Ulissi e la decisione Astana dopo tre giorni da mal di testa

24.09.2024
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E’ successo tutto molto velocemente. Massimiliano Mori aveva parlato con Gianetti e sembrava che per il rinnovo del contratto di Ulissi non ci fosse alcun problema. La UAE Emirates in ogni caso, con l’argomento dell’età, aveva proposto un ritocco al ribasso quasi dando per scontato che Diego avrebbe accettato. Invece di colpo sul tavolo è arrivata l’offerta superiore dell’Astana e sarebbe stato da pazzi non valutarla.

«Eppure Diego per il carattere che ha – racconta Mori – ci ha pensato per tre giorni. Abbiamo parlato. Ha sentito la sua famiglia. Siamo stati a cena insieme. L’offerta lo ha fatto barcollare. Eppure secondo me, pur molto importanti nella scelta, non sono stati i soldi in più a farlo decidere. Adesso è convinto, ma in quei tre giorni sa lui i pensieri che ha avuto…».

Massimiliano Mori è stato un pro’ dal 1996 al 2009. Qui con Ulissi, suo atleta dagli anni in Lampre
Massimiliano Mori è stato un pro’ dal 1996 al 2009. Qui con Ulissi, suo atleta dagli anni in Lampre

Mori conosce Ulissi da una vita. E’ il suo procuratore dagli anni della Lampre ed è fratello di quel Manuele che per il livornese è ben più di un amico. Alla Lampre si sono anche sfiorati: Massimiliano smetteva nel 2009, Diego arrivava nel 2010. Le parole nell’ultima intervista ci hanno fatto pensare. Il suo essere rimasto fedele per tutta la carriera alla stessa società non è dipeso dall’assenza di offerte, quanto piuttosto dalle attenzioni che la squadra manifestava nei suoi confronti. E noi con Mori siamo partiti proprio da questo, per capire che cosa (oltre ai soldi) abbia spinto Ulissi a cambiare squadra dopo 15 stagioni.

Massimiliano, che cosa significa che alla Lampre non gli hanno mai dato lo spunto per andare via?

L’hanno sempre trattato bene economicamente. Ma soprattutto sapeva e sentiva di essere il fulcro del progetto. E’ sempre stato vincente, ha sempre fatto un sacco di punti. Poi la Lampre è diventata UAE e si è trasformata in una corazzata. Probabilmente in altre squadre, Diego sarebbe stato ugualmente capitano, ma qui con Pogacar e altri campioni, è stato intelligente e si è adattato.

Non ci sono mai state offerte che lo abbiano spinto a valutare il cambio?

Squadre ci sono state, ma non c’era motivo di andare via. Invece si è capito che quest’ultima trattativa sarebbe stata influenzata dall’età di Diego, che ha 35 anni. Un’offerta UAE c’era, si poteva andare avanti, ma era più bassa. Ci sono squadre che non fanno caso all’età, la UAE Emirates invece cerca sempre giovani talenti. E pur sempre rispettato e tenuto da conto, Diego si è trovato sempre un po’ più in disparte o con un ruolo non più centrale. Mi sono trovato a parlare con altre squadre e lo avrebbero preso ben volentieri, nonostante gli anni. L’arrivo dell’Astana ha fatto incontrare la loro necessità di un corridore vincente che facesse punti e la sua ricerca di un ruolo meno secondario. Intendiamoci, quando hai davanti Pogacar non puoi dire nulla e infatti Diego non ha detto nulla.

Nella Lampre di Galbusera (nella foto, il capostipite Mario) e Saronni, Ulissi era al centro del progetto
Nella Lampre di Galbusera (nella foto, il capostipite Mario) e Saronni, Ulissi era al centro del progetto
Quando a dicembre annunciarono che non avrebbe fatto il Giro, non vedemmo salti di gioia…

Diego non lo dice, perché è un ragazzo intelligente. Però noi del suo entourage sappiamo le cose e lui avrebbe preferito fare il Giro. E’ sempre stato il suo pallino, ma ha condiviso la scelta della squadra. Non crediate però che ci sia stato quello alla base del cambiamento.

E che cosa allora?

La vera svolta c’è stata quando ha parlato con Vinokourov. E oltre alla cifra certamente importante, quel che lo ha convinto è stato essere di nuovo al centro del progetto. Sentirsi di nuovo considerato e desiderato dal capo della squadra ha fatto scattare qualcosa. Certamente ne ha parlato con Ballerini e Fortunato, che incontra spesso. E’ arrivato Bettiol, che vive anche lui a Lugano. Vinokourov gli ha spiegato la sua voglia di far tornare la squadra in alto e questo lo ha convinto. Un tipo ci considerazione che alla UAE non c’era più.

La presenza di Pogacar ha persuaso Ulissi a cambiare obiettivi, in modo intelligente ma non per questo entusiasta
La presenza di Pogacar ha persuaso Ulissi a cambiare obiettivi, in modo intelligente ma non per questo entusiasta
E’ possibile che il ritocco al ribasso fosse il modo di fargli capire che se avesse trovato un’alternativa, loro non lo avrebbero certo ostacolato?

Credo proprio sia stato questo. Oppure pensavano che sarebbe rimasto a qualunque condizione. Ripeto: un’offerta come quella di Vinokourov andava considerata per forza, eppure Diego sarebbe rimasto di là. Era pronto ad accettare. Quando ha sentito del progetto, allora è cambiato tutto. Adesso è convinto di aver fatto bene e il corridore lo conoscete. Ha sempre vinto e fatto punti, penso che non smetterà di farlo.

Ulissi, la Lampre e la UAE Emirates: una valigia piena di ricordi

12.09.2024
9 min
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Al momento sono 174.165,7 chilometri divisi per 1.061 giorni di gara. Poi ci sono 49 vittorie e un’infinità di piazzamenti che ne fanno uno dei corridori al mondo più forti degli ultimi 20 anni. La stagione è ancora lunga e il conteggio crescerà, in ogni caso il bilancio di Diego Ulissi nella società in cui passò professionista nel 2010 e che lascerà alla fine del 2024 per passare alla Astana ha questi numeri. Una vita (simbolicamente) con la stessa maglia che porta con sé ricordi e incontri, che abbiamo chiesto al toscano di approfondire con noi. Perché nel cambiare di nome e sponsor c’è l’evoluzione del ciclismo, che nel caso dell’attuale UAE Team Emirates è passato dalla dimensione familiare della Lampre a bandiera degli Emirati Arabi Uniti.

Abbiamo sentito Ulissi alla vigilia del Giro della Toscana (in apertura, il passaggio sul traguardo all’ottavo posto), l’occasione perfetta per fare il pieno di lettere aspirate e battute livornesi. Sono anni ormai che Diego risiede a Lugano e difficilmente se ne andrà, ma tornare sulle strade in cui è cresciuto è sempre un riconnettersi con le origini, da cui nel 2010 spiccò il volo per diventare un ciclista professionista.

