Rafal Majka è tornato nei panni del gregario di lusso, dopo aver corso per sé a fasi alterne con la Bora-Hansgrohe. La notizia della firma con il Uae Team Emirates venne fuori lo scorso anno durante i giorni del Giro, ma s’era già in ottobre. Gianetti cercava un uomo di sostanza per correre in appoggio di Pogacar e, seppure lontane di quattro anni, le sue prestazioni al fianco di Alberto Contador non erano state dimenticate. E così il polacco, che ha sempre saputo fare bene i suoi conti, ha riposto le velleità personali accettando l’offerta dello squadrone arabo.
Al Tour del 2015, Majka al fianco di Contador: i due hanno corso insieme per 5 anniAl Tour del 2015, Majka al fianco di Contador: i due hanno corso insieme per 5 anni
Polacco d’Italia
Majka si sa è pure mezzo italiano, per aver corso da under 23 al Gragnano, poi alla Petroli Firenze e alla fine, prima di passare professionista nel 2011 con la Saxo Bank, anche alla Trevigiani. La sua fortuna fu di approdare nella squadra del miglior Alberto Contador, per cui i suoi primi passi nel professionismo furono all’ombra di uno dei più grandi. Aiutò. Studiò da leader. Vinse le sue corse. E quando la squadra, nel frattempo diventata Tinkoff, chiuse i battenti, si accasò con Sagan alla Bora.
«Se penso ora a Contador – riflette – e poi guardo Pogacar, vedo due corridori forti soprattutto nella testa e nella loro convinzione. Tadej non è mai stressato, lo trovo incredibile. Alberto al confronto era più concentrato, ma era già più avanti nella carriera. Questa calma è un grande vantaggio, per entrambi. Me ne sono reso conto quando è toccato a me essere leader e vi giuro che non ero neanche lontanamente calmo come loro».
La collaborazione fra Majka e Pogacar ha già dato ottimi frutti già al Uae TourLa collaborazione fra Majka e Pogacar ha già dato ottimi frutti al Uae Tour
Addio stress
Con il Tour che parte domani, il suo sorriso la dice lunga sulle differenze fra l’avviarsi a una Boucle da leader e farlo da gregario, sia pure di lusso. E tutto sommato, essendo ormai arrivato a 31 anni ed essendosi giocato le sue carte al massimo, essere nuovamente l’ultimo uomo di uno dei più forti è un ripiego molto più che onorevole.
«Ho molto meno stress – ammette – non sono nervoso come prima, al momento prevale soprattutto l’eccitazione per la sfida. Sarà diverso, senza avere tutta la responsabilità e dover prestare attenzione a ogni dettaglio come se fosse vitale. Certo non dico di essere venuto a fare una gita. Quando dovremo tenere Tadej davanti, sarà comunque difficile, però sul piano personale cambia molto».
Al Tour, Majka avrà accanto anche Formolo: Pogacar ha buone spalleAl Tour, Majka avrà accanto anche Formolo: Pogacar ha buone spalle
Inizio e fine
Un colpo al cerchio e uno alla botte, ti aspetteresti che anche il gregario più forte sia concentrato come un ninja alla vigilia dello scontro, ma forse ha ragiona Rafal a prenderla con filosofia, avendo capito da tempo che rodersi di attese e domande non porta lontano.
«Lo scopo infatti – spiega – è cercare di salvare energie fisiche e mentali, anche se riuscire a risparmiarsi al Tour de France è abbastanza impossibile. Ho guardato il percorso. La prima settimana sarà da mal di testa, fra vento, strade strette, rischio di cadute. Da domani vivremo sette giorni di grande stress e sarà davvero la parte più difficile di questo Tour. La seconda settimana sarà tutto sommato normale, mentre la terza sarà decisiva. Molto dura. Ci saranno grandi montagne, salite da un’ora e se sarò stato bravo, ci arriverò ancora con buone gambe. Capito perché è necessario stare calmi adesso?».
Se la UAE Emirates va alla Sanremo con una squadra di scalatori, dice Bartoli, è segno che vuole attaccare sulla Cipressa. E allora Pogacar può vincere
Pogacar come Merckx. Il paragone può sembrare azzardato, irriverente, esagerato, però è un fatto che lo sloveno sta diventando una sorta di “re mida” del ciclismo: dove va, vince. Che siano grandi Giri o gare a tappe brevi, grandi classiche o prove locali, il denominatore è uno solo, il suo arrivo a braccia alzate. Alla faccia della specializzazione e anche di quei sottili equilibri che regnano fra i corridori e le squadre, dove ognuno reclama un pezzetto di spazio.
Giuseppe Saronni, che fa parte dell’Uae Team Emirates e in certi momenti una sorta di Pigmalione per lo sloveno, con Merckx ci ha corso e quindi è la persona ideale per fare da ponte fra i due periodi: «Era il ‘77, io entravo nel mondo professionistico e lui stava per lasciarlo, facemmo insieme il Giro di Sardegna e qualche altra gara, poi a metà stagione si ritirò. Non era certo il Merckx dei bei tempi, ma aveva ancora un carisma enorme».
Saronni con Diego Ulissi, secondo al Giro di Slovenia aiutando Pogacar a conquistare il successo pienoSaronni con Diego Ulissi, secondo al Giro di Slovenia aiutando Pogacar a conquistare il successo pieno
Il paragone ci può stare?
E’ azzardato, ma è un dato di fatto che siamo di fronte a un vero talento che fa di tutto per vincere, che lotta sempre per il massimo risultato. Tadej sa bene che il prossimo Tour sarà ben diverso da quello passato, perché l’atteggiamento degli altri nei suoi confronti sarà cambiato. Lo scorso anno ha vinto anche per errori altrui, che difficilmente verranno ripetuti: i team stanno cambiando le strategie in vista della Grande Boucle e bisognerà tenerne conto.
