili. Ha un contratto con la Ineos-Grenadiers fino al 2023
Ayuso è alto 1,83 per 65 chili. Ha un contratto con la UAE Team Emirates fino al 2025
La Spagna ride
Juan Ayuso è un catalano. Classe 2002, ha vinto il Giro d’Italia U23 e molte altre corse nelle categorie giovanili. Due volte campione nazionale juniores in linea e una a crono, ha già esordito nel WorldTour con il UAE Team Emirates. Una caduta nella quinta tappa del Tour de l’Avenir gli impedito di fare, chissà, la doppietta.
Carlos Rodriguez, invece, viene dall’estremo Sud della Spagna. Classe 2001, anche lui ha vinto dei titoli nazionali nelle categorie giovanili, specie a cronometro. E’ passato alla Ineos-Grenadiers. Lo scorso anno è stato protagonista fino all’ultimo metro (e anche dopo) al Tour de l’Avenir. Autore di un’azione di altri tempi sulle Alpi, ha perso per una manciata di secondi il “Tour baby” pur dominando l’ultima durissima tappa.
Joxean Fernandez “Matxin”, classe 1970, è team manager della UAE Team EmiratesJoxean Fernandez “Matxin”, classe 1970, è team manager della UAE Team Emirates
Maxtin: Carlos Rodriguez e Juan Ayuso ma che corridori avete in Spagna! Tu come li hai conosciuti?
All’inizio conosco gli atleti dai risultati, vedo cosa fanno nelle gare. Poi vado alle corse e li osservo da vicino. Sia Juan che Carlos li ho conosciuti allo stesso modo. Quando vado alle gare cerco sempre di seguire la corsa in moto. In questo modo aiuto l’organizzazione nella sicurezza della gara stessa, ma ho anche l’opportunità di valutare l’atteggiamento e il comportamento del corridore. E’ qualcosa che faccio molto volentieri, non solo per il mio lavoro di scouting, ma è una passione. E per questo ringrazio gli organizzatori che mi danno questa opportunità.
Hai conosciuto prima Carlos Rodriguez?
Sì, lui l’ho visto per la prima volta in una tappa della Coppa di Spagna juniores. In quell’occasione ho conosciuto anche la sua famiglia. Ayuso invece l’ho visto per la prima volta da allievo. Correva alla Bathco, una squadra con cui ho sempre un ottimo rapporto. Ebbi modo di vederlo poi nella gara più importante di Spagna, la Vuelta Besaya, e con lui ho stabilito subito un rapporto un po’ più profondo.
Sono due scalatori o c’è di più?
Sono molto più che scalatori. Entrambi hanno una mentalità vincente perché si adeguano ad ogni tipo di gara.
Secondo te qual è la principale differenza tra Juan e Carlos?
Ayuso è un po’ più veloce. Pensate, lui ha vinto il suo secondo campionato spagnolo juniores dominando la volata di gruppo. L’altro, Carlos, va molto bene anche a cronometro. Ma a seconda del percorso anche Ayuso si difende molto bene contro il tempo.
Prima hai parlato di mentalità vincente, dicci di più…
La classe, il talento non si comprano al supermercato. E’ un po’ come chi vuole essere bello ma bello non è. Sì, può migliorare un po’ se si cura, se si veste bene, ma bello non sarà mai. Per questo io dico che loro due non sono buoni corridori. Sono campioni.
In cosa per te uno è più bravo dell’altro?
Sul piano del carattere Ayuso è più aggressivo. E’ estremamente convinto di sé. Lui non dice mai: sono forte, o vado a vincere. No, lui parla con i fatti. Carlos invece è un ragazzo molto più tranquillo, più riflessivo, più introverso. Al tempo stesso molto determinato. Entrambi parlano molto poco, ma Carlos parla pochissimo!
Lo scorso anno Ayuso ha dominato il Giro U23
L’azione elegante di Rodriguez, secondo all’Avenir 2021 per soli 7″
Lo scorso anno Ayuso ha dominato il Giro U23
L’azione elegante di Rodriguez, secondo all’Avenir 2021 per soli 7″
Qual è il primo ricordo che hai di loro due insieme?