Questa immagine rappresenta il commiato su Instagram, pieno di gratitudine, di Ulissi verso il UAE Team Emirates
Questa immagine rappresenta il commiato su Instagram, pieno di gratitudine, di Ulissi verso il UAE Team Emirates
Che effetto fa pensare che dal prossimo anno non sarai più qui?

Sicuramente sarà una novità anche per me. Sono sempre stato nella stessa società con persone che conosco da tantissimi anni e quindi sicuramente sarà diverso. Di quelli dei primi tempi siamo rimasti in pochi. C’è Andrea Appiani, che prima era l’addetto stampa e ora lavora in ufficio. C’è Napolitano, che fa ancora il massaggiatore. Una segretaria che si chiama Rosita e c’è anche Carlo Saronni. E poi ci sono Manuele Mori e Marco Marzano, che nel frattempo da corridori sono diventati direttori sportivi

Se pensi a questa squadra e ai 15 anni che ci hai passato, quali sono stati gli incontri che hanno più segnato la tua carriera?

Sicuramente per i primi tempi la figura che ha caratterizzato la mia carriera è stato Giuseppe Saronni. Per me è stato una persona fondamentale. E’ stato il primo che ha creduto in me e ha fatto sì che, almeno fino a che c’è stata la Lampre, io non mi muovessi da lì. Quando ero più giovane erano arrivate offerte da squadre che allora erano al top del ciclismo mondiale, però ero nell’ambiente ideale e chi mi era accanto ha fatto in modo e maniera che non me ne andassi. Quindi la prima persona che devo ringraziare è lui. E poi nel corso degli anni c’è stato Orlando Maini, grande direttore e grande amico. Mi ha saputo consigliare a 360 gradi. Orlando è una persona con cui puoi parlare di tutto e per me è stato importantissimo. Poi ci sono gli anni più recenti della UAE con Gianetti, Matxin e Agostini che sono persone molto importanti per la mia storia.

Quelle con Saronni e Maini sono amicizie che restano oppure, come quando si cambia lavoro, alla lunga si perdono i contatti?

No, no, no. Con loro sono ancora in contatto. Sono persone con cui parlo e cui chiedo consiglio ancora oggi. Negli anni ho sempre mantenuto i rapporti con chi ho imparato ad apprezzare. E quando ci sentiamo, mi fa piacere sentire che stanno bene e anche le loro famiglie.

Se ti facciamo il nome di Michele Scarponi?

Bè, finora abbiamo parlato di esponenti della società. Se ci spostiamo ai compagni, ce ne sono molti che mi sono rimasti nel cuore e sicuramente “Scarpa” è uno dei primissimi della lista. Il primo Giro d’Italia l’abbiamo fatto insieme nel 2011 perché mi ha voluto lui. Mi apprezzava sia come persona sia come corridore. Nella prima gara che vinsi, il Gran Premio di Prato del 2010, battei lui. L’anno dopo passò in Lampre e mi disse: «Ti voglio accanto, perché se mi hai battuto, devi essere per forza uno buono». Poi dovrei parlare di Alessandro Petacchi ed Emanuele Mori, che per me è come un fratello. Come pure Righi, Spezialetti e Matteo Bono: insomma sono tutti i ragazzi con cui continuo a sentirmi.

Ragazzi che quando sei passato professionista erano tutti più esperti di te, in che modo riuscivi a convivere con loro?

Quando ero giovane e passai professionista, li vedevo come un punto di riferimento fondamentale per la mia crescita. Cercavo di stare il più possibile vicino a loro, sia in gara che fuori. Ero convinto che quella fosse la strada migliore per imparare, perché loro avevano già tanti anni di professionismo. Quindi cercavo di rendermi disponibile e loro vedevano che avevo voglia di imparare e di capire. Per questo credo che nacque un rapporto di stima professionale che poi è trasformato in amicizia.

E’ cambiato tanto l’ambiente nel passaggio da Lampre a UAE?

E’ sotto gli occhi di tutti, soprattutto perché c’è stato un cambiamento di budget e la squadra è diventata molto più internazionale. Già da tempo si ambiva a diventare la squadra più forte e per questo è sempre cresciuta in tutti gli aspetti. E’ stato il cambiamento del ciclismo da 15 anni a questa parte. A un certo punto si è iniziato guardare il millimetro per migliorarsi sotto ogni aspetto, dalla ricerca della bicicletta più performante alla nutrizione. Tutti aspetti che ci hanno portato a diventare davvero la squadra numero uno al mondo. Però la Lampre era un ottimo ambiente. Non ci mancava niente e penso che con le risorse che c’erano si sono fatti ottimi risultati. Alla base c’era la famiglia Galbusera che, oltre ad essere grandi appassionati, erano grandissime persone. Riuscivano a trasmettere alla squadra la loro anima.

Giro dell’Emilia 2013, vince Ulissi e riceve l’abbraccio di Scarponi, un gran modello accanto a cui crescere
Giro dell’Emilia 2013, vince Ulissi e riceve l’abbraccio di Scarponi, un gran modello accanto a cui crescere
Hai vinto tutti gli anni, quanto è stato difficile continuare a farlo visti i tanti progressi?

Per rimanere a grandi livelli, quelli che servono per vincere le gare, devi stare al passo con i tempi, ti devi adeguare. A volte penso a quanto siano cambiati gli allenamenti e mi viene da dire che faccio un altro sport rispetto a quando sono passato professionista. E’ una battuta però la preparazione è l’aspetto che più è cambiato. E comunque se con la testa non riesci ad adeguarti alle nuove condizioni, rimani un passo indietro. Con il livellamento che c’è, ottenere risultati ed essere competitivo diventa difficile.

Tu hai visto arrivare in squadra Fabio Aru. Secondo te perché non è riuscito a esprimersi come tutti pensavano?

Questa è una bella domanda. Fabio l’ho vissuto a pieno, perché vivendo vicino mi confrontavo con lui quotidianamente, anche nei giorni di allenamento oltre che in gara. Sicuramente lui in primis si aspettava di mantenere quello che aveva fatto all’Astana. In quel periodo però non stava bene fisicamente. E se uno non è al 100 per cento nel fisico, emergere diventa veramente dura. Secondo me questo ha inciso anche sulla sua convinzione e alla fine ha ceduto di testa. Però Fabio era veramente il primo a tenerci, l’ho visto che si allenava davvero tantissimo. Si impegnava quotidianamente, sotto quell’aspetto è uno dei professionisti migliori che io abbia mai visto. Ha dato l’anima. Però a mio avviso ognuno ha il suo percorso di vita e reagisce a modo suo.

Nel frattempo la squadra si è riempita di tantissimi giovani molto forti, come si convive con loro?