Resta il fatto che, in qualsiasi gara va, Pogacar vince, sembra non lasciare agli altri che le briciole, proprio come faceva il “cannibale”…
Beh, lui neanche quelle… – afferma Saronni ridendo – Eddy aveva uno strapotere tale da schiacciare tutto il mondo ciclistico, i corridori proprio non riuscivano a trovare spazi e prendevano quello che potevano. Anche in quel breve frangente che condividemmo le nostre strade, sentivo che i corridori facevano di tutto per staccarlo, per batterlo, era ancora un motivo di vanto anche se non era più il Merckx dei bei tempi.
Merckx con Ernesto Colnago, oggi al fianco di Pogacar: un altro trait union fra due epocheMerckx con Ernesto Colnago, oggi al fianco di Pogacar: un altro trait union fra due epoche
Rapportando tutto questo a oggi e a Tadej?
Sono epoche troppo diverse: noi facevamo 120-130 giorni di gara, oggi al massimo si raggiungono gli 80. Merckx in un anno vinceva 50 gare, io ne vincevo 40, oggi Tadej che ne vince 15 scatena grandi discussioni come stiamo facendo noi ora. Chi vince tanto dà fastidio, è chiaro ma è anche normale che sia così e ciò comporta che gli altri ti corrano contro.
Anche altri vincono molto, ma Tadej riesce a farlo nei contesti più disparati, battendo gli specialisti delle classiche come quelli delle brevi corse a tappe…
Nelle corse in linea intervengono molti fattori e puoi anche cogliere le occasioni, soprattutto su certi percorsi, nei grandi Giri il discorso è diverso. Questo Tour sarà particolare, con un Roglic che ha corso meno e arriva più carico: magari nell’ultima settimana avrà ancora qualche scricchiolio, ma resta il grande antagonista. La Ineos ha la squadra più forte, ma non c’è il riferimento assoluto, hanno 4-5 corridori che possono però gestire la corsa. Sarà un Tour complicato e questo Tadej lo sa.
L’ultimo trionfo di Pogacar nel 2021, dominando nella sua Slovenia (foto Rai/Getty Images)L’ultimo trionfo di Pogacar nel 2021, dominando nella sua Slovenia (foto Rai/Getty Images)
Come ci arriva?
Lui è sempre pronto, sempre di buon umore, con l’approccio giusto. Sarà fondamentale superare la prima settimana senza incidenti e fra questi inserisco ventagli, cadute, piccoli errori. Vedremo poi come interpretare la corsa: è un Tour diverso dallo scorso anno, con meno arrivi in salita, con molti chilometri a cronometro ma non con la cronoscalata del 2020 che sconvolse la classifica.
E come ci arriva la Uae? Si disse lo scorso anno che Pogacar aveva vinto pur senza avere un team all’altezza, ma quest’anno sembra una formazione diversa…
Molto dipenderà da loro: corridori come Majka, McNulty, Hirschi, lo stesso Formolo saranno utilissimi in pianura e in media montagna, ma sarà fondamentale che qualcuno di loro sia con Tadej quando nelle salite principali il gruppo dei migliori si assottiglierà, rimarranno in 12-15 e fra questi più uomini di Ineos, Lotto, Jumbo. Tadej non dovrà rimanere solo, perché non potrà rispondere a tutti. I ragazzi sanno che la conferma della maglia gialla passa anche per le loro ruote…
Nella prima Scheldeprijs per le donne, arriva il podio di Elisa Balsamo. La piemontese è delusa, ma ha rischiato di farsi molto male. E allora, va bene così
Diego a Tokyo c’è già stato ed ha anche vinto (foto di apertura), perciò da ieri sera ha un pensiero felice in più che gli frulla per la testa. Era il 21 luglio del 2019 e il toscano si presentò da solo sul traguardo che il 24 luglio assegnerà l’oro del ciclismo su strada. E ieri, sulle strade slovene di Nova Gorica, con l’obiettivo della maglia tricolore e la concreta possibilità di andare alle Olimpiadi, Diego Ulissi ha chiuso in qualche modo anche il cerchio del destino. Ha vinto la tappa del Giro di Slovenia e si è rimesso in cammino. Una strada che, sebbene abbia solo 32 anni, va avanti nel professionismo già da 12 stagioni.
Al Giro d’Italia ha ritrovato buone sensazioni nella terza settimanaAl Giro d’Italia ha ritrovato buone sensazioni nella terza settimana
Stop: è il cuore
Quando ti fermano perché pare ci siano delle anomalie al cuore, non è semplice rimettersi in traiettoria: che ne sai di cosa significhi davvero? Una gamba rotta la vedi, la tocchi e ti fa male. Il cuore con l’extrasistole al massimo è una sensazione, ma se poi le hai sempre avute, pensi anche che sia normale.
«Infatti all’inizio ho avuto paura – ci ha detto – soprattutto per la mia salute. La carriera passa in secondo piano, ma l’affetto delle persone accanto mi ha aiutato a passarci in mezzo. E’ stato tutto un fatto di testa. Fisicamente non sentivo niente, sono sempre stato bene. Ma di colpo è arrivata questa diagnosi, ho dovuto fermarmi e la testa ha lavorato parecchio. E’ stato un misto di paura e sconforto. La speranza di tornare e fare quello che ho sempre fatto. La paura di non poterlo più fare. Poi finalmente è arrivato il nulla osta, come una liberazione».