Carlos è del Sud della Spagna, io del Nord. Sentivo continuamente parlare di questo corridore. Tutti mi dicevano: c’è un fenomeno, c’è un corridore fortissimo. A un certo punto ebbi la necessità, il desiderio, di vederlo anch’io. E più o meno è stata la stessa cosa con Ayuso. Il primo confronto diretto che ricordo fra loro due fu al campionato spagnolo juniores. Juan era di primo anno e Carlos di secondo. Per tutta la gara si sfidarono, si controllarono. Corsero da protagonisti senza nascondersi. Alla fine Ayuso lo battè allo sprint. La cosa che mi colpì è che nessuno dei due voleva accontentarsi fino alla fine.
Due ragazzi fortissimi, ma secondo te hanno ancora dei margini?
Hanno tanto margine. Entrambi sono molto intelligenti, possono imparare ancora e stanno completando la loro crescita, non dimentichiamolo. Chiaramente io conosco di più Ayuso, visto che è nella mia squadra. Su Carlos posso dire un po’ di meno. Ma certo anche lui è in uno squadrone. Ho un buon rapporto con Carlos, ci salutiamo tranquillamente, ma su certi dettagli tecnici non posso esprimermi. Non so neanche il 5 per cento di cosa faccia realmente.
E allora dici di Ayuso…
Ha compiuto 19 anni pochi mesi fa! Vi rendete conto solo 19 anni. Ancora non conosce il suo peso reale, perché il suo corpo ogni sei mesi cambia. La cosa che mi ha colpito è che lo scorso anno prima del Giro d’Italia Under 23 aveva delle gambe da allievo, invece dopo quel Giro e tutte le gare di avvicinamento, ne è uscito un corridore. Aveva gambe quasi da uomo!
Tu avevi provato a portare Carlos Rodriguez alla UAE, vero?
Sinceramente sì. Eravamo nel finale della Vuelta, dalle sue parti, e con me c’era Gianetti. Gli dissi: Mauro facciamolo firmare due anni. C’era anche la sua famiglia. Ma poi Carlos prese altre strade ed è finito alla Ineos.
Dove li vedremo battagliare nei prossimi anni?
Anche qui posso parlare più per Ayuso. Ho fatto un programma per la sua carriera sportiva e non solo per il 2022. Ho fatto un piano a lungo termine. Io lavoro con i giovani affinché siano campioni. C’è una situazione fortunata da noi in UAE. Abbiamo buoni corridori affiancati ai campioni. Ma io ho sempre detto a tutti quanti: trattiamo Juan come un campione, anche se è solo un ragazzo molto giovane. Sono convinto che già alla Valenciana (2-6 febbraio, ndr) lui sarà protagonista. E non lo dico per mettergli pressione, ma perché ho fiducia in lui.
Rodriguez, qui nel 2016 da allievo, ha mostrato subito grandi doti in salita (foto Instagram)
Ayuso, è sempre stato molto veloce. Eccolo vincere una volata di gruppo da allievo nel 2017 (foto Instagram)
Rodriguez, qui nel 2016 da allievo, ha mostrato subito grandi doti in salita (foto Instagram)
Ayuso, oltre ad andare forte in salita è sempre stato molto veloce. Anche lui eccolo vincere una volata di gruppo da allievo (foto Instagram)
Torniamo a discorsi più tecnici, come li vedi quindi a cronometro?
Non so se Carlos sia più forte di Juan a cronometro. E non lo dico perché io voglia difendere Ayuso. E’ che senza un vero confronto diretto è difficile da dire. Quindi se mi chiedete chi è più forte a cronometro rispondo: dipende. Dipende dalla condizione dell’atleta, dalla tipologia del percorso, dagli obiettivi che hanno. Ripeto, dico questo non per eludere la domanda, ma perché veramente non ho dati. Di sicuro Carlos è uno specialista, ma anche Ayuso va molto forte contro il tempo.
Con chi paragoneresti questi due ragazzi ai tanti campioni spagnoli che avete avuto?
Ecco, questa è la mia lotta con tutti i giornalisti spagnoli! In Spagna abbiamo il grosso problema che dopo Indurain tutti cercavano e aspettavano il prossimo… Indurain. Senza contare che abbiamo avuto Valverde, Purito, Contador, Landa, Freire. Ad un certo momento avevamo sette corridori spagnoli nei primi dieci della classifica UCI. Tornando alla domanda quindi, dico che Ayuso non somiglia a nessuno. E lo dico sinceramente. Parliamo di un ragazzo giovanissimo, che a 18 anni è stato in grado di vincere nella categoria under 23, al quale è stato proposto un contratto di sei anni e lo ha accettato senza problemi, che sa stare in questo mondo del ciclismo, che parla un inglese fluente, che sa gestire la pressione. Ayuso somiglia ad Ayuso.