La loro presenza non è mai stata un motivo per tirarmi indietro, tutt’altro. L’ho sempre visto come qualcosa per cercare di rimanere ad alti livelli. E’ normale vedere questi ragazzi con tanta voglia di emergere e pensare che se voglio rimanere ad alti livelli, devo migliorarmi quotidianamente e cercare di essere ancora performante in gara. Il passaggio a un’altra squadra non è legato a questo. Mi hanno offerto un rinnovo contrattuale, però questa volta ho preferito fare altre scelte.

Al Gp Lugano del 2019, Ulissi vince, Aru lo aiuta. Diego ha vissuto da vicino il periodo del sardo alla UAE
Al Gp Lugano del 2019, Ulissi vince, Aru lo aiuta. Diego ha vissuto da vicino il periodo del sardo alla UAE
Che differenza c’è tra Diego che oggi ha fatto altre scelte e Diego che non se ne sarebbe mai andato dal gruppo Lampre?

Non ho detto che non me ne sarei mai andato, ho detto che non ci sono mai state le circostanze per andare, è diverso. E’ naturale che quando ti trovi bene in un ambiente, prima di andartene valuti bene le altre situazioni cui andrai incontro. Non mi sono mai posto tanti problemi, perché ho valutato sempre la situazione. Alla fine è un lavoro. Facciamo tanti discorsi, però la carriera dura quello che dura e non ci sono certezze. Ogni due o tre stagioni, ho sempre valutato le varie situazioni e in tutti questi anni ho avuto la bravura e la fortuna di ricavarmi sempre le condizioni ideale. Quest’anno è arrivato il momento di prendere una decisione, che è stata difficile. Mi sono confrontato con le persone giuste, poi ho fatto questa scelta. Sono uno razionale, non faccio passare il tempo. Cerco di captare i momenti giusti e faccio le mie valutazioni.

Hai pubblicato una foto su Instagram di te sotto a una parete piena di maglie. C’è un anno che ricordi più volentieri?

Sono due. Il primo è il 2017 perché è il primo anno UAE. Era tutto nuovo, c’erano già grandi ambizioni, ma la squadra non era partita benissimo. Invece in fondo all’anno riuscii a vincere due gare WorldTour, Montreal e il Giro di Turchia. Sentii di aver dato una piccola spinta in quegli anni che erano ancora di transizione per arrivare al punto in cui siamo. Poi il 2020…

Come mai?

Fu un anno particolare per via del Covid e lì si è vista la forza del team, perché ci sono stati accanto e non ci hanno fatto mancare nulla. Eravamo rimasti bloccati ad Abu Dhabi e in quella situazione si vide veramente la grandezza del team. Poi infatti ripartimmo bene. Mi ricordo che quell’anno ho vinto 5 gare, due tappe al Giro, tre in Lussemburgo e Tadej vinse il primo Tour. Il 2020 è stato un anno di cui non mi scorderò. La tappa di Agrigento al Giro, per come è arrivata e per come è stata preparata dalla squadra, è una delle mie preferite.

Che cosa o chi ti dispiacerà lasciare?

Tutto e tutti. Alla fine siamo tanti giorni insieme, a parte il giorno di gara e i ritiri. E’ inevitabile che ti leghi alle persone con cui vivi quotidianamente. Si parla di tutto, anche della famiglia. Ci sono ragazzi molto più giovani di me come Alessandro Covi, che cerco di consigliare a 360 gradi. Dispiacerà lasciare le persone, i compagni di squadra, i massaggiatori, tutti! Ma tanto so che continueremo a vederci alle corse, ci saluteremo ancora.

Cosa speri o pensi di trovare alla Astana?

Conosco quasi tutti, a partire dai corridori. Hanno voglia di fare le cose in grande, il progetto è importante e quindi mi aspetto di ambientarmi molto bene. Il fatto che ci siano tanti italiani mi aiuterà molto e questo farà sì che io cerchi di dare il meglio di me stesso. Anche perché qua di italiani siamo rimasti in pochi. Ora siamo in tre, l’anno prossimo saranno in due. Ma ci sono ancora corse da fare e possibilmente da fare bene. La gamba è quella giusta, ma alla fine vince sempre uno solo…

Intanto Hirschi a suon di vittorie prepara il mondiale

31.08.2024
5 min
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E’ innegabile che Marc Hirschi sia uno dei grandi protagonisti di questa fase della stagione, in alternativa alla Vuelta e in preparazione a un rutilante finale di stagione. Non solo per i suoi risultati, perché il suo passaggio alla Tudor è stato uno dei “botti” del ciclomercato in vista del 2025, una scelta che dice molto anche della nuova conformazione che la Uae sta assumendo sempre più intorno al vincitutto Pogacar ma anche delle ambizioni della squadra elvetica, protagonista di acquisti eccellenti.

Nel testa a testa di San Sebastian beffa Alaphilippe, suo prossimo compagno di colori
Nel testa a testa di San Sebastian beffa Alaphilippe, suo prossimo compagno di colori

Doppio colpo

Hirschi, anche per rispetto nei confronti dei suoi attuali datori di lavoro, non vuole parlare della sua nuova destinazione, d’altro canto c’è molto da dire in relazione a quanto sta facendo, basti pensare che in 55 giorni di gara ha colto 5 vittorie e 14 Top 10, ma viene soprattutto da due trionfi prestigiosi nelle ultime due classiche del WorldTour, San Sebastian e Bretagne Classic.

«Entrambe le vittorie sono state importanti perché parliamo di WorldTour – racconta l’elvetico – ma soprattutto di corse con tanta storia nel ciclismo, con grandi nomi nel loro albo d’oro. Non posso dire quale sia più stata la vittoria più grande, sono molto felice di aver vinto queste due gare che da sole portano in ampiamente positivo il giudizio sulla mia stagione, anche se la voglia di vincere è ancora tanta».

Hirschi sul podio di Plouay dopo aver battuto Magnier e Cort
Hirschi sul podio di Plouay dopo aver battuto Magnier e Cort
Quattro vittorie nell’ultimo mese: pensi sia il tuo periodo migliore da quando sei passato professionista?

Sì, penso sia molto simile al 2020. Ero allora in ottima forma dopo il Tour de France e portai a casa vittorie importanti e ora sono sicuro di essere al top della forma al momento. Spero di poter sfruttare questo stato ancora a lungo.

Ti è pesato non aver potuto effettuare un Grande Giro o per le tue caratteristiche sono state meglio le corse che hai fatto?