La vittoria di Nova Gorica spezza un digiuno che durava dal 16 ottobre
Alla conferenza di presentazione, c’era anche lui con Pogacar e Mohoric, campioni di casa
La vittoria di Nova Gorica spezza un digiuno che durava dal 16 ottobre
Alla conferenza di presentazione, c’era anche lui con Pogacar e Mohoric, campioni di casa
Dalla Spagna al Giro
Ha riattaccato il numero al Gp Indurain del 3 aprile, la corsa del ritorno alla vittoria di Valverde. Il Giro dei Paesi Baschi che partiva due giorni dopo era nei programmi, ma non si poteva dire per le cautele necessarie. Poi la Freccia Vallone non conclusa e i primi segni di risveglio al Romandia, con bei piazzamenti nelle ultime tappe. Il Giro d’Italia poteva essere il palcoscenico del rilancio oppure un ostacolo troppo alto, ma Diego l’ha preso a piccoli passi. E se pure non è riuscito a infilarsi nelle tappe più adatte, nella terza settimana è scattato qualcosa. Quarto a Sega di Ala, quinto a Stradella.
«Se durante la convalescenza è stato più un fatto mentale – ha detto a fine Giro – qui hanno fatto più le gambe della testa. E’ stato bene crescere gradualmente e non compromettere il resto della stagione. Il Giro d’Italia è stato sicuramente un passaggio utile per il resto dell’anno. E le Olimpiadi sono un sogno per chiunque, anche per me».
La Slovenia gli porta bene: aveva già vinto la classifica nel 2011 e qui nel 2019La Slovenia gli porta bene: aveva già vinto la classifica nel 2011 e qui nel 2019
Tokyo chiama
Il Giro di Slovenia gli ha sempre portato bene. E mentre Pogacar lo ha abbracciato come se avesse vinto suo fratello, la memoria va a quando il livornese, 22 anni ancora da compiere, ci arrivò nel 2011 dopo aver vinto la tappa di Tirano al Giro d’Italia e si prese la vittoria finale. Tornò nel 2016 per vincere una crono e nel 2019 arrivarono nuovamente una tappa e la classifica generale. Anche allora uscì dal Giro senza vittorie, poi però vinse a Lugano, si prese lo Slovenia, arrivò quarto ai campionati italiani e volò a Tokyo.
«Era importante esserci – disse dopo l’arrivo di quel test – perché solo la gara ti fa capire le reali difficoltà del percorso. Alle Olimpiadi sarà durissima».
Nel luglio del 2019, l’Italia di Cassani volò a Tokyo con Formolo, Ulissi, Cataldo e MasnadaNel luglio del 2019, l’Italia di Cassani volò a Tokyo con Formolo, Ulissi, Cataldo e Masnada
Un bel déjà vu
L’Italia volò in Giappone con Ulissi, Formolo fresco di tricolore, Cataldo e Masnada, ancora corridore dell’Androni e vincitore al Giro della tappa di San Giovanni Rotondo.
«Non sta a me scegliere – ha detto Diego commentando la vittoria – ma se serve, sono pronto. Sono veramente felice. Al Giro d’Italia nell’ultima settimana avevo avuto ottime sensazioni e questa volta ho sfruttato al meglio la condizione, grazie anche a una grandissima squadra. E’ bello dopo un inverno così difficile, di aver ritrovato ottime sensazioni e un’ottima gamba. Sono davvero contento».
Sono passati 30 anni dal Tour 1992 in cui Chiappucci fece tremare Indurain e lo attaccò anche all'Alpe d'Huez. Su Pogacar e la sua reazione ha idee nette
Siamo sicuri che Ayuso non sia italiano? Magari qualche nonno… Matxin si fa una risata, ma la bandiera non cambia.
«E’ spagnolo – dice – ma l’ho mandato a correre da voi perché impari realmente la mentalità italiana. Correre con furbizia. Correre con intelligenza. Vedere le cose prima che succedano. Vedere che se uno ti attacca sulla cima dello strappetto e ti dà un minuto in discesa, anche se hai le gambe come è successo ieri, è un po’ tardi. Queste cose è importante che le capisca bene…».
La vittoria di ieri a Sestola, che ha reso a Juan Ayuso la maglia rosa (foto Scanferla)La vittoria di ieri a Sestola, che ha reso a Juan Ayuso la maglia rosa (foto Scanferla)
A San Pellegrino Terme, dove… qualche anno fa Roberto Menegotto infilzò Beppe Guerini nel Giro d’Italia del 1992 che avrebbe premiato Marco Pantani, questa volta ha vinto Alois Charrin, francese ventenne della Swiss Racing Academy, alla prima vittoria di rilievo. La maglia rosa è rimasta invece sulle spalle di Juan Ayuso, che dopo la vittoria di ieri a Sestola, ha perso due secondi da Johannesen e Vandenabeele, ma resiste saldamente al comando.
In gruppo lo spagnolo del Team Colpack viene guardato con rispetto e crescente soggezione. E seil suo allenatore Inigo San Millan a inizio stagione ce ne aveva parlato come di un piccolo fenomeno, ci è venuta la curiosità di parlarne con colui che l’ha scoperto e portato alla Uae Team Emirates, dove approderà subito dopo il Giro d’Italia U24: lo stesso Matxin Joxean Fernandez, uno dei dirigenti del Uae Team Emirates.
Matxin è uno dei dirigenti del Uae Team Emirates: qui con Pogacar alla Vuelta 2019Matxin è uno dei dirigenti del Uae Team Emirates: qui con Pogacar alla Vuelta 2019
Quando l’hai conosciuto
Quando era allievo. Io seguo tutte le categoria da una vita. C’era Carlos Rodriguez che vinceva tanto, mentre lui che aveva un anno in meno ogni tanto portava a casa le sue corse. Al secondo anno da allievo però ha cominciato a vincere tanto anche lui, così l’ho mandato in una squadra che mi ha sempre aiutato, che si chiama Club Ciclista Besaya-Bathco e sta in Cantabria, in cui correva anche Oscar Freire da junior.
E da junior sempre vincente?