E Rodriguez?
Se pensiamo a Indurain, credo che Carlos sia più scalatore. L’altro ammazzava tutti a cronometro. Ma anche in questo caso non farei il paragone. Una cosa però che posso dire di Rodriguez è che lui ha classe. Carlos ha sempre classe: quando pedala in salita ha classe, quando pedala a crono ha classe… Semmai potrei dire che entrambi abbiano un qualcosa di Indurain e di Contador e degli altri campioni. Ma ripeto, sono due corridori che non sono paragonabili a tutti gli altri.
Domanda provocatoria, quanti Tour vinceranno?
Anche se ne avessi un’idea non lo direi! Ci sono tantissime situazioni intorno ad un corridore, che vanno di pari passo con la vita dell’atleta. Situazioni che determinano il risultato sportivo: un momento familiare particolare, i rapporti con gli sponsor, la condizione fisica… oggi c’è molta pressione attorno ragazzi. E tutto ciò incide.
Il talento dell’Estremadura è sempre più uno sportivo di riferimento nel suo Paese. E’ uomo immagine per Hyundai. E’ seguitissimo dai media sportivi e persino un tour operator lusitano ha rilanciato il nome di Almeida sui social. La foto in apertura infatti è di Our Colorful Travel Life, che sottolinea la grandezza del Portogallo anche attraverso la scritta di un connazionale sulle strade delle Dolomiti, quelle di San Vito di Cadore per la precisione.
Strade che il prossimo maggio chiamano Almeida ad un appuntamento importante. Forse il più importante della sua carriera sin qui.
Joao Almeida, classe 1998, ha firmato un contratto con la UAE fino al 2026 (Photo Fizza)Joao Almeida, classe 1998, ha firmato un contratto con la UAE fino al 2026 (Photo Fizza)
Parola a Joao…
Noi ne parliamo con Baldato, ma per entrare meglio nel discorso, ecco prima le dichiarazioni del diretto interessato.
«Gare e preparazione – ha detto Almeida – saranno incentrate sulla corsa rosa. Spero di essere nella mia forma migliore in quel periodo. Il piano di allenamento è diverso da quello a cui ero abituato alla Deceuninck-QuickStep. Finora è stato davvero buono. Ne abbiamo discusso, mi trovo bene. Vedremo come reagirò».
La squadra crede talmente in lui, che Joao non sarà chiamato alla causa Tour. «La UAE ha mostrato molta fiducia in me», ha detto Almeida.
Quindi mente libera. Solo il Giro nella testa. E non il Giro pensando anche alla Grande Boucle. Il team degli Emirati vuole anche la maglia rosa. Semmai Joao andrà alla Vuelta e lì sì che potrebbe aiutare Pogacar. Insomma il portoghese è un leader vero, non a metà.
Fabio Baldato è diesse alla UAE da due stagioni Fabio Baldato è diesse alla UAE da due stagioni
E ora parla Baldato
Fabio, adesso è ufficiale: Almeida sarà il vostro leader al Giro. Sarà affidato a te, visto che punterà alla corsa rosa e in Italia ci sarai tu in ammiraglia?
Diciamo di sì. Almeida è stato affidato a me, anche se poi lo dirigerò proprio a partire dal Giro. Ma alla fine siamo una squadra. Io sarò un po’ il suo supervisore. Per il momento sarà a stretto contatto con il preparatore (Inigo San Millan, ndr) e io a mia volta sarò in contatto diretto con lui.
Com’è andato questo ritiro? Come lo hai visto lavorare?
Da quello che ho visto ho potuto ammirare un ragazzo molto serio, preciso, che segue il programma dell’allenatore alla lettera. Matxin gli ha dato un calendario di gare che lo ha soddisfatto molto. A prescindere dal Giro, per lui ci sono delle corse di avvicinamento molto importanti (tra cui Catalunya e Parigi-Nizza, ndr).
Almeida è un ottimo corridore, ma non sembra avere quello sguardo “cattivo”: è solo un’apparenza, nel senso che poi graffia, o è proprio così?