Avevamo deciso insieme con la squadra il mio calendario, in particolare questo periodo della stagione incentrato sulla preparazione per i campionati del mondo a Zurigo. Piuttosto che la Vuelta, che pure so essere utilissima per fare la gamba, preferisco andare in quota e se il meteo è molto buono è una buona preparazione, ma senza rinunciare alle corse perché non sai mai che tempo potrai trovare nel periodo stabilito in altitudine, soprattutto in questo periodo. Per cui preferisco alternare brevi periodi in altura e gare. Ora farò un periodo in quota, di nuovo un blocco di allenamento e poi farò le gare italiane, dal GP Industria e Commercio dell’8 settembre al Matteotti del 15, cinque corse in tutto.

Per Hirschi 4 anni alla Uae, con 17 vittorie ma non sempre vissuti in tranquillità
Per Hirschi 4 anni alla Uae, con 17 vittorie ma non sempre vissuti in tranquillità
E quale è quella che ritieni più adatta a te?

Nessuna in particolare, sono tutte gare molto buone per me e sono anche una preparazione super buona per le caratteristiche del percorso del mondiale. Il Toscana l’ho vinto due anni fa e so che va molto bene per me, la prova di Peccioli dove ho prevalso lo scorso anno ha un percorso molto mosso, il Memorial Pantani ha molte salite brevi e ripide. Penso che siano tutte buone per me.

Guardandoti indietro, ai Giochi di Parigi potevi fare di più?

Alla fine è stata una gara molto particolare, senza radio, con piccole squadre. Tutto molto diverso dal solito e non era facile adattarsi. A un certo punto c’era Kung davanti, quindi non era il caso di muovermi, poi nel finale sul pavé era davvero difficile capire come muoversi, non avevamo riferimenti ed eravamo tutti davvero al limite. Su quel percorso, con la forma che avevo al momento ero comunque inferiore a chi è andato a medaglia. Col senno di poi penso che la corsa avrebbe dovuto essere più dura e lottata nella prima parte, prima di arrivare al circuito finale, lì per me è stato difficile seguire il ritmo dei migliori.

Ai Giochi Olimpici di Parigi un 16° posto non pari alle sue aspettative, a 2’13” da Evenepoel
Ai Giochi Olimpici di Parigi un 16° posto non pari alle sue aspettative, a 2’13” da Evenepoel
Il mondiale nella tua Zurigo lo ritieni adatto a te e ha un’importanza particolare correre davanti alla tua gente?

Sì, per me ce l’ha. E’ il grande obiettivo di quest’anno. Si corre in casa e il tracciato non è male per le mie caratteristiche. È un percorso duro, un po’ per tutti, emergerà chi ne avrà di più. Può essere buono per chi ha fondo, per chi è portato ad attaccare, ma anche per gli scalatori. Quindi è una gara abbastanza aperta. Io mi gioco tutto lì, ci tengo particolarmente a emergere davanti ai miei connazionali.

Viste le tue caratteristiche, tra corse di un giorno e brevi corse a tappe dove pensi di andare più forte?

Dipende molto dal momento. Per ora mi alleno molto per le gare d’un giorno. Ma penso di poter essere tra i migliori anche in altre gare, soprattutto sto lavorando molto per il futuro. Io credo di poter far meglio anche nelle corse a tappe più grandi. Sapendo però che i grandi giri sono un altro livello, non basta sentire che le gambe vanno super forte, devi avere anche caratteristiche di resistenza, di gestione che devo ancora fare mie. Ma spero intanto in futuro di diventare molto competitivo anche nelle corse di una settimana.

Per il bernese la vittoria nel Czech Tour a conferma della sua dimensione anche nelle corse a tappe
Per il bernese la vittoria nel Czech Tour a conferma della sua dimensione anche nelle corse a tappe
Quanto è importante per tutto il ciclismo svizzero avere una squadra prossima all’ingresso nel WorldTour come la Tudor nella quale correrai nel 2025?

Penso che sia fondamentale soprattutto per i giovani corridori perché è più facile trovare spazio nella formazione di casa. Guardate le squadre francesi, prendono principalmente i corridori giovani francesi, consentendo loro di completare la loro crescita. A noi serve una realtà simile. E’ difficile entrare in una realtà straniera per un giovane corridore svizzero, quindi penso che dia molte opportunità ai giovani corridori di mettersi in mostra. Non ci sono tanti spazi per trovare un contratto, quindi questo aumenterà le possibilità.

La costanza e la voglia di Ulissi, un esempio per i giovani

25.08.2024
5 min
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Spalla a spalla con Jonas Vingegaard. La lunga carriera di Diego Ulissi si fregia anche di questo particolare, in un Giro di Polonia vissuto da assoluto protagonista, lottando alla pari con il danese uscito rinvigorito dal Tour de France. Chi conosce il toscano sa che è solo un ulteriore capitolo di una carriera tanto lunga quanto luminosa, ancora lungi dallo scrivere le ultime parole.

Ulissi, uomo vincente in ogni anno della sua lunga storia, è davvero un esempio, ancor di più nel ciclismo italiano di oggi che fatica enormemente a ritagliarsi i suoi spazi. Ma Diego non è uomo da vantarsi, anche il suo Giro di Polonia è una delle tante avventure vissute.

«Sapevo che bisognava partire bene – racconta – nelle prime tappe si faceva il 90 per cento della classifica. Nei primi due arrivi sono rimasto sempre fra i primi, nel terzo ho chiuso secondo dietro Nys ed ero alle spalle di Vingegaard che aveva già costruito la sua leadership a cronometro, a quel punto era pura gestione. Il secondo posto finale era il massimo risultato possibile, il danese ha sempre fatto buona guardia».

Il podio finale del Giro di Polonia, da sinistra Kelderman, il vincitore Vingegaard e Ulissi
Il podio finale del Giro di Polonia, da sinistra Kelderman, il vincitore Vingegaard e Ulissi
Colpisce però il fatto che ti sia anche avvinato a lui, chiudendo a 13”…

Il Polonia è una corsa a tappe un po’ atipica, con tante frazioni impegnative ma senza salite lunghe. Lui ha fatto la differenza nella seconda frazione, a cronometro, poi ha sempre gestito. Io ho lavorato sugli abbuoni e sfruttato un tracciato che in generale mi si addiceva, ma è chiaro che con una salita più lunga e dura, il vantaggio di Jonas sarebbe stato maggiore.

Quel che colpisce è la tua costanza di rendimento. In 53 giorni di gara sei finito fra i primi 10 ben 31 volte comprese tre vittorie. Numeri da big, da quella ristretta fascia di corridori appena al di sotto dei “magnifici sei”…

La costanza è sempre stata una mia caratteristica, è grazie a essa che riesco sempre a finire l’anno nelle posizioni alte del ranking. Dopo il Giro d’Ungheria mi sono preso un mese di stop perché non stavo bene, non respiravo bene, ma quella sosta mi ha consentito di tirare il fiato e riprogrammare tutta la mia stagione.