Alla vigilia del primo anno l’ho invitato al training camp di dicembre con noi. Lo facevamo nella zona di casa sua, vicino Alicante. Era tutto a posto, ma due giorni prima mi telefona e mi dice che lo ha chiamato anche la Movistar per invitarlo al loro ritiro. Non sapeva cosa fare, perché aveva parlato sempre con me. E io gli ho detto: «Vai pure, così conosci altre squadre e altre mentalità. Va bene anche per te». Doveva stare con noi per due settimane, aveva un bel periodo di vacanze. Lui studia con il sistema inglese. Suo papà è responsabile di un’azienda americana e per un po’ l’ha portato a vivere negli Stati Uniti, per quello nella sua famiglia tutti parlano un inglese… perfettissimo.
Dunque è venuto da voi o con Unzue?
E’ stato un po’ con noi – sorride Matxin – quindi è andato alla Movistar per un paio di giorni e poi è tornato con noi. Raccontò che gli erano stati vicini, senza parlare mai di contratto. Così, quando ha cominciato a vincere le corse da junior, abbiamo fatto un test e abbiamo visto i suoi numeri.
A San Pellegrino Terme oggi vittoria del francese Charrin (foto Isolapress)A San Pellegrino Terme oggi vittoria del francese Charrin (foto Isolapress)
Buoni numeri?
Ottimi, abbinati a un atteggiamento a livello personale e di attitudine personale, per cui sembrava un uomo fatto nonostante avesse 16 anni. Era già un ragazzo con molta intelligenza e con carattere. A quel punto, visto che sapeva anche vincere, gli ho detto: «Ci conosciamo da due anni e mezzo, se vuoi ora ti facciamo un contratto».
E lui?
Ha voluto sapere altro. Così gli ho spiegato: «Per me la situazione perfetta sarebbe fare la pianificazione sportiva della tua carriera. Non della tua carriera con noi, ma della tua carriera in generale». Per cui gli abbiamo proposto un contratto di cinque anni, in cui il primo sarebbe stato in una continental. Non una professional, per cercare di continuare la sua mentalità vincente. Andare alle corse per vincere, fare un passo intermedio prima di una WorldTour. «Non voglio che perdi la mentalità vincente, la grinta vincente».
L’ha accettato subito?
Ha capito. Voleva passare direttamente, ma sarebbe stato irrealistico pensare che potesse vincere subito. «Invece se vai a correre con gli U23 – gli ho detto – puoi controllare i rivali e avere ancora le aspettative e la prospettiva di vincere».
Quindi non ti stupisci che sia già così vincente?
Vi meravigliate voi – ghigna Matxin – io no!
Secondo San Millan è presto per definire i suoi ambiti.
Lui di base è uno scalatore. E’ un corridore che ha uno spunto di velocità abbastanza alto, tanto da aver vinto un campionato spagnolo in una volata di gruppo, perché ha anche una visione di corsa spettacolare. Abbiamo parlato di venire in Italia, perché volevo che imparasse il ciclismo italiano. A vedere le cose prima che succedano, a essere furbo, a posizionarsi bene.
Ayuso è venuto al Giro per provare a vincerlo, dice Matxin: farà il suo meglio (foto Scanferla)Ayuso è venuto al Giro per provare a vincerlo: farà il suo meglio (foto Scanferla)
Perché la Colpack?
Ti dico la verità, questo non lo sa nessuno. La prima volta che si è parlato di squadra, lui doveva andare con Axel Merckx, come avevamo fatto con Narvaez, con Almeida e con Remco Evenepoel, anche se poi lui non ci è andato. C’è un bel rapporto con Axel, l’accordo di portargli alcuni bei corridori e Ayuso doveva essere uno di quelli. Ma Axel in quel momento non aveva squadra e così abbiamo deciso di sentire Valoti.
E lui?
Mi viene da sorridere. Lo chiamo e gli dico: «Ti do un corridore fatto così e così». E lui comincia a dire che non sa se hanno posto. Gli ho detto che non era una questione di spazio, che questo era un regalo.
Credi possa vincere il Giro U23?
Senza essere arrogante, credo che abbia i numeri per farlo. Quello è l’obiettivo di cui abbiamo parlato all’inizio: andare al Giro d’Italia per vincerlo. Poi passerà con noi e dopo andrà a correre il Tour de l’Avenir, ovviamente con l’aspettativa di fare il meglio possibile. Che vinca o no, dipende dalle circostanze, una caduta, un episodio. L’altro giorno per me poteva vincere anche la crono, se non gli si sposta la sella al primo chilometro… E’ già buono che non abbia subito danni muscolari pedalando con la sella all’insù, che gli avrebbero impedito di fare bene il giorno dopo. Credo che avrebbe vinto. E’ un corridore con livelli per fare bene tutto.
A San Pellegrino stasera la visita di Mauro Gianetti, general manager Uae EmiratesA San Pellegrino stasera la visita di Mauro Gianetti, general manager Uae Emirates
Si sa già cosa farà dopo il Giro?
E’ tutto definito per i prossimi cinque anni. Doveva fare l’Austria, che è stato cancellato. Andrò negli ultimi due giorni di Giro a parlare con lui. Farà corsette e corse WorldTour per scoprirne il livello. Non la Vuelta, ma San Sebastian, Plouay, Canada. Corse di un giorno e altre più piccole per vedere quale sia il suo livello.
Non sembra uno che abbia paura…
Sentite: ha una testa spettacolare. Una cosa che pochi corridori hanno. Non solo pensa come un campione, questo è un leader. Pensa come tale. Pensa per se stesso e per i compagni. Se deve dire una cosa, si prende la responsabilità. Non soffre la pressione e parte sempre per vincere. Godetevelo, è bello anche da seguire.