Da quello che ho visto in questi giorni di allenamento è difficile dirlo, però io ricordo il suo sguardo del Polonia e del Giro di Lussemburgo e lì sì che aveva lo sguardo cattivo, gli occhi della tigre. L’ho visto molto determinato. Ricordo che in Polonia ha battuto proprio un nostro atleta, Ulissi, su un arrivo che era particolarmente adatto a Diego. Joao quando sta bene, va… E va per vincere!
In Portogallo Joao è molto noto, eccolo nello spot Hyundai (foto Instagram)In Portogallo Joao è molto noto, eccolo nello spot Hyundai (foto Instagram)
Insomma la grinta non gli manca…
Ero su un’altra ammiraglia, ma ricordo il Giro d’Italia 2020 quando fu per 15 giorni in maglia rosa. Tutto sommato tenne. Non crollò. Ed è venuto fuori nella terza settimana anche nello scorso Giro. Questa cosa della grinta semmai dovreste chiederla al “Brama”! Lo farò anch’io (ride Baldato, ndr)!
Passando da un preparatore ad un altro, ha cambiato molto Almeida?
Di questo aspetto non ho parlato personalmente con lui, ma mi hanno detto che è molto soddisfatto del lavoro con Inigo. E’ stata pianificata l’altura prima dell’UAE Tour e un secondo ritiro in quota avverrà prima del Giro. Io lo vedo ben concentrato.
Insomma fate seriamente per il Giro d’Italia, Almeida non è un gregario aggiunto…
La scelta di venire a correre qua è stata fatta proprio per avere un leader al Giro. Joao ha dimostrato che è da podio. Certo, quest’anno con solo 26 chilometri a cronometro non è il massimo, visto che lui lì riesce a fare la differenza. Immagino che qualche scalatore potrà metterlo un po’ più in difficoltà, ma viene da due Giri fatti bene. E poi è anche vero che questo Giro magari ti consente di attaccare dove non ci si aspetta.
Non solo in Lussemburgo l’anno scorso, già al Giro 2020 Ulissi e Almeida (in rosa) si erano scontrati su arrivi nervosiNon solo in Lussemburgo l’anno scorso, già al Giro 2020 Ulissi e Almeida (in rosa) si erano scontrati su arrivi nervosi
E infatti proprio questo ti avremmo chiesto. Joao può attaccare su arrivi nervosi. Anche se lui ha detto che nel 2020 forse aveva esagerato e quelle sue fiammate erano state dei piccoli errori. Però su certi arrivi potrebbe guadagnare secondi e fare un po’ il “Purito” della situazione?
Sì, su certi arrivi può guadagnare. Ci sono arrivi esplosivi. Io per esempio penso alla tappa di Lavarone. Quella è una salita che spesso viene sottovalutata e lì chi ha esplosività nel finale può fare la differenza… E poi la tappa che viene prima non è durissima. Io sono convinto che strada facendo le occasioni possano esserci, dobbiamo essere bravi noi a coglierle.
Fabio, cosa ti ha colpito dunque di questo corridore?
La sua posizione in bici, specie quella da crono. Era la migliore del gruppo. Aerodinamicamente è perfetto e questo gli dà un bel vantaggio. Per il resto ho trovato un ragazzo tranquillo, sorridente, che si presenta bene. Matxin lo conosce da anni. Sa bene chi è Joao sin da quando era uno juniores. E’ finito alla Quick Step perché Matxin stesso all’epoca era ancora in quel gruppo, ma appena ha potuto l’ha portato da noi.
Quattordici secondi. Per alcuni giorni i fans dei numeri non hanno parlato di altro sui social. E’ il distacco che Juan Ayuso ha accusato da Tadej Pogacar sul Coll de Rates. Ed ecco che subito sono scattati i paragoni. Gli spagnoli sognano e lo stesso fanno i tifosi di ciclismo. Due fenomeni che si sfidano. E lo fanno a livelli siderali.
Noi ce li immaginiamo. La squadra imbocca compatta la scalata e scatta la bagarre. Lo sloveno li mette tutti in fila, come faceva Pantani ai suoi tempi e il ragazzino lo segue. Tadej, che è sempre un ragazzino, non ci sta. Accelera e alla fine, forte della sua “esperienza” (hanno 42 anni in due!), lo stacca di quella manciata di secondi.