Una delle vittorie di Ulissi, nella tappa di Alpendorf al Giro d’Austria (foto EXPA/Groder)
Una delle vittorie di Ulissi, nella tappa di Alpendorf al Giro d’Austria (foto EXPA/Groder)
Come ti gestisci durante il riposo?

Ormai ho anni e anni di esperienza alle mie spalle. Ad esempio sono refrattario ai periodi di allenamento in altura, a me non hanno mai dato grande giovamento, la faccio solo all’inizio con tutto il team. Preferisco lavorare alla maniera solita, seguendo le tabelle a casa mia. Praticamente mi alleno correndo, come si faceva una volta. I risultati mi pare che dicano che faccio bene…

Tu però anche a 35 anni sei lì che combatti, lotti con i primissimi, anche con i big. Perché gli italiani più giovani non ci riescono?

Difficile a dirsi, se lo sapessi potremmo dire che la crisi che stiamo attraversando sarebbe risolta… I risultati non arrivano a caso, ci vogliono doti. Io dico che di giovani validi ne abbiamo e ne continuiamo a sfornare, ma serve tempo, ognuno ha il suo per maturare ed emergere. Non tutti si chiamano Pogacar o Evenepoel. Io qualche anno di esperienza sulle spalle ce l’ho e vedo che oggi è più difficile emergere perché il livello è altissimo e le squadre sono costruite in maniera diversa, con tutti corridori che hanno nelle corde il colpo.

Per il toscano tante occasioni come finalizzatore, che si è guadagnato con la sua costanza
Per il toscano tante occasioni come finalizzatore, che si è guadagnato con la sua costanza
Questo cosa significa?

Prendi la mia squadra, la Uae. Dovunque andiamo, quando non c’è Tadej, ci sono almeno 4-5 capitani, poi in corsa si decide per chi si corre in base a tanti fattori: percorso, condizione del giorno, evoluzione della corsa… Un giovane italiano che approda in un team WT deve andare veramente forte per scalare le gerarchie e guadagnarsi fiducia. Bisogna fare le cose per gradi, io dico che se lavoreranno bene verrà anche il momento buono e dovranno essere pronti a sfruttarlo.

E’ pur vero però che, pur non considerando i super, ci sono tanti corridori giovani da ogni nazione che sono sempre lì a lottare per la vittoria, i nostri spesso si vedono nelle prime fasi delle corse, nelle fughe, ma poi?

Attenzione, quando parliamo di giovani, io dico sempre che noi valutiamo un ciclismo preso sull’immediatezza, ma quanti di questi corridori riusciranno a tirare avanti, ad avere carriere lunghe, ad arrivare alla mia età? Solo il tempo ci dirà se c’è un prezzo da pagare in termini di durata delle carriere. E’ vero, oggi guardiamo le corse e sembra che i talenti siano solo fuori dai nostri confini ma non è così, ci sono anche da noi ed emergeranno. Il ciclismo è fatto di fasi storiche, tra qualche anno magari saremo noi a gioire.

La grinta di Ulissi deve essere un esempio per i giovani, lottando in ogni corsa fino all’ultimo
La grinta di Ulissi deve essere un esempio per i giovani, lottando in ogni corsa fino all’ultimo
E’ un discorso anche caratteriale?

Sicuramente, forse preponderante. Tanti di quei giovani stranieri di cui prima li vedi correre senza paura, con una grande voglia di emergere. E’ quella che in primis un corridore deve avere, pensando che il contratto da professionista è un punto di partenza e non di arrivo. Poi è chiaro che dipende tutto dalle gambe…

Torniamo a te. E ora?

Dopo Plouay seguirò tutto il calendario italiano, fino al Lombardia, intanto valuterò che cosa fare, se rimanere alla Uae o no. Io voglio continuare per almeno un paio d’anni, vediamo dove e come.

Notari: una settimana con Del Toro e la Vuelta dietro l’angolo

09.08.2024
5 min
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Sulle cime che circondano Andorra i ragazzi del UAE Team Emirates lavorano per preparare il finale di stagione. Al loro fianco, per qualche giorno, c’è stato Giacomo Notari preparatore del devo team che ha portato la sua esperienza anche agli atleti del WorldTour. Andare in altura serve, tra le altre cose, per scappare dal caldo soffocante della pianura. 

«Si stava parecchio bene a livello di clima – dice Notari che nel frattempo è tornato a casa – ad Andorra le temperature erano alte, superiori ai 30 gradi. Più in alto, dove dormivamo noi, si abbassavano parecchio. Il grosso vantaggio è che si riposa davvero molto bene. Io sono stato lì per i primi otto giorni, poi è arrivato un altro allenatore a darmi il cambio. Con me c’erano Baroncini, Del Toro e Ayuso, oltre al gruppo Vuelta».

I ragazzi del UAE Team Emirates in ritiro ad Andorra
I ragazzi del UAE Team Emirates in ritiro ad Andorra

Un puzzle da comporre

La Vuelta, terza ed ultima grande corsa a tappe della stagione, partirà tra poco più di una settimana: il 17 agosto. Comporre una squadra che possa arrivare pronta non è facile, i corridori sono stanchi e la stagione è stata lunga. Tra acciacchi e voglia di rivalsa la gara spagnola diventa l’ultimo grande banco di prova per gli uomini di classifica

«Il primo gruppo che è salito ad Andorra – spiega Notari – è quello che non ha corso al Tour de France. A loro si è aggiunto Ayuso, che ha abbandonato la Grande Boucle per Covid, il quale però stava preparando le Olimpiadi di Parigi. Gli altri che saranno alla Vuelta: Yates, Almeida, Sivakov e Soler, non vengono in ritiro. Hanno la fortuna di abitare ad Andorra, quindi dormono a casa e si allenano con noi. Un buon compromesso per non stressarli e non tenerli troppo lontani dalle famiglie».

Del Toro ha esordito al meglio nel WorldTour, prima corsa e prima vittoria al Tour Down Under
Del Toro ha esordito al meglio nel WorldTour, prima corsa e prima vittoria al Tour Down Under
Gli otto giorni passati in altura ti hanno permesso di lavorare fianco a fianco a Del Toro, che cosa hai visto?

Che dire, si è presentato bene a inizio stagione. La vittoria al Tour Down Under e la Tirreno-Adriatico hanno dimostrato che il talento c’è. In parte donato da Madre Natura e in altra parte ben coltivato da chi lo allenava prima, ricordiamoci che ha vinto il Tour de l’Avenir nel 2023. Del Toro è uno scalatore molto forte, e questo lo si è visto, ma è anche tanto esplosivo. Ha una sparata incredibile con potenze elevate in brevi periodi. E’ il prototipo del corridore vincente, prendete tutto con le pinze ma un po’ ricorda Pogacar. 

I primi passi del messicano nel vostro team come li hai visti?