Per la prima volta scopriamo la delusione in Davide Formolo. Il veronese non nega che il suo Giro d’Italia non sia andato come sperava. «Ma ho il sole nella testa io», per fortuna la battuta non l’ha persa.
Davide è a Livigno, è andato in altura praticamente subito dopo l’arrivo di Milano. Almeno con lui ci sono la moglie Mirna e la figlia Chloe. Ma è stato un vero tour de force il suo post Giro. Finita la corsa rosa, il lunedì sera era a Roma per le visite mediche in ottica Olimpiadi, la mattina dopo è ripartito e poi ha raggiunto la località alpina.
La delusione del Giro è alle spalle, ora Formolo si gode la famiglia e già pensa al TourLa delusione del Giro è alle spalle, ora Formolo si gode la famiglia e già pensa al Tour
Davide, che voto dai al tuo Giro?
Eh – esclama laconico Formolo – che dire: un Giro un po’ anonimo. E’ difficile essere contenti di risultati così. Fino a Montalcino ero in classifica, poi quel giorno ho perso del tempo e per alcune tappe siamo stati indecisi se insistere sul fare classifica o se andare direttamente alla ricerca di una tappa. Quando poi mi sono deciso per le tappe non è più arrivata una fuga. E’ una bella mazzata a livello morale. Ma come si dice: ho perso una battaglia.
Però è una battaglia grossa… Metti definitivamente una pietra sopra sulla classifica generale?
E’ certo che questa per me era un po’ l’ultima spiaggia per provare a fare classifica e nel futuro immagino che sicuramente non partirò con questo obiettivo.
In effetti eri in un limbo…
Ho cercato di prendere delle fughe. Ma sono andate via quella della tappa dello Zoncolan e quella di Bagno di Romagna qualche giorno prima. Quel giorno ci ho provato, ma non mi hanno lasciato spazio più di tanto. Ero in una situazione scomoda: ero lontano in classifica, ma vicino per essere lasciato andare. In più c’è da considerare che in questo Giro solo la fuga di Cortina è andata via “di gambe”, per dire che se non volevano lasciarti andare, non scappavi. Quel giorno invece c’era un Gpm di prima categoria in partenza e si è riusciti ad andare.
Se tornassi indietro cosa cambieresti?
Uscirei prima di classifica. Fino alle ultime due tappe il decimo posto era lì a portata di mano. Dan Martin ha fatto decimo ad un quarto d’ora, ma in ogni caso quello non sarebbe stato l’obiettivo. Troppo poco. Mi sarei aspettato di più.
La grinta di “Roccia” non è mai mancata, neanche nei momenti più difficiliLa grinta di “Roccia” non è mai mancata, neanche nei momenti più difficili
Qual era il tuo sogno?
Essere protagonista e vincere un tappone. L’unica tappa in cui sono riuscito ad andare in fuga è stata quella di Cortina che come ho detto è stata l’unica che è andata via di forza. Peccato che nel fondovalle l’Education First abbia tirato parecchio e siamo arrivati con poco vantaggio sul Giau. Ma a quel punto avevamo speso tanto. Dispiace perché non è che la gamba non girasse… Per fortuna che adesso arrivano nuove sfide.
A proposito di Giau, ma ti eri accorto che avevi il 53 su quella salita?
Bah, è rimasto lì! Sinceramente non ho pensato al rapporto. L’abbiamo imboccato con 50” sul gruppo e sapevo che se volevo arrivare dovevo dare il 200%, quindi l’ho preso come fosse uno strappo di due chilometri.
Nuove sfide hai detto: adesso cosa ti aspetta?
Adesso si va al Tour de France per Tadej (Pogacar, ndr). Prima però farò il campionato italiano il 20 giugno ad Imola.
Formolo in fuga verso Cortina d’Ampezzo con lui, tra gli altri, NibaliFormolo in fuga verso Cortina d’Ampezzo con lui, tra gli altri, Nibali
Tirerai in salita, avrai licenza di staccarti nelle tappe di pianura?
Io devo esserci quando ci è bisogno, che sia pianura o salita. Con certi personaggi è un bel ruolo da svolgere, una bella responsabilità.
Come parti per la Francia? Sei più tranquillo rispetto al Giro in cui potevi correre da capitano o al contrario hai più pressione?
Guarda, Tadej più che un compagno è un amico e se vince lui è come se vincessi io e vista la posta in palio mi sento anche più teso per certi aspetti.
Come gestirai questo periodo in altura a Livigno?
Da qualche giorno e per un totale di cinque giorni non tocco la bici, riposo totale. L’ho già fatto dopo la Sanremo e mi sono trovato bene. Poi dalla prossima settimana inizierò a fare qualcosa. Principalmente farò ore di sella, mentre l’ultima settimana farò qualcosa in più. Nel ciclismo moderno senti preparatori che dicono che i 40”-20” fanno bene, altri che fanno male, che è meglio fare la soglia altri che invece dicono sia meglio fare allenamenti lenti… Ma su una cosa sono tutti d’accordo: il recupero in altura fa bene. Quindi mi godo al massimo questo momento insieme alla mia famiglia.
Uno dei corridori che ha cambiato squadra rispetto al 2020 è Matteo Trentin, che sta preparando in sella alla sua Colnago V3Rs la seconda parte di stagione. Lo abbiamo contattato per farci raccontare come si trova con la sua nuova bicicletta e quali sono le sue scelte tecniche.
Una sola bici
Una cosa che abbiamo notato è che l’UAE Team Emirates fino allo scorso anno aveva in dotazione due modelli di bici Colnago: il V3Rs e il C64. Ma nella stagione in corso non abbiamo più visto i corridori della formazione degli Emirati Arabi usare il C64. «Quest’anno usiamo solo il V3Rs – ci risponde subito Matteo Trentin – abbiamo visto che è una bicicletta molto prestazionale, che piace a tutti e allora si è optato per tenere solo questo modello».