Risultato? Il record di Kwiatkowski è demolito di oltre due minuti e la notizia fa impazzire il pubblico virtuale di tutto il mondo.
Dopo il Giro U23, Ayuso è passato subito dalla Colpack alla UAE (con cui era già sotto contratto)Dopo il Giro U23, Ayuso è passato subito dalla Colpack alla UAE (con cui era già sotto contratto)
Vuelta? Sì, no, forse…
Juan Ayuso è già un grande. Abbiamo imparato a conoscere questo talento al Giro d’Italia U23. Juan lo ha stravinto. Valoti ci disse che faceva fatica a trattenerlo. Finita la baby corsa rosa la UAE lo richiamò alla base e Juan iniziò il suo cammino tra i grandi e nel WorldTour: Giro dell’Appennino, GP Lugano, San Sebastian e altre classiche.
Da questo momento inizia a fare sul serio. «Voglio essere il migliore, lavoro per questo e per vincere il Tour, il mio sogno da bambino – ha detto Ayuso durante il media day di qualche giorno fa indetto dalla UAE – Voglio essere al massimo durante tutto l’anno, anche se in squadra mi dicono di stare tranquillo.
«L’obiettivo è iniziare bene, tanto più che debutterò nella gara di casa, alla Valenciana. Sono emozionato di questo debutto perché ho assistito ad un bel po’ di edizioni. Andavo a vedere la corsa dal vivo e spesso lasciavo la scuola! L’unica volta che i miei genitori me lo permettevano. Vincerla? Perché no!»
La stagione di Ayuso proseguirà sempre in Spagna con Andalusia e Catalogna, ma la squadra ha previsto per il giovane valenciano un calendario non impossibile.
«Non farò la Vuelta, avrò un calendario “più semplice”, ma mai dire mai. Meglio iniziare la stagione e capire il livello del World Tour. La Vuelta è nel finale di stagione e c’è tutto il tempo per vedere come andrò ed eventualmente riprogrammare la preparazione. Oggi non sono in lista, ma dipenderà un po’ da come andrà appunto l’anno e da cosa mi sentirò di fare».
La Clasica de San Sebastian 2021 è stata la sua prima gara WorldTour e Juan l’ha chiusa al 18° posto (Photo Fizza)La Clasica de San Sebastian 2021 è stata la sua prima gara WorldTour e Juan l’ha chiusa al 18° posto (Photo Fizza)
Tra Rui Costa e Pogacar
Un calendario più semplice, ma idee subito chiare. E soprattutto un “modus operandi” già da veterano. Come a dire che deve imparare subito il mestiere. E infatti tra pochi giorni Ayuso sarà di nuovo impegnato in un training camp. Andrà in altura, a Sierra Nevada, e ci andrà con Rui Costa, lui sì un veterano, al quale sembra essere stato “assegnato” il ruolo di chioccia. E infatti il portoghese è il suo compagno di stanza.
«Andrò in altura, vero – dice Juan – ma io non vedo l’ora che inizi la stagione. Sono molto motivato. Con la squadra mi trovo benissimo e sto imparando molto».
«Allenarsi con i migliori poi ti aiuta a migliorare. Con Tadej andiamo davvero d’accordo. E’ un ragazzo molto rispettoso. Ha quattro anni più di me, ma è ancora giovane e infatti ci piacciono le stesse cose. Mi ha detto che è contento che io vada forte perché più corridori bravi ci sono e meglio è per la squadra».
Juan Ayuso vince a Sestola, il primo arrivo in quota del Giro U23 e mette subito le cose in chiaro anche in salita (foto Instagram)Ayuso vince a Sestola, il primo arrivo in quota del Giro U23 e mette subito le cose in chiaro anche in salita (foto Instagram)
Crescita e attese
«Dopo il Giro under – continua Ayuso – un po’ le cose sono cambiate e sono stato riconosciuto molto di più. Ma resto un ragazzo tranquillo che non si stressa più di tanto qualunque cosa accada.
«Sono il primo a pretendere il massimo da me stesso, ma devo anche essere realistico. Quando ho preso parte alla Clasica di San Sebastián sapevo che se non avessi vinto non sarebbe successo nulla. Anche se molti si aspettavano molto da me».
Ci sono poi i paragoni. Quelli con Carlos Rodriguez, il “coetaneo” che milita nella Ineos e quelli più pesanti con Contador e soprattutto Valverde. Per molti spagnoli Ayuso è l’erede naturale di Alejandro.