E’ un ragazzo che parla volentieri, dal punto di vista atletico ha fatto prestazioni di livello e i dati lo dimostrano. Ha tanta voglia di imparare, il che lo aiuta a essere tanto curioso, però allo stesso tempo si fida di chi ha intorno. Chiaro che ci sono delle lacune, ma ben vengano, altrimenti non avrebbe i margini di miglioramento che ci prospettiamo. 

Ad aprile il giovane messicano ha vinto la Vuelta Asturias, la sua prima corsa a tappe da pro’
Ad aprile il giovane messicano ha vinto la Vuelta Asturias, la sua prima corsa a tappe da pro’
Nel rapporto con lo staff com’è?

Si fida totalmente di tutti: dei preparatori, dei nutrizionisti, dei meccanici… E’ bello che un corridore così giovane abbia tutta questa fiducia. A volte i ragazzi si fanno mille domande e rischiano di consumare energie mentali che sarebbe meglio incanalare sulla bici. Del Toro invece chiede perché è curioso, ma poi esegue quel che gli viene detto. 

Vi immaginavate potesse partire così forte?

Sicuramente nemmeno lui se lo sarebbe aspettato. L’esplosività però lo ha aiutato a subire meno il salto di categoria e poi le poche pressioni addosso gli hanno permesso di correre come avrebbe voluto. 

Del Toro ha un grande talento, aiutato da una mentalità vincente
Del Toro ha un grande talento, aiutato da una mentalità vincente
Come mai dici che l’esplosività gli ha dato una mano?

E’ normale sia così. I giovani arrivano da un ciclismo diverso, dove non ci sono regole di gestione della gara, si va sempre a tutta. I professionisti, invece, hanno un copione. Tanti giovani con caratteristiche esplosive che passano tra i grandi hanno un vantaggio

Dal punto di vista psicologico pensi sia consapevole del suo grande potenziale?

A volte ti viene da pensare che sia lui stesso a doverci credere di più, ma è una questione di indole. Giù dalla bici ha un carattere tranquillo e pacato, piacevole da avere intorno. Poi attacca il numero alla schiena e si trasforma, diventa più determinato e sa quel che deve fare e quel che vale. 

I suoi numeri fanno capire il grande potenziale che c’è dietro, serve però pazienza
I suoi numeri fanno capire il grande potenziale che c’è dietro, serve però pazienza
Tanti lo danno già presente alla Vuelta, è così?

A gennaio l’idea era di non fargliela fare, poi hanno visto i risultati e si è deciso di mandarlo… in ottica futura. Sarà un’esperienza che lo aiuterà a crescere, d’altronde correrà con Soler, Yates, Almeida… Gente dalla quale puoi solo imparare. 

Nessuna pressione?

Nemmeno una. Poi i giovani forti sono sempre un’incognita ma non ci sono aspettative di classifica o altro. Scenderà dall’altura l’8 agosto e correrà a San Sebastian, poi da lì diretto a Lisbona per iniziare la sua prima grande corsa a tappe della carriera.

DMT Pogi’s: è il momento di celebrare un’altra impresa

02.08.2024
3 min
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La fame di vittoria di Tadej Pogacar nel 2024 è stata pressoché inarrestabile. Il fuoriclasse sloveno dopo aver vinto il suo primo Giro d’Italia ha portato a casa anche il terzo Tour de France. Pogacar è riuscito, 26 anni dopo Marco Pantani, nella celebre doppietta Giro-Tour. Un’impresa che lo fa entrare direttamente nell’olimpo del ciclismo. Il corridore del UAE Team Emirates ha “costretto” DMT, azienda che gli fornisce le scarpe, a creare un altro modello celebrativo delle Pogi’s

Questa volta il colore è il giallo, come quello della maglia che contraddistingue il vincitore della Grande Boucle. Simbolo che Pogacar ha conquistato a Valloire e che ha portato fino a Nizza, senza vacillare nemmeno una volta. 

Sempre migliori

Le DMT Pogi’s migliorano anno dopo anno, come il talento dello sloveno. Nella nuova versione sono tanti i particolari che portano queste scarpe ad essere uno dei prodotti più ambiti. Innanzitutto la particolarità rimane sempre una: la chiusura con i lacci, richiesta dallo stesso Tadej e diventata celebre con le sue imprese. Per una maggior sicurezza in corsa e una migliore aerodinamicità DMT ha pensato di creare e perfezionare la tasca Aerosafe. Posizionata nella parte superiore della scarpa permette di riporre il nodo in maniera ottimale, senza ingombri. 

La tomaia, invece, leggerissima e traspirante, è realizzata con tecnologia Knit. Il tutto è arricchito con un nuovo filato super tecnologico che ne aumenta le qualità tecniche. Le Pogi’s diventano così una combinazione perfetta, avvolgendo comodamente il piede. Il collarino Flex Fit assicura una calzata unica e confortevole anche dopo tante ore di attività. 

La suola, realizzata con un mix di fibre di carbonio è rigida e leggera
La suola, realizzata con un mix di fibre di carbonio è rigida e leggera

Sicura e performante

Per un ciclista il trasferimento di potenza è importante, riuscire a trasmettere alla bici ogni singolo watt sprigionato è fondamentale. DMT ha così deciso di realizzare una suola rigida e leggera, creata con un mix di carbonio unidirezionale ad alta resistenza. La pedalata risulta sempre piena e permette di spingersi oltre i propri limiti. 

Anche la chiusura è un aspetto fondamentale, le Pogi’s hanno un sistema di canaline integrate 3D che fanno scorrere i lacci perfettamente. Non sarà più necessario stringere ogni singolo passaggio, ma basterà tirare dall’estremità per avere una chiusura omogenea. Per assicurare la chiusura DMT ha pensato ad un sistema di aggancio comodo e immediato. Tramite due alette è possibile assicurare i lacci, senza alcuna preoccupazione. 

Il prezzo al pubblico è di 499 euro.

DMT

TeoSport con Pissei: e il fondello TruFlo fa “suo” anche il Tour

30.07.2024
3 min
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Alcuni weekend sono destinati a rimanere impressi nella storia, e quello vissuto recentemente da Pissei e TeoSport a Nizza ha segnato un nuovo capitolo nella storia del ciclismo mondiale. In un anno già ricco di traguardi storici, il fondello TruFlo ideato e prodotto proprio da TeoSport è diventato un perfetto sinonimo della performance italiana nel mondo, unendo prestazioni eccezionali a emozioni intense.

Il prodotto di punta di questa collaborazione, TruFlo, è stato inserito nella speciale capsule collection “Magistrale” di Pissei. Questo pantaloncino non è solo un omaggio a UAE Team Emirates e ai suoi incredibili traguardi, ma è anche il frutto della stretta collaborazione tra il brand e la squadra. Realizzato con uno speciale tessuto che conferisce una pressione uniforme su tutta la gamba, combina questa caratteristica con la tecnologia iconica di TruFlo AirLight. Progettato per affrontare lunghe distanze, la speciale schiuma monodensità è in grado di garantire lo stesso livello di comfort fino a otto ore, mantenendo una leggerezza e traspirabilità eccezionali.