La Colnago V3Rs in dotazione all’UAE Team EmiratesLa Colnago V3Rs in dotazione all’UAE Team Emirates
La migliore per le classiche
In effetti la Colnago V3Rs è un telaio monoscocca in carbonio dal peso di 790 grammi in taglia 50s con delle geometrie pensate per massimizzare le prestazioni di chi ci pedala. Ma come ci si è trovato un corridore da classiche come Trentin? «Mi sono trovato subito molto bene, è una bella bicicletta – ci dice il campione trentino – devo dire che la trovo molto comoda ed è la bici con cui mi sono trovato meglio per affrontare gare come le classiche del Nord».
Matteo Trentin in azione alla E3 Saxo BankMatteo Trentin in azione sul Paterberg alla E3 Saxo Bank
Trentin e i tubolari
Le parole di Matteo Trentin confermano la validità del lavoro fatto dai tecnici Colnago che hanno abbassato il movimento centrale in modo da avere un baricentro più basso e favorire la stabilità e la guidabilità della bicicletta. Inoltre, sulla V3Rs è possibile montare pneumatici fino a 28 millimetri di larghezza. E a proposito di pneumatici abbiamo chiesto a Trentin cosa usa. «Io preferisco i tubolari – ci dice – perché secondo me sono più performanti, mi danno una sensazione migliore in termini di guidabilità, però devo dire che è soggettivo. In squadra eravamo in due con i tubolari e tutti gli altri con i tubeless».
Freni a disco
E se i tubeless sono una nuova tendenza che si sta affermando nel mondo strada, i freni a disco sono ormai una realtà, anche se nell’UAE Team Emirates è ancora possibile scegliere quali freni usare. «La questione dei freni è solo legata al peso. A me, che non sono uno scalatore, non interessa molto e nonostante io sia uno affezionato ai freni tradizionali – ci spiega Trentin – avere tutti lo stesso tipo di freni è importante in caso di cambio ruota. In squadra sono prevalsi i freni a disco e io ho battezzato questa scelta – e poi aggiunge – devo dire che Campagnolo ha un’ottima frenata con i dischi».
Il manubrio e l’attacco Vinci usati da TrentinIl manubrio e l’attacco Vinci di Deda Elementi utilizzati da Matteo Trentin
Attacco e manubrio separati
Spesso vediamo i corridori dell’UAE Team Emirates con il manubrio integrato Alanera di Deda Elementi, ma Trentin ha effettuato una scelta diversa. «Ho preferito montare il manubrio e l’attacco Vinci, sempre di Deda Elementi. I motivi sono due. Il primo è che il telaio della V3Rs nella mia misura ha un tubo sterzo un po’ alto e con l’Alanera rimanevo 2 centimetri più alto. Mentre con un attacco Vinci negativo sono riuscito a trovare la posizione corretta. L’altro motivo è che la curva del manubrio Vinci ha delle misure più tradizionali che io preferisco». Ricordiamo che il manubrio Vinci Shallow, la versione che monta Trentin, è in carbonio con l’attacco in alluminio e permettono la completa integrazione dei cavi grazie al sistema dcr (deda internal cable routing).
Le Bora One di CampagnoloLe ruote Bora One di Campagnolo
Sella larga e corta
Per quanto riguarda la sella, l’UAE Team Emirates viene equipaggiato da Prologo e Matteo Trentin ha optato per un modello nuovo. «Sto usando la nuova sella che ha una larghezza di 147 millimetri ed è un po’ più corta. A dire la verità mi sono meravigliato di essermi trovato bene con una sella corta, anche se questa non è come altre selle corte che sono derivate da discipline diverse, tipo il triathlon o le cronometro. Questa è frutto di un progetto che è nato specificatamente per la bici da strada e mi sono trovato subito a mio agio». La sella a cui si riferisce il corridore dell’UAE Team Emirates è la nuova Scratch M5 Space che ha una lunghezza di 250 millimetri.
Ruote Campagnolo, una garanzia
Per finire un’occhiata alle ruote.
«Uso le Bora One che sono davvero ottime, d’altronde le ruote Campagnolo sono una garanzia, sono sempre state fra le migliori».
Mettiamo a confronto i due talenti del momento per le corse a tappe – Egan Bernale Tadej Pogacar – quel confronto che per varie ragioni ancora non c’è stato. Bernal è nato nel 1997 ed è professionista dal 2016, finora ha conquistato 26 vittorie, il Giro diventerebbe la ventisettesima. Pogacar, più giovane di un anno, è passato professionista solamente nel 2019 e vanta 23 successi.
I due si sono affrontati tre volte, ma il Tour dello scorso anno, vinto dallo sloveno, non è stato un vero terreno di battaglia perché Bernal era la pallida controfigura di se stesso, ritirato a metà corsa senza avere mai inciso. Quest’anno i due erano insieme nella fuga vincente della Strade Bianche, con Bernal alla fine terzo e Pogacar settimo, mentre alla Tirreno-Adriatico vinta dallo sloveno, il colombiano è finito quarto.
Pogacar e Bernal all’ultima Tirreno-Adriatico, vinta dallo sloveno con Bernal 4° a 4’13”Pogacar e Bernal all’ultima Tirreno-Adriatico, vinta dallo sloveno con Bernal 4° a 4’13”
Le crono e le alte quote
E’ chiaro che vederli l’uno contro l’altro in una grande corsa a tappe è un sogno, a patto che entrambi siano davvero al massimo della forma, ma come sarebbe questo confronto, che cosa potremmo aspettarci? Abbiamo provato a scrutare nella palla di vetro con Stefano Garzelli: «Sarebbe una sfida strabiliante, dal pronostico impossibile, ma nella quale influirebbero molte variabili».