«In salita mi difendo bene – difendo ci sembra un eufemismo visto come è andato sulle grandi scalate del Giro U23 l’anno scorso – dopo i 200 chilometri mi trovo bene e ho anche una buona sparata, ma Alejandro ha dimostrato tantissimo e lo ha fatto per più anni di carriera di quanti ne abbia io nella mia vita! È vero: forse è un corridore a cui somiglio, ma ognuno ha il suo stile. Vedremo nel corso degli anni».
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A tutto Pogacar. Tadejè ripartito con la sua solita leggerezza. E’ incredibile come a questo ragazzo tutto venga facile. Riprende a pedalare e nel ritiro sigla il record su una salita, il Coll de Rates. Poche settimane prima, inforca la bici da cross e vince, quando solo qualche giorno prima se la spassava sugli sci da fondo.
E anche coi giornalisti Pogacar sembra trovarsi a suo agio. Risponde alle domande con una facilità disarmante. Parla di Giro delle Fiandre, di Tour de France, di Vuelta. Tadej è davvero quel che si dice un leader naturale.
Il 23enne di Klanec vince una prova dello Slovenian Cyclocross Cup a fine dicembre (foto Instagram – UAE)Il 23enne di Klanec vince una prova dello Slovenian Cyclocross Cup a fine dicembre (foto Instagram – UAE)
Pogacar da classiche
Ecco dunque svelati i piani del re degli ultimi due Tour de France. Pogacar ha optato per una primavera alquanto intensa e se vogliamo anche innovativa. Infatti prenderà parte sia alla Milano-Sanremo che al Giro delle Fiandre.
«Di sicuro – spiega lo sloveno – farò la Sanremo, il Fiandre e la Liegi-Bastogne-Liegi. Se ci aggiungiamo più avanti anche il Lombardia correrò quattro classiche monumento su cinque.
«Però attenzione, questo non significa che io possa vincerle tutte, anzi. Per Sanremo e Fiandre i capitani saranno altri, come Matteo Trentin. Io sarò presente per fare esperienza e aiutare la squadra».
La Roubaix può attendere
Vista la tappa del pavè presente al Tour de France, sarebbe stato lecito attendersi Pagacar alla Roubaix. Ma questa resta evidentemente una classica un po’ troppo diversa dalle altre, un po’ troppo per specialisti. In squadra lo sanno bene e non vogliono rischiare nulla.
Tuttavia Tadej non si tira indietro neanche sotto questo punto di vista e rilancia: «Non farò la Roubaix quest’anno, ma un giorno vorrei mettermi alla prova anche sul pavé». Una dichiarazione che mostra tutto l’entusiasmo di questo vero fenomeno.
Il suo debutto sui ciottoli e i muri avverrà un po’ prima del Fiandre, alla Dwars door Vlaanderen, antipasto della mitica Ronde. Segno che vuol fare le cose per bene.
A Denia, in Spagna, molti chilometri col gruppo degli scalatori (Photo Fizza)A Denia, in Spagna, molti chilometri col gruppo degli scalatori (Photo Fizza)
Tour e Vuelta
Si apre poi il più importante dei capitoli, quello riservato ai grandi Giri. Chiaramente con due maglie gialle già nel sacco, una richiesta così forte e interessi tanto importanti, Pogacar non può prescindere dal Tour de France.
La UAE sa bene quanto sia vitale questo appuntamento e quanto ne ha ricavato. Non a caso ha rafforzato ulteriormente il team intorno allo sloveno. Majka, McNulty, ma anche Almeida, Bennett, Soler saranno loro a scortarlo nei momenti chiave della Grande Boucle. Questa volta non vogliono neanche le critiche, pensando a quel paio di volte che Tadej restò solo l’anno scorso.
«Spero – dice Pogacar – di fare due grandi Giri quest’anno, il Tour e la Vuelta. Dico spero perché non sai mai cosa può accadere nel corso della stagione. La Vuelta è stato il mio primo grande Giro. L’ho concluso al terzo posto. Ho bei ricordi e vorrei ripeterli.
«Ogni anno è sempre più difficile migliorarsi, ma è quello che voglio fare. Mettere più watt nelle mie gambe è il mio obiettivo. E l’idea di cimentarmi in due grandi Giri mi stimola. Voglio vedere come reagirò».