I pantaloncini realizzati per il UAE Team Emirates e ai suoi traguardi
I pantaloncini realizzati per il UAE Team Emirates e ai suoi traguardi

Innovare, sempre…

«Il lavoro che sta dietro alla realizzazione di ogni nostro singolo fondello – ha dichiarato Daniela Osellame, Marketing & Brand Manager di TeoSport – lo amiamo da sempre. Ma è la passione su cui è fondata TeoSport l’ingrediente che ci spinge a inseguire costantemente nuovi risultati. Il ciclismo è uno sport di sfide, e vediamo i campioni come moderni Ulisse, desiderosi di superare le colonne d’Ercole. Grandi imprese dettate da un coraggio illimitato: questo è ciò che ci ispira ogni giorno a dare il massimo. Ci riempie di orgoglio collaborare con un brand come Pissei, che ci ha portato su un podio così prestigioso, accanto a un team straordinario. Vogliamo ringraziare il grande lavoro di squadra che è stato fatto nell’ambito di questa partnership. Non solo i risultati, ma anche le modalità hanno confermato quanto sia importante la sinergia tra i brand per puntare all’eccellenza».

La collaborazione tra Pissei e Teosport rappresenta un perfetto esempio di come l’unione di passione, innovazione e lavoro di squadra possa portare a risultati straordinari. I ciclisti che indossano TruFlo non sono solo atleti, ma pionieri di una nuova era del ciclismo, dove ogni pedalata è un passo verso il superamento dei propri limiti. Il coraggio di osare senza porsi alcun limite resta il mantra di una stagione che continua a regalare momenti altissimi di sport. Ogni gara, ogni traguardo raggiunto, è un tributo all’incessante ricerca della perfezione, che spinge questi atleti e i loro sostenitori a dare sempre il massimo.

Un omaggio a Tadej Pogacar per aver realizzato la doppietta Giro-Tour (foto Fizza)
Un omaggio a Tadej Pogacar per aver realizzato la doppietta Giro-Tour (foto Fizza)

La tecnologia all’avanguardia e il design innovativo del fondello TruFlo AirLight rappresentano un passo avanti significativo, non solo in termini di prestazioni, ma anche di comfort e sicurezza per chi affronta le sfide delle competizioni ciclistiche.

TeoSport

Tour e Covid: problema vero? Risponde doc Rotunno

20.07.2024
5 min
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EMBRUN (Francia) – Siamo probabilmente gli unici in Europa ad andare (nuovamente) in giro con le mascherine e per questo veniamo anche presi un po’ in giro da chi è a casa e ascolta. Eppure il Covid c’è ancora. Al Tour sono attentissimi che la misura venga rispettata, perché corridori positivi ci sono stati e probabilmente ce ne sono ancora. Racconta qualche direttore sportivo che si era già iniziato ad avere delle avvisaglie al Delfinato. E che poi, nei giorni del Tour in cui se ne è preso coscienza, capitava di vedere ragazzi che arrivavano alla partenza nell’ammiraglia e non sul pullman. Oppure altri che di colpo si staccavano anche su percorsi semplici e finivano fuori tempo massimo.

Al UAE Team Emirates per il Covid hanno dovuto rinunciare ad Ayuso e non osiamo pensare quanto sarebbe stata devastante la squadra di Pogacar avendo tra le sue file anche lo spagnolo. Recalcitrante e dotato di un ego importante, Juan resta comunque un signor atleta e al Tour teneva tanto. Perciò, per capirne di più, ci siamo rivolti ad Adrian Rotunno, il medico della squadra emiratina. Magari non abbiamo scelto il momento migliore per farlo, dato che sul bus si stava pianificando la tattica per il giorno di Isola 2000. Eppure, visto come è andata a finire, si può dire che gli abbiamo portato anche fortuna (in apertura, Mauro Gianetti e il fotografo Lorenzo Fizza Verdinelli).

Adriano Rotunno è nato in Italia e cresciuto in Sudafrica (foto UAE Team Emirates)
Adriano Rotunno è nato in Italia e cresciuto in Sudafrica (foto UAE Team Emirates)
Buongiorno dottore, ecco la prima domanda: perché indossiamo queste mascherine?

E’ importante cercare di limitare il diffondersi delle infezioni, non solo per il Covid, ma per qualsiasi altro virus. Soprattutto perché c’è così tanta interazione con la folla. Non è come il calcio o il rugby, dove sei in uno stadio separato dai tifosi. Quindi dobbiamo cercare di mantenere la massima distanza possibile. E ovviamente le indossiamo anche per il Covid, che resta una malattia molto contagiosa, cercando di mitigarne gli effetti.

Quanto è diverso il Covid per un atleta e una persona normale?

Colpisce il corpo allo stesso modo, ma una persona normale non corre 200 chilometri ogni giorno per tre settimane. Per questo la sua incidenza sull’organismo è enorme. Ovviamente dobbiamo essere consapevoli del rischio e valutare, qualora avessimo un atleta positivo, se sia salutare o meno per lui continuare la gara o non sia meglio tornare a casa e riprendersi. Normalmente lo prendiamo molto sul serio e ci assicuriamo che i nostri corridori siano sempre assistiti al meglio.

Può essere pericoloso correre con il Covid addosso?

Può esserlo, ma può essere pericoloso anche per chi va a fare una passeggiata. Dipende da come influisce sul corpo. L’importante è che non ci siano segnali di pericolo in termini di rischio cardiovascolare o di compromissione respiratoria.

I corridori fermati quest’anno per il Covid sembrano molto stanchi, come se fossero più stanchi del solito.

Normalmente la spossatezza è una delle manifestazioni più grandi. Non si riesce a sostenere lo stesso sforzo. A volte si ha una frequenza cardiaca più alta, perché il corpo sta combattendo un virus, oltre a cercare di ottenere prestazioni elevate sulla bicicletta. Generalmente, questi sono quelli di cui ti preoccupi maggiormente e che di cui ti accorgi. Durante il Tour abbiamo visto spesso molti ragazzi, che normalmente sarebbero stati davanti sulle salite, penzolare nelle retrovie. Alcuni hanno mollato, altri si sono ripresi e sono tornati forti la settimana successiva.

Perché alcuni sono stati fermati?

Non lo so, onestamente. Penso che si siano basati sui sintomi. Quindi, se lo hanno fatto, vuol dire che c’era uno spettro di malattie più preoccupanti. Alcune persone hanno sintomi lievi. Altre non hanno nulla. Mentre alcuni hanno sintomi molto gravi e questo è ciò che metterebbe in pericolo il corridore. Ovviamente il quadro deve essere esaminato e valutato dal punto di vista medico, prima che il corridore inizi la tappa. Dobbiamo capire se sia sufficientemente in forma per correre. Bisogna anche tenere sempre presente che gli atleti hanno bisogno di ascoltare il proprio corpo.