La prima variabile da considerare è data dalle caratteristiche dei due corridori: «Pogacar può avere dalla sua le capacità a cronometro, Bernal può fare una grande differenza sulle salite con altitudini sopra i 2.000 metri. Sotto questo aspetto il colombiano è sfavorito dal fatto che salite simili sono rare (al Giro, lo Stelvio e il Gavia, quando si fanno, al Tour il Galibier oppure l’Iseran) e anche, come caratteristica, la facilità estrema con cui Pogacar vince dappertutto, quel killer instinct davvero raro da trovare».
Pogacar ha mostrato finora maggiore duttilità, anche nelle classiche: qui 1° alla Liegi 2021Pogacar ha mostrato finora maggiore duttilità, anche nelle classiche: qui 1° alla Liegi 2021
L’importanza del team
Un altro aspetto è costituito dal team di supporto, anche se è chiaro a tutti che Pogacar abbia vinto lo scorso Tour senza grande aiuto da parte della Uae: «Ed è altrettanto chiaro che gli uomini che ha la Ineos sono di qualità unica: Carapaz, Adam Yates, Thomas, Geoghegan Hart. Se Bernal parte in un grande Giro, è però ormai a un livello tale da essere da considerare capitano a tutti gli effetti e chi di questi sarà d’accordo nel lavorare per lui? Più probabile che vengano utilizzati altri corridori, come quelli visti al Giro».
E per quanto riguarda la Uae? «E’ evidente che c’è una differenza sostanziale – risponde Garzelli – ma Hirschi può costituire un validissimo supporto. A Pogacar serve maggiore sostegno in salita e i dirigenti del team stanno già pensando al prossimo ciclomercato per rafforzare la squadra in tal senso».
Bernal, trionfatore al Tour 2019 senza vincere una tappa, ma svettando sul Col de l’IseranBernal, trionfatore al Tour 2019 senza vincere una tappa, ma svettando sul Col de l’Iseran
Sfida decisiva alla Vuelta?
Bisogna poi considerare il terreno di battaglia: Giro d’Italia e Tour de France non sono la stessa cosa. Dove sono più adattabili i due campioni? «E’ una bella domanda… Dipende molto dal percorso che viene disegnato: un Giro con Stelvio e Gavia darebbe a Bernal un trampolino eccezionale per la sua naturale abitudine a pedalare in alta quota, mutuata dalle sue stesse origini. Un Tour con molti chilometri a cronometro sarebbe invece un aiuto per Pogacar. Ma le cose possono anche invertirsi, in fin dei conti nel 2019 Bernal fece la differenza proprio in altura».
Il calendario dice che a settembre, alla Vuelta di Spagna, saranno entrambi della partita. Potrebbe essere quello il vero terreno di scontro? Garzelli è scettico: «Io non credo, molto dipenderà dalle Olimpiadi. Bernal dovrà mantenere un certo livello anche dopo il Giro per non arrivare a Tokyo in calo di condizione, Pogacar vuole correre il Tour per vincerlo, arrivare subito dopo a Tokyo e sfruttare la forma della Grande Boucle, ma dopo? Credo che la Ineos stessa punterà su Yates per la corsa spagnola. Per la grande sfida dovremo attendere il prossimo anno e sperare…».
Oggi Formolo gioca in casa e vuole vincere: «Monterà il 54?». La battuta cade nell’imbarazzo, con Baldato e Marzano che non sanno più cosa dire. Si arriva sulla durissima Sega di Ala, ma vi siete accorti di quali rapporti spingesse il veronese domenica sul Giau? Quando ha deciso di attaccare, Davide ha messo la catena sul padellone e tutti noi, davanti agli schermi dell’arrivo e forse anche a casa, abbiamo pensato che avesse il montato il 50. Per questo, quando la corsa è finita e siamo arrivati nei pressi del pullman del Uae Team Emirates, siamo andati a guardare, ma decisamente quello era un 53. Sul Giau…
«Che cosa vi posso dire – sbottava Baldato con le mani nei capelli – manca che per la tappa di Sega di Ala gli smontiamo il deragliatore…».
La vittoria di Formolo al Delfinato 2020 con un’azione di forzaLa vittoria di Formolo al Delfinato 2020 con un’azione di forza
Cadenza, cadenza…
Il tema è interessante, perché Formolo ha sempre spinto rapporti troppo lunghi sin da quando era dilettante e l’abitudine non è certo venuta meno. Solo che un conto è correre col rapporto avendo nel mirino le classiche, altra cosa voler fare classifica al Giro.
«Ci abbiamo lavorato tutto l’inverno – dice Marzano, primo diesse del team al Giro – ma sono passati troppi anni da quando è professionista per pensare di cambiarlo. Certo vederlo con il 53 sul Giau è stato abbastanza allucinante, soprattutto vedendo come andavano agili gli altri, Almeida e Nibali ad esempio. E’ dall’inverno che ne parliamo. L’anno passato è stato particolare, ma se si vuole provare a fare classifica, il segreto è salvare la gamba. Alla fine però possiamo dirgli quel che vogliamo, ma quando arriva il momento della selezione, a pedalare ci sono loro. Io alla radio non facevo che dirgli “cadenza, cadenza”, ma in certi momenti subentrano le abitudini…».
Le gambe dure
Il tema è anche che quando in montagna fa freddo e magari piove, il rapportone ti inchioda le gambe. Baldato è incredulo.
«Non si riesce a farlo andare agile – dice il vicentino, appena arrivato nel team – è più forte di lui. Mi ricordo quando l’anno scorso ha vinto al Delfinato, ha fatto un’azione di forza, ma non c’era il tempaccio di ieri. Detto questo, il Giro è la prima corsa che faccio con lui. E’ professionista al 100 per cento, ma continua a portarsi dietro questa pecca. Butta via delle belle occasioni. Io non amavo la pioggia, perché mi si induriva la gamba e per questo andavo anche più agile. Lui non vuole farlo e dice che quando attacca, deve usare il rapporto».