E a queste parole bisognerebbe aggiungere le considerazioni di Majka. Il quale ha detto: «Vedo Tadej ogni giorno: ha un talento incredibile e un grande futuro. Può vincere qualsiasi gara. A 23 anni può crescere ancora, ma anche se dovesse restare a questo livello potrà dominare il ciclismo per molti anni».
In allenamento Tadej si diverta e scherza, ma lavora anche sodo. Ecco giocare con Majka (Photo Fizza)In allenamento Tadej lavora sodo e scherza con Majka (Photo Fizza)
Pogacar “mangiatutto”
Insomma, la UAE cresce, intorno a Pogacar ci sono sempre più campioni, ma tutti loro sembrano essere più che consapevoli di trovarsi di fronte ad un vero campione e in qualche modo tutti quanti sono disposti a mettere in secondo piano le proprie ambizioni personali.
McNulty sa che dovrà puntare tutto sulla Parigi-Nizza. Soler ha detto che passa da un fenomeno, Valverde, ad un altro ed è entusiasta di poterlo aiutare a vincere il Tour. E lo stesso Majka è consapevole che al massimo avrà un po’ di spazio per sé alla Vuelta qualora si creeranno le possibilità giuste.
Al momento perciò chi si “salva” dal ciclone Pogacar sembra essere solo Almeida. E tutto sommato ci sta, visto che è stato preso proprio per contribuire a rendere grande la squadra e a raccogliere più punti possibili in ottica WorldTour.
Gianetti stesso ci ha detto che per loro è più difficile fare tanti punti, visto che questi sono appannaggio delle squadre dei velocisti, come la Quick Step. E anche per questo è stato ingaggiato Ackermann senza mandare via Gaviria.
In estate la proposta di matrimonio alla sua ragazza, Urska ZigartIn estate la proposta di matrimonio alla sua ragazza, Urska Zigart
Pensando al Giro 2023
Ma torniamo a Pogacar. La cosa che più ci ha colpito è stata davvero la sua serenità. Se pensiamo ai campioni che hanno vinto il Tour in tempi recenti ci è sembrato davvero cordiale.
Chi lo conosce dice che una grande parte di questa serenità derivi anche dal suo rapporto con la fidanza (e ciclista professionista) Urska Zigart, tra l’altro promessa sua sposa.
Tadej si diverte a pedalare. «In ritiro ci siamo allenati molto – racconta lui stesso – e abbiamo avuto tanti impegni extra. Siamo andati a tutto gas qualche volta, ma è così se vuoi andare forte.
«Per esempio – ha detto a 24Ur, emittente slovena – a fine febbraio ci sarà l’UAE Tour (20-26 febbraio, ndr) e chiaramente per noi è una delle prove più importanti. Ma se vuoi essere tra i migliori in ogni gara, devi essere sempre in forma, devi prepararti al massimo e non puoi semplicemente “presentarti lì”. Per ora la mia condizione va bene. Sono dove vorrei essere».
A fine mese lo sloveno andrà a Sierra Nevada, meta sempre più gettonata, per il primo camp in altura. Tanto per essere al top…
Infine, prima di chiudere ecco una dichiarazione d’amore per il Giro e per l’Italia.
«In questa prima parte di stagione farò tre gare in Italia (oltre a Strade Bianche e Sanremo sarà presente anche alla Tirreno, ndr). Il Giro è sempre stata una delle mie gare preferite. E’ vicino alla Slovenia e a volte passa in Slovenia, come lo scorso anno. Voglio davvero correre in Italia, ma quest’anno è impossibile. Ho già in programma ben 97 giorni di corsa. Forse l’anno prossimo…».
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La casella delle vittorie nel 2021 segna una sola spunta per Matteo Trentin. Cosa un po’ insolita per questo campione. La gara che ha vinto, il Trofeo Matteotti, quasi era data per scontata. Posto poi che non c’è mai una gara facile. Ma c’è qualcosa da rivedere è Matteo lo sa bene.
Noi stessi, qualche mese fa, lanciamo l’argomento: come mai Matteo Trentin non riesce più a vincere in volata? Cosa è successo al fortissimo corridore della UAE? I nostri dubbi avevano trovato delle risposte anche da parte di esperti e non solo nei numeri (i numerosi piazzamenti nei primi cinque). Adesso tutto ciò lo abbiamo chiesto direttamente all’interessato.