Che cosa significa?

Se qualcosa va storto, devono fermarsi immediatamente. E poi ovviamente li mandiamo via perché recuperino.

Ayuso si è ritirato nella tappa di Pau: sapeva di essere positivo, ma ha provato a partire lo stesso
Ayuso si è ritirato nella tappa di Pau: sapeva di essere positivo, ma ha provato a partire lo stesso
Ayuso è stato fermato per il Covid o perché era stanco?

Principalmente per il Covid. Era in buone condizioni, ma anche estremamente sintomatico. Non c’era niente di pericoloso nel suo caso, tanto che gli è stato permesso di iniziare la tappa. Era già successo alla Vuelta del 2022 ed era andata bene, tanto che Juan finì terzo. Invece questa volta, a causa di quei sintomi, sfortunatamente non è riuscito a tenere il passo. E’ stata proprio una giornata difficile per lui.

Ecco perché anche stamattina, andando verso la corsa, ci siamo sincerati di avere una mascherina nuova. L’organizzazione del Tour ha in giro degli addetti alla loro distribuzione e adesso viene da chiedersi se alle Olimpiadi si andrà a finire allo stesso modo. Il disagio c’è, perché ci si disabitua facilmente alle pratiche scomode. L’elenco che a causa del contagio dovranno rinunciare a Parigi vanta già i primi nomi. Per rispetto verso tutti gli altri, indossare una mascherina non è certo la cosa peggiore.

Pogacar sui Pirenei: il piccolo principe con i denti di un lupo

13.07.2024
4 min
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PLA D’ADET (Francia) – Oggi ha l’espressione beata del Grappa e di tutte le volte al Giro in cui un piano pensato alla vigilia andava a buon fine. Certo la sensazione che questa vittoria Pogacar dovrà sudarsela secondo dopo secondo si fa largo ogni giorno. Quei numeri del Giro appartengono a un’altra dimensione, qui Vingegaard e anche Evenepoel sono avversari ben più cattivi di quelli incontrati in Italia. E forse nella scelta di puntare sul Giro s’è tenuto conto anche di questo. Però intanto Vingegaard oggi ha dovuto subire e tanto gli basta per andare a letto più sereno.

Yates gli ha permesso di respirare e di spiccare nuovamente il volo
Yates gli ha permesso di respirare e di spiccare nuovamente il volo

Lo sgabello della star

Pogacar è seduto sullo sgabello della mix zone con centomila microfoni puntati sulla faccia. Sorride e racconta, mentre dalla strada alle spalle del palco arrivano boati al suo indirizzo. Su questo il Tour non fa eccezioni rispetto al Giro: lo sloveno è idolo anche qui.

«Volevamo davvero correre in modo conservativo – sorride – ma puntavamo comunque alla vittoria di tappa, perché sapevo di poter arrivare con un buono sprint nel finale. Poi ho visto l’opportunità per Adam (Yates, ndr) di fare il vuoto e di arrivare anche alla vittoria di tappa, in più facendo lavorare la Visma. Di colpo però mi sono accorto visto che quando ha attaccato, il ritmo è addirittura calato, non tiravano poi così forte. E allora ho avuto la sensazione che forse avrei potuto provare a raggiungere Adam. Lui è il compagno perfetto, quello che vorresti avere sempre con te. Si è appesantito un po’, ma ha dato tutto quello che aveva. Io alla sua ruota ho potuto respirare per un paio di volte e questa oggi è stata, credo, una delle principali differenze. Il fatto che Adam fosse lì per me. E’ stata una splendida intuizione. Per questo stasera devo dire che grazie a tutti i compagni di squadra. Oggi hanno fatto davvero un lavoro incredibile, sono super felice».

Pogacar con Sivakov nella discesa del Tourmalet: la squadra sempre unita
Pogacar con Sivakov nella discesa del Tourmalet: la squadra sempre unita

Il record di Cavendish

Politt finché ne ha avuta. Poi Soler gli ha poggiato una mano sulla schiena, ringraziandolo e autorizzandolo a spostarsi. E quando lo spagnolo ha finito il suo lavoro, è stata la volta di Almeida, inatteso in questo ruolo, lui che spesso gioca da primo attore e ha il suo bel caratterino. Se ci fosse stato ancora Ayuso, forse, avrebbero potuto fare di più.

«Manteniamo questo slancio – dice Pogacar – e una buona energia nella squadra, buone gambe. Proviamo a mantenere questa mentalità in un’altra giornata, quella di domani, in cui tutti saranno nuovamente importanti. Vincere tante tappe è qualcosa cui non ho mai pensato, neppure quando ero più piccolo. Ad esempio, vedendo Mark Cavendish vincere così tanti sprint, ho sempre pensato che venisse da un altro pianeta e che non fosse raggiungibile. Ma se insegui i tuoi sogni, allora forse puoi reggiungerli. Non è il mio obiettivo raggiungere Cavendish (Pogacar finora ha vinto 13 tappe in 5 Tour, ndr), l’ho detto solo per far capire quanto io l’abbia ammirato e quanto fosse bello vederlo vincere con la sua squadra».

Pogacar lo ha detto chiaro: Almeida ha fatto gli straordinari, ma davvero bene
Pogacar lo ha detto chiaro: Almeida ha fatto gli straordinari, ma davvero bene

Correre d’istinto

In fondo è tutto molto semplice oppure tale lo fa sembrare. La realtà è che per un tipo orgoglioso come lui non è stato facile essere preso a schiaffoni. Attacco spettacolare, ma a vuoto sugli sterrati. Attacco spettacolare, ma a vuoto (e con la beffa della sconfitta) a Le Lioran. Un inverno di diete, studi sulla posizione e lavori di fino. Finché arriva Vingegaard dopo un infortunio come quello dei Paesi Baschi e ti sembra che nulla sia cambiato? Doveva riprovarci, senza meno…

«Mi sentivo davvero bene oggi – dice – le cose non sono andate secondo i piani sulla salita finale, perché ci mancava un uomo: Ayuso si è dovuto ritirare e quindi Almeida ha lavorato molto duramente già a 8 chilometri dalla fine. Ho attacato anche perché ho visto che nessun uomo di classifica stava provando qualcosa. Ho visto un’opportunità e sono partito. C’è ancora molta strada da fare fino a Nizza, ma oggi sono iniziate le vere tappe di montagna! La chiave è che abbiamo una squadra forte per supportare le mie opzioni. In ogni intervista mi dicono che devo risparmiare energie, ma amo correre d’istinto. A volte funziona, a volte no… ma a me piace così».