Alla lunga però il rapportone sul Giau lo ha sfinitoAlla lunga però il 53 sul Giau lo ha sfinito
Lo stesso dialetto
Come lo convinci uno così? Potresti montargli di nascosto il 50 sperando vanamente che non se ne accorga. Pescando nella memoria, torna a galla il lavoro fatto da Bugno nell’inverno 1993-1994, che gli permise di vincere il Fiandre, ma se il corridore non vuole, c’è poco da rincorrerlo.
«Con Davide ho sempre fatto battute – ricorda Baldato – ricordo che quando Cannondale chiuse, cercai di portarlo dalla Bmc. Abbiamo sempre parlato in dialetto, che per noi veneti è importante. Di Formolo ho sempre apprezzato la naturalezza, la spontaneità e la genuinità. Sta bene. Sega di Ala è una salita che conosce bene, metro per metro. Volete sapere che cosa gli abbiamo detto scherzando per convincerlo a starci attento? Che gli smonteremo il deragliatore…».
Quanti corridori hanno vinto i tre giri della categoria U23? Sono Giro d'Italia, Corsa della Pace e Tour de l'Avenir. La storia da Soukho fino a Pogacar...
Sereno e rilassato prima della tappa dello Zoncolan: solo un velocista può esserlo. E Maximiliano Richeze lo è. Sembra assurdo ma se l’altimetria non fa temere per il tempo massimo è così per gli sprinter. Di solito è la salita in partenza ad alimentare queste paure. E non a caso le ruote veloci del gruppo erano ben più tese a Castel di Sangro, con il Passo Godi in avvio.
Il campione argentino in carica si gode l’abbraccio di amici, moglie e figlia. E intanto con noi fa il bilancio sul Giro d’Italia di Fernando Gaviria e dei velocisti.
Prima volata del Giro a Novara: Richeze guida Gaviria e Molano è in terza ruota Prima volata del Giro a Novara: Richeze guida Gaviria e Molano è in terza ruota
Il caos di Verona
Si parte dall’ultima volata disputata, cioè quella di Verona. Che in qualche modo ha visto protagonista la sua Uae.
«E’ stata una volata abbastanza veloce – dice Richeze – sapevamo che c’era un arrivo molto lineare. Eravamo ben posizionati e tutto stava andando bene. Poi Fernando ha avuto un po’ di problemi all’ultimo chilometro e in quel momento ci siamo un po’ persi. E niente… Abbiamo sprecato una grandissima opportunità perché eravamo in ottima posizione e lui stava molto bene. Con “Seba” (Molano, ndr) e con il resto della squadra avevamo fatto un bel lavoro per tutta la tappa».
A Foligno Molano (che si è appena spostato sulla sinistra) ha tirato lo sprint anche a SaganA Foligno Molano (che si è appena spostato sulla sinistra) ha tirato lo sprint anche a Sagan
Cambio ruolo
Molano. Criticatissimo nel primo sprint vinto da Merlier, autore di qualche imprecisione nel finale, il colombiano è oggetto di analisi. E ci si chiede perché quest’anno l’ultimo uomo sia stato lui e non lo stesso Richeze.
«Bueno, praticamente Molano si è inserito ora nel treno – dice Richeze – e spesso faceva fatica a trovare gli spazi giusti, a capire certe dinamiche sul prendere le posizioni. E siccome io ho più esperienza abbiamo deciso di cambiare: io penultimo e lui ultimo uomo».
Le parole di Richeze ci dicono come sia più complicata la preparazione della volata vera e propria. Se tutto fila liscio infatti l’ultimo uomo del treno in teoria deve “solo” (le virgolette sono d’obbligo) tirare forte e lanciare il velocista che si presuppone sia stato fatto uscire dal penultimo uomo. Un po’ quello che è successo a Foligno proprio con Molano, solo che alla sua ruota dovrebbe esserci il suo velocista e non un avversario, nello specifico Gaviria e non Sagan.
«Esattamente per questo motivo abbiamo deciso di cambiare un po’ i ruoli, per spendere meno energie per trovare la posizione giusta. Molano è molto forte, ma sta imparando adesso il mestiere. E non è facile. Con un velocista come Fernando poi, che è tra i migliori al mondo, bisogna essere perfetti. In più siamo al Giro».
Al via di Cittadella Gaviria viene a richiamare Richeze: «E’ ora di andare».Al via di Cittadella Gaviria viene a richiamare Richeze: «E’ ora di andare».
La sella di Gaviria
Con Richeze si parla poi degli altri velocisti.
«Li ho visti un po’ tutti in palla – dice Richeze – sono andati forte e quasi tutti hanno vinto. A volte è anche questione di fortuna. Anche Viviani non va piano, è in grandissima posizione ma come Fernando non è riuscito a vincere. Il livello era molto alto.
«Per esempio a Verona Elia si è toccato con qualcuno. Io ero indietro ma ho rivisto lo sprint solo la sera e ho notato che si è toccato, ma è normale. Le volate sono così, si va sempre a limite e per questo dico che tutto deve filare liscio».
Infine la domanda più curiosa: ma dove ha perso la sella Gaviria verso Verona?
«Eh – ride Richeze – l’ha persa all’ultimo chilometro. Quando prima ho detto che aveva avuto un problemino mi riferivo a questo. Per questo ha perso le ruote. Era in punta di sella, all’improvviso gli è scappata e si è ritrovato sul telaio della bici. Ha fatto tutto il finale in piedi. Per questo dispiace. Una grande gamba se pensate che ha fatto uno sprint di 800 metri. Speriamo nella tappa di oggi verso Gorizia».