Trentin vince il Matteotti attaccando in salita (foto Instagram)Trentin vince il Matteotti attaccando in salita (foto Instagram)
Obiettivo volate
«Per ora – dice Trentin – l’inverno è andato bene, ho fatto un bello stacco. Sono ripartito con calma, soprattutto sapendo che Australia e Argentina non ci sono. E’ vero, ho perso diverse volate, ho colto molti piazzamenti e voglio tornare ad avere il mio spunto veloce».
«Come ci sto lavorando? Facendole in allenamento. L’anno scorso ho lavorato parecchio in salita, facevo spesso lavori di 10-15 minuti anziché fare le volate. Invece quest’anno almeno due giorni a settimana li dedico appunto agli sprint, senza contare che un paio di volate si fanno ad ogni allenamento.
«E’ importante per mantenere il fisico e la gamba abituati a certi sforzi. Le volate essendo così intense rispetto ad altri allenamenti sono davvero particolari.
«Un’altra cosa che ho ripreso è stata poi la palestra. L’anno scorso con il lockdown ho lavorato a casa, ma non è la stessa cosa».
Con Pogacar poche corse insieme, tra cui lo Slovenia. Eccoli all’europeo, ma da rivaliCon Pogacar poche corse. Eccoli all’europeo da rivali
La convivenza con Pogacar
Ma gli argomenti sul tavolo sono diversi. E una delle cose che più ci incuriosisce del 2022 di Matteo Trentin è la sua condivisione della leadership alGiro delle Fiandre, una condivisione che fino a qualche mese fa era pressoché impensabile. Invece sarà in Belgio a battagliare al fianco di Tadej Pogacar, anche se il fenomeno sloveno ha assicurato che il capitano sarà l’italiano.
D’altra parte, è anche vero che un corridore del calibro di Tadej un minimo di attenzione da parte del suo team ce l’avrà. Possiamo supporre che ci sarà qualcuno a proteggerlo nei punti critici o addetto a portarlo avanti, insomma degli uomini fidati. E se un paio di corridori dovessero andare a Pogacar, Trentin ne avrebbe altrettanti in meno…
«Io – va avanti Trentin – credo che avere in squadra un corridore come Pogacar sia un vantaggio, e non mi stupirei neanche se facesse bene, se arrivasse davanti. Lui, come Valverde, dove va… va forte, magari ha un po’ meno di esperienza però…
«Abbiamo un team di giovani molto forti sia per le classiche che per i grandi Giri. Se poi ha detto che correrà per me, potremmo aiutarci».
Al Giro del Veneto, Matteo è secondo alle spalle di Meurisse. E’ il 16° (e ultimo) piazzamento nei primi cinque del 2021Al Giro del Veneto, secondo dietro Meurisse: 16° piazzamento nei cinque del 2021
Classiche nel mirino
Dal video Matteo sembra già molto tirato, magro in volto. Ragazzo estremamente diretto e leale va subito al sodo. Le classiche come ha detto saranno quindi i suoi grandi obiettivi di inizio stagione. Abbiamo parlato del Fiandre, ma vale anche per le altre classiche del Nord e per la Sanremo.
«Inizierò a gareggiare già a fine gennaio, il 30, alla Marsigliese, quindi farò Valenciana, Ruta del Sol, le prime corse in Belgio e arriverò alla Sanremo dalla Parigi-Nizza. Questo è il mio cammino della prima parte dell’anno.
«L’ultima stagione è stata buona, ma a fine anno se si contano le vittorie e non sono state numerose come avrei voluto. Quindi l’obiettivo per il 2022 è vincere di più. Ho anche avuto sfortuna in diverse occasioni. Spero di essere più fortunato».
E poi non dimentichiamoci che quest’anno il mondiale è molto adatto ad un corridore come lui. In Australia si annuncia un tracciato molto lungo e abbastanza facile, ammesso che 3.000 e passa metri di dislivello possano ancora classificare l’appuntamento di Wollongong come “facile”. Fatto sta che le ruote veloci (e velocissime) scalpitano.
E forse anche per questo Matteo non ha sciolto le riserve sul grande Giro da fare. Con Pogacar che punta al Tour ci sta che possa non andare in Francia. E il Giro forse è troppo vicino alle classiche di primavera. La Vuelta sembra pertanto la candidata migliore.